Categoria: Recensioni

  • Falcon Lake

    Falcon Lake

    Due ragazzi, un’estate, un lago canadese e una baita

    Vi ricordate il vostro primo amore? È difficile scordare un momento di passaggio così significativo ed emotivamente impattante come quando ci si innamora per la prima volta di qualcuno. Ci si rende conto che stanno spuntando le farfalle nello stomaco quando si smette di guardare una persona con gli occhi innocenti dell’amicizia e si comincia ad osservarlo con quelli dell’amore. Il mondo circostante assume colori e sapori diversi e sembra quasi di camminare a dieci centimetri dal suolo ogni volta che ci si perde a pensare a quella persona. E, fidatevi, succede molto spesso.

    Il protagonista di questo coming of age – il primo film dietro la macchina da presa dell’attrice canadese Charlotte Le Bon, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes dell’anno scorso – è un ragazzino taciturno di tredici anni di nome Bastien (interpretato da Joseph Engel) che si innamora di una ragazza sfrontata e più grande di lui di due anni, Chloé (Sara Montpetit) che lo inizia alle trasgressioni adolescenziali. «Tu conosci troppe cose strane», le dice Bastien, che non riesce ancora a distinguere tra favole e vita vera.

    Basato sulla graphic novel A Sister di Bastien Vivès, il film è ambientato nei luoghi del cuore della regista fra la natura incontaminata del Québec, dove la famiglia francese del ragazzo ha scelto di trascorrere le vacanze. Il lago, altro grande protagonista della storia, è un luogo misterioso che si dice sia infestato dai fantasmi. Le oscure leggende, l’atmosfera tetra, l’inquietante colonna sonora composta da Shida Shahabi e il cielo grigio fotografato da Kristof Brandl sembrano suggerire che qualcosa di spaventoso potrebbe accadere in qualsiasi momento e allontanano il film da una semplice storia d’amore. La presenza di questa minaccia invisibile, che incute un certo grado di timore per tutta la durata del film, non impedisce, però, ai due giovani di scoprirsi innamorati. Lui è un adolescente con tutti i problemi che quella particolare fase della vita porta con sé: è privo di fiducia in sé stesso e condannato dal desiderio di appartenere e di essere riconosciuto. Lei, invece, è una ragazza che non vede l’ora di crescere, ma che segue il branco e trascina il suo amico alla scoperta delle sue “prime volte”. Tra divertimenti, feste, alcol e droga, i due sembrano godersi le loro vacanze, anche se non mancano alcuni particolari inquietanti come il ritrovamento di un cervo morto durante il rientro a casa dopo una festa.

    Sono i giovani che muovono tutta l’azione. La regista si assicura che le interferenze degli adulti nell’universo dei due adolescenti siano minime. Qualche fugace apparizione, qualche raccomandazione urlata da un fuori campo, ma è evidente che i genitori non siano in grado di comprendere le preoccupazioni dei figli o fatichino a notarne i cambiamenti. Falcon Lake è un film che parla di adolescenti e che può essere compreso da tutti, ma soprattutto da chi non si è dimenticato cosa significhi avere tredici, quattordici, quindici o sedici anni. La scelta di girare in pellicola da 16 mm dona al film quell’aura nostalgica e retrò che permette di far riaffiorare ricordi così belli quanto, spesso, dolorosi. È questo il punto di forza dell’esordio alla regia di Charlotte Le Bon, che con i suoi 37 anni ha saputo comprendere e mettere in scena una tematica tanto sfruttata quanto complicata come quella del passaggio dall’infanzia all’età adulta. Non scontata, poi, è quell’atmosfera da ghost story che fa da sfondo alla narrazione. Perché il mondo esterno fa paura, esattamente come scoprire di non essere più bambini.

    A cura di Gloria Sanzogni

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  • La persona peggiore del mondo

    La persona peggiore del mondo

    La persona peggiore del mondo: crescere da adulti

    L’avanzare della tecnologia ha senz’altro portato dei cambiamenti positivi nelle nostre vite: abbiamo la possibilità di connetterci con migliaia di persone da ogni parte del mondo, abbiamo accesso immediato ad ogni tipo di informazione e possiamo tenerci sempre aggiornati su ciò che accade intorno a noi. Ma negli ultimi decenni questa sovrabboddanza caleidoscopica di stimoli ha avuto delle spiacevoli ripercussioni sulla nostra capacità di concentrazione e, soprattutto, sulla nostra psiche, riempiendo la nostra mente di dubbi e inquietudini e trasformandola in un frenetico ingranaggio che non cessa mai di ruotare. La persona peggiore del mondo è la storia di una persona in cui probabilmente si può riconoscere gran parte della generazione dei Millennials (e, per molti versi, anche di quella successiva), alla costante ricerca di sé stessa e del proprio posto nel mondo; a tal proposito è particolarmente significativo il contrasto fornito da uno dei partner della protagonista, molto più grande di lei, che si è già affermato in ambito lavorativo ed è impaziente di diventare padre.

