Tag: Oscar

  • The Fabelmans

    The Fabelmans

    The Fabelmans: la vita fiabesca di Steven Spielberg

    Steven Spielberg riesce finalmente, dopo anni di travaglio, a restituirci l’opera più personale della sua intera filmografia, trasmettendo nuovamente agli spettatori di tutto il mondo, adulti e bambini, la bellezza del cinema e l’idea che esso sia un sogno magnifico di cui dobbiamo continuamente nutrirci. Perché il suo cinema, come è riassunto perfettamente in The Fabelmans, è stato proprio questo: l’occhio attraverso cui si possono cogliere nuove verità sulle nostre vite; verità spesso dolorose, ma pur sempre stimoli per apprendere, crescere e diventare grandi. Il suo cinema è una sensazionale fiaba che unisce il mondo dei grandi a quello dei più piccoli.

    Sam Fabelmans, all’età di sei anni, si siede su una poltrona di un cinema insieme ai suoi amorevoli genitori e rimane folgorato da un treno che travolge un’auto sui binari: l’inizio del cinema di Spielberg pare coincidere con quello tanto celebre per la Storia stessa del cinema. Sam cresce circondato dall’amore dell’affettuosa madre Mitzi (Michelle Williams), pianista di professione, da quello del padre Burt (Paul Dano), ingegnere elettronico, e da quello delle tre sorelle: la famiglia è un luogo tanto sicuro quanto perturbante, come verrà mostrato nel film. Qualcosa sembra incepparsi nei rapporti familiari e, proprio grazie ai filmati di famiglia, girati da Sam con una telecamera in 8mm e 16mm, il ragazzo scopre un presunto tradimento della madre con un amico dei suoi genitori.

    Nel frattempo, Sam cresce senza abbandonare la sua passione; gira i primi cortometraggi e incontra i primi amori: The Fabelmans, infatti, è un film sul cinema e sulla quotidianità della vita, realizzato con strepitosa capacità probabilmente dal miglior regista vivente. Nell’ottica di Spielberg, dunque, il cinema, è il mezzo perfetto per comprendere la realtà che ci circonda e comprendere sé stessi. Emblematica la scena in cui, dopo la proiezione del filmato dei giochi estivi, il “bullo” della scuola prende in disparte Sam per rimproverarlo di averlo dipinto come gli altri lo vedono, un macho, un maschio alfa senza fragilità, poiché si rende conto di quanto voglia respingere quella versione falsa di sé stesso, rivelando come ognuno di noi sia alla ricerca del benessere legato all’autenticità, alla verità, al riuscire a comunicare realmente chi siamo.

    The Fabelmans è un viaggio emozionante e fiabesco che si immerge in un flusso di generi alterni, dalla commedia al melodramma fino ad arrivare al western, dato che la famiglia, a bordo di una station wagon, cavalca le strade da East verso West per far fronte all’esigenze lavorative del padre. Magnifica la scena dell’incontro tra Sam e John Ford (regista per eccellenza del genere western), interpretato magnificamente dal maestro David Lynch, che ci regala un siparietto divertentissimo da standing ovation.

    Splendida la fotografia di Janusz Kaminski e le musiche del sempre immenso John Williams. Impressionate l’interpretazione di Michelle Williams, non da meno quella di Paul Dano, anche se colui che sorprende più di tutti è il protagonista classe 2002 Gabriel LaBelle, che ha realmente imparato a girare in 8mm e 16mm.

    The Fabelmans è una lezione di cinema allo stato puro, poiché è comprensibile quanto in esso sia evidente la materia dell’invisibile, rappresentata maggiormente dalla sofferenza taciuta della madre: attraverso gli istanti filmati da Sam (Spielberg) è così chiaro il suo disagio interiore, indicibile, invisibile, insondabile, ma così percepibile e concreto grazie alla potenza rivelatrice delle immagini.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Women talking – Il diritto di scegliere

    Women talking – Il diritto di scegliere

    Women talking: 48 ore per la rivoluzione

    Nei primi anni 2000 in una colonia mennonita della Bolivia, donne, ragazze e bambine si svegliavano spesso doloranti, sanguinanti e con il corpo segnato da innumerevoli lividi. Non sapendo trovare una spiegazione ragionevole, attribuivano queste violenze ai fantasmi o a Satana che la notte si introducevano nelle stanze private delle donne per punirle per i loro peccati. Aprendosi l’una con l’altra e confrontandosi sulle loro esperienze, queste donne vengono accusate di voler attirare l’attenzione e di inventarsi tutto. Eppure, i segni ci sono, sono marchi ben visibili sulla pelle di tutte loro. Dopo anni la verità viene a galla e non è per niente piacevole: gli uomini, i loro mariti o fratelli, narcotizzavano le loro compagne con un sedativo per mucche in modo da renderle incoscienti e abusare di loro ogni qualvolta volessero.

