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  • C’eravamo tanto amati

    C’eravamo tanto amati

    C’eravamo tanto amati: a volte ritornano

    «Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano» cantava Venditti in una delle sue canzoni più famose che, se volessimo renderla ideale manifesto del film di Scola del 1974, potrebbe intitolarsi invece Amici sempre. C’eravamo tanto amati non è, infatti, una storia
    d’amore tra due personaggi, ma una storia d’amicizia e di rimpianti, un inno all’Italia che cambia dopo la guerra e una pura celebrazione del cinema come possibilità di salvezza.

    Ci sono Antonio, Gianni e Nicola, tre amici ex-partigiani ed estremamente diversi tra loro, e c’èLuciana, indecisa tra tre possibilità, tre futuri alternativi con ognuno di essi. È difficile scrivere qualcosa di nuovo su un capolavoro così significativo e rappresentativo della storia del cinema italiano, sul quale si sono espressi innumerevoli critici e testate specializzate. Guardare oggi, però, nel 2023, un film del genere fa quasi lo stesso effetto di ascoltare la canzone di Venditti sopracitata: una nostalgia per qualcosa che non si è vissuto, un misto di tristezza e desiderio per i tempi andati, il mistero e la resa verso qualcosa che non tornerà.

    Gli stessi personaggi provano continuamente questi sentimenti, mentre li guardiamo invecchiare e farsi cambiare dalle circostanze e dalla società: confessano i loro pensieri e passioni nascoste in un tempo sospeso, come nell’opera teatrale Strano interludio a cui assistiamo all’inizio, si rifugiano in set cinematografici reali o immaginari, “lasciano o raddoppiano” quotidianamente con Mike Bongiorno in sottofondo, si ritrovano dopo anni solo per poi lasciarsi di nuovo.

    Il finale è infatti la parte più sorprendente del racconto, lo scontro definitivo con la realtà che si cercava di allontanare. Una sera Gianni e Nicola rincontrano dopo 25 anni Luciana, ora sposata con Antonio, fuori da una scuola elementare dove tante famiglie si sono riunite per protestare chiedendo il diritto all’istruzione (non più il cinema come scuola, ma la scuola reale, quella vera).
    Qui Gianni confessa alla donna, senza alcun tempo sospeso né silenzio drammatico né illuminazione teatrale, di non aver mai smesso di amarla in tutti gli anni che hanno trascorso lontani.

    Ma lei, invecchiata e disillusa, lei che voleva fare l’attrice sul set de La dolce vita, non crede più ai grandi amori, alle storie immaginarie, alle favole del cinematografo; gli dice che sono cose passate, che è spostata con dei figli ora. Alla fine di tutto, soltanto Gianni, che può permetterselo, si tuffa nella piscina della sua villa da milionario e può continuare a vivere nel passato perché il presente non gli crea problemi, mentre tutti gli altri si allontanano in un boh collettivo, una conclusione ambigua, semplice ma aperta verso il futuro.

    A cura di Emma Onesti

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  • Amanda

    Amanda

    La missione di Amanda

    Amanda ha venticinque anni, tante cose da dire e nessuno con cui parlarne. Vorrebbe avere un’amica, un fidanzato o entrambe le cose, ma di amici non ne ha mai avuti e l’unico ragazzo a cui si sia avvicinata è rimasto un what if, una possibilità remota di felicità bloccatasi ad uno scambio furtivo di sguardi. Tornata in Italia da Parigi al termine degli studi universitari, Amanda passa le giornate a non fare niente perché «troppo impegnata a non fare niente», come le rimprovera la madre: le sue uniche attività si limitano al passeggiare tra i campi sperduti della campagna e a trovare un cavallo che ricorda lontanamente Zietto di Pippi Calzelunghe. Lontana dalla tradizionale eleganza della casa di famiglia, la ragazza vive in uno spoglio monolocale. L’unica sua confidente è la governante e quando il loro rapporto verrà vietato dalla madre (desiderosa che la figlia trovi un amico della sua età) Amanda proverà a riallacciare i rapporti con Rebecca, misantropa ed agorafobica coetanea, figlia di un’amica di famiglia.

    Gli adulti, agli occhi di Amanda, sono tutti apatici: troppo lontani da lei, risultano incomprensibili sia negli atteggiamenti sia nel linguaggio. Sui genitori inizialmente addossa tutte le colpe della sua attuale situazione: il lavoro che le hanno offerto non fa al caso suo ed il motivo per cui mancano coetanee nella sua vita risale al trasferimento della famiglia in un’altra città, quando Amanda era ancora una bambina.