    Descritto dal regista Joachim Trier come «un coming-of-age per adulti che non sentono ancora di essere cresciuti», il film è suddiviso in dodici capitoli racchiusi tra un prologo e un epilogo: è in effetti un libro illustrato che racconta il viaggio interiore di Julie (la quale, non a caso, finirà per lavorare in una libreria), una giovane donna che fatica a trovare la propria strada e un amore che la faccia sentire pienamente soddisfatta. Passa di capitolo in capitolo con una scorrevolezza quasi disarmante, senza tornare indietro per rileggere qualche riga che forse meritava un po’ più di attenzione; a primo impatto sembra affrontare i cambiamenti con serenità e disinvoltura, dalla facoltà di Medicina a quella di Psicologia, dal corso di fotografia alla redazione occasionale di articoli attraverso cui esprime le sue idee femministe, l’unica cosa su cui non la vediamo mai vacillare. Ma i diversi momenti morti in cui si perde ad osservare la città o in cui la macchina da presa si sofferma sul suo volto riflettono, in realtà, un profondo senso di angoscia e smarrimento. Lei stessa dirà di sentirsi una mera spettatrice della sua vita, tant’è vero che spesso i suoi pensieri e le sue azioni vengono narrati da una voce onnisciente fuori campo; a peggiorare le cose c’è il compimento dei trent’anni, una soglia che sembra implicare il dovere di metter su famiglia, come hanno fatto tutte le componenti del suo albero genealogico a quell’età. Ma solo davanti alla morte ci si rende conto di avere ancora tutta la vita a disposizione: è infatti con la malattia di Aksel che Julie sembra finalmente raggiungere la terraferma dopo anni trascorsi alla deriva.

    Anche se alcuni la giudicherebbero alquanto impulsiva, è difficile non ammirare l’intraprendenza di Julie e il suo coraggio di non lasciarsi condizionare dalle aspettative della società, di mollare tutto e inseguire le sue aspirazioni indipendentemente dalla loro mutevolezza. Perché è questo che dovrebbe essere la vita: un percorso individuale, con tappe da raggiungere seguendo i propri tempi, i propri bisogni e i propri ritmi, commettendo errori e capendo così cosa potrebbe davvero renderci felici. Infatti il giudizio del regista su Julie non lascia dubbi: i suoi sbagli e le sue scelte discutibili non la rendono la persona peggiore del mondo. Solo una persona.

    A cura di Melissa Marsili

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  • C’eravamo tanto amati

    C’eravamo tanto amati

    C’eravamo tanto amati: a volte ritornano

    «Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano» cantava Venditti in una delle sue canzoni più famose che, se volessimo renderla ideale manifesto del film di Scola del 1974, potrebbe intitolarsi invece Amici sempre. C’eravamo tanto amati non è, infatti, una storia
    d’amore tra due personaggi, ma una storia d’amicizia e di rimpianti, un inno all’Italia che cambia dopo la guerra e una pura celebrazione del cinema come possibilità di salvezza.

    Ci sono Antonio, Gianni e Nicola, tre amici ex-partigiani ed estremamente diversi tra loro, e c’èLuciana, indecisa tra tre possibilità, tre futuri alternativi con ognuno di essi. È difficile scrivere qualcosa di nuovo su un capolavoro così significativo e rappresentativo della storia del cinema italiano, sul quale si sono espressi innumerevoli critici e testate specializzate. Guardare oggi, però, nel 2023, un film del genere fa quasi lo stesso effetto di ascoltare la canzone di Venditti sopracitata: una nostalgia per qualcosa che non si è vissuto, un misto di tristezza e desiderio per i tempi andati, il mistero e la resa verso qualcosa che non tornerà.

    Gli stessi personaggi provano continuamente questi sentimenti, mentre li guardiamo invecchiare e farsi cambiare dalle circostanze e dalla società: confessano i loro pensieri e passioni nascoste in un tempo sospeso, come nell’opera teatrale Strano interludio a cui assistiamo all’inizio, si rifugiano in set cinematografici reali o immaginari, “lasciano o raddoppiano” quotidianamente con Mike Bongiorno in sottofondo, si ritrovano dopo anni solo per poi lasciarsi di nuovo.

    Il finale è infatti la parte più sorprendente del racconto, lo scontro definitivo con la realtà che si cercava di allontanare. Una sera Gianni e Nicola rincontrano dopo 25 anni Luciana, ora sposata con Antonio, fuori da una scuola elementare dove tante famiglie si sono riunite per protestare chiedendo il diritto all’istruzione (non più il cinema come scuola, ma la scuola reale, quella vera).
    Qui Gianni confessa alla donna, senza alcun tempo sospeso né silenzio drammatico né illuminazione teatrale, di non aver mai smesso di amarla in tutti gli anni che hanno trascorso lontani.

    Ma lei, invecchiata e disillusa, lei che voleva fare l’attrice sul set de La dolce vita, non crede più ai grandi amori, alle storie immaginarie, alle favole del cinematografo; gli dice che sono cose passate, che è spostata con dei figli ora. Alla fine di tutto, soltanto Gianni, che può permetterselo, si tuffa nella piscina della sua villa da milionario e può continuare a vivere nel passato perché il presente non gli crea problemi, mentre tutti gli altri si allontanano in un boh collettivo, una conclusione ambigua, semplice ma aperta verso il futuro.

