Categoria: Recensioni

  • Sanctuary

    Sanctuary

    Sanctuary: in bilico tra verità e finzione

    Un caschetto biondo le nasconde la riccia chioma corvina. Rebecca, spudorata femme fatale, è una dominatrice di professione. Tra i suoi clienti c’è anche Hal, giovane rampollo di una ricca famiglia e prossimo amministratore delegato della catena d’alberghi del padre. Sanctuary, secondo lungometraggio di Zachary Wigon, esplora la torbida relazione tra i due e mette in scena un sofisticato gioco al massacro che oscilla tra ricatti calibrati e follia sregolata.

    Grazie al rapporto con Rebecca, Hal dà sfogo alle sue fantasie sessuali ed esplora i propri traumi irrisolti, in particolare quelli legati al complicato rapporto col padre, che, morendo, ha lasciato una cospicua eredità e un modello di uomo irraggiungibile. Le perversioni del ragazzo, però, si manifestano solo nell’intimità celata di una camera, laico sancta sanctorum di un tempio a cui può accedere solo una sacerdotessa dell’umiliazione come Rebecca.

    Sanctuary, infatti, è un film dagli spazi teatrali e le sue vicende si svolgono quasi esclusivamente nelle stanze di un hotel, le cui pareti color rosso pompeiano e ottanio sono bagnate dalla luce calda delle lampade. Lo stesso regista, consapevole del rischio che il film potesse risultare «uno spettacolo teatrale filmato», ha cercato di spingere al massimo le possibilità della videocamera verso l’espressionismo stilistico.

    Ma la componente teatrale di Sanctuary è forse riscontrabile anche in un altro aspetto del film, ossia quello che indaga il rapporto tra il vero e il falso. L’intreccio tra realtà e finzione, che sul palcoscenico si esplicita nella relazione tra «la materia reale» degli attori e «la materia di sogno» dei personaggi, costituisce la magia stessa del teatro. Se però a teatro è facile distinguere la prima dalla seconda, nel film di Zachary Wigon non si riesce a chiarire cosa sia recitato e cosa sia reale nella relazione tra Hal e Rebecca.

    Lui, infatti, è drammaturgo del suo stesso dolore, perché fornisce dei dettagliati copioni alla donna, la quale, con una discreta prova attoriale, indossa i panni di una mistress spietata che annichilisce il proprio schiavo e gli concede momenti di piacere solo in maniera centellinata. Lei, invece, che è in una posizione di potere solo durante le sessioni di dominazione, dapprima cerca di ribaltare i rapporti di forza con Hal ricattandolo, e poi gli confessa di aver persino lasciato il proprio ragazzo per dedicarsi solo a lui, nei confronti del quale è evidente che provi qualcosa che va oltre il mero aspetto lavorativo.

    Pur costringendo una vicenda turbolenta entro lo spazio angusto di una camera d’hotel, Sanctuary è un film che si diverte ad esplorare la strada percorribile tra gli estremi, dal lecito all’illecito, dalla verità alla finzione, dal potere alla sottomissione, e lo fa seducendo lo spettatore con una pellicola raffinata e coinvolgente.

    A cura di Mattia Rizzi

    Leggi tutto: Sanctuary
  • Skinamarink

    Skinamarink

    Skinamarink: il caro vecchio buio

    Partire dalla sinossi per analizzare Skinamarink sarebbe quanto meno anacronistico. In primis perché effettivamente riconoscere una trama non sarebbe cosa scontata, ma soprattutto per il fatto che l’indefinitezza che aleggia attorno alla storia “narrata” dal film è parte del fascino della pellicola. Una pellicola affascinante sì, certamente non un capolavoro, ma in grado utilizzare con intelligenza ciò che il regista ha a disposizione, in maniera essenziale e contemporaneamente approfondita.

    Bisogna partire col dire che il film, il primo del regista, sia di fatto una riproposizione di un precedente lavoro: in questo caso Heck, mediometraggio datato 2020. Skinamarink riprende da Heck quasi tutto: la situazione, i personaggi, l’ambientazione, l’approccio visivo e le atmosfere. I due inoltre condividono una pluralità ulteriore di fonti. Sul versante cinematografico vengono subito in mente le svariate saghe a tema paranormale e in stile mockumentary: i vari Paranormal Activity, ESP, REC, e molti altri. Il riferimento filmico più evidente è senza dubbio Babadook, cult horror del 2014, da cui il film di Ball attinge per molte aspetti: certamente i protagonisti, il tipo di storia e scenario.