    Amanda non è cortese: è irriverente, pungente, sputa sentenze senza rendersi conto che non è l’unica ad essere sola. La madre, la sorella, Rebecca e perfino la nipote di otto anni sono tutte creature immensamente infelici, pianeti lontani anni luce tra di loro che cercano di andare avanti con la vita, negando in parte i propri problemi. Un primo passo verso una maggiore comprensione dell’esistenza dei drammi altrui arriverà tramite l’incontro con Rebecca, prima brillante atleta, ora chiusa nella sua stanza da più di un anno: Amanda (dopo un iniziale conflitto) si atteggerà ad eroina e proverà a salvarla. Impareranno, insieme, a fare tutte quelle cose cui hanno rinunciato troppo a lungo: giocare a beer pong o far scoppiare i petardi saranno dunque non soltanto delle attività da semplici ventenni, ma la conquista di una dimensione di normalità che nessuna delle due, senza l’altra, avrebbe mai raggiunto se non parzialmente.

    L’universo maschile, tuttavia, resta ancora un dilemma per Amanda: suo padre, da una parte, è quasi inesistente e non ha altri ruoli se non quello di spettatore delle grottesche discussioni delle donne di famiglia durante le cene in villa; dall’altra, Amanda non è in grado di comunicare con il ragazzo a cui è interessata perché incapace di comprenderne gli atteggiamenti.

    In una storia raccontata tra le decorazioni rococò di decadenti ville borghesi, fabbriche abbandonate sedi di rave di musica techno e l’impersonale cemento delle case di design, la scelta delle ambientazioni esprime nel mondo esterno ciò che caratterizza i personaggi più intimamente: Amanda vaga a lungo in campagna come vaga nella vita, senza sapere dove andare o cosa fare nel tragitto dalla raffinata casa di famiglia al suo angusto appartamento; Rebecca è invece chiusa in una grigia scatola di cemento che Viola, sua madre, tenta di colorare attraverso costosi quadri d’arte contemporanea.

    Con uno sguardo – e non solo uno – all’estero (innumerevoli sono i rimandi alla cinematografia d’oltreoceano e non), Carolina Cavalli esordisce come regista al 79esimo Festival di Venezia con un film quasi completamente al femminile, alternando luci al neon a tinte calde, battute graffianti a confessioni che fanno capire che, dopo tutto, Amanda non è poi così scontrosa come vuole sembrare. Dopo alcune sceneggiature per serie TV e miniserie, Cavalli osa nel suo primo lungometraggio ponendo di fronte alla telecamera un personaggio decisamente fuori dalle righe.

    L’originalità di Amanda sta nella sua grottesca comicità, nelle sue atmosfere da western miste a commedia, con sfumature di dramma esistenziale unito ai tratti tipici delle storie di formazione. Gli adulti, inizialmente apatici, assumono via via più sfaccettature, escono dal piattume in cui erano reclusi e crescono con Amanda, che oltre a guadagnare un’amica riesce a comunicare con la madre e la sorella e, finalmente, a trovare il suo posto nel mondo.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

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  • Triangle of Sadness

    Triangle of Sadness

    Triangle of sadness: “beauty as a currency”

    Dopo aver vinto due Palme d’oro per due film consecutivi, Ruben Östlund sbarca agli Oscar con ben tre nomination per il suo esordio in lingua inglese: Triangle of sadness. Un’opera che, come molti hanno fatto notare, riesce stranamente a piacere all’élite, vista sia la vittoria a Cannes che gli ingenti finanziamenti in fase di produzione, nonostante la prenda in giro per tutta la sua durata. Che l’opera di Östlund sia forse più reazionaria di quel che appare? «That’s the good thing about capitalism», dice Östlund in un’intervista sul podcast Q with Tom Power, «as long as they think they can profit from it, they will finance any ideology».

    La pellicola è divisa in tre atti, il cui filo conduttore sono i due protagonisti, Carl e Yaya, entrambi modelli/influencer. Triangle of sadness si apre con una cena romantica tra i due, durante la quale nasce una litigata su chi dovrebbe pagare il conto; il secondo atto è invece ambientato su uno yacht, dove i ragazzi, in cambio della pubblicità social, prendono parte ad una crociera assieme a dei ricchi imprenditori. In mezzo a milionari ed altri personaggi grotteschi, che spaziano dal venditore di fertilizzanti a quello di armi, il capitano, che si dichiara apertamente marxista, decide di tenere una cena durante una notte di mare mosso, che poi sfocia in tempesta. Gran parte dei passeggeri si sente male, e la mattina, quanto la tempesta sembra cessata, una nave di pirati assale lo yacht, facendolo affondare. I superstiti, allora, si trovano sperduti su un’isola apparentemente deserta, dove l’ancora di salvezza sembra essere una delle inservienti, che a differenza dei ricchi passeggeri sa come sopravvivere in un ambiente così inospitale.

