Tag: Drammatico

  • E domani il mondo intero (Und morgen die ganze Welt)

    E domani il mondo intero (Und morgen die ganze Welt)

    E domani il mondo intero?

    La narrazione cinematografica si è spesso rifugiata nel cinema di genere per creare grandi metafore politiche: dall’horror alla fantascienza, moltissimi gli esempi possibili e tanti i capolavori assoluti. E domani il mondo intero invece non prende scorciatoie, muovendosi tra le crepe più profonde dell’Europa contemporanea. Quando si oltrepasserà il limite? Quando alcuni comportamenti non saranno più accettabili? Quando la violenza diventerà l’unica soluzione? Dal film emergono più domande che risposte (che comunque non mancano).

    La scelta del titolo Und morgen die ganze Welt è esplicita citazione di un verso della poesia Es zittern die morschen Knochen (Le ossa marce tremano) di Hans Baumann, scelta nel 1935 come inno dalla Reichsarbeitsdienst (forza armata ausiliaria della Germania Nazista). In particolare:

    Wir werden weiter marschieren / wenn alles in Scherben fällt / denn heute da hört uns Deutschland / und morgen die ganze Welt.

    Continueremo a marciare / quando tutto cade a pezzi / perché oggi la Germania ci sente / e domani il mondo intero.

    È come se Julia von Heinz volesse fin da subito gridare che c’è un mondo che sta cadendo a pezzi, che c’è una voce forte e non curante e che quella voce accompagna una marcia non intenzionata a fermarsi. È Luisa a percepire fino in fondo la portata di quella minaccia. All’inizio del film studia legge, anzi eccelle in quel campo che rende possibile una convivenza democratica. L’incontro con Batte la introduce nell’Antifa (Azione Antifascista), ma se dapprima partecipa pacificamente, non impiega molto a lasciarsi attrarre dal richiamo delle frange più violente. Nasce così la relazione con Alfa e Lenor che la vedono trasformare, azione dopo azione, in un’altra persona.

    Quello a cui assistiamo è un bildungsroman controcorrente, ma non per questo involutivo. Lo spettatore finisce inevitabilmente per prendere il punto di vista di Luisa, in un climax crescente che culmina tenendo letteralmente sotto tiro i nazisti. La visione ci induce a desiderare di fermare lo scempio, salvo poi, forse, farci venir voglia di sfogarsi, di prendere qualcosa e scaraventarla via. Anche il pubblico, quindi, è chiamato a un percorso di formazione che però, fortunatamente, avviene al sicuro, in quella palestra di emozioni che è il cinema.

    Un film realistico, ma non imparziale, dove è evidente l’intento di mostrarci la storia contemporanea e finzionale di un estremo contro l’altro. La violenza dilaga quotidianamente nelle strade e se le forti tensioni vengono ignorate, la deflagrazione appare inevitabile. Le famiglie, i cittadini, i lavoratori restano così fuori, inquadrati dall’esterno e protetti dalle finestre di una casa, dal legno di una staccionata o dal cemento delle colonne di un parcheggio.

    Ma la domanda continua ad essere se non ora, quando? Fortunatamente il tempo è ancora dalla nostra parte, gli scontri dopotutto sono ora solo “un palcoscenico per esibizionisti”. Questo non vuol dire che non sia importante riflettere, anche in maniera estrema. E perché allora non supportare un cinema esplicitamente politico? Perché non ritornare ad affrontare di petto le grandi contraddizioni del nostro tempo? L’operazione di Julia von Heinz non verrà certo ricordata per la maestria tecnica, ma dalla Germania l’allarme è chiaro: se domani il mondo intero?

    A cura di Silvia Santinami

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  • Armageddon Time

    Armageddon Time

    Armageddon Time: l’American dream non è per tutti

    New York, 1980. Paul Graff è un undicenne a cui le regole e la disciplina stanno troppo strette: disobbedisce ai genitori, si mette nei guai a scuola e non rispetta le consegne dei compiti assegnati dai docenti, preferendo dare sfogo alla sua creatività. La sua amicizia con un coetaneo afroamericano, Johnny Davis, sembra essere una delle poche cose in grado di dare un po’ di colore alla sua quotidianità, insieme all’affetto di suo nonno Aaron.