    Women talking, trasposizione cinematografica del romanzo Donne che parlano di Miriam Toews, riprende i fatti del libro ambientandoli nel 2010 in una colonia mennonita senza nome né luogo. La vicenda si svolge nell’arco di 48 ore, il breve periodo di tempo che queste donne hanno a disposizione per decidere cosa fare prima che i loro abusatori tornino in città. Le alternative sono tre: non fare niente, restare e combattere o andarsene. Ciò che accade in queste 48 ore è che donne abituate ad essere trattate come animali, scoprono di avere delle idee, di essere in grado di esprimerle e di poter finalmente decidere del loro destino. Alcune di loro sono convinte che la scelta migliore sia andarsene, altre, più combattive, che sia il caso di restituire un po’ di quella crudeltà ai loro aguzzini per prendersi una sorta di rivincita dopo tutto il male subito, cercando di cambiare le cose. Solo un uomo è ammesso a questa riunione clandestina: si tratta del maestro di scuola elementare dei ragazzi della comunità, scelto perché è l’unico a saper leggere e scrivere (le donne sono tutte analfabete) e dunque l’unico a poter redigere il verbale.

    Come se fossero in un’aula di tribunale, le donne passano in rassegna tutti i soprusi praticati dagli uomini della comunità, accusandoli e presentando prove concrete e facendo loro un vero e proprio processo. Gli imputati non sono fisicamente presenti: la regista sceglie strategicamente di non far vedere mai nessuno di loro sia perché il film è incentrato sulle donne, sia perché mostrandoli si darebbe loro una certa visibilità ed è chiaro che non se la meritino. Ad eccezione del personaggio di Ben Whishaw (l’unico alleato, scelto dalle donne che non esitano a ricordargli il suo ruolo di semplice segretario), il contributo maschile del film si vede solo nelle conseguenze che il suo passaggio provoca (dalle ferite sui corpi delle donne, al panico nei loro occhi quando capiscono che il tempo sta per scadere). Vengono inquadrati solo i volti dei bambini in quanto pericolosi perché già intrisi di cultura patriarcale, ma ancora malleabili e con qualche possibilità di cambiare le loro abitudini, tanto che si discute se portarli via oppure lasciarli alla comunità.

    La forza del film sta nella sceneggiatura, brillante, vibrante, coinvolgente e a tratti poetica e spirituale, supportata e accompagnata da una fotografia desaturata e fredda che rende anche visivamente la crudeltà della storia. Intrecciando esperienze provenienti da donne di tre generazioni diverse, le protagoniste di questo intenso dramma, basato su una storia vera, dimostrano che nessuna comunità può continuare a sussistere senza l’apporto femminile. Una volta assimilata questa consapevolezza, il potere passa interamente nelle loro mani e diventa l’arma principale di una rivoluzione cominciata con le parole.

    A cura di Gloria Sanzogni

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  • Gli spiriti dell’isola

    Gli spiriti dell’isola

    Gli spiriti dell’isola ci parlano di noi

    Giunto al suo quarto lungometraggio, Martin McDonagh torna nella terra dei suoi padri, l’Irlanda, per un omaggio ironico e grottesco ambientato nelle lande desolate e magiche del Paese. I protagonisti (Farrel e Gleeson) non sono più i colleghi assassini che si nascondono tra le strade acciottolate di Bruges come nell’opera prima del regista (In Bruges – La coscienza dell’assassino, 2008), ma sono due abitanti dell’isola immaginaria ma non troppo di Inisherin, amici di lunga data e poi all’improvviso non più.