    Östlund si diverte a creare situazioni in cui i suoi personaggi sono in difficoltà: «Three different chessboards in which I play with the characters», dice. Quasi come un Bobby Fisher della sceneggiatura, il regista crea disposizioni in cui i ricchi protagonisti del suo film, messi davanti a complicate questioni morali, devono mettersi in gioco, devono pensare e decidere per loro stessi. «I like to see humans fail […]. My films are my little sociology experiments» dichiara nella stessa intervista. Non c’è gusto nella semplicità: la celluloide deve essere impregnata di dilemmi morali.

    Sono dichiarazioni abbastanza forti quelle del regista, ed il film effettivo non sempre riesce a reggere il confronto con quello nella mente di Östlund. Certo è che non mancano le trovate interessanti, nonostante la pellicola perda man mano verve satirica ed alle volte rimanga impigliata in scene protratte più del dovuto. Forse grazie anche alla propria prolissità, ciò che Triangle of sadness vuole fare risulta abbastanza chiaro: capovolgere le dinamiche di potere e vedere come i suoi personaggi si comporterebbero se il loro status cambiasse radicalmente. Partendo dall’industria della moda, un mondo dove le donne guadagnano più degli uomini, per finire in un’isola deserta, dove il capitano della banda di sopravvissuti è una semplice inserviente. Al netto di una fotografia non particolarmente ispirata e di una durata sicuramente eccessiva, la pellicola riesce comunque a strappare qualche sorriso allo spettatore e magari anche a farlo riflettere, osservando come la bellezza sia usata, in mancanza di soldi, come una vera e propria valuta, e come ciò che rende le persone più o meno crudeli, più o meno prevaricatrici, non sia altro che il potere.

    Insomma, seppur Östlund protragga la riflessione più del dovuto, lo fa con un certo stile e con diversi spunti, per quanto, forse, abbia la strana e peculiare dote di prendere una posizione che può sembrare essere, in linea di massima, sempre d’accordo con quella dello spettatore.

    A cura di Francesco Colombo

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  • Everything Everywhere All At Once

    Everything Everywhere All At Once

    Everything Everywhere All At Once: la simultaneità come esperienza ordinaria

    La simultaneità è un’esperienza a cui oggi siamo sempre più abituati: fruire spazi e tempi distanti dal nostro mentre sediamo comodi nelle nostre case sembra una possibilità intrinseca al nostro mondo globalizzato. Il filosofo Marc Augè lo definirebbe «Villaggio Globale»: una dimensione raccolta e limitata, capace però di contenere nella sua piccolezza il mondo intero, atrofizzando tempi e distanze. Con il proliferare di account, ID, e avatar possiamo moltiplicarci e trasporci in surrogati potenzialmente infiniti della nostra identità e, soprattutto, farlo contemporaneamente allo svolgersi della nostra vita corporea. Insomma, possiamo essere tutto, ovunque e ed esserlo tutto in una volta.

    Sembra partire dai sintomi della nostra attualità, l’irresistibile delirio narrativo di Everything, Everywhere, All at Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert, che, con undici candidature, guida la lista di opere in lizza per la novantacinquesima cerimonia degli Oscar. La protagonista Evelyn è la proprietaria di una lavanderia a gettoni, costretta a barcamenarsi tra mille problematiche familiari, lavorative ed economiche: il rapporto teso con la figlia della quale non accetta l’omosessualità, quello ormai stinto e annacquato col marito sbadato e inconcludente, ma soprattutto i tanti debiti della loro attività commerciale, personificati dall’addetta al fisco, interpretata da una Jamie Lee Curtis inedita. Questa trama realista e scanzonatamente disperata viene interrotta dal multi-verso, un affastellamento di realtà spazio-temporali parallele proprio come quelle in cui viaggiano Doctor Strange e l’ultimo Spider-man, qui ad uso borghese, in un ufficio adibito al fisco e alla contabilità.

    Da qui, la vita dei personaggi si rifrange in infinite varianti potenziali intrecciate le une con le altre, in un provocatorio gioco di divaricazione narrativa che muove lo spettatore in una molteplicità di “quadri” citazionisti differenti. Come Denis Levant in Holy Motors (Carax, 2012), Michelle Yeoh è una e al contempo tantissime individualità. Architrave espressiva di tutto il film, l’attrice condensa nella sua interpretazione – credibile sia nel versante drammatico, sia nell’agonismo delle parti action – tutte le peculiarità del film: la capacità di avvicinare l’attualissimo immaginario virtuale alle problematiche di tutti i giorni, l’ordinario al visionario, l’abitudine all’immaginazione evasiva. Così, il multi-verso di Everything, Everywhere, All at once diventa un modo per fuggire dalla realtà e dai suoi problemi, ma anche uno strumento per risolverli, come a dire che a tutto c’è una soluzione, a patto che si riesca a cambiare prospettiva sulle cose.