    Nonostante il suo comportamento non sempre giustificabile, non è difficile empatizzare o quantomeno provare compassione per un bambino come Paul, che sogna ad occhi aperti, che vuole sentirsi libero di scegliere la sua strada, che si ritrova a crescere molto prima di quanto desideri (un concetto efficacemente veicolato attraverso il montaggio, che ci catapulta da una scena a quella successiva ancor prima che i personaggi abbiano terminato di pronunciare le loro battute) e la cui indole artistica non trova supporto da parte dei genitori, i quali vogliono assicurarsi che il figlio intraprenda un percorso più sicuro verso l’idea di successo predicata dai Trump. Questo comporta un fardello non indifferente, ossia avere tra le mani il futuro a cui la sua famiglia aspira: «Tu e tuo fratello siete la mia unica speranza», dichiara la madre Esther.

    Nessuno, invece, ripone le stesse aspettative in Johnny. Il suo destino sembra essere già segnato dal suo percorso scolastico, disastroso di certo non per sua scelta. Nonostante ciò, per un po’ si ha l’illusione che Paul e Johnny abbiano più tratti in comune che differenze: sono entrambi facili bersagli del clima di intolleranza e discriminazione che regna in un’America pronta alla vittoria di Ronald Reagan, entrambi insofferenti verso chiunque rappresenti un’autorità, entrambi incompresi e desiderosi di fuggire verso un futuro ignoto che è comunque meno spaventoso di quello certo (persino il cosmo appare più allettante a Johnny di una Terra a cui sente di non poter appartenere). Impossibile non notare la somiglianza con Antoine e René ne I 400 colpi di François Truffaut, un richiamo che si fa ancora più esplicito quando Paul e Johnny rubano un computer per poterlo vendere e procurarsi così i soldi per andare in Florida.

    Ma dopo una serie di punizioni condivise, solo uno dei due finirà per pagare le conseguenze più gravi, perché l’unica vera differenza tra loro si rivela, agli occhi della società, la più grande di tutte: il colore della pelle. A lot of people won’t get no justice tonight, recita Armagideon Time dei Clash, che fa da apertura al film. E anche il padre di Paul riconosce che la discriminazione (di qualunque natura) sia profondamente ingiusta: dopotutto suo suocero ha alle spalle un passato di persecuzioni. Ma l’istinto di sopravvivenza prevale sull’indignazione: «Ho imparato molto tempo fa che bisogna essere grati quando qualcuno ti dà una mano». Paul ha un privilegio che a Johnny non sarà mai concesso: la possibilità di mimetizzarsi tra la folla. È sufficiente nascondere le origini del proprio cognome.

    Con la morte di Aaron, punto di riferimento morale che incoraggia il nipote a usare la voce contro l’ingiustizia, è come se se ne andasse anche il lato più coscienzioso degli Stati Uniti; inizia un nuovo capitolo della storia americana, dopo cui nulla sarà più come prima. L’Apocalisse.

    Armageddon Time è, nel complesso, un film capace di toccare molte corde, anche grazie alle performance di un cast stellare; tuttavia, al di là di un evidente senso di colpa e di un certo pessimismo, non è del tutto chiaro quale messaggio si proponga di trasmettere.

    A cura di Melissa Marsili

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  • Palm Trees and Power Lines

    Palm Trees and Power Lines

    Palm Trees and Power Lines: mai farsi dare un passaggio da uno sconosciuto

    Epitome del film indipendente, Palm Trees and Power Lines è stato presentato al Sundance Festival, dove ha vinto per la miglior regia. Opera prima della regista Jamie Dack, protagonista sconosciuta di una bravura incalcolabile, la pellicola ci comunica la sua indipendenza al primo fotogramma: siamo negli Stati Uniti, in una città non specificata che rimane al di fuori delle più grandi e delle più rinomate, e la protagonista, Lea, è una ragazza di soli diciassette anni, che sta affrontando proprio quel momento dell’adolescenza in cui ci si sente soli contro il mondo. Esce con gli amici, che non considera veramente tali, si esclude dalle conversazioni perché non la divertono e non la interessano, anche se non sappiamo se la sua apatia sia genuina o frutto di snobismo. A casa ha un rapporto freddo con la madre, che è distratta, egocentrica, troppo accondiscendente e superficiale: a diciassette anni Lea può uscire senza avvisare, rimanere fuori la notte senza avvertire, controbattere a piacimento senza conseguenze.