    Uno dei due (Colm/Gleeson), infatti, rifiuta categoricamente l’amicizia e la vicinanza dell’altro (Pàdraic/Farrel) definendolo noioso e inutile, preferendo dedicare la sua vecchiaia alla composizione di musica folk per il violino. Questa richiesta risulta totalmente infondata all’amico che cerca in ogni modo di recuperare il rapporto, anche quando l’altro lo minaccia di tagliarsi un dito ogni volta che proverà a rivolgergli la parola. Così accade: una serie vicende ridicole e insensate porteranno a tragedie ben più grandi e alla costruzione di una favola dark e satirica basata sul teatro dell’assurdo.

    Il titolo originale The banshees of Inisherin fa riferimento a delle creature fantastiche appartenenti al folklore irlandese: spiriti di donne che presagiscono la morte di un membro di una famiglia a cui sono legate. Nel film esse sono incarnate dalla signora McCormack, un’anziana abitante del villaggio che osserva e conosce tutti. È lei a preannunciare la tragedia imminente e a compiacersi delle disfatte altrui.

    Ci troviamo in un luogo sperduto, un’isola nell’isola, nell’aprile 1923 durante la guerra civile irlandese, e fin da subito la fine dell’amicizia tra i due protagonisti diventa il pettegolezzo più discusso. Essa si trasforma in una guerra personale di cui l’intero paesino segue le vicende: accadimenti che non hanno una morale né una motivazione o un significato, ma sono semplicemente dettati da una scelta specifica di un solo personaggio che sente il peso del tempo e dell’inutilità della vita.

    Colm decide infatti di sfruttare gli anni che gli rimangono per comporre musica, pur sapendo che senza dita non potrà più farlo. È soltanto desiderio di cambiamento, di essere ricordato oppure voglia di adrenalina? Gli altri personaggi ne subiscono gli effetti, a partire dalla sorella di Pàdraic che sceglie di lasciare l’isola per iniziare a lavorare. L’unico che sembra non esserne influenzato se non passivamente è proprio Pàdraic che viene definito da tutti come un “brav’uomo”, uno di quelli che si rivolge agli animali quando è triste. Fino a quando il suo asinello muore e smette di esserlo, dando fuoco alla casa di Colm con l’intenzione di protrarre questo dissidio, come fosse una metafora della guerra civile che si intravede all’orizzonte.

    A cura di Emma Onesti

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  • Elvis

    Elvis

    Elvis: storia (manipolata) di una leggenda

    Siamo in una buia stanza di un albergo, nella viziosa notte di Las Vegas: un uomo suona ad un pianoforte a coda cantando una canzone malinconica, illuminato in volto dalle luci della città. Amareggiato e deluso dalla vita, non ha più nulla da perdere. Parallelamente, qualche piano sotto di lui, un vecchio siede nel suo studio tappezzato di poster, gli occhi fissi nel vuoto mentre fuma un sigaro. Aggiungiamo qualche dettaglio alla scena: l’uomo al pianoforte è un ormai stanco Elvis Presley e la stanza è una gigantesca suite del lussuoso hotel dove l’artista alloggia da anni; si aggrappa all’alcol e alle droghe come se fossero l’unico modo per continuare a vivere, lontano dalla figlia e da Priscilla. Il vecchio, invece, è il Colonnello Parker, il suo manager: uomo dalla dubbia morale, dedito al gioco ed attaccato al denaro, il suo unico vero affetto.

    È la voce del Colonnello (interpretato da un quasi irriconoscibile Tom Hanks) ad introdurre il personaggio di Elvis (Austin Butler): prima ancora di raccontare la sua storia, però, l’uomo si discolpa dalle accuse a lui rivolte dopo la morte del cantante. «Io non l’ho ucciso. Io ho creato Elvis Presley», afferma, con un tono che vuole sembrare innocente ma che risulta solamente sospetto. La storia viene narrata da un Colonnello in fin di vita, che decide di esporre la parabola di Elvis, dall’infanzia in un quartiere “nero” di Memphis alla prematura morte: tutto, però, appare distorto, manipolato dalla sapiente mente di un imbonitore. Al Colonnello non interessa, in fin dei conti, raccontare la pura verità, ma la sua versione dei fatti, il suo punto di vista di una storia che dovrebbe essere invece riferita da Elvis in persona.