    A cura di Emma Onesti

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  • Amanda

    Amanda

    La missione di Amanda

    Amanda ha venticinque anni, tante cose da dire e nessuno con cui parlarne. Vorrebbe avere un’amica, un fidanzato o entrambe le cose, ma di amici non ne ha mai avuti e l’unico ragazzo a cui si sia avvicinata è rimasto un what if, una possibilità remota di felicità bloccatasi ad uno scambio furtivo di sguardi. Tornata in Italia da Parigi al termine degli studi universitari, Amanda passa le giornate a non fare niente perché «troppo impegnata a non fare niente», come le rimprovera la madre: le sue uniche attività si limitano al passeggiare tra i campi sperduti della campagna e a trovare un cavallo che ricorda lontanamente Zietto di Pippi Calzelunghe. Lontana dalla tradizionale eleganza della casa di famiglia, la ragazza vive in uno spoglio monolocale. L’unica sua confidente è la governante e quando il loro rapporto verrà vietato dalla madre (desiderosa che la figlia trovi un amico della sua età) Amanda proverà a riallacciare i rapporti con Rebecca, misantropa ed agorafobica coetanea, figlia di un’amica di famiglia.

    Gli adulti, agli occhi di Amanda, sono tutti apatici: troppo lontani da lei, risultano incomprensibili sia negli atteggiamenti sia nel linguaggio. Sui genitori inizialmente addossa tutte le colpe della sua attuale situazione: il lavoro che le hanno offerto non fa al caso suo ed il motivo per cui mancano coetanee nella sua vita risale al trasferimento della famiglia in un’altra città, quando Amanda era ancora una bambina.

    Amanda non è cortese: è irriverente, pungente, sputa sentenze senza rendersi conto che non è l’unica ad essere sola. La madre, la sorella, Rebecca e perfino la nipote di otto anni sono tutte creature immensamente infelici, pianeti lontani anni luce tra di loro che cercano di andare avanti con la vita, negando in parte i propri problemi. Un primo passo verso una maggiore comprensione dell’esistenza dei drammi altrui arriverà tramite l’incontro con Rebecca, prima brillante atleta, ora chiusa nella sua stanza da più di un anno: Amanda (dopo un iniziale conflitto) si atteggerà ad eroina e proverà a salvarla. Impareranno, insieme, a fare tutte quelle cose cui hanno rinunciato troppo a lungo: giocare a beer pong o far scoppiare i petardi saranno dunque non soltanto delle attività da semplici ventenni, ma la conquista di una dimensione di normalità che nessuna delle due, senza l’altra, avrebbe mai raggiunto se non parzialmente.

    L’universo maschile, tuttavia, resta ancora un dilemma per Amanda: suo padre, da una parte, è quasi inesistente e non ha altri ruoli se non quello di spettatore delle grottesche discussioni delle donne di famiglia durante le cene in villa; dall’altra, Amanda non è in grado di comunicare con il ragazzo a cui è interessata perché incapace di comprenderne gli atteggiamenti.

    In una storia raccontata tra le decorazioni rococò di decadenti ville borghesi, fabbriche abbandonate sedi di rave di musica techno e l’impersonale cemento delle case di design, la scelta delle ambientazioni esprime nel mondo esterno ciò che caratterizza i personaggi più intimamente: Amanda vaga a lungo in campagna come vaga nella vita, senza sapere dove andare o cosa fare nel tragitto dalla raffinata casa di famiglia al suo angusto appartamento; Rebecca è invece chiusa in una grigia scatola di cemento che Viola, sua madre, tenta di colorare attraverso costosi quadri d’arte contemporanea.

    Con uno sguardo – e non solo uno – all’estero (innumerevoli sono i rimandi alla cinematografia d’oltreoceano e non), Carolina Cavalli esordisce come regista al 79esimo Festival di Venezia con un film quasi completamente al femminile, alternando luci al neon a tinte calde, battute graffianti a confessioni che fanno capire che, dopo tutto, Amanda non è poi così scontrosa come vuole sembrare. Dopo alcune sceneggiature per serie TV e miniserie, Cavalli osa nel suo primo lungometraggio ponendo di fronte alla telecamera un personaggio decisamente fuori dalle righe.