    Ma i riferimenti – volontari o meno – non si limitano solo al cinema. Skinamarink è in un certo senso definibile “pop”, dal momento che in molti aspetti l’approccio registico è figlio di una visione del brivido vicina a prodotti mediatici e videoludici di alto consumo: è quasi scontato parlare di Five Nights at Freddy’s, che il film ricorda per gli spostamenti dell’inquadratura e per alcuni movimenti di camera che ricalcano quelli di un dispositivo di videosorveglianza, senza dimenticare la tecnica di frammentazione temporale presente in Heck. Forse un po’ più audace è fare riferimento a The Binding of Isaac, nonostante molti aspetti del videogioco si assimilino bene alla pellicola di Bell, ad esempio nell’uso di giocattoli e altri oggetti come filtro della relazione familiare.

    Ma cos’ha Skinamarink in più di Heck? Essenzialmente una maggiore consapevolezza dei propri mezzi, che poi non sono molti. È chiaro che siano due produzioni a bassissimo budget; un “esperimento” da pubblicare sul web. Ma dove la prima versione si fermava ad una visione frammentaria degli oggetti inquadrati, in maniera suggestiva ma forse troppo puntuale, il film definitivo prende maggiormente le distanze dai propri soggetti. Skinamarink agisce in una zona grigia delle inquadrature, che attraverso il buio e la finta grana delle immagini valorizzano al massimo l’inquietante profondità delle zone d’ombra. Per un’ora e quaranta minuti il regista ci proietta nella nostra infanzia, quando tutti noi, nell’oscurità delle nostre camere, vedevamo il nulla avanzare minaccioso e innocui attaccapanni o sedie antropomorfizzarsi tra un battito di palpebre e l’altro.

    Ciò non toglie che a tratti la pellicola assomigli più ad un tentativo di ottenere il massimo con il minimo indispensabile. Nonostante la finta grana dell’immagine riesca a creare inquietudine, il filtro usato per le riprese non ha una vera e propria giustificazione, tanto più quando la tecnica con cui viene costruita l’inquadratura continua a cambiare creando non poca confusione: finta-soggettiva, poi soggettiva effettiva e molto spesso inquadratura impersonale. I movimenti di macchina evidenziano la stessa eterogeneità: quasi sempre c’è una camera fissa, ma a volte sembra che assuma i connotati di una macchina a mano oppure di una videocamera di sorveglianza attaccata alle pareti. Quale indecisione anche nell’uso dei jumpscare, forse presi in causa per tenere sul pezzo gli spettatori meno concentrati, anche se si tratta di un inserimento controcorrente al clima di placida angoscia che il film sembra voler generare.

    Nonostante ciò, Skinamarink è un esperimento ben riuscito e mette in luce gli enormi margini di miglioramento del regista. La visione sul grande schermo ha inoltre aggiunto un atipico effetto di straniamento, per un prodotto che – come già detto – sembra più adatto ad una fruizione sul web: fortunato chi è riuscito a vederlo in sala al NOAM Film Festival di Faenza.

    A cura di Alessandro Cricca

    Leggi tutto: Skinamarink
  • The Integrity of Joseph Chambers

    The Integrity of Joseph Chambers

    The Integrity of Joseph Chambers: la consapevolezza di Joseph Chambers

    Joseph Chambers (Clayne Crowford) è un assicuratore e vive in tranquillità sulle montagne con la moglie Tess (Jordana Brewster) e i due figli. Sicuro di dover dimostrare il proprio valore di uomo americano, si improvvisa cacciatore, addentrandosi nei boschi con l’attrezzatura del vicino di casa, ma privo di ogni esperienza. Il film gioca particolarmente sulla semplicità delle inquadrature, che ne risaltano l’essenzialità del messaggio ma allo stesso tempo rendono incredibilmente divisivo l’approccio all’analisi del film: o lo si ama o lo si odia.

    Al netto della preferenza personale, il film ha un elemento affascinante: riesce ad unire magistralmente tempo del racconto e tempo della storia. Originariamente questi due aspetti della narrazione appartengono alla letteratura, e indicano la dicotomia tra il tempo che serve a leggere un evento e il suo “reale” svolgimento. È indubbio che il cinema abbia avvicinato sempre di più i due aspetti, tanto da renderli quasi complementari, in virtù della sua natura audiovisiva. Ciò nonostante una traccia dell’originaria distanza permane pur sempre nella narrazione cinematografica, ad esempio nel montaggio. In Joseph Chambers assistiamo invece ad una dilatazione estrema dei tempi, tanto che sembra di vivere la totalità della giornata di caccia al fianco del protagonista.

    Si tratta di un effetto a volte scontato ma incredibilmente difficile da ottenere in maniera “pulita”. Nel film ciò è il risultato di una narrazione minimalista che concentra il suo svolgimento in una manciata di sequenze, spremute fino all’osso e completamente spogliate dal dinamismo dei movimenti di macchina, del montaggio e della musica. Camera fissa e il suono della natura, nulla di più.