    Ma se c’è un’esattezza che esce dalla bocca di Tom, il ragazzo che appare nella vita di Lea e che la seduce, è che la protagonista mostra un’intelligenza superiore ai suoi coetanei. Del resto, una certa profondità d’animo non può esistere senza anche una profondità di intelletto: non ci si può interrogare sulla vita se non ci si rende conto di averne una, no? Tuttavia, la ragazza è, purtroppo, profondamente inesperta e necessiterebbe di una guida. Che in teoria ci sarebbe, la madre, se non fosse in tutt’altre faccende affaccendata. E quindi Lea si perde di fronte a questo sconosciuto, che di anni ne conta trentaquattro e di nome fa Tom, di cui non si sa nulla, a parte il fatto che guida un pickup american-style, cioè quelli che sono eccessivamente-tutto: grandi, costosi, brutti e inutili.

    E a questo punto riaffiora alla mente l’iconica battuta di Aldo Raine in Bastardi Senza Gloria: «Quando senti una storia troppo bella per essere vera, non è vera». E anche se, nel film di Tarantino, la verità espressa da Raine è per una volta surclassata dalla risposta di Hans Landa: «Vero, ma di tanto in tanto, nelle pagine della storia, il fato si ferma a guardarti e ti tende la mano», in questo caso, possiamo con certezza affermare che il fato non si è fermato a tendere la mano a Lea. Tom la corteggia, la riempie di complimenti, non spinge mai sull’acceleratore, anzi: si comporta come un suo coetaneo, come uno alle prime armi. Lei cade in amore e si affranca dalla sua vera vita, che per quanto non la soddisfacesse, era comunque la realtà.

    Jamie Dack, regista al primo lungometraggio, ci racconta una storia che purtroppo è frequente, soprattutto a causa dei livelli di emancipazione della gioventù statunitense. Il racconto non è tratto da alcuna storia e per questo motivo potrebbe essere quella di centinaia, se non migliaia di ragazze non ancora maggiorenni. Il film ha una fotografia molto accattivante, che ci immedesima nello stato d’animo di Lea, interpretata da una sconosciuta Lily McInerny, che è di una bravura abbacinante: la sua espressività, risaltata paradossalmente dal non averne una, dall’essere sempre impassibile, è tipica della stragrande maggioranza degli adolescenti. Ma, in quelle poche volte in cui sorride, è così autentica da farci capire davvero le sue potenzialità. Se dovessimo trovare una nota negativa, potremmo dire che il film, del 2022, presenta le classiche caratteristiche delle pellicole sue contemporanee. La storia è più o meno già vista; uno sfruttamento/perversione sessuale ci deve essere, sembra, quasi per contratto. Insomma, Palm Trees non è un capolavoro, ma sicuramente ha messo in evidenza diversi talenti, i cui nomi speriamo di sentire anche in futuro.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Please baby please

    Please baby please

    Please baby please: un angolo di strada pieno di fantasie

    Terzo lungometraggio della regista Amanda Kramer, Please baby please è un compendio delle fantasie sessuali di una coppia sposata che vive nei bassifondi di una metropoli dove la notte regna sovrana. Tra le strade fumose e illuminate dai neon di questa simil Gotham, infatti, gli sposini Arthur e Suze, dopo essersi ritrovati testimoni dell’omicidio di un’altra coppia come loro ad opera di una gang criminale, diventano preda di un irrefrenabile desiderio di esplorare la propria sessualità e identità di genere. Le scenografie surreali e artificiose ospitano, da quel momento in poi, personaggi queer che si confrontano continuamente su cosa significhi essere e sentirsi uomini o donne negli anni Cinquanta in America.

    I sentimenti e la psicologia dei personaggi vengono rappresentati con illuminazione e inquadrature evocative, dove tutto appare astratto, ad eccezione dei rifiuti di carta sparsi per le strade, unica nota materica della messa in scena. Suze esplora lentamente il suo machismo represso mentre Arthur si infatua di Teddy, il boss della gang. Colpisce l’interpretazione animalesca di Andrea Riseborough, che diventa quasi ipnotica nei suoi movimenti ritmici e sensuali, in danze genderless con una sigaretta in bocca che non accende mai.

    L’apparizione di Demi Moore nei panni di una vamp misteriosa, inoltre, funge da epifania per il personaggio di Suze, che si ritrova in un teatrino onirico di sex toys e fantasie nascoste e che inizia a rifiutare il ruolo di moglie per preferire quello di donna. L’immaginario queer diviene assoluto protagonista del film, che mescola erotismo, ironia, balletti e violenza gratuita in un tripudio di colori e forme anni Cinquanta: una drag queencon lustrini fucsia sulle palpebre canta una canzone d’amore a qualcuno in una cabina telefonica, un cinema a luci rosse che mostra filmati per il piacere omosessuale viene invaso da poliziotti in borghese, una coppia gay di poeti beat recita i propri versi per pochi amici intellettualoidi…

    Please baby please è un saggio teatrale sul piacere inespresso e sull’esplorazione della propria sessualità e fluidità di genere, che si presenta come un anti-musical costruito su citazioni cinematografiche e riflessioni sempre attuali. Un pacchetto rosa shocking di intrattenimento e sociologia: «un angolo di strada pieno di fantasie».