    L’originalità di Amanda sta nella sua grottesca comicità, nelle sue atmosfere da western miste a commedia, con sfumature di dramma esistenziale unito ai tratti tipici delle storie di formazione. Gli adulti, inizialmente apatici, assumono via via più sfaccettature, escono dal piattume in cui erano reclusi e crescono con Amanda, che oltre a guadagnare un’amica riesce a comunicare con la madre e la sorella e, finalmente, a trovare il suo posto nel mondo.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

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  • Monty Python’s Life of Brian

    Monty Python’s Life of Brian

    Life of Brian: And now for something completely different

    Nel maggio del 2023 è esplosa una piccola polemica ai danni di John Cleese, ex membro dei Monty Python. Il comico, che all’età di 200 anni recita nei teatri per pagare gli alimenti alle sue due ex mogli ancora in vita, aveva espresso la volontà di portare in scena Life of Brian, film che realizzò nel lontano 1979, quando di anni ne aveva solo 100. Oggetto della polemica è la celeberrima scena in cui Stan (Eric Idle) esprime il suo desiderio di essere donna perché vuole avere dei figli e Reg (John Cleese) gli risponde fulminandolo con: «Ma non hai l’utero! Dove si dovrebbe sviluppare il feto? Lo vuoi tenere in un barattolo?!». Chiaramente,Cleese non ha alcuna intenzione di privarsi di battute del genere e come al solito la querelle, iniziata come una questione di stato, è terminata nel giro di tre giorni. Nondimeno, si tratta solo dell’ultima disputa riguardo Life of Brian.

    John Cleese ed Eric Idle hanno raccontato che l’idea iniziale girava attorno a un tredicesimo apostolo che arrivava sempre cinque minuti in ritardo a causa della moglie voluttuosa. Per questo carnale motivo, il poveraccio si perdeva tutti i miracoli del Signore: dalla resurrezione di Lazzaro, alla trasformazione dell’acqua in vino, alla cura dei lebbrosi. Tuttavia, l’idea dei Python fu accantonata perché, a detta loro: «Era troppo difficile rendere comica una figura come Gesù». La scelta cadde quindi sul vero Messia: Brian! Ma questo evidentemente non era chiaro ai produttori a cui fu proposto il film, perché si rifiutarono tutti difinanziarlo, non comprendendo che, se un film è ambientato nello stesso momento e nello stesso luogo in cui operava Gesù, ma non riguarda Gesù, non riguarda Gesù. Il nome del fondatore del cristianesimo, infatti, non è mai pronunciato nel film. Sì, appare due volte, ma da lontano e per soli due secondi. Nondimeno, quei due secondi bastavano e avanzavano per condannare alla non esistenza Life of Brian: il film non s’aveva da fare e i Pythonerano sicuri di dover abbandonare l’idea, quando Eric Idle ne parlò con George Harrison, ex chitarrista dei Beatles, il quale apprezzò così tanto il racconto che decise di finanziarlo. Quando gli chiesero perché avesse preso quella decisione, Harrison rispose con un goffo: «I wanted to see the film». In altre parole, pagò il biglietto del cinema più costoso di sempre: quattro milioni di sterline, ipotecando la casa di Friar Park. Non è finita qui, perché le reazioni furono altrettanto ostili. A livello istituzionale, sia chiaro, perché a livello di pubblico il film fu un successo clamoroso, tant’è che, in Inghilterra, dove alcuni comuni ne permisero la visione e altri no, i cittadini organizzarono dei veri e propri pullman da una città all’altra.

    La trama, di per sé, non è nulla di eccezionale: Brian, giovane che odia i romani, fa parte di un’organizzazione terroristica e viene catturato dai centurioni. Riesce a scappare, si finge un predicatore, ma, a differenza degli altri profeti, viene creduto e diventa “Il Messia”. Quindi gli tocca scappare anche dalla folla, ma vieneinspiegabilmente catturato dai centurioni e messo in croce. Fine del film. Non disperate: non è per la trama che si guarda Life of Brian, anzi; ha talmente poco peso che noi, per averla riassunta, non ci sentiamo nemmeno in colpa. Sono, d’altra parte, i singoli episodi che fanno il film: ogni trenta secondi c’è una scena di una caratura intellettuale che è tipica dell’umorismo inglese. Temi talmente al di fuori dal nostro immaginario che a nessun italiano verrebbe in mente di poterci scherzare. C’è veramente qualcuno di noi che pensa di far ridere correggendo il latino di qualcun altro? Assolutamente no, ma quando il centurione corregge Brian per non aver declinato correttamente il vocativo e il locativo, è oltremodo ridicolo e divertente. Il solito problema dei MontyPython è che, doppiati, il 70% del loro umorismo viene meno. I giochi di parole non si possono tradurre, perciò vanno perduti. Ma non solo: essendo tutti studenti di Oxbridge, la loro caratura linguistica è di alto livello; quindi si deve conoscere veramente bene l’inglese per poterli capire.

    Per concludere: guardatelo (possibilmente in lingua originale con sottotitoli in inglese) perché è senza tempo, più attuale che mai e fa ridere in un modo completamente diverso rispetto alla classica commedia nostrana. In altre parole, come direbbero loro: «And now for something completely different».

    A cura di Alessandro Randi

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  • Lo Squalo

    Lo Squalo

    Lo squalo: minaccia dagli abissi

    Lo squalo è il cinema. È tutto ciò che un’immagine deve saper creare nel pubblico: suggestione, suspense, emozione e capacità di consegnare agli spettatori le sensazioni intime che ognuno di noi può sentire. Il film di Spielberg diede vita all’era del Blockbuster, raggiungendo un box office di 476 milioni di dollari a fronte di un budget di 9 milioni.