    Il succo del racconto è facilmente intuibile alla sola lettura della sinossi: il regista si prende gioco di una sorta di complesso del superuomo americano. Joseph è inspiegabilmente spinto ad affermarsi come figura forte e rassicurante con la famiglia; virile e impavido con i suoi “simili” – ad esempio col vicino Doug (Carl Kennedy) – , legittimandosi con l’uso della forza. Nulla di più lontano dalla sua persona. Il breve viaggio del protagonista lo porta inevitabilmente a compromettere la propria integrità, mettendo a nudo questo mito americano e rivelandosi per quello che è veramente, o meglio ciò che è sempre stato. Lo sguardo finale all’amico poliziotto (Jeffrey Dean Morgan) rivela, anche se irrimediabilmente tardi, la consapevolezza sulla sua natura.

    Ma la forma come veicola la sostanza? La tematica del film è stata affrontata innumerevoli volte, dal cinema e non solo, perciò da questo punto di vista non risulta innovativa. Particolare è invece l’approccio della regia, che in modo funzionale usa la visione minimalista come cassa di risonanza per mediare in maniera più diretta possibile la sua critica. Proprio la funzionalità, assieme al concetto di consapevolezza, rende interessante il dibattito sulla percezione dell’opera e sull’analisi dei film in generale.

    Questa pellicola mette in scena l’annosa diatriba tra giudizio soggettivo ed oggettivo. Joseph Chambers rientra nella cerchia di film che hanno bisogno di entrambe le visioni per poter essere apprezzato – oppure odiato – ma certamente capito. Da una parte è assecondabile il pensiero di chi possa bollare l’opera come “già vista”, dal momento che si tratterebbe di una declinazione solo formale (l’approccio minimalista) di una tematica già affrontata, e che la funzionalità nel dare risonanza ad una banalità sia quanto meno paradossale. Dall’altro è condivisibile l’opinione di chi sostiene come la semplicità della messa in scena sgrezzi totalmente la materia e proietti chiaramente e con potenza il messaggio davanti agli occhi dello spettatore.

    L’opinabilità regna sovrana quando i giudizi soggettivi devono rendere conto alla consapevolezza artistica. La scelta di lavorare per sottrazione, risaltando la solitudine del personaggio e allo stesso tempo la breve distanza che lo frappone allo spettatore, non ostacolato da montaggio o musica, è soppesata e ha una sua logica. In questo senso non può essere smentita o messa in discussione. Che il regista abbia cercato di esprimere con la totale assenza di filtri il suo messaggio è altrettanto indubbio: apprezzabile o meno è una scelta artistica, fondata e non negoziabile. La natura concreta dell’opera – e alla fine dello stesso personaggio – è proprio la consapevolezza nelle proprie idee. È da a questo affascinante nucleo oggettivo che gli spettatori di The Integrity of Joseph Chambers, proiettato al NOAM Film Festival di Faenza, sono dovuti partire per decidere se amare la potenza visiva, oppure odiare la banalità espressiva, dell’ultima opera di Robert Machoian.

    A cura di Alessandro Cricca

    Leggi tutto: The Integrity of Joseph Chambers
  • Palm Trees and Power Lines

    Palm Trees and Power Lines

    Palm Trees and Power Lines: mai farsi dare un passaggio da uno sconosciuto

    Epitome del film indipendente, Palm Trees and Power Lines è stato presentato al Sundance Festival, dove ha vinto per la miglior regia. Opera prima della regista Jamie Dack, protagonista sconosciuta di una bravura incalcolabile, la pellicola ci comunica la sua indipendenza al primo fotogramma: siamo negli Stati Uniti, in una città non specificata che rimane al di fuori delle più grandi e delle più rinomate, e la protagonista, Lea, è una ragazza di soli diciassette anni, che sta affrontando proprio quel momento dell’adolescenza in cui ci si sente soli contro il mondo. Esce con gli amici, che non considera veramente tali, si esclude dalle conversazioni perché non la divertono e non la interessano, anche se non sappiamo se la sua apatia sia genuina o frutto di snobismo. A casa ha un rapporto freddo con la madre, che è distratta, egocentrica, troppo accondiscendente e superficiale: a diciassette anni Lea può uscire senza avvisare, rimanere fuori la notte senza avvertire, controbattere a piacimento senza conseguenze.