    Ancora una volta Baz Luhrmann (Romeo + Juliet; Moulin Rouge!; Australia; Il Grande Gatsby) pone di fronte alla telecamera personaggi in cerca di un riscatto, di una vita diversa da quella che devono sopportare: in alcuni casi, quando riescono nell’intento, sono costretti ad interpretare delle parti, ad indossare delle pirandelliane maschere che nascondono uomini tristi e soli, imprigionati in una gabbia dorata che si sono creati da sé (The Great Gatsby ne è un palese esempio). Talvolta, il riscatto è amaro e necessita di un sacrificio. Nel caso di Elvis, la rivalsa sociale avviene: con il suo successo permette alla sua intera famiglia di cambiare vita e può finalmente regalare alla madre la tanto agognata Cadillac rosa. Tutto questo, però, al prezzo di un lento e graduale declino nella fossa dell’infelicità, in cui il Colonnello gioca un grande ruolo.

    Elvis è sempre a metà tra due poli opposti, che non hanno intenzione di comunicare l’uno con l’altro. Da una parte, lo attrae la black community di Memphis, dalla cui musica viene stregato; dall’altra deve fare i conti con la puritana cultura bianca alla quale, nonostante tutto, appartiene. Il dilemma esistenziale del cantante viene facilmente risolto dal suo manager: Elvis vorrebbe essere un supereroe, eppure non è altro che un’attrazione, «il più grande spettacolo del mondo». Il desiderio di stare vicino ai suoi fan è sempre fortissimo, ma è spesso destinato a non essere accontentato: i più lo ricorderanno solamente tramite la bidimensionalità di uno schermo televisivo, che lo ha costretto ad essere una semplice immagine senziente, un’icona e non una persona.

    «Chi sei tu? Io sono te e tu sei me. Noi siamo uguali, io e te: due strambi bambini soli in cerca dell’eternità», spiega l’imbonitore al musicista: in parte è vero, i due hanno più somiglianze di quanto si voglia ammettere. In fin dei conti, non c’è un Elvis senza Colonnello, e non c’è un Colonnello senza Elvis: ognuno è stato la fortuna dell’altro, per fama e per denaro. È un bifrontismo da cui non si può scappare: non si può scindere Elvis dal suo manager in quanto facce della stessa medaglia. È anche questo un punto di forza della narrazione del film: la consapevolezza che, se si vuole parlare di Elvis, non si può fare a meno di far rientrare nelle dinamiche della storia anche il personaggio del Colonnello Parker.

    Austin Butler non interpreta Elvis, lo diventa: l’attore viene quasi posseduto dall’artista maledetto che spesso ricorda un James Dean vissuto qualche anno in più. Esordisce sul palco, e sullo schermo, sulle note dell’Introduzione del poema sinfonico wagneriano Così parlò Zarathustra (1896), famosa tra cinefili per la sua associazione a 2001: Odissea nello spazio (Kubrick, 1968). Come per il film di Kubrick, le note di Wagner segnano l’alba di una nuova era nella carriera di Butler: interpretare un’icona della musica come Elvis Presley potrebbe facilmente risultare sgradevole, eppure l’attore californiano calza a pennello i panni del Re del Rock ’n Roll.

    Appena prima dei titoli di coda, un filmato d’epoca ci mostra un Elvis in carne ed ossa mentre cita una canzone di Vincent Youmans: «I learned very early in life that “Without a song, the day would never end; without a song, a man ain’t got a friend; without a song, the road would never bend – without a song”. So I keep singing a song». Elvis has left the building, si diceva: la sua musica no, e lo testimonia, tuttora, Baz Luhrmann.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

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  • Avatar – La via dell’acqua

    Avatar – La via dell’acqua

    Avatar – La via dell’acqua: Una nuova speranza

    Dopo quindici anni dalla battaglia per la sopravvivenza di Pandora, Jake Sully (Sam Worthingotn) regna sul popolo degli Omaticaya assieme alla compagna Neytiri (Zoe Saldana), con la quale ha avuto tre figli. In questo nuovo capitolo la famiglia di Sully è costretta ad abbandonare la terra natia, ora che il defunto colonnello Quaritch (Stephen Lang) e la sua squadra si sono reincarnati in avatar e cercano vendetta. La fuga sul territorio dei Metkayina e la conoscenza del popolo na’vi del mare sono l’occasione per James Cameron di imporre nuovamente la profondità artistica e visiva del suo genio, declinato in uno dei più epici e coinvolgenti Blockbuster degli ultimi anni.