    A ridosso della stagione balneare, la placida routine della cittadina costiera di Amity viene sconvolta dalle fameliche incursioni di uno squalo bianco gigante. Il capo della polizia locale (Roy Scheider), un giovane oceanografo (Richard Dreyfuss) e un vecchio marinaio (Robert Shaw) si incaricano di eliminare il mostro marino in una missione che metterà a repentaglio la loro stessa vita.

    Steven Spielberg entra di diritto nell’olimpo dei registi di Hollywood mostrando, nel suo terzo lungometraggio, tutto il suo spessore artistico: la padronanza del mezzo, la scelta delle inquadrature e dei movimenti di macchina sono opera di un genio che ha avuto anche la sua discreta fortuna. Del resto, citando Match Point di Woody Allen: «La fortuna conta più del talento». Infatti, le fattezze dello squalo meccanico non convincevano Spielberg, tanto da fargli pensare che il film non avrebbe mai avuto successo.

    Eppure il giovane Spielberg ci ha consegnato una grande lezione registica, realizzando un film così ben congeniato da poter essere inserito in qualsiasi manuale di storia del cinema come opera d’arte esemplare. Per essere più specifici, grazie allo splendido montaggio, alla fotografia, alle inquadrature soggettive dello squalo, che viene mostrato pochissimo, e alla sensazionale partitura musicale di John Williams è possibile godere di 120 minuti di adrenalina pura.

    Lo squalo, basato sull’omonimo romanzo di Peter Benchley, è capace di mostrare l’invisibile, l’insondabile e l’imperscrutabile, tanto che lo spettatore percepisce nell’intimo una presenza mastodontica, una minaccia incombente che arriva dal profondo degli abissi ma che non si riesce quasi mai a vedere. D’altronde, lo squalo può essere metafora delle nostre paure individuali, dell’eterna sfida uomo contro natura, dei pericoli che affliggono l’intera società e di molto altro ancora.

    In merito a quest’ultimo punto, è curioso rivedere Lo squalo in un’epoca post-pandemica, per analizzare al meglio le azioni e le reazioni che una società (o una comunità) intraprende conseguentemente al presentarsi di una minaccia: disinformazione da parte delle istituzioni,
    trascuranza del problema, panico collettivo per giungere tuttavia alla coesione e alla cooperatività.

    È vero che il primo ritrovamento della ragazza sbranata viene occultato dalle autorità perché è in
    arrivo la stagione estiva: il business è inattaccabile in una società capitalista come la nostra. Il secondo attacco, questa volta alla luce del giorno e visto da tutti i bagnanti sulla spiaggia, comincia però a provocare qualche timore, senza comunque fermare la volontà di guadagno degli avidi businessmen. I tre personaggi che in seguito iniziano l’epica caccia del mostro sembrano a loro volta archetipi delle virtù che la mente umana oppone al predominio dei propri istinti selvaggi: la razionalità e lo studio (l’oceanografo Hooper), il senso morale e l’obbedienza alle regole (il poliziotto Brody), la determinazione e l’esperienza (il pescatore Quint).

    Non ci sono cali di tensioni in un film come Lo squalo, in cui è presentissima la grande lezione hitchcockiana sulla gestione della suspense e sono presenti anche virtuosismi stilistici che omaggiano il grande maestro stimato da Spielberg, come l’effetto vertigo, in cui una carrellata
    all’indietro e uno zoom in avanti mostrano il volto terrorizzato di Brody, che assiste sulla spiaggia all’attacco dello squalo.

    Come in tutti i film di Spielberg, inoltre, è impossibile non ammirare scorci di meravigliosa commozione familiare in cui tutti noi possiamo ritrovare le nostre immagini più intime: papà Brody, seduto a tavola dopo cena, è impensierito dalla perturbante situazione. Beve un sorso d’acqua, porta le mani giunte al mento e poi si copre il volto. Il figlio Sean, seduto di fianco a lui, imita tutti i suoi movimenti. Brody non rinuncia a chiedergli un bacio. «Perché?» – domanda teneramente Sean. «Perché ne ho bisogno» – risponde il padre. Sullo sfondo dell’inquadratura, c’è la madre, in piedi, che è intenta a guardarli e completa un quadretto familiare di struggente tenerezza.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Lo Squalo

    Lo Squalo

    Lo squalo: minaccia dagli abissi

    Lo squalo è il cinema. È tutto ciò che un’immagine deve saper creare nel pubblico: suggestione, suspense, emozione e capacità di consegnare agli spettatori le sensazioni intime che ognuno di noi può sentire. Il film di Spielberg diede vita all’era del Blockbuster, raggiungendo un box office di 476 milioni di dollari a fronte di un budget di 9 milioni.

    A ridosso della stagione balneare, la placida routine della cittadina costiera di Amity viene sconvolta dalle fameliche incursioni di uno squalo bianco gigante. Il capo della polizia locale (Roy Scheider), un giovane oceanografo (Richard Dreyfuss) e un vecchio marinaio (Robert Shaw) si incaricano di eliminare il mostro marino in una missione che metterà a repentaglio la loro stessa vita.