    Raccordi tematici e formali uniscono una linea narrativa all’altra, mescolano e dissacrano i generi – dalla tradizione del melò familiare hongkongese alla commedia demenziale –, scardinano le gerarchie, i rapporti di forza e la caratterizzazione dei personaggi, delineando un inno alla complessità del reale, che, nonostante le tinte avveniristiche e inquietanti, risulta tenero e confortante nel suo tenere al centro il dato umano ed emotivo.

    L’espediente del multi-verso e la sua conseguente orchestrazione di spazi e tempi diversi traspongono in chiave pop la rifrazione identitaria a cui ogni giorno ci sottoponiamo e forse profetizzano un futuro più vicino di quanto crediamo.

    Nonostante la natura centrifuga, eccessiva, sfuggente di questa matrioska di realtà concentriche eppure indipendenti, Everything, Everywhere, All at once è un film solidamente unito da un montaggio armonico, coreografico come le leggiadre battaglie di Kung Fu tra Yeoh e Lee Curtis. L’essere umano frammentato può portarsi in salvo a patto che conservi il senso del suo legame intimo con il reale, sebbene questo sia sempre più caotico, difficile, rutilante.

    A cura di Matteo Bonfiglioli

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  • Licorice Pizza

    Licorice Pizza

    Licorice Pizza o C’era un’altra volta a… Hollywood

    Los Angeles, 1973. La venticinquenne Alana Kane (Alana Haim) lavora per la giornata come assistente fotografa in un liceo della valle di San Fernando. Tra i tanti studenti presenti per la foto dell’annuario, le si avvicina il quindicenne Gary Valentine (Cooper Hoffman), attore bambino di successo, che si invaghisce immediatamente di lei. I “tira e molla” di questo incontro-scontro generazionale si riflettono sullo sfondo di una LA in crisi energetica, tra le alienanti vite delle stardi Hollywood e i sogni di gloria della gente comune.

    La produzione di un film autobiografico sembra sempre più un passaggio ricorrente per moltissimi autori. Solo a dicembre 2022 è uscito Bardo, di Alejandro Inarritu, e si aspetta The Fabelmans, di Spielberg. Negli ultimi anni questi progetti abbondano: basterebbe citare È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino; il Belfast di Branagh o Roma, di Alfonso Cuaron – anche se si tratta di una pellicola non prettamente meta-cinematografica. Un film in particolare monopolizza l’immaginario moderno di film autobiografici sulla settima arte: C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. La nostalgica visione di Tarantino per la Los Angeles di fine anni ’60 sembra oscurare dietro le sue immense figure quasi tutti i film di questo filone, ed in particolare proprio Licorice Pizza. La pellicola di Anderson soffre probabilmente la vicinanza tematica e temporale sia in termini di uscita nelle sale, sia in termini di ambientazione, nonostante si tratti di due film che lavorano con metodi opposti e mostrini due volti della “città delle stelle” agli antipodi.

    Quando nel marzo del 2022 il pubblico è entrato in sala per gustare l’opera di Anderson, tutti avevano in mente – chi più, chi meno – la prospettiva che Tarantino aveva definito per la sua New Hollywood. La Los Angeles proposta utilizzava al meglio il concetto di moderno fantasy: un mondo costruito ad hoc per essere pura attrazione, popolato da stelle le cui personalità larger than life si stagliano su fondali titanici ma desolati, nei quali non c’è spazio per i pesci piccoli, che finiscono per subire le conseguenze della selezione naturale. È il luna park di Tarantino: un luogo in cui andare a caccia di citazioni e nuova epica da raccontare. È dunque lecito per il suo autore chiudercisi e lasciare allo spettatore solo la possibilità di assistere come visitatore temporaneo, in un universo troppo grande per lui.

    La Los Angeles di Anderson è andata avanti. Non solo perché ci troviamo cronologicamente quattro anni più avanti rispetto a Tarantino; ma anche perché l’aria fiabesca che si respirava nel film precedente si è infranta con la morte di Sharon Tate, che qui è avvenuta veramente. La sua tragica fine sembra aver demolito i monumenti del cinema delle icone, per lasciare nuovamente spazio ai cittadini di tutti i giorni. La città in cui si muovono Gary e Alana è decisamente più a misura d’uomo – forse anche per la “grandezza” anagrafica dei due protagonisti – ma ugualmente frenetica. Le nostre nuove “icone” si destreggiano tra svago e progetti imprenditoriali (un po’ azzardati), in un tour de force che ricorda veramente la magica ma convulsa routine dei divi che paradossalmente sembrano “non lavorare mai”.