    La principale critica mossa al film è quella che un po’ tutti possiamo aver percepito: la storia narrata da Cameron non è certo la più innovativa e originale. Non solo ricalca il classico stilema in tre atti che è ormai divenuto una costante per Hollywood, ma gli archetipi a cui i personaggi si riferiscono e i legami che si creano tra di loro sono ben conosciuti dal grande pubblico. Jake Sully è l’ennesimo grande capo americano, fedele al popolo, coraggioso in battaglia, duro ma in fondo amorevole con la famiglia. La tradizionale parabola degli eroi a stelle e strisce che vediamo sempre sullo schermo; la naturale prosecuzione dell’arco narrativo del primo film, il quale a sua volta non brillava certo per originalità. Possono però essere queste considerate criticità, soprattutto se alla regia siede un certo James Cameron? Ovviamente no. La scelta di alleggerire la struttura narrativa per dare spazio ad altro è certamente voluta, e anzi dimostra grande intelligenza: fornire ulteriori sfumature o intrecci non avrebbe aggiunto nulla ad un’opera già corposa e lunga, ma che soprattutto punta ad emozionare un pubblico vastissimo con ben altro.

    La durata del film (ben 192 minuti) è stato un altro tema caldo. Soprattutto negli ultimi anni abbiamo visto molte pellicole – i cinecomic sicuramente – ritagliarsi sempre più minutaggio al cinema e a casa. Certamente la maggiore fruibilità e la possibilità di mettere in pausa dal divano hanno portato all’avanzamento di questa tendenza, senza dimenticare che le nuove compagnie di streaming non hanno più limiti produttivi da rispettare in questo senso. Ma se spesso ciò è usato per “allungare il brodo” e colmare una mancanza di sostanza con qualche scena visivamente o emotivamente accattivante, Avatar 2 fa altro, o meglio non fa solo questo.

    Il film vive certamente della propria abbondanza – oltre che qualità – visiva e non fa niente per nasconderlo. Ciò non toglie che l’operazione attorno ad esso vada ben oltre l’estasi per gli occhi. Al netto della frammentazione in atti, la narrazione si divide chiaramente in due parti: una della “contemplazione” e una dell’azione. La seconda si concentra inevitabilmente sullo scontro finale, inutile da commentare dato l’implicito tasso di spettacolo ed epica che ci si aspetta da un film del genere. La prima è invece una costante della moderna costruzione fantasy: la rilevanza data agli spazi in cui i protagonisti si trovano ad interagire.

    Mentre normalmente l’effetto di meraviglia per il mondo costruito viene lasciato in un sottofondo perenne, in questa pellicola è relegato ad una sua sezione. “Relegato” è in realtà un termine improprio, dal momento che questa parte, quella “contemplativa”, occupa quasi metà dell’opera. Il tutto è però funzionale al trasporto emotivo di cui necessita la seconda frazione. La costante e viscerale relazione che i personaggi hanno con il loro ambiente, in un ciclo di scoperta e comprensione reciproca, non può lasciare indifferente lo spettatore. Questo, incanalato dalla magnificenza visiva, finisce per immergersi in primissimo piano con le creature, le piante e le persone che vede sullo schermo. In ciò gioca un ruolo fondamentale il background documentaristico del regista, che si declina in una paradossale realismo estremo. Pandora diventa a sua volta un personaggio, anzi il personaggio. Ed ecco che le solide ma semplici strutture narrative e interattive tra i personaggi acquisiscono nuova linfa: nel più classico degli scontri finali, i na’vi e ora anche il pubblico lottano per la salvaguardia del mondo che è diventato loro fratello durante quella “interminabile” prima frazione.

    Anche l’occhio vuole la sua parte. Descrivere l’operazione visiva concepita da Cameron e realizzata dall’equipe di effettisti è impossibile a parole: è più facile avvicinarcisi per analogia. Un’epifania, un evento la cui portata può essere compresa solo vivendolo nel momento in cui è stato concepito. Forse si tratta della stessa sensazione che hanno avuto i nostri genitori nel 1977, quando Star Wars ridefinì lo sguardo di un’intera industria: l’avvenimento che puoi studiare e commemorare, ma non capire, perché ormai è passato. Ancora più eclatante è la portata dell’ultima opera di James Cameron, dal momento che lo stesso aveva già creato uno spartiacque all’uscita del primo Avatar nel 2009, e replicare sembrava impossibile.