    Steven Spielberg entra di diritto nell’olimpo dei registi di Hollywood mostrando, nel suo terzo lungometraggio, tutto il suo spessore artistico: la padronanza del mezzo, la scelta delle inquadrature e dei movimenti di macchina sono opera di un genio che ha avuto anche la sua discreta fortuna. Del resto, citando Match Point di Woody Allen: «La fortuna conta più del talento». Infatti, le fattezze dello squalo meccanico non convincevano Spielberg, tanto da fargli pensare che il film non avrebbe mai avuto successo.

    Eppure il giovane Spielberg ci ha consegnato una grande lezione registica, realizzando un film così ben congeniato da poter essere inserito in qualsiasi manuale di storia del cinema come opera d’arte esemplare. Per essere più specifici, grazie allo splendido montaggio, alla fotografia, alle inquadrature soggettive dello squalo, che viene mostrato pochissimo, e alla sensazionale partitura musicale di John Williams è possibile godere di 120 minuti di adrenalina pura.

    Lo squalo, basato sull’omonimo romanzo di Peter Benchley, è capace di mostrare l’invisibile, l’insondabile e l’imperscrutabile, tanto che lo spettatore percepisce nell’intimo una presenza mastodontica, una minaccia incombente che arriva dal profondo degli abissi ma che non si riesce quasi mai a vedere. D’altronde, lo squalo può essere metafora delle nostre paure individuali, dell’eterna sfida uomo contro natura, dei pericoli che affliggono l’intera società e di molto altro ancora.

    In merito a quest’ultimo punto, è curioso rivedere Lo squalo in un’epoca post-pandemica, per analizzare al meglio le azioni e le reazioni che una società (o una comunità) intraprende conseguentemente al presentarsi di una minaccia: disinformazione da parte delle istituzioni, trascuranza del problema, panico collettivo per giungere tuttavia alla coesione e alla cooperatività.

    È vero che il primo ritrovamento della ragazza sbranata viene occultato dalle autorità perché è in arrivo la stagione estiva: il business è inattaccabile in una società capitalista come la nostra. Ilsecondo attacco, questa volta alla luce del giorno e visto da tutti i bagnanti sulla spiaggia, comincia però a provocare qualche timore, senza comunque fermare la volontà di guadagno degli avidi businessmen. I tre personaggi che in seguito iniziano l’epica caccia del mostro sembrano a loro volta archetipi delle virtù che la mente umana oppone al predominio dei propri istinti selvaggi: la razionalità e lo studio (l’oceanografo Hooper), il senso morale e l’obbedienza alle regole (il poliziotto Brody), la determinazione e l’esperienza (il pescatore Quint).

    Non ci sono cali di tensioni in un film come Lo squalo, in cui è presentissima la grande lezione hitchcockiana sulla gestione della suspense e sono presenti anche virtuosismi stilistici che omaggiano il grande maestro stimato da Spielberg, come l’effetto vertigo, in cui una carrellata all’indietro e uno zoom in avanti mostrano il volto terrorizzato di Brody, che assiste sulla spiaggia all’attacco dello squalo.

    Come in tutti i film di Spielberg, inoltre, è impossibile non ammirare scorci di meravigliosa commozione familiare in cui tutti noi possiamo ritrovare le nostre immagini più intime: papà Brody, seduto a tavola dopo cena, è impensierito dalla perturbante situazione. Beve un sorso d’acqua, porta le mani giunte al mento e poi si copre il volto. Il figlio Sean, seduto di fianco a lui, imita tutti i suoi movimenti. Brody non rinuncia a chiedergli un bacio. «Perché?» – domanda teneramente Sean. «Perché ne ho bisogno» – risponde il padre. Sullo sfondo dell’inquadratura, c’è la madre, in piedi, che è intenta a guardarli e completa un quadretto familiare di struggente tenerezza.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • The Fabelmans

    The Fabelmans

    The Fabelmans: la vita fiabesca di Steven Spielberg

    Steven Spielberg riesce finalmente, dopo anni di travaglio, a restituirci l’opera più personale della sua intera filmografia, trasmettendo nuovamente agli spettatori di tutto il mondo, adulti e bambini, la bellezza del cinema e l’idea che esso sia un sogno magnifico di cui dobbiamo continuamente nutrirci. Perché il suo cinema, come è riassunto perfettamente in The Fabelmans, è stato proprio questo: l’occhio attraverso cui si possono cogliere nuove verità sulle nostre vite; verità spesso dolorose, ma pur sempre stimoli per apprendere, crescere e diventare grandi. Il suo cinema è una sensazionale fiaba che unisce il mondo dei grandi a quello dei più piccoli.