    Gary è un attore bambino che si sente il re della città, e Alana è un perfetto esempio di aspirante american dream, pronta a tutto per sfondare nel mondo del cinema. Nonostante la routine dei personaggi si adegui perfettamente alle rispettive ambizioni, anche il cinema subisce la riduzione in scala del loro mondo. Il vero punto di svolta e di interesse del film è la posizione di Alana e Gary rispetto ai loro sogni: la Hollywood a cui aspirano non è poi così vicina, anche topograficamente parlando. Il personaggio di Cooper Hoffman è palesemente troppo cresciuto per le parti che ricerca; Alana ha uno spiacevole incontro con la star Jack Holden (Sean Penn), che le mostra come la vita di un idolo possa essere così meschina, autoreferenziale, e un po’ patetica. Ecco allora che il mondo che ci aspettavamo di trovare si defila progressivamente, portando i protagonisti a sedersi in platea con noi, e noi a prendere il loro posto. Con Jon Peters (Bradley Cooper) si tocca l’apoteosi: la distruzione della sua macchina è l’accettazione di un mondo hollywoodiano troppo lontano, e la consapevolezza – forse l’unica offerta ai protagonisti – di poter fare a meno di una partecipazione attiva. P. T. Anderson lavora per sottrazione, coinvolgendo gli spettatori in sala ad assecondare la posizione di Gary e Alana, ai quali viene negato il cinema dei grandi eventi, il cui posto viene preso dalla quotidianità.

    La capacità di trattare una storia semplice si avverte nella gestione della profondità umana e caratteriale dei propri personaggi, da sempre cavallo di battaglia di Anderson. Le vite “da spettatori” dei protagonisti si intrecciano in un valzer che li vede scambiarsi più volte i ruoli, raccontando una relazione che ha dell’inedito, sui fondali di una Los Angeles atipica. Se il luogo del cinema di Tarantino è quello dell’intimità autoriale ed è un tentativo nevrotico di tenere insieme i pezzi della sua utopia, Anderson presenta in maniera più semplice e distesa i luoghi e le atmosfere della sua infanzia, in una lettera d’amore non tanto al cinema ma a sé come spettatore e a noi come tali, senza risultare meno sontuoso del collega.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • Il grande caldo

    Il grande caldo

    La città degli sfigati

    Siamo tutti degli sfigati e questo lungometraggio romano ci tiene a ricordarcelo. Studenti che non fanno nulla se non crogiolarsi al sole, bere birre dissetanti e parlare di quanto non sappiano approcciare con le ragazze. L’atmosfera è quella paradossalmente del successivo Chiamami con il tuo nome di Luca Guadagnino (e uno dei protagonisti somiglia anche a Timothée Chalamet): estetica saturata che trasuda afa, provincia, campagna, noia. L’estate di quelli che rimangono a casa, che non possono permettersi una vacanza ad Ibiza o Formentera o, semplicemente, che rimandano sempre il giorno in cui prenotare. Ci si illude che si faranno cose, che ci si organizzerà, che ci si divertirà nei soliti posti con la solita gente (ma che d’estate diventano magicamente più attraenti) e poi si finisce a passare le serate a maledire il giorno in cui non si è deciso il da farsi. Finché non arriva un angelo (che in questo caso prende il nome di Ludo) e zittisce l’ennesimo «che palle regà» della giornata. Si gira un film! E i protagonisti sono proprio i sei amici sfigati che si ritrovano catapultati in un’avventura fuori programma (e anche fuori porta). Uno di loro si innamora pure (e tutti gli altri segretamente lo invidiano perché lui ce l’ha fatta e loro no), ma lei è francese e snob e non lo calcola (è tornato lo sfigato di prima, evviva). Il film però c’è, è pronto e sembra pure carino: una storia d’amore fra il nostro Chalamet e la bella francesina che, a differenza della realtà, finisce bene. Se non fosse che i rullini su cui hanno girato siano inutilizzabili e assieme alla possibilità di poter dire «non abbiamo fatto nulla quest’estate, ma almeno abbiamo fatto qualcosa», svanisce anche la possibilità dell’amico di Ludo di provarci con lei dato che era stato proprio lui a recuperare i rullini incriminati. Insomma, la parabola degli sfigati: ad un certo punto si accende una luce, ma è solo la spia della benzina. Grazie Checco Zalone, santo patrono di tutti gli sfigati.

    Nove anni di lavorazione perché, a detta dei registi, governava la pigrizia. In realtà il film è scritto e diretto in maniera impeccabile: girato con la reflex (che dona quell’aria di indi(e)pendent movie) e poco improvvisato (nonostante la provenienza dalla scena della stand-up comedy italiana di alcuni degli attori/registi), è l’esatto opposto del prodotto che i protagonisti tentano di portare a termine nella finzione. Quello che ne viene fuori è un film vero, semplice, ma in cui chiunque ha la possibilità di riconoscersi. Il linguaggio è quello dei giovani (come direbbero i boomers): un po’ di «fra’» e «zi’» qua e là e bestemmie annesse. D’altronde passare l’estate ad annoiarsi nella rovente capitale non aiuta.