    A cura di Emma Onesti

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  • Buongiorno, notte

    Buongiorno, notte

    Buongiorno, notte: l’immaginazione non ha mai salvato nessuno

    «Gli uomini fanno molto meno di quello che potrebbero fare. Se si impegnassero al massimo delle loro possibilità il mondo sarebbe diverso. Invece ci sono alcuni che fanno sempre la stessa cosa e poi all’improvviso vogliono cambiare il mondo con un colpo di pistola, ma non si accorgono che la loro vita, quella di tutti i giorni, è lo zero assoluto». Sono le parole con cui Enzo, giovane col desiderio di diventare uno scrittore, dipinge i brigatisti alla sua amica Chiara, inconsapevole che la ragazza faccia parte proprio del gruppo terroristico che aveva appena rapito Aldo Moro.

    In effetti nessuno potrebbe pensare che Chiara, grigia impiegatuccia di un ministero, possa aver organizzato, insieme ad altri tre compagni, il sequestro del presidente della Democrazia Cristiana. Eppure, in seguito all’acquisto di una casa insieme a un marito fittizio, la donna veste i panni della carceriera di Moro, tenuto prigioniero dai brigatisti in un bunker dietro a una libreria di un finto studio.

    Marco Bellocchio ripercorre gli eventi del celebre rapimento che sconvolse la classe politica italiana alla fine degli anni Settanta e fu la svolta nella lotta contro il terrorismo armato. Il punto di vista è quello di una giovane ragazza, di cui viene analizzato il dubbio crescente che farà progressivamente crollare le sue certezze ideologiche. Mentre infatti Chiara continua a condurre la propria esistenza borghese inizia a chiedersi se la scelta di eliminare Moro sia giusta. La ragazza avrà solo un contatto col politico, poco prima della sua esecuzione, ma durante tutta la prigionia lo osserverà dallo spioncino sulla porta della sua cella, diaframma che si frappone fra lei e il simbolo di quello Stato che i brigatisti vogliono colpire. Dietro Moro, emaciato nel volto, brilla la stella della bandiera rossa dei terroristi.

    È la lettura di un libro a far vacillare le convinzioni di Chiara. Si tratta delle Lettere di condannati a morte della resistenza italiana, che suo padre, partigiano comunista, le leggeva da piccola. Centododici partigiani, catturati dai nazifascisti, sanno che a breve saranno giustiziati da un plotone d’esecuzione o uccisi dalle barbare torture cui erano sottoposti. Scrivono alle madri, ai padri, agli amati e ai figli le ultime lettere di congedo alla vita. Testimonianza preziosa di una stagione ancora viva nella memoria dell’Italia della fine degli anni Settanta, le Lettere dei condannati a morte sono la voce di uomini e di donne libere, consapevoli del dovere della libertà e del prezzo che essa comporta.

    Anche Aldo Moro, prigioniero a causa di un’altra ideologia deviata, oltre a rivolgersi invano ai potenti della politica italiana, scrive delle lettere dolcissime ai propri familiari e quando Chiara leggerà l’ultimo messaggio del presidente, indirizzato alla moglie, capirà di aver varcato la soglia e di essere diventata un’assassina. Peccato che il verdetto di Moro sia già stato deciso dai rappresentati della giustizia proletaria e che per lui non ci sia possibilità di salvezza. Almeno nel piano della realtà.

    Enzo, l’amico di Chiara già critico nei confronti dei brigatisti, aveva scritto infatti una sceneggiatura intitolata Buongiorno, notte, in cui una giovane terrorista partecipa a un sequestro ma progressivamente prova orrore davanti alla possibilità dell’omicidio politico e si infuria con sé stessa per essere stata così cieca. Chiara l’aveva giudicata assurda e inverosimile, commentando che l’immaginazione non aveva mai salvato nessuno e che la realtà è tutta un’altra cosa.