    Sam Fabelmans, all’età di sei anni, si siede su una poltrona di un cinema insieme ai suoi amorevoli genitori e rimane folgorato da un treno che travolge un’auto sui binari: l’inizio del cinema di Spielberg pare coincidere con quello tanto celebre per la Storia stessa del cinema. Sam cresce circondato dall’amore dell’affettuosa madre Mitzi (Michelle Williams), pianista di professione, da quello del padre Burt (Paul Dano), ingegnere elettronico, e da quello delle tre sorelle: la famiglia è un luogo tanto sicuro quanto perturbante, come verrà mostrato nel film. Qualcosa sembra incepparsi nei rapporti familiari e, proprio grazie ai filmati di famiglia, girati da Sam con una telecamera in 8mm e 16mm, il ragazzo scopre un presunto tradimento della madre con un amico dei suoi genitori.

    Nel frattempo, Sam cresce senza abbandonare la sua passione; gira i primi cortometraggi e incontra i primi amori: The Fabelmans, infatti, è un film sul cinema e sulla quotidianità della vita, realizzato con strepitosa capacità probabilmente dal miglior regista vivente. Nell’ottica di Spielberg, dunque, il cinema, è il mezzo perfetto per comprendere la realtà che ci circonda e comprendere sé stessi. Emblematica la scena in cui, dopo la proiezione del filmato dei giochi estivi, il “bullo” della scuola prende in disparte Sam per rimproverarlo di averlo dipinto come gli altri lo vedono, un macho, un maschio alfa senza fragilità, poiché si rende conto di quanto voglia respingere quella versione falsa di sé stesso, rivelando come ognuno di noi sia alla ricerca del benessere legato all’autenticità, alla verità, al riuscire a comunicare realmente chi siamo.

    The Fabelmans è un viaggio emozionante e fiabesco che si immerge in un flusso di generi alterni, dalla commedia al melodramma fino ad arrivare al western, dato che la famiglia, a bordo di una station wagon, cavalca le strade da East verso West per far fronte all’esigenze lavorative del padre. Magnifica la scena dell’incontro tra Sam e John Ford (regista per eccellenza del genere western), interpretato magnificamente dal maestro David Lynch, che ci regala un siparietto divertentissimo da standing ovation.

    Splendida la fotografia di Janusz Kaminski e le musiche del sempre immenso John Williams. Impressionate l’interpretazione di Michelle Williams, non da meno quella di Paul Dano, anche se colui che sorprende più di tutti è il protagonista classe 2002 Gabriel LaBelle, che ha realmente imparato a girare in 8mm e 16mm.

    The Fabelmans è una lezione di cinema allo stato puro, poiché è comprensibile quanto in esso sia evidente la materia dell’invisibile, rappresentata maggiormente dalla sofferenza taciuta della madre: attraverso gli istanti filmati da Sam (Spielberg) è così chiaro il suo disagio interiore, indicibile, invisibile, insondabile, ma così percepibile e concreto grazie alla potenza rivelatrice delle immagini.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • E domani il mondo intero (Und morgen die ganze Welt)

    E domani il mondo intero (Und morgen die ganze Welt)

    E domani il mondo intero?

    La narrazione cinematografica si è spesso rifugiata nel cinema di genere per creare grandi metafore politiche: dall’horror alla fantascienza, moltissimi gli esempi possibili e tanti i capolavori assoluti. E domani il mondo intero invece non prende scorciatoie, muovendosi tra le crepe più profonde dell’Europa contemporanea. Quando si oltrepasserà il limite? Quando alcuni comportamenti non saranno più accettabili? Quando la violenza diventerà l’unica soluzione? Dal film emergono più domande che risposte (che comunque non mancano).

    La scelta del titolo Und morgen die ganze Welt è esplicita citazione di un verso della poesia Es zittern die morschen Knochen (Le ossa marce tremano) di Hans Baumann, scelta nel 1935 come inno dalla Reichsarbeitsdienst (forza armata ausiliaria della Germania Nazista). In particolare:

    Wir werden weiter marschieren / wenn alles in Scherben fällt / denn heute da hört uns Deutschland / und morgen die ganze Welt.

    Continueremo a marciare / quando tutto cade a pezzi / perché oggi la Germania ci sente / e domani il mondo intero.

    È come se Julia von Heinz volesse fin da subito gridare che c’è un mondo che sta cadendo a pezzi, che c’è una voce forte e non curante e che quella voce accompagna una marcia non intenzionata a fermarsi. È Luisa a percepire fino in fondo la portata di quella minaccia. All’inizio del film studia legge, anzi eccelle in quel campo che rende possibile una convivenza democratica. L’incontro con Batte la introduce nell’Antifa (Azione Antifascista), ma se dapprima partecipa pacificamente, non impiega molto a lasciarsi attrarre dal richiamo delle frange più violente. Nasce così la relazione con Alfa e Lenor che la vedono trasformare, azione dopo azione, in un’altra persona.

    Quello a cui assistiamo è un bildungsroman controcorrente, ma non per questo involutivo. Lo spettatore finisce inevitabilmente per prendere il punto di vista di Luisa, in un climax crescente che culmina tenendo letteralmente sotto tiro i nazisti. La visione ci induce a desiderare di fermare lo scempio, salvo poi, forse, farci venir voglia di sfogarsi, di prendere qualcosa e scaraventarla via. Anche il pubblico, quindi, è chiamato a un percorso di formazione che però, fortunatamente, avviene al sicuro, in quella palestra di emozioni che è il cinema.