    E poi c’è lei: Roma. La vera protagonista di tutto il film. Sembra essere un semplice fondale scenografico, eppure emergono dirompenti tutti quei luoghi che la rendono unica. Non quelli de La Grande Bellezza (derisa dagli sfigati in una scena del film), bensì quelli semplici che tutti i romani possono chiamare “casa”: il Bar San Calisto a Trastevere, il Bar dei Brutti a San Lorenzo, la spiaggia di Capocotta a Ostia. Tutti posti marci dove si incontrano artisti, fattoni, rapper di quartiere perché i drink costano poco e si può fare un po’ di casino. Poi ci sono anche i grandi monumenti della Roma più turistica, come Trinità dei Monti o il cosiddetto Colosseo quadrato nel quartiere Eur con il quale si chiude l’ultima scena del film, in un’atmosfera quasi surreale dove dominano i colori pastello dell’alba. Non la Roma del potere o del grande cinema, ma quella degli studenti che cercano uno svago temporaneo per sopperire alla monotonia delle loro vite. «Del resto, non credo che ci sia qualcuno, in un luogo grande e complesso come Roma, che possa avere un’interpretazione ultima e definitiva della città. Pensiamo a Fellini e Pasolini. I due artisti arrivano a Roma dall’Emilia Romagna in due periodi diversi, uno gira La dolce vita e l’altro Accattone. Pur essendo contemporanei, hanno due modi differenti di sentire la stessa città», dice Nicola Lagioia, autore del romanzo La città dei vivi, a proposito della città eterna. Insomma, una città sfaccettata e più complessa che mai: la città del Papa ma anche dell’ultimo degli sfigati.

    A cura di Gloria Sanzogni

     

     

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  • Il presidente del Borgorosso Football Club: un ritratto esasperato del calcio di provincia

    Il presidente del Borgorosso Football Club: un ritratto esasperato del calcio di provincia

    Il presidente del Borgorosso Football Club:

    Il calcio, pur essendo lo sport più seguito al mondo, non ha una gran tradizione cinematografica: sono poche, infatti, le pellicole degne di nota sul mondo del pallone, come Fuga per a vittoria, la trilogia Goal!, oppure i nostrani l’Allenatore nel palloneIl campione e L’uomo in più, diretto da Paolo Sorrentino. In questo filone, se così lo si può chiamare (variando dal comico al drammatico, passando per l’autoriale), si colloca Il presidente del Borgorosso Football Club, pellicola del 1970 diretta da Luigi Filippo D’Amico.

    Il film è ambientato nel fittizio paesino di Borgorosso, le cui strade sono in realtà quelle di Lugo e di Bagnacavallo, dove un funzionario del Vaticano interpretato da Alberto Sordi, tale Benito Fornaciari, riceve in eredità dal padre la squadra cittadina, che è ad una vittoria dall’approdo in serie D. Benito, tutt’altro che appassionato di calcio, inizia l’esperienza presidenziale col piede sbagliato: il Borgorosso perde e deve salutare il sogno promozione. Quando la sua squadra verrà ripescata, il presidente dovrà ricostruirla con grandi investimenti, cercando di riconquistare il favore della folla, e finendo per rimanere anch’egli preso dalla loro passione per il bel giuoco.

    L’opera è una commedia con poche pretese che tuttavia riesce spesso a strappare qualche sorriso. Nonostante le premesse, vi sono due aspetti de Il presidente del Borgorosso Football Club degni di essere approfonditi. Il primo è in realtà quasi scontato. Rimanendo in ambito calcistico, si dice spesso che «un giocatore non ti vince le partite da solo», tuttavia avere un top player in rosa può aiutare: in quello che è un film in generale alquanto mediocre, Alberto Sordi riesce, al netto della sceneggiatura, a rendersi memorabile nei panni di Benito Fornaciari, catturando l’essenza del presidente di una squadra di categoria inferiore, del cosiddetto «calcio di provincia», che ha dedicato corpo e anima a qualcosa, come una squadra di calcio, che ai più tutto questo sacrificio non lo vale. Così, seppur con intento parodistico, Il presidente del Borgorosso Football Club porta in scena diversi personaggi che chi ha militato nei campi meno blasonati ha sicuramente incontrato: l’allenatore luminare che vuole «la revolución calcistica», il calciatore sempre fuori forma con la fama da fenomeno, i tifosi che si improvvisano tecnici della nazionale e così via.