    Di certo l’immaginazione non è bastata a salvare Aldo Moro. Eppure Bellocchio si apre allo spazio della fantasia e, di fianco al binario della realtà, ne fa correre uno dell’utopia, in cui è bello e possibile immaginare che Moro, proprio grazie a un tardivo pentimento di Chiara, sia riuscito a fuggire dalla propria prigione e a far ritorno a casa. Lì, «volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli», avrebbe potuto baciare e accarezzare ancora una volta i suoi cari.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Buon compleanno Noemi

    Buon compleanno Noemi

    Buon compleanno Noemi: quando la linearità funziona

    Il corto, per via della sua durata, ha spesso bisogno di una migliore gestione dei tempi rispetto ad un lungometraggio, con molto meno spazio all’errore o alle divagazioni, perciò deve necessariamente concentrarsi su pochi, essenziali aspetti. Buon compleanno Noemi riesce a non perdere mai il focus, riuscendo a trattare più temi senza discostarsi dalla trama principale.

    Il corto racconta la serata del diciassettesimo compleanno della protagonista, Noemi, che la sera stessa decide di fare l’amore per la prima volta con il proprio ragazzo Ciro. I suoi programmi cambiano però quando le sue amiche si presentano sotto casa e la invitano a festeggiare con loro. Così Noemi esce e saluta il padre, impegnato in una partita a poker, che le promette che proprio quella sera, sentendo la fortuna dalla sua parte, vincerà ed impiegherà la vincita per farle un regalo. Pescando un poker di 8, decide di scommettere più di quanto possiede, ma gli amici non glielo concedono. Cederanno solo quando, sicuro di vincere, egli metterà sul piatto proprio sua figlia, che esercita un evidente fascino sugli altri giocatori. Il poker di 8, però, non si rivelerà sufficiente per vincere la mano.

    La tensione negli appena 13 minuti di corto è ben dosata, e l’aspetto tecnico in generale è ben curato, ma ciò che più colpisce dell’opera è sicuramente la sceneggiatura, che nella sua semplicità riesce, senza mai perdere linearità, a toccare diversi temi.

    Quello che, ad una prima occhiata, è un corto contro il gioco d’azzardo, dà in realtà anche spunti su argomenti apparentemente distanti, a partire dal sessismo, in una storia dove un padre si sente di poter addirittura scommettere la verginità della figlia. Tema caro al cinema contemporaneo, in Buon compleanno Noemi viene trattato senza scadere mai nel banale o nel didascalico.

    Bevilacqua mette anche in luce come spesso si sia costretti a crescere fin troppo in fretta per via di situazioni familiari complicate. Anche in questo caso, ciò che sorprende da una regista così giovane è come non si perda comunque il focus della narrazione, rimanendo sempre concentrati sulla trama in sé e per sé, senza mettere in risalto con artifici cinematografici i temi secondari dell’opera, lasciando quindi allo spettatore la riflessione sul film, dandogli insomma la possibilità di vedere oltre gli avvenimenti del racconto per cercare al suo interno qualche significato meno scontato, pur trattando una storia estremamente concreta e caratterizzata da un’atmosfera sì cupa, sì grottesca, ma mai finta.

    In conclusione, Buon compleanno Noemi riesce, anche grazie ad un buon comparto tecnico, a mettere in scena una storia molto particolare con grande linearità, riuscendo a far riflettere sullo spettatore su diversi temi. Nonostante la giovane età della regista Angela Bevilacqua, inoltre, traspare una certa esperienza nella gestione della tensione, particolarmente difficile vista la durata del corto.

    A cura di Francesco Colombo

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  • Mia madre

    Mia madre

    Il cinema è mia madre

    Due fratelli, Margherita e Giovanni (Margherita Buy e Nanni Moretti), devono affrontare la malattia della propria madre, un’insegnante di latino in pensione, ricoverata in ospedale. Margherita è una regista che sta girando un film sulla perdita del lavoro e dell’identità, mentre deve fare i conti con sé stessa e con il suo modo di trattare le persone intorno a lei. Il personaggio incarna la ricerca della vita oltre il cinema e intorno ad esso, gli imprevisti che ci riportano alla concretezza del reale: le bollette che non si trovano, la casa allagata, i compiti di latino, la malattia e infine la morte.

    Mia madre è un film intimo e universale, costruito sulla dialettica tra due parti dell’io, quella dell’attore e quella del personaggio, che riflette sul fare cinema e sul non farlo. Non a caso anche i protagonisti si chiamano come i loro interpreti, in una costante enunciazione della messa in scena, che paradossalmente invita ad una partecipazione emotiva ancora più coinvolgente.