    Un film realistico, ma non imparziale, dove è evidente l’intento di mostrarci la storia contemporanea e finzionale di un estremo contro l’altro. La violenza dilaga quotidianamente nelle strade e se le forti tensioni vengono ignorate, la deflagrazione appare inevitabile. Le famiglie, i cittadini, i lavoratori restano così fuori, inquadrati dall’esterno e protetti dalle finestre di una casa, dal legno di una staccionata o dal cemento delle colonne di un parcheggio.

    Ma la domanda continua ad essere se non ora, quando? Fortunatamente il tempo è ancora dalla nostra parte, gli scontri dopotutto sono ora solo “un palcoscenico per esibizionisti”. Questo non vuol dire che non sia importante riflettere, anche in maniera estrema. E perché allora non supportare un cinema esplicitamente politico? Perché non ritornare ad affrontare di petto le grandi contraddizioni del nostro tempo? L’operazione di Julia von Heinz non verrà certo ricordata per la maestria tecnica, ma dalla Germania l’allarme è chiaro: se domani il mondo intero?

    A cura di Silvia Santinami

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  • Triangle of Sadness

    Triangle of Sadness

    Triangle of sadness: “beauty as a currency”

    Dopo aver vinto due Palme d’oro per due film consecutivi, Ruben Östlund sbarca agli Oscar con ben tre nomination per il suo esordio in lingua inglese: Triangle of sadness. Un’opera che, come molti hanno fatto notare, riesce stranamente a piacere all’élite, vista sia la vittoria a Cannes che gli ingenti finanziamenti in fase di produzione, nonostante la prenda in giro per tutta la sua durata. Che l’opera di Östlund sia forse più reazionaria di quel che appare? «That’s the good thing about capitalism», dice Östlund in un’intervista sul podcast Q with Tom Power, «as long as they think they can profit from it, they will finance any ideology».

    La pellicola è divisa in tre atti, il cui filo conduttore sono i due protagonisti, Carl e Yaya, entrambi modelli/influencer. Triangle of sadness si apre con una cena romantica tra i due, durante la quale nasce una litigata su chi dovrebbe pagare il conto; il secondo atto è invece ambientato su uno yacht, dove i ragazzi, in cambio della pubblicità social, prendono parte ad una crociera assieme a dei ricchi imprenditori. In mezzo a milionari ed altri personaggi grotteschi, che spaziano dal venditore di fertilizzanti a quello di armi, il capitano, che si dichiara apertamente marxista, decide di tenere una cena durante una notte di mare mosso, che poi sfocia in tempesta. Gran parte dei passeggeri si sente male, e la mattina, quanto la tempesta sembra cessata, una nave di pirati assale lo yacht, facendolo affondare. I superstiti, allora, si trovano sperduti su un’isola apparentemente deserta, dove l’ancora di salvezza sembra essere una delle inservienti, che a differenza dei ricchi passeggeri sa come sopravvivere in un ambiente così inospitale.

    Östlund si diverte a creare situazioni in cui i suoi personaggi sono in difficoltà: «Three different chessboards in which I play with the characters», dice. Quasi come un Bobby Fisher della sceneggiatura, il regista crea disposizioni in cui i ricchi protagonisti del suo film, messi davanti a complicate questioni morali, devono mettersi in gioco, devono pensare e decidere per loro stessi. «I like to see humans fail […]. My films are my little sociology experiments» dichiara nella stessa intervista. Non c’è gusto nella semplicità: la celluloide deve essere impregnata di dilemmi morali.

    Sono dichiarazioni abbastanza forti quelle del regista, ed il film effettivo non sempre riesce a reggere il confronto con quello nella mente di Östlund. Certo è che non mancano le trovate interessanti, nonostante la pellicola perda man mano verve satirica ed alle volte rimanga impigliata in scene protratte più del dovuto. Forse grazie anche alla propria prolissità, ciò che Triangle of sadness vuole fare risulta abbastanza chiaro: capovolgere le dinamiche di potere e vedere come i suoi personaggi si comporterebbero se il loro status cambiasse radicalmente. Partendo dall’industria della moda, un mondo dove le donne guadagnano più degli uomini, per finire in un’isola deserta, dove il capitano della banda di sopravvissuti è una semplice inserviente. Al netto di una fotografia non particolarmente ispirata e di una durata sicuramente eccessiva, la pellicola riesce comunque a strappare qualche sorriso allo spettatore e magari anche a farlo riflettere, osservando come la bellezza sia usata, in mancanza di soldi, come una vera e propria valuta, e come ciò che rende le persone più o meno crudeli, più o meno prevaricatrici, non sia altro che il potere.

    Insomma, seppur Östlund protragga la riflessione più del dovuto, lo fa con un certo stile e con diversi spunti, per quanto, forse, abbia la strana e peculiare dote di prendere una posizione che può sembrare essere, in linea di massima, sempre d’accordo con quella dello spettatore.

    A cura di Francesco Colombo

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