    Ma se c’è un’esattezza che esce dalla bocca di Tom, il ragazzo che appare nella vita di Lea e che la seduce, è che la protagonista mostra un’intelligenza superiore ai suoi coetanei. Del resto, una certa profondità d’animo non può esistere senza anche una profondità di intelletto: non ci si può interrogare sulla vita se non ci si rende conto di averne una, no? Tuttavia, la ragazza è, purtroppo, profondamente inesperta e necessiterebbe di una guida. Che in teoria ci sarebbe, la madre, se non fosse in tutt’altre faccende affaccendata. E quindi Lea si perde di fronte a questo sconosciuto, che di anni ne conta trentaquattro e di nome fa Tom, di cui non si sa nulla, a parte il fatto che guida un pickup american-style, cioè quelli che sono eccessivamente-tutto: grandi, costosi, brutti e inutili.

    E a questo punto riaffiora alla mente l’iconica battuta di Aldo Raine in Bastardi Senza Gloria: «Quando senti una storia troppo bella per essere vera, non è vera». E anche se, nel film di Tarantino, la verità espressa da Raine è per una volta surclassata dalla risposta di Hans Landa: «Vero, ma di tanto in tanto, nelle pagine della storia, il fato si ferma a guardarti e ti tende la mano», in questo caso, possiamo con certezza affermare che il fato non si è fermato a tendere la mano a Lea. Tom la corteggia, la riempie di complimenti, non spinge mai sull’acceleratore, anzi: si comporta come un suo coetaneo, come uno alle prime armi. Lei cade in amore e si affranca dalla sua vera vita, che per quanto non la soddisfacesse, era comunque la realtà.

    Jamie Dack, regista al primo lungometraggio, ci racconta una storia che purtroppo è frequente, soprattutto a causa dei livelli di emancipazione della gioventù statunitense. Il racconto non è tratto da alcuna storia e per questo motivo potrebbe essere quella di centinaia, se non migliaia di ragazze non ancora maggiorenni. Il film ha una fotografia molto accattivante, che ci immedesima nello stato d’animo di Lea, interpretata da una sconosciuta Lily McInerny, che è di una bravura abbacinante: la sua espressività, risaltata paradossalmente dal non averne una, dall’essere sempre impassibile, è tipica della stragrande maggioranza degli adolescenti. Ma, in quelle poche volte in cui sorride, è così autentica da farci capire davvero le sue potenzialità. Se dovessimo trovare una nota negativa, potremmo dire che il film, del 2022, presenta le classiche caratteristiche delle pellicole sue contemporanee. La storia è più o meno già vista; uno sfruttamento/perversione sessuale ci deve essere, sembra, quasi per contratto. Insomma, Palm Trees non è un capolavoro, ma sicuramente ha messo in evidenza diversi talenti, i cui nomi speriamo di sentire anche in futuro.

    A cura di Alessandro Randi

    Leggi tutto: Palm Trees and Power Lines
  • Pearl

    Pearl

    Pearl: fallimento e autodistruzione

    Ti West porta sul grande schermo Pearl, prequel del precedente X – A Sexy Horror Story, in cui racconta le origini di una ragazza che ha il sogno di diventare una star ma è costretta a vivere per motivi familiari in una fattoria. Pearl si immerge rapidamente in un immaginario ironico e grottesco, ambientato nell’America della Prima Guerra Mondiale, in cui la nostra protagonista (interpretata dalla bravissima Mia Goth, accreditata anche come sceneggiatrice e produttrice esecutiva) sprigiona tutta la sua rabbia repressa a ritmo di musica. Soffocata da questa realtà imprigionante, la ragazza vuole infatti a tutti i costi inseguire la strada del successo, spinta e motivata anche da un proiezionista, con cui passerà qualche momento intimo, che le mostrerà tutta la bellezza, la potenza e il potere del cinema.

    La madre di Pearl impartisce obblighi e doveri come se fosse una dittatrice, costretta a reprimere i suoi piaceri per prendersi cura del marito afflitto dalla febbre spagnola, ferendo, però, l’animo della ragazza e alimentando il fuoco che arde dentro di lei e che a un certo punto sarà pronta a diffondere. Il film, caratterizzato da citazione cinematografiche e a tratti divertente, non convince fino in fondo, anche per il prevedibile susseguirsi di omicidi a raffica, senza troppa suspense. Nella pellicola, tutto fluisce lasciando alle sue spalle un alone di indifferenza, riempito sì da una messinscena ben curata, pulita e piuttosto coerente con gli intenti del regista, ma pur sempre configurandosi come un film sottotono.

    Ti West delinea nuovamente, come già tanti maestri del cinema hanno fatto, il tema legato al perturbante freudiano, dove è evidente come le peggiori esperienze traumatiche avvengono proprio tra le quattro mura di casa. La cromia gioca un ruolo fondamentale nel contenuto del film: i colori pastello della fattoria, accesi e confortevoli per lo sguardo, rappresentano l’apparenza di una vita appagante. Immersi nella campagna, circondati da campi di grano e da animali simpatici, ci rendiamo presto conto di quanto dietro a tutto questo si annidi il dolore della costrizione di Pearl.