    Ed è proprio questo il secondo aspetto del film da considerare, ossia la sua capacità, nonostante sia una commedia molto leggera, di rappresentare la realtà. Il presidente del Borgorosso Football Club è un ritratto esasperato del calcio di provincia, con i suoi soggetti e le sue stranezze. Si potrebbe argomentare che ogni commedia prende necessariamente spunto dalla realtà, tuttavia ciò che sorprende dell’opera in questione è la sua efficacia coniugata alla sua leggerezza: in un’epoca come la nostra dove la commedia leggera è completamente distaccata dalla realtà, a volte ambientata su Marte, è interessante vedere un esempio contrario.

    In conclusione, Il presidente del Borgorosso Football club è un film senza alcuna pretesa, che tuttavia riesce nell’intento di far ridere gli spettatori grazie all’interpretazione di Alberto Sordi, ma anche di fargli vivere, seppur tramite il filtro della parodia, il calcio di provincia. Poi certo, vedere “Albertone” gridare a squarciagola sugli spalti del Muccinelli di Lugo fa un suo effetto.

    A cura di Francesco Colombo

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  • La donna elettrica (Kona fer í stríð)

    La donna elettrica (Kona fer í stríð)

    Per un bene superiore

    L’Islanda contemporanea è una terra unica, inondata dal verde e dalla bellezza della sua morfologia naturale, ma anche sede di numerose fabbriche. Una gran vantaggio per il lavoro, una grave minaccia per il territorio che sta diventando terribilmente ordinario: l’emergenza è reale e incombente perché alcune industrie, dopo averne rovinato irrimediabilmente la bellezza, minano ora noi, la nostra salute e il futuro dei nostri figli in Islanda e non solo. A questo punto, senza dubbi, si può riconoscere un qualcosa di vagamente e tragicamente attuale in questo scenario: Erlingsson lo sa bene e lo porta sul grande schermo con una pellicola che fa degli sguardi e del corpo dell’eroina-ecoterrorista Halla il suo vero fulcro.

    Halla è una donna sulla cinquantina, direttrice di coro a Reykjavik e nel tempo libero sabotatrice dei fili elettrici che portano energia elettrica alle fabbriche siderurgiche islandesi. Da tempo le autorità cercano il responsabile di questi atti: è per questo che Halla agisce con estrema cautela, conosce perfettamente la sua terra e sa dove le insenature e le rocce possono nasconderla quando è in fuga. Perchè fare tutto questo? Il motivo è semplice: salvare la sua terra da una distruzione prossima.

    Le cose cambiano all’improvviso quando l’ufficio adozioni le comunica che la domanda fatta anni prima è andata a buon fine: diventerà madre di Nika, una bambina Ucraina. Si impone una scelta: non può essere ricercata dai servizi segreti dello Stato rischiando l’arresto e allo stesso tempo dare serenità a una bimba di cinque anni. Che fare dunque? Lo scontro tra interessi pubblici e privati è al centro del dialogo con la sorella, la decisione è presa: diventerà madre. Non prima, però, di aver scritto una dichiarazione, firmata La donna elettrica, in cui rivela di essere l’unica responsabile dei fatti allertando tutti i concittadini sul pericolo a cui stanno andando incontro ed ecco che, in una delle scene più potenti del film, lancia la dichiarazione dal tetto della sua scuola di canto, facendo piovere dall’alto il suo manifesto e la sua condanna.

    Con ironia e sapienza Benedikt Erlingsson ci accompagna alla scoperta di Halla e della sua missione: un sestetto musicale – fisicamente presente in scena – impersona e recita con impeccabile efficienza i suoi pensieri, le sue paure e le sue gioie. E questi ci lasciano inevitabilmente con l’amaro in bocca: va bene salvare il mondo, ma come? Qual è il bene per cui vale la pena lottare e rischiare e quali sono i limiti che non si possono valicare per raggiungerlo? O, per citare Battisti, come può uno scoglio arginare il mare? Tra i colori, i gesti e le parole di questa pellicola che senza prendersi troppo sul serio riesce a veicolare un importante messaggio, capiamo che forse il consiglio del regista è proprio quello di essere scogli: ognuno sia semplicemente lo scoglio che deve e vuole essere, senza riserve, senza paure e sapendo scendere a compromessi con la corrente che come sappiamo non si può controllare. E infatti, alla fine del film, vedremo il commovente incontro tra Halla e Nika, trale le acque di un’inondazione incapace di fermarle.

    A cura di Agnese Graziani

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  • Alice e il sindaco (Alice et le maire)

    Alice e il sindaco (Alice et le maire)

    Diversamente

    Cosa possono fare insieme un convinto sindaco progressista senza idee ed una giovane brillante persa nei meandri della sua vita? In cosa la diversità portata al suo estremo è fonte di vera ricchezza?  Difficile da immaginare, ma Nicolas Pariser una risposta a questa domanda ce l’ha e la urla silenziosamente tra le sequenze di questa pellicola.