    Un’altra questione centrale nell’economia della narrazione è quella linguistica che si snoda su più livelli: il latino che la madre di Moretti davvero insegnava a scuola e che invece la nipote fa fatica a comprendere, e la lingua italiana del film di Margherita che mette in difficoltà un attore e personaggio americano (John Turturro), lo stesso che dirà «Cinema is a shit job, I want to go back to reality».

    La madre rappresenta le radici, il latino, da cui la nostra lingua proviene e si evolve; la comunicazione risulta però sempre impegnativa e confusa; vengono lasciate lacune narrative che enfatizzano la crisi del personaggio di Margherita, che non riesce a stare al passo col presente ed è incapace di affrontare i problemi della quotidianità. Il finale, sicuramente toccante ma non imprevedibile, è anche uno spiraglio di speranza: esiste un domani, un lascito, un dopo che arriverà ugualmente e che non possiamo fare a meno di aspettare e immaginare.

    A cura di Emma Onesti

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  • Mai raramente a volte sempre (Never Rarely Sometimes Always)

    Mai raramente a volte sempre (Never Rarely Sometimes Always)

    L’odissea di una donna in un’America sempre più antiabortista

    Mai raramente a volte sempre è un film fatto di silenzi. Gli stessi che ricevono le donne quando chiedono aiuto o rispetto. Autumn e Skylar – le giovani protagoniste di questo intenso viaggio – capiscono fin da subito che possono contare solo su loro stesse per far fronte agli ostacoli che la vita riserva. Uno di questi è una gravidanza inaspettata, forse l’incubo peggiore per una minorenne nell’America di Trump.

    La regista Eliza Hittman mette in scena un dramma crudo e asciutto, quasi un documentario, sul tortuoso itinerario che una ragazza deve compiere per effettuare un aborto legalmente assistito. Nonostante l’operazione si effettui in un paio di giorni, il dispendio di tempo, denaro e soprattutto energie che si celano dietro di essa è notevole. Autumn passa per la piccola clinica del suo paese dove sbagliano a conteggiarle le settimane di gravidanza (un dato particolarmente importante quando si deve effettuare un aborto che deve essere eseguito entro i primi 3 mesi) e tentano di dissuaderla dall’opzione di abortire mostrandole un video dal feroce titolo: The hard truth. Affronta poi un estenuante viaggio dalla Pennsylvania fino allo stato di New York perché solo lì può terminare la sua gravidanza senza l’autorizzazione di un adulto. Finalmente nella clinica, Autumn riesce ad intravedere la luce in fondo al tunnel, ma ancora non sa che dovrà affrontare un ultimo difficile passaggio: il questionario sulla sua vita privata a cui dovrà rispondere con «mai, raramente, a volte, sempre».

    L’aborto non è un problema morale, ma politico-economico. A dimostrarlo sono i fatti: nel lontano Medioevo il corpo delle donne era il corpo delle donne e non della medicina. Le prime leggi che vietano il ricorso all’aborto non risalgono infatti a quel periodo – al quale si fa spesso ricorso quando si criticano le scelte politiche attuali al grido di «Bentornati nel Medioevo» –, bensì all’epoca dei lumi quando il biopotere diventa strategia di governo della popolazione. Quando in Italia entra in vigore il “Codice Rocco”, si parlava dell’aborto come «un reato contro la stirpe, punito in nome del benessere demografico». Recentemente, il ribaltamento della storica sentenza “Roe v Wade” negli Stati Uniti, che elimina le tutele costituzionali sul diritto di aborto, è stato giustificato come un intervento volto a garantire le tutele dei minori, ma, di fatto, è solo una scusa per combattere il sempre più basso tasso di natalità delle popolazioni occidentali e le sempre più consistenti ondate migratorie. Secondo recenti studi sulle scelte delle donne eterosessuali tra i 18 e i 55 anni che dichiarano di non voler diventare madri, risulta che la maggior parte di loro ha un buon livello d’istruzione, redditi medi e un codice etico personale che include i valori dell’ecologia, dell’ambiente e della sostenibilità. L’elemento morale è solo una copertura per avere dalla propria parte la Chiesa e tutti i suoi seguaci e per impedire alle donne di scegliere cosa fare con il proprio corpo, in nome del prodotto che portano in grembo. Non a caso, uno degli slogan più gettonati delle associazioni pro-vita è: «Operiamo nel nome di chi non può parlare». Esso rimuove l’esistenza di donne capaci di parola e autogestione del corpo e si auto-delega alla rappresentanza di chi parola non ha perché non è neppure mai nato. Ai feti sono concessi dei super diritti molto superiori a quelli di chiunque altro. Incolpare le donne assolve i governi e gli altri organi competenti da costi extra, dal bonificare l’ambiente al combattere la povertà, al fornire cure sanitarie efficienti e prevenzione per tutti.