    Interessante, infine, anche lo spunto legato all’attesa logorante della ragazza che aspetta il ritorno del marito dalla Guerra Mondiale in Europa, per sottolineare come i conflitti vengano subiti indirettamente anche da chi non la combatte. Pearl, infatti, è costretta in una solitudine deleteria, sfiancante, una solitudine che si deve colmare con la vicinanza di chi si ama e di chi ci comprende davvero.

    A cura di Matteo Malaisi

    Leggi tutto: Pearl
  • Coma

    Coma

    Coma – Chi siamo quando nessuno ci guarda?

    Chi siamo quando nessuno ci guarda? Come reagiamo all’isolamento forzato? Quali immagini, proiezioni, paure popolano la nostra mente, quando questa ha sempre le stesse quattro pareti a cui riferirsi? Bertrand Bonello adopera l’orizzonte sospeso del confinamento pandemico per comporre una dedica alla figlia, ad una generazione intera e, infine, al futuro del nostro mondo tappezzato di immagini.

    Anna è un’adolescente che trascorre le sue giornate nello spazio chiuso di casa sua, un recinto socialmente invalicabile ma psicologicamente morbido e poroso, in cui i sogni e i mostri della giovane si insinuano mescolando il reale al magico, il concreto all’abisso surreale del pensiero. Quella di Anna è una discesa agli inferi della solitudine, nel tempo potenziale e sospeso del lockdown, che qui è preso come pretesto per orizzontare un mondo postumo, sopravvissuto a sé stesso, alla morte delle relazioni collettive.

    Lo sguardo originale, sghembo, mai accomodante a cui Bonello ci ha abituati negli anni, ha spesso colto l’essere umano in relazione alla fine, alla posizione ulteriore rispetto al presente, a un sentimento crepuscolare che potremmo definire post-moderno: una fine esistenziale ma non biologica che costringe l’individuo a confrontarsi coi fantasmi dell’esistenza più piana e abituale. Ma qui, lo spazio-tempo alienato del lockdown, è sia un funerale che una rinascita, un contesto redivivo, sopravvissuto ma ancora da ridefinire.

    Il corpo adolescente di Anna è l’emblema di un’istanza incontenibile e indecifrabile, proprio come il dialogo imperterrito tra conscio e inconscio, reso dall’affastellamento delle forme espressive più diverse, in cui sguardo oggettivo e soggettivo si compenetrano e confondono: stop-motion, sorveglianza, video-call, animazione, nitidezza e sfarinatura materica dei pixel.

    La mente della giovane astrae lo spazio, mette in discussione la monotonia dell’abitudine e la sua fantasia scuote una realtà sempre uguale. Una fantasia che oggi sembra non poter prescindere dal mezzo digitale, dalla rifrazione degli schermi, dalla riproposizione di slogan e luoghi comuni rimediatizzati. Ad esempio, la guru-influencer Patricia Coma assume i tratti di una creatura paradossale che sosta tra la posizione della narratrice e quella dell’oggetto narrato. I suoi contenuti assurdi e surreali, il suo eloquio cupo e solenne, il suo sguardo in macchina serio e definitivo, non sono che false interlocuzioni, ma anche l’unico controcampo possibile nell’isolamento, una coscienza mediatica che si infiltra nel sogno e nella realtà della giovane.

    Parla a una generazione che sembra condannata alla ripetizione o, alla meglio, a costruire la propria identità nei sottili e soffocanti interstizi rimasti vuoti nel grande muro delle immagini che copre il mondo. Una saturazione visiva che contagia l’interiorità della protagonista, un eccesso di immagini che da una parte veicola l’impossibilità di accedere al reale senza filtri e mediazioni, ma dall’altra fa palpitare le inquadrature, creando narrazioni, favole e miti dall’abitudinario, come se non ci fosse limite alle potenzialità espressive del cinema e della nostra mente.

    Nel limbo dell’isolamento, nello spazio interstiziale tra il “non più” e il “non ancora”, lo sguardo si confina e la nostra immaginazione diventa una tetra soap opera plastificata di cui siamo autori e sceneggiatori, ma anche soggetti in balia di una sorveglianza dall’alto, misteriosa e impersonale.

    Bonello firma un ritratto onirico eppure squisitamente terreno; uno spazio misto, liminale, suggestivo e abbacinante, rivelando il silenzio che fa da controcampo domestico a una call di gruppo. Il rischio dell’isolamento è quello di vincere sempre ad un gioco senza regole, di non esporsi a un rischio, che, una volta uscita e liberata, sarà il tratto connotativo della vita di una intera generazione, tra l’apocalisse e l’urgente e speranzosa necessità di un rinnovamento collettivo. 