    Alice e il sindaco viaggiano su binari paralleli: i loro caratteri sono agli antipodi, le loro abitudini sono tutto fuor che simili e si trovano in punti della vita diametralmente opposti. Un giorno, nella Lione a noi coeva, in prossimità delle elezioni, i loro viaggi si incontrano: Paul Therneau, il sindaco, è in crisi perché non ha più idee. Ne avute per oltre trent’anni, sempre nuove, a volte addirittura troppe, ed ora il grande nulla incombe su di lui. Per un primo cittadino progressista non avere idee non è esattamente la più efficace delle strategie di campagna elettorale ed è proprio per questo che viene assunta Alice, il cui compito è esattamente quello di risvegliare l’inventiva del sindaco.

    Alice ha studiato Lettere ed inizia a scrivere per il sindaco alcune note di natura filosofica: è così che Paul vuole uscire da questa blocco, tramite la filosofia. Gli spettatori imparano a conoscerlo con e attraverso Alice: la prima impressione è quella di un uomo stanco e disinteressato al suo lavoro, ma a questo quadro superficiale si aggiungono poco alla volta tanti piccoli tasselli che formano un’immagine personale di Paul Therneau, prima che del sindaco di Lione. La presenza di Alice dà i frutti sperati, ormai il duo è inseparabile ed efficiente, la macchina municipale riparte. È in questo momento che spicca in la diversità di Alice non solo rispetto al sindaco, e si è già detto come, ma anche rispetto ai colleghi di pari grado: è diversa per la sua mentalità e la sua tranquillità in ogni momento; è diversa per i vestiti che porta. Il blu dei colleghi, quasi fosse una divisa o un simbolo, è in netto contrasto con le camicette colorate e i jeans che vediamo indossare da Alice per tutta la durata del film. Alice è insomma diversa e non ha paura di ammetterlo; ha idee diverse e le espone senza remore, spicca senza imporsi, parla senza urlare, scrive senza strafare. È brillante, come si diceva all’inizio, ma comunque spaesata, persa. Il rapporto con il sindaco, che sarà sempre professionalmente più stretto, la aiuterà a far luce sul suo futuro; la diversità di Alice lo aiuterà a far luce sulle sue idee. È un rapporto di simbiosi, di reciproco aiuto.

    Ma tornando sulla domanda posta all’inizio: in cosa la diversità è fonte di ricchezza? Come diceva John Stuart Mill, la diversità e la pluralità sono le basi della libertà. Ed è dalla libertà che nascono le idee. Perciò, è la diversità che nutre il pensiero di Paul, l’esperienza di Alice e le idee del mondo.

    A cura di Agnese Graziani

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  • Machan – La vera storia di una falsa squadra

    Machan – La vera storia di una falsa squadra

    Machan: la partita della vita

    Ventitré giocatori di una squadra che non esiste, l’emigrazione, le scelte difficili: Uberto Pasolini mette in campo un fatto di cronaca realmente accaduto nel 2004 analizzandolo attraverso temi psicologici e sociali, con uno sguardo da docufilm.

    La povertà e la disoccupazione spingono i protagonisti a lasciare il proprio Paese, lo Sri Lanka, per cercare migliori opportunità e condizioni di vita. L’allontanamento dalle proprie radici diventa per alcuni una liberazione, per altri una perdita di identità. Il concetto stesso di identità è infatti il fulcro del film: la fatica di costruirsi un ruolo, di darsi un obiettivo e di trovare un luogo a cui appartenere, in senso fisico o metaforico.

    E quale luogo è migliore di uno spazio inventato, un gruppo, una squadra sportiva? Composta da un cameriere, un venditore di arance, un becchino, un truffatore e altri improbabili membri, nasce la nazionale di pallamano dello Sri Lanka con lo scopo di ottenere un visto per l’estero e una nuova prospettiva di vita. La regia riesce così ad affrontare tematiche importanti con la giusta ironia, senza melodrammi: un debutto che funziona bene e strappa un sorriso.

    Con uno stile essenziale e diretto, Pasolini (produttore di “Full Monty”) sceglie la via della leggerezza e dell’affetto verso i suoi personaggi che varcano confini e sono fiduciosi nel futuro, anche se più una volta ammettono che “sarebbe bello poter stare bene a casa nostra”. Non è sempre possibile, purtroppo, e questa storia ci lascia con una nota d’amarezza: la squadra si sfalda, l’identità si frammenta e parte in cerca di nuovi ruoli da assumere e nuovi confini da superare. E spesso, anche senza sapere le regole, bisognerà giocarsela ugualmente.

    A cura di Emma Onesti

     

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