    La via dell’acqua tocca nuove vette, quando proprio negli ultimi anni l’ondata innovativa scaturita dal precedente capitolo andava esaurendosi. Da una parte l’abbassamento di qualità dovuto alla quantità, che vede in maniera esplicita la Marvel in primo piano; dall’altra il paradosso concettuale di alcuni prodotti, ad esempio Dune (2021), la cui cura visiva raggiunge innegabili traguardi qualitativi, ma si riduce troppo spesso a mera ostentazione di imponenti sfondi senza vita: cosa potrei ricevere di più rispetto ad una distrazione per gli occhi?

    Opere come Avatar 2 stanno cercando di invertire la rotta. La loro carta di Mercatore è una maggiore responsabilità dei mezzi e una visione più chiara dell’obbiettivo, l’eliminazione del superfluo e la convinta affermazione di una natura commerciale e d’intrattenimento, ma non per questo bassa o poco raffinata. L’augurio è che opere come queste diventino stelle polari nell’immaginario comune, e che siamo veramente una nuova speranza, un po’ come fu il film di Lucas nel 1977.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • Top Gun: Maverick

    Top Gun: Maverick

    Top Gun: il ritorno degli anni ’80

    Quando Top Gun venne proiettato la prima volta, il Muro di Berlino doveva ancora cadere, Maradona vinceva il suo primo e unico Mondiale, Tarantino faceva ancora il dipendente alla Video Archives e Quei Bravi Ragazzi doveva ancora uscire. Insomma, tantissimo tempo fa. Già dal primo fotogramma di Top Gun: Maverick, si viene catapultati indietro nel tempo. È un ritorno degli anni ’80, dei suoi cliché, dei protagonisti che fanno a gara di mascolinità, del doppiaggio con le solite frasi fatte, del tipo: «Ragazzo, non sei poi così male».

    Eppure, tutto questo perde di significato, paradossalmente, grazie al personaggio di Tom Cruise. Maverick, il soprannome di Pete Mitchell, non è più uno dei due maschi Alpha del primo film. Non può più esserlo, perché è più vecchio, più esperto, ha le occhiaie per ciò che ha affrontato e per aver visto un amico morire in combattimento. Quindi sin da subito ci vengono messe a confronto queste due situazioni: da una parte, i Maverick e gli Ice del momento, cioè Jake Seresin (Glen Powell) e Bradley Bradshaw (Miles Teller), che si sbeffeggiano come bambini dell’asilo. Dall’altra, il vero Maverick che li osserva meditando sul passato. Il protagonista, che ha vissuto la propria vita in conformità con il soprannome, che in inglese significa “anticonformista”, è denigrato da tutta la Marina Americana, poiché spesso la sua sregolatezza superava il suo genio. D’altra parte, quest’ultimo esisteva ed esiste ancora: nessuno guida i caccia come lui, nessuno conosce a fondo gli strumenti e i trucchi del mestiere come lui. Insomma, è bravo, e, all’interno della Marina, pur turandosi il naso, questa cosa viene riconosciuta. Per questo motivo torna a To Gun: per insegnare alle nuove generazioni. Tuttavia, questo ritorno è un bicchiere amaro per Maverick, perché significa che tutti i ricordi con cui ha vissuto negli ultimi trent’anni tornano in vita.

    Se la malinconia assale Pete “Mav” Mithcell, anche lo spettatore non ne è esente. Persino chi, nel lontano 1986, non c’era ma ha recuperato il primo Top Gun più tardi, non può far altro che apprezzare le capacità artistiche di non ripetersi, di ricreare e, allo stesso tempo, di reinventare le emozioni della prima pellicola. Un’assenza eccellente c’è: Kelly McGillis nei panni di Charlie, l’astrofisica di cui si innamora Maverick nel primo film. Joseph Kosinski ha provato a motivarne l’assenza avvalendosi di scuse estemporanee. La realtà dei fatti è però amaramente espressa dalla stessa McGillis in una sua dichiarazione: «Sono vecchia, sono grassa e dimostro esattamente l’età che ho». Anche Ice, interpretato da Val Kilmer, dimostra esattamente l’età che ha, soprattutto se si inserisce in un film con Tom Cruise e Jennifer Connelly. Tuttavia, il vecchio Kilmer interpreta il suo ruolo di factotum, emozionando i fan del primo film. In sostanza, non illudiamoci: Top Gun: Maverick è un prodotto classico di Hollywood esattamente come lo era il primo. Non è uno di quei film che fanno riflettere, meditare, che ti segnano nel profondo. Però è un bel film, perché, tutto sommato, a Hollywood, quando vogliono, i film li sanno fare bene.