    A cura di Matteo Bonfiglioli

    Leggi tutto: Coma
  • Therapy Dogs

    Therapy Dogs

    Therapy Dogs: next gen editing al NOAM

    Non è facile girare e montare un film a 17 anni. Non è facile girare e montare un film in generale, in realtà. Ethan Eng, tuttavia, ci è riuscito da neodiplomato accogliendo i favori di pubblico e critica allo Slamdance2022, con una pellicola non proprio ordinaria: il racconto, tra verità e sceneggiatura, del suo ultimo anno di scuola, accompagnato dal migliore amico Justin, nella cornice invece estremamente ordinaria di una High school canadese. «The movie we all deserve, the truth about High school», come dice Ethan nella prima scena del film.

    Se la pellicola sia o meno una rappresentazione veritiera della realtà scolastica canadese, risulta difficile giudicarlo dall’altra parte dell’oceano. Tuttavia, anche da qua, Therapy dogs trasuda, salvo qualche rara scena che sembra invece più forzata, un’onestà ed una genuinità che pochi film riescono ad avere, grazie anche (o forse soprattutto) alla scelta obbligata della formula: un mockumentary presentato ai compagni come il video dell’annuario, che ci permette di immergerci completamente nella Cathrwa’s Park Secondary School, senza troppi artifici cinematografici a separare l’esperienza del film da quella di uno studente qualunque.

    Therapy dogs si presenta come un insieme slegato di episodi, brevi sequenze senza alcuna correlazione l’una con l’altra meno i propri protagonisti, Justin e Ethan, i quali si cimentano in varie attività, che spaziano dal consumo di LSD all’esplorazione di edifici abbandonati, o dal travestirsi da Wolverine correndo per la scuola. Al netto della sceneggiatura, ciò che risulta evidente, anche dopo i primi minuti, è che quello che stiamo vedendo non è un film come un altro, ma uno che anzi utilizza il linguaggio cinematografico in maniera nettamente più libera del normale, piegandolo alle proprie necessità narrative e, soprattutto, adattandolo al proprio target audience (non a caso ha vinto il premio giovani della prima edizione del nostro NOAM Faenza Film Festival). Un film da studenti per studenti, girato e montato senza alcuna supervisione di un adulto. Si può notare l’influenza di YouTube e dei social in generale: sequenze sempre più brevi per una generazione con una soglia dell’attenzione sempre più bassa; la generazione z, sovrastimolata multimedialmente, bombardata da foto e video a rapido scorrimento che negli anni si sono ridotti di durata. Quindi, come da un lato si nota uno stile di ripresa spesso più da blogger che da filmmaker, dall’altro ciò che spicca veramente come rappresentativo della generazione del regista è l’editing, sì ben congegnato, sì ben pensato, sì cinematografico da un ragazzo che sicuramente di film ne ha visti tanti (ma mai troppi), ma che aiuta il girato a non perdere genuinità e si ispira alla forma di fruizione multimediale che a Ethan è sicuramente più familiare: quella via social.

    Non vi sono sequenze più lunghe di una cinquina di minuti, e le più corte faticano ad arrivare a due; un esempio lampante ci è dato da quella che dà il nome al film, therapy dogs appunto, che consiste solamente in una serie di riprese di Justin che interagisce con una serie di cani da terapia, accarezzandoli e scherzandoci. Come le altre, la sequenza è introdotta da una schermata colorata con qualche disegno scarabocchiato attorno al titolo: che sia forse un richiamo, voluto o meno, alle Thumbnail di YouTube, o comunque il simbolo della necessità di dare un nome a ogni singola sezione, non lasciando parlare solamente la pellicola ma volendoci mettere un commento dall’autore?

    Insomma, si può concludere che i vari YouTube, Twitch, Instagram abbiano influenzato, consapevolmente o meno, Ethan Eng nella realizzazione del suo esordio alla regia Therapy dogs, ma a questo punto è lecito chiedersi: quello di Ethan Eng resterà un unicum, oppure sarà preso come esempio dai registi del futuro nel tentativo di rendere il medium cinematografico più vicino alle esigenze ed ai gusti dei nuovi cinefili?