    C’è tutto questo all’interno del lungometraggio di Eliza Hittman. La critica alle politiche americane che di fatto limitano la libertà della donna in nome di una morale cristiana e perbenista, la denuncia verso un sistema sanitario efficiente che esiste solo in certi Stati, mentre tutto il resto del paese è in balia di medici pro-vita e attivisti per i diritti del feto che confondono e terrorizzano le giovani donne ancor prima di vagliare le opzioni a loro disposizione. Anche se tutto il film è raccontato attraverso gli occhi delle due protagoniste, il male gaze è ben visibile. Le figure maschili sono poche ma tutte connotate negativamente: il patrigno di Autumn è un uomo violento che non fatica a definire le donne (compresa la sua figliastra) «facili»; il datore di lavoro del supermercato è un signore viscido che molesta le sue dipendenti perché si sente in una posizione di superiorità. Persino il ragazzo conosciuto sul bus – coetaneo delle protagoniste – elargisce favori solo se è sicuro di ricevere in cambio le attenzioni di almeno una delle due. Insomma, non solo una donna deve affrontare una vera e propria odissea per poter godere di un suo diritto, ma si trova a dover fare i conti con un mondo maschile che la giudica senza nemmeno conoscere la sua storia.

    E voi, quante volte nella vostra vita vi siete sentite a disagio in una società patriarcale che pensa e agisce da uomo con la presunzione di dirvi cosa potete o non potete fare? Mai, raramente, a volte o sempre?

    A cura di Gloria Sanzogni

     

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  • Sacrificio (Offret)

    Sacrificio (Offret)

    Tarkovskij e gli ultimi spettri

    Alexander (Erland Josephson), un attore in pensione, sta festeggiando il suo compleanno con amici e parenti, quando assistono al terribile annuncio in Tv: un attacco nucleare disintegrerà la terra. Sarà forse la fine dell’umanità, o meglio la fine dell’uomo, quell’uomo che continua a fare i conti con la propria vita, tra incubi, tra azione e pensiero, intento ad ottemperare al dovere della paternità, arduo compito che deve far germogliare frutti maturi.

    Nell’incipit Alexander pianta un albero secco e spoglio con suo figlio come ultimo gesto paterno, la consegna di un compito, di un dono, di un motivo per cui vivere, come se gli stesse consegnando il senso stesso della vita. Sembra che Alexander veda questo triste albero avvizzito come un’opera rigorosa e già compiuta, a tal punto da dire: “Bello no? Come un Ikebana giapponese?”. L’ikebana (significa letteralmente “fiore vivente”) è l’arte orientale basata su composizione floreali, inizialmente nata a scopo religioso e mantenuta nel tempo come un’espressione artistica. E qui in merito alla fede, al tema religioso, di carne al fuoco ne abbiamo tanta. La fede fa paura! La religione incute timore, e come dargli torto. Chi non è mai rimasto impressionato di fronte a un dipinto religioso, non soltanto per la sua bellezza pittorica, bensì per il contenuto macabro espresso dallo stesso? La religione è un fenomeno che induce lo spirito al tormento, poiché spinge l’uomo verso le domande ultime che ne provocano, quindi, un’angoscia esistenziale. Infatti, i titoli di testa mostrano il dipinto de L’adorazione dei magi di Leonardo Da Vinci da cui traspare immenso fascino e, al contempo, restituisce una sensazione gravemente angosciosa.

    Definito come il film testamentario di Tarkovskij (afflitto da una lunga malattia), su un uomo che, come tutti, indugia prima della morte, tra dubbi esistenziali, rimorsi, peccati e affossato da quella paura dello spirito di cadere nel vuoto eterno. Questo sentimento di morte provoca uno stato di allucinatoria pazzia – rappresentato da sequenze oniriche impressionanti – che spingerà Alexander ad offrirsi in sacrificio davanti a Dio, rinunciando a tutti i suoi averi e ai suoi affetti, pur di salvare l’umanità. Inquadrature fisse a piani sequenza fanno da padroni alla scena, infatti, Tarkovskij usa appositamente un’impostazione molto teatrale ma carica di tensione emotiva, proprio per il desiderio di omaggiare un maestro dei Kammerspiel come Ingmar Bergman. Sacrificio viene girato aGotland, un’isola del Baltico, in Svezia, location molto cara a Bergman, presente anche sul set con l’amico Tarkovskij per supportarlo in questo suo ultimo film, a cui ha partecipato anche lo storico direttore della fotografia Sven Nykvist che ancora non si smentisce, per l’evidente capacità di conferire una potenza travolgente delle immagini, attraverso la luce, sia nelle scene in bianco e nero che a colori: una fotografia stilisticamente perfetta che alimenta il contenuto del film, una luce in grado di evidenziare i sussulti dell’anima. La casa in fiamme nel finale è un sublime esempio della capacità registica mastodontica di Tarkovskij.

