Categoria: Recensioni

  • La primavera della mia vita

    La primavera della mia vita

    Un debut complicato

    Le bellezze della Sicilia (il suo mare, le sue città, l’Etna) fanno da sfondo ad uno psichedelico road movie dal gusto un po’ anni ’70 in La primavera della mia vita, prima esperienza di lungometraggio per il regista Zavvo Nicolosi e per i due protagonisti Colapesce e Di Martino.

    Il film racconta il riavvicinamento di due amici, Lorenzo e Antonio, allontanatisi senza un’apparente ragione da più di tre anni. Col pretesto di dover scrivere un libro sulle leggende più strane della Sicilia, infatti, i due affrontano un viaggio alla ricerca di complottisti che credono nei giganti, di droghe antiche di centinaia di anni e di un sedicente antenato di Shakespeare (gustoso il cameo di Roberto Vecchioni, che col suo inconfondibile tono di voce sostiene la teoria di parentela tra Giuseppe Maria Scrollalancia e il Bardo immortale).

    La storia inizia a Milano ma si sposta, sia geograficamente che temporalmente, in una Sicilia popolata da santoni, eccentrici fruitori di droghe, fan di Jim Morrison fondatori de «L’iguana dei Nebrodi» e una vecchia Ford arancione soprannominata “Lazzaro”. Non ci sono coppole e cibo in abbondanza in questo road movie, ma panini e persone vestite in ogni modo possibile, hotel gelidi e cavalieri dentro i vulcani: tutto sembra irreale, surreale o, quasi, confuso. Non è importante quante siano le leggende di cui devono scrivere, cosa vogliano i membri del gruppo/setta in cui è entrato Antonio o la storia dietro i luoghi strani che visitano, ciò che conta è solo il risanamento del rapporto tra i due amici, obiettivo il cui raggiungimento non può non passare da una maturazione interiore di Lorenzo, così da arrivare poi alla tappa finale di questo film di formazione.

    Il lungometraggio rappresenta l’esordio al cinema tanto per il regista Zavvo Nicolosi, quanto per i due protagonisti, il cui sodalizio è iniziato più di dieci anni fa dietro la macchina da presa dei loro video musicali. Tuttavia, la decisione coraggiosa ed impegnativa di approdare nel mondo della settima arte svela una certa acerbità da parte del trio: se nei videoclip si esprimono magistralmente anche attraverso look eccentrici ed immagini inusuali, il tentativo di trasportare in un film questo format rende il prodotto finale poco d’impatto, al limite del confusionario e dell’inverosimile. Degna di riconoscimento la scelta delle musiche, che hanno valso al film il Nastro d’argento alla miglior colonna sonora; infatti, sono proprio le scene musicali a dare alla pellicola un’atmosfera ed un’estetica di alto livello. E, data la bravura dei due cantanti (che sono anche produttori), questo non stupisce affatto.

    Il prodotto finale, dunque, è una commedia complicata, ricca di riferimenti sconosciuti ai più, ambientata in un mondo che conosciamo, ma che, allo stesso tempo, non esiste ed è popolato da persone che ci ricordano tanto il nostro vicino di casa quanto il protagonista di un racconto di un bambino. Ma la risata, nonostante tutto, è assicurata, soprattutto davanti al «Vecchioni complottista» che Lorenzo non vuole «accollarsi», e, in attesa di vedere il prossimo passo del trio Niccolosi-Urciullo-Di Martino, tanto ci basta.

    A cura di Andrea Fiori

     

     

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  • West and Soda

    West and Soda

    West and Soda: una parodia scoppiettante

    Qualsiasi genere cinematografico si presta alla parodia quando i suoi schemi, elementi, personaggi e situazioni ricorrenti si trasformano in veri e propri cliché; ma per azzardare una tale operazione è anche necessario possedere una profonda conoscenza del genere in questione, dalle sue strutture narrative ai film che meglio lo rappresentano. È decisamente il caso di Bruno Bozzetto, che aveva iniziato a lavorare a questo esilarante cartone animato già prima dell’uscita di quello che viene considerato il caposaldo dello spaghetti western, Per un pugno di dollari (1964) di Sergio Leone.

    La trama è molto semplice: il Cattivissimo, avido proprietario terriero, vuole impossessarsi dell’unico terreno della vallata non ancora sotto il suo potere, quello della bella Clementina, a cui ha chiesto più volte di sposarlo senza successo. Il destino della ragazza incrocia quello del cowboy Johnny, che a causa di un evento passato non ha più puntato un’arma contro una persona, ma troverà infine il coraggio di affrontare il Cattivissimo e i suoi scagnozzi.

    Il regista ironizza con grande efficacia su personaggi immancabili, come il pianista del saloon che viene puntualmente preso di mira o l’eroe misterioso e solitario, venuto dal nulla, con un passato che lo tormenta; ma indugia anche su particolari che, per quanto sempre tipici, di solito rimangono relegati sullo sfondo, come il cliente che non riesce ad afferrare i bicchieri che il barman del saloon fa scivolare sul bancone, o i ritratti dei due scagnozzi che fanno a gara a chi ha la taglia più generosa sulla propria testa. Il tutto è condito con qualche goccia di sana assurdità, da cavalli trattati come veicoli a motore a mucche munite di sportello come i frigoriferi; una follia che a volte sfocia in un delirante nonsense, senza tuttavia risultare eccessivamente pesante, e che viene accentuata da una miscela di irrealismo (sfondi che non seguono alcuna regola prospettica, personaggi disegnati con uno stile squisitamente vignettistico che a volte risulta quasi scarabocchiato) e curatissimi effetti di luce, tra cui l’abbagliante luccichio della pepita d’oro e i lampi nel cielo tempestoso. Per non parlare della musica di Giampiero Boneschi, degna dei capolavori di Morricone, che segue un duello la cui suspense viene esasperata attraverso numeri clowneschi e una folla (spuntata dal nulla nella cittadina prima deserta) che assiste come se si trovasse allo stadio.