    A cura di Francesco Colombo

    Leggi tutto: Therapy Dogs
  • Please baby please

    Please baby please

    Please baby please: un angolo di strada pieno di fantasie

    Terzo lungometraggio della regista Amanda Kramer, Please baby please è un compendio delle fantasie sessuali di una coppia sposata che vive nei bassifondi di una metropoli dove la notte regna sovrana. Tra le strade fumose e illuminate dai neon di questa simil Gotham, infatti, gli sposini Arthur e Suze, dopo essersi ritrovati testimoni dell’omicidio di un’altra coppia come loro ad opera di una gang criminale, diventano preda di un irrefrenabile desiderio di esplorare la propria sessualità e identità di genere. Le scenografie surreali e artificiose ospitano, da quel momento in poi, personaggi queer che si confrontano continuamente su cosa significhi essere e sentirsi uomini o donne negli anni Cinquanta in America.

    I sentimenti e la psicologia dei personaggi vengono rappresentati con illuminazione e inquadrature evocative, dove tutto appare astratto, ad eccezione dei rifiuti di carta sparsi per le strade, unica nota materica della messa in scena. Suze esplora lentamente il suo machismo represso mentre Arthur si infatua di Teddy, il boss della gang. Colpisce l’interpretazione animalesca di Andrea Riseborough, che diventa quasi ipnotica nei suoi movimenti ritmici e sensuali, in danze genderless con una sigaretta in bocca che non accende mai.

    L’apparizione di Demi Moore nei panni di una vamp misteriosa, inoltre, funge da epifania per il personaggio di Suze, che si ritrova in un teatrino onirico di sex toys e fantasie nascoste e che inizia a rifiutare il ruolo di moglie per preferire quello di donna. L’immaginario queer diviene assoluto protagonista del film, che mescola erotismo, ironia, balletti e violenza gratuita in un tripudio di colori e forme anni Cinquanta: una drag queencon lustrini fucsia sulle palpebre canta una canzone d’amore a qualcuno in una cabina telefonica, un cinema a luci rosse che mostra filmati per il piacere omosessuale viene invaso da poliziotti in borghese, una coppia gay di poeti beat recita i propri versi per pochi amici intellettualoidi…

    Please baby please è un saggio teatrale sul piacere inespresso e sull’esplorazione della propria sessualità e fluidità di genere, che si presenta come un anti-musical costruito su citazioni cinematografiche e riflessioni sempre attuali. Un pacchetto rosa shocking di intrattenimento e sociologia: «un angolo di strada pieno di fantasie».

    A cura di Emma Onesti

    Leggi tutto: Please baby please
  • Huesera

    Huesera

    Huesera: l’orrore della maternità

    L’esordio alla regia di Michelle Garza Cervera pone al centro della storia Valeria, una ragazza che scopre di essere rimasta incinta ed è tormentata dalla consapevolezza di non possedere alcun istinto materno. Il suo conflitto psicologico viene esplicitato da una messinscena da incubo. Valeria, infatti, subisce spesso delle pene corporali da un’entità sinistra e nascono in lei i dubbi sulla volontà di diventare madre, sull’amore per il suo partner e sul desiderio di ottemperare ai doveri familiari.

    Il film di Garza Cervera è un body horror, in cui forse si sarebbe potuto osare di più, ambientato a Città del Messico, che, secondo i commenti della regista, si presenta come «un luogo pieno di contrasti e contraddizioni». Inserito coerentemente nel contesto del folklore messicano, Huesera mostra l’incoerenza legata ai falsi ideali di felicità, in primis a quello sentirsi obbligati a instaurare rapporti coniugali con l’unico fine di “metter su famiglia”. Questa prigione emotiva e sentimentale di Valeria dà vita ai fantasmi sempre vivi nell’abisso dell’animo umano, capaci di logorarci fisicamente e psicologicamente, sfociando in esternazioni fulminee in grado di fare terra bruciata intorno a noi, come nella scena in cui, in preda a una crisi, Valeria incendia la culla di legno costruita da lei stessa per la figlia.

    I momenti che la ragazza trascorre con i suoi familiari, apparentemente armoniosi e luminosi, sono motivo di soffocamento e di buio interiore, al contrario dei momenti cupi e terrificanti che provocano in Valeria un certo senso di libertà, a tal punto da riesumare desideri di un amore omossessuale represso e la sua volontà di andare a studiare all’università. Michelle Garza Cervera condensa queste tematiche racchiudendole nel profondo terrore della maternità; tema che è stato trattato anche in Rosmary’s Baby di Roman Polanski ed Eraserhead di David Lynch (in quel caso, terrore della paternità).

    Huesera urla al mondo la necessità di porre attenzione nei confronti della società tradizionalista che impone alle nuove generazioni valori non più condivisi; società troppo spesso attaccate avidamente alle proprie ideologie, non sempre legittime o etiche (come la Storia ci insegna), con il pericolo di creare maggiore incomunicabilità e conflitti generazionali.