    Il finale è l’esplosione di tutto l’amore di un padre che dona la vita grazie al suo sacrificio: il figlio di Alexander, sdraiato sotto l’albero fiorito, finalmente proferisce parola guardando verso l’alto; ed ancora ritorna l’idea dell’albero come rappresentazione della vita, un dono ricevuto, che spetta noi far fiorire, innaffiandolo tutti i giorni con costanza e dedizione. È un’opera intellettuale densa di citazioni culturali di spessore – da i discorsi esistenziali tratti da Nietzsche al teatro di Čechov – dove è presente anche il principe Myskin, personaggio de L’idiota di Dostoevskij (Alexander lo interpretò in un suo spettacolo teatrale), la storia di un uomo profondamente buono che soffre di epilessia il quale si innamora di una donna che fugge con l’uomo che la domina e la maltratta brutalmente, fino ad arrivare al terribile omicidio. Un personaggio che Dostoevskij scrisse pensando proprio a una figura salvifica che incarnasse l’idea di un uomo simile a Cristo. Non a caso, al centro del romanzo dello scrittore russo c’è un dipinto religioso che i personaggi osservano con sgomento e stupore: Il corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein del 1521. Un Cristo pelle e ossa che esprime tutta la sua debolezza umana in un corpo caduco e anoressico (lo stesso romanzo viene letto dal personaggio insonne e magrissimo de L’uomo senza sonno – The Machinist di Brad Anderson del 2004, interpretato dall’impressionante Christian Bale).

    In conclusione, Tarkovskij ci lascia con un’enorme riflessione sull’uomo in rapporto con l’arte stessa, sulla sua matrice catartica che provoca in Alexander confusione tra attore e personaggio: l’arte come caos votato a confonderci ma anche l’arte come l’unica forma possibile attraverso cui imprimere la traccia della nostra esistenza.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Il colpevole (Den skyldige)

    Il colpevole (Den skyldige)

    Risolvere il passato per liberarsi del futuro

    In un centralino per le emergenze rispondere a disperate chiamate d’aiuto è all’ordine del giorno, ma ne basta una per cambiare la vita. Questo è quello che succede ad Asger Holm, agente di polizia relegato a semplice centralinista a causa di alcuni errori che hanno tormentato il suo passato. Questa punizione lo umilia nel profondo e lo porta a vivere con agitata insofferenza il ruolo di semplice intermediario, sempre consapevole delle emergenze ma mai in grado di risolverle. Questo fino a quando la chiamata disperata di una donna ne scatena l’orgoglio, telefonando per denunciare il proprio rapimento e lanciando un grido d’aiuto che viene colto ad Asger, pronto a sacrificare il rispetto del protocollo e delle regole pur di salvare la donna in difficoltà. Le sue buone intenzioni, però, si scontrano con la complessità di una storia che diviene pericolosa.

    Una sola voce narrante, un’inquadratura continua che trasmette un angosciante senso di claustrofobia, la tensione di una narrazione vivace e pulsante. È questo ciò che accade nel primo lungometraggio di Gustav Möller, regista danese sconosciuto al pubblico generalista ma abile nel confezionare una storia credibile, originale e carica di tensione. La colpa inconfessabile di Asger avvolge la storia di mistero e morbosa curiosità, un’atmosfera fredda e nordica che lascia trasparire la cultura pungente dei paesi scandinavi, legati alla cultura protestante che dedica ad ogni colpevole la giusta pena.

    La verità del film si regge in un equilibrio precario fra l’intersecarsi di diversi scenari narrativi: da un lato il dramma della donna rapita ed il suo grido d’aiuto, dall’altro il passato tormentato di Asger. Una storia che rientra per definizione nel genere del thriller e riesce ad incarnarlo in modo convincente, una pellicola riuscita, matura e interessante, una piacevole prova cinematografica insolitamente proveniente da una terra lontana dal cinema generalista ma che conquista il parere di critici e pubblico.

    A cura di Alessandro Benedetti

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