    A cura di Alessandro Randi

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  • The Blind Side

    The Blind Side

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    E se non fosse solo retorica?

    Prendere una famiglia americana bianca, repubblicana, benestante, affiatata. Aggiungere un ragazzo emarginato, solo, grande e grosso, con un passato pesante sulle spalle, un istinto protettivo fuori dal normale e uno spropositato talento per il football. Condire il tutto con una colonna sonora dolce ma non troppo, moderata, mai eccessiva, con i toni giusti al momento giusto. Si otterrà così il classico american dream.

    Il film racconta la storia vera di Michael Oher, un ragazzo che ha una madre dipendente da droghe e un padre scomparso, che cresce da solo nella parte malfamata di Memphis, finché un giorno viene presentato da un amico a una prestigiosa scuola della città. Viene ammesso, ma fatica ad integrarsi fino all’incontro con la signora Thuy, una Sandra Bullock da Oscar, e la sua famiglia, che deciderà di adottarlo. Di qui comincia la sua ascesa sportiva, scolastica e sociale che tra alti e bassi, ci porterà al fiabesco e vissero tutti felici e contenti. Insomma, questo film, a primo impatto, per quanto  piacevole da guardare, potrebbe sembrare una presentazione retorica della buona famiglia americana che agisce secondo giustizia. Guardando più a fondo, però, osservando i dettagli e facendo propria la storia, la domanda sorge immediatamente: e se questo film non fosse solo retorica?

    Il dubbio nasce principalmente da due sequenze. La prima arriva a metà del film, nel momento in cui la signora Thuy si reca dalla madre di Michael per conoscere meglio la sua storia e per chiederle di poter adottare suo figlio. Si consuma in questa occasione un confronto, a tratti straziante, tra la madre biologica, che non c’è mai stata, e la madre adottiva, che in così poco tempo è riuscita a dare a Michael tutto ciò che, probabilmente, sua madre non sarebbe riuscita a dargli in una vita intera. La sequenza è significativa perché evidenzia chiaramente lo scontro tra le volontà e le possibilità di una donna che diventa madre, tra l’agio e il degrado delle due situazioni opposte. Infatti, ciò che le due donne hanno in comune, oltre all’amore per Michael, è il dolore: l’una nel riconoscersi inadatta a svolgere il ruolo di madre, l’altra nel sentirsi ladra di un figlio non biologicamente suo. Il dialogo, poi, non si risolve in modo chiaro, tutt’altro. Questa pellicola dunque, lascia allo spettatore, in modo assolutamente non retorico, un interrogativo cruciale: che cosa significa essere madre?

    La seconda sequenza, vera punta di diamante del film, è quella che ci sveglia da qualsiasi torpore retorico. Siamo nelle sequenze conclusive, una serie di immagini accompagna la voce di Sandra Bullock che riassume in pochi secondi la storia di un altro ragazzo afroamericano, cresciuto insieme a Michael, talentuoso negli sport proprio come lui, ma che a differenza sua non è riuscito ad emergere dalla periferia ed è rimasto ucciso durante una sparatoria in una lotta di quartiere. Una fine tragica, una giovane vita sprecata: “Quel ragazzo poteva essere chiunque, poteva essere Michael. Ma non è stato così”, commenta il personaggio di Sandra Bullock. Raccontandoci questa storia in appendice, Hancock ci ricorda che Michael Oher è un’eccezione: solitamente, i ragazzi delle periferie non trovano infatti una famiglia benestante che li accolga, finendo a giocare a football a livello nazionale, al contrario, da quella periferia non si muovono e spesso è proprio l’ambiente stesso a ucciderli. Il regista sceglie quindi di mostrarci come sia crudele la vita con alcuni, come agisca senza pietà verso chi non può difendersi. Poi però finisce dicendo, semplicemente, che per Michael Oher non è stato così. Facciamo nostro quel non è stato così. È come se ci stesse chiedendoper un attimo, di smettere di pensare a cosa c’è di brutto, perché questo è sfortunatamente sotto gli occhi di tutti, e di concentrarsi invece su Michael Oher, ogni tanto, sul suo essere eccezione, sul fatto che per lui non è stato così.

    A cura di Agnese Graziani[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

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