    A cura di Matteo Malaisi

    Leggi tutto: Huesera
  • Exposing Muybridge

    Exposing Muybridge

    Exposing Muybridge: il Caravaggio fotografo

    La storia di Eadweard Muybridge (per comodità scegliamo l’ultimo dei tanti nomi che ha avuto) rassomiglia alle tante biografie dei personaggi che hanno fatto la storia: egli è infatti tenace, dispettoso, permaloso, possessivo, arrogante e geniale. Il campo in cui ha eccelso e che ha rivoluzionato è conosciuto, tendenzialmente, solo dagli addetti ai lavori, nonostante ognuno di noi abbia, al giorno d’oggi, la possibilità di fruire delle sue invenzioni quotidianamente. Parliamo della fotografia, un’arte in grado di cambiare per sempre la storia umana: non sappiamo realmente che volto avessero Napoleone, Michelangelo o Dante. Dobbiamo affidarci ai loro ritratti. Ma dal 1835, la vita dell’uomo è stata sconvolta da questa nuova possibilità di vedere il mondo. E se il 1835 si può considerare una rivoluzione come l’invenzione della stampa da parte di Guttenberg nel 1453, allora l’influenza di Muybridge nel mondo della fotografia si può paragonare a quella di Aldo Manuzio.

    Il merito di Exposing Muybridge è quello di riportare alla luce la storia di questo vero e proprio artista, che non usava né lo scalpello né la penna, ma uno strumento del tutto nuovo, che lui stesso svilupperà esponenzialmente. Il documentario ha un’andatura praticamente cronologica: si parte dalla nascita, avvenuta nel 1830, in un paesino sul Tamigi. Infatti, i Muggeridge (vero nome della famiglia del nostro affezionatissimo) trasportavano carbone dalla periferia al centro di Londra, praticando una di quelle attività tanto utili nell’Inghilterra vittoriana. Ma Edward non era portato per queste attività: nel documentario si racconta di quando, ancora infante, disse perentorio alla nonna: «Mi farò un nome che ricorderanno tutti, o non sentirai mai più notizie di me». Ora, come tante di questi aneddoti, non sappiamo se il virgolettato sia vero, ma sicuramente è verosimile, conoscendo la testardaggine di Muybridge.

    A vent’anni molla tutto e va a San Francisco. Farsi Londra-San Francisco a quell’età, nel 1850, non era come farlo adesso. Niente aeroplani, si andava per nave e in condizioni sanitarie eufemisticamente non del tutto ottimali. E, soprattutto, San Francisco non era quella città spettacolosa che è ora: era una landa desolata, dove le strade erano attraversate solo dalle balle di fieno, come nei Western. Tuttavia, il North-West degli Stati Uniti presentava paesaggi incontaminati di una bellezza ineffabile. Il nostro Muybridge li esplora tutti: Utah, Arizona, California, Oregon. Viene addirittura spedito in Alaska, che da pochi anni era stata venduta dai Russi agli Americani, diventando il primo fotografo a ritrarre le famiglie indigene.

    Per quanto bravo, però, il suo destino non era quello di fotografare i paesaggi. Il suo genio viene infatti notato da un famoso impresario e senatore statunitense, Leland Stanford, uno di quelli che ha tappezzato gli Stati Uniti di rotaie e ferrovie e che poteva benissimo essere rappresentato in C’era una volta il West di Sergio Leone. Stanford aveva la passione per i cavalli, ma non riusciva a togliersi dalla testa un dubbio che lo teneva sveglio la notte: «Quando il cavallo corre, alza tutti e quattro le zampe o una è sempre a terra?». Lo chiese a Muybridge, a cui dei cavalli fregava ben poco, e l’artista, dopo aver preparato degli intrugli che rasentavano l’alchimia, predispose le macchine fotografiche in ordine davanti a un muro bianco e rivoluzionò il mondo della fotografia, scattando le prime istantanee in sequenza. Poi, con l’introduzione dello zoopraxiscopio, anticipò i Lumière di una ventina d’anni, fornendo, per la prima volta, l’illusione del movimento.

    Insomma, con una biografia con elementi che lo avvicinano alla figura di Caravaggio, cioè a un criminale di prima categoria, ma di un livello artistico celestiale, Muybridge influenza ancora oggi registi e artisti. Exposing Muybridge rende omaggio al suo genio, riconoscendone però i profondissimi limiti caratteriali. Ma ricordatevi: tutte le volte che vedrete un cavallo, una persona o un qualsiasi essere animato correre parallelamente ad una telecamera in un film, guardatevi indietro, e toglietevi un immaginario cappello in onore del Caravaggio fotografo.

    A cura di Alessandro Randi

    Leggi tutto: Exposing Muybridge