    Il primo lungometraggio animato di Bozzetto rimane un’opera unica nel suo genere, un esperimento riuscito a meraviglia la cui ironia colpisce ancora oggi.

    A cura di Melissa Marsili

     

     

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  • Malena

    Malena

    Malena – Un sogno siciliano

    Giuseppe Tornatore è uno dei cineasti italiani più conosciuti al mondo ma è anche una figura enigmatica, a volte difficile da inquadrare. Il suo più grande successo, Nuovo Cinema Paradiso, è un film caratterizzato dalla vitalità dell’infanzia, dalla passione dell’adolescenza, dal calore della Sicilia e del suo popolo, che nasconde però un pessimismo cronico e una profonda sfiducia nell’amore, nell’uomo e nella sua terra. Nelle sue opere successive, negatività e fatalismo emergono sempre di più – fra tutti il thriller Una pura formalità – e non a caso quando torna in Sicilia, nel 1995, con L’uomo delle stelle, Tornatore racconta la storia di un truffatore, un imbroglione che finge di fare provini per il cinema.

    In Malena (2000), terzo film “siciliano” del regista, ciò che è rimasto di quella terra felice sono solo i suoi colori accesi. Qui, la Sicilia è terra di sfruttatori e approfittatori, che sparlano e godono delle disgrazie altrui ma che dimenticano tutto se è per il loro tornaconto. Siamo nel periodo della Seconda guerra mondiale e la protagonista, che dà il nome alla pellicola, è una giovane donna dalla bellezza straordinariainterpretata da Monica Bellucci – che rimane vedova del marito, morto in azione. Bramata dagli uomini e invidiata dalle donne, Malena sarà oggetto di odio e di meschinità, che la porteranno a perdere tutto e la renderanno il capro espiatorio dell’intero paesino. Come in un incubo, i volti degli abitanti di Castelcuto circondano Malena e al suo passaggio si contraggono in smorfie inquietanti e recitano commenti che suonano come sentenze.

    La narrazione avviene attraverso gli occhi di Renato, un ragazzino che si è innamorato di Malena e che la spia ogni giorno. Lo sguardo del protagonista (e quindi il nostro) è carico di ossessione tanto quanto quello dei suoi compaesani, al punto che l’intero film si potrebbe definire una “pulsione sessuale repressa”. Come i baci tagliati di Nuovo Cinema Paradiso che vengono rubati agli occhi del pubblico dalle censure del parroco, anche in Malena, un film così apparentemente erotico, l’intimità del personaggio di Monica Bellucci ci viene in un certo senso nascosta, con un processo di selezione del visibile riconducibile alla gelosia (ma anche al rispetto) che Renato ha nei confronti della donna.

    Lo sguardo maschile e la donna come oggetto del desiderio sono elementi ritrovabili nel cinema di un altro grande maestro, Federico Fellini, che dev’essere certamente stato di grande ispirazione per Nuovo Cinema Paradiso. In Malena non è difficile vedere alcune somiglianze con la Gradisca di Amarcord, anche se ci sono ancora più punti in comune con un personaggio di un altro grande autore felliniano, Paolo Sorrentino. In È stata la mano di Dio, infatti, zia Patrizia èspesso oggetto dello sguardo maschile – specialmente da parte del protagonista e segue una parabola discendente per certi versi simile a quella di Malena. Nel film di Sorrentino, tra l’altro, è presente anche un altro dei grandi temi di Tornatore, ovvero la fuga dalla città natale.

    Il carattere onirico dell’opera viene esplicitato dalle fantasie del protagonista, che si presentano davanti ai suoi occhi e che cercano di completare la realtà – cosa c’è dietro alla porta, o cosa fa Malena coi nazisti – o di costruirne una nuova in cui Malena si accorge finalmente del suo amore. Quelli più rappresentativi, però, sono i sogni cinematografici, che vedono la fantasia amorosa di Renato risolversi in un film western, noir, drammatico o d’azione, come se fossero un complemento delle scene che Salvatore immaginava guardando i tagli di pellicola in Nuovo Cinema Paradiso. In Malena, la fantasia dell’infanzia si unisce all’amore e alla sessualità dell’adolescenza.

    A cura di Dario Marchiani

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  • Per niente al mondo

    Per niente al mondo

    Il crollo di uno chef

    Per niente al mondo è un film sorprendente. Ricco di suspense e adrenalina, tiene incollato lo spettatore dal primo minuto fino all’ultimo colpo di scena. Il regista Ciro D’Emilio racconta la storia di Bernardo, chef proprietario di un ristorante che va a gonfie vele, padre di Giuditta e circondato da due cari amici che frequenta spesso. Un giorno, però, la polizia bussa alla porta con un mandato d’arresto e Bernardo viene accusato di essere la mente di una banda di rapinatori. Che cosa si è disposti a fare per riavere indietro la propria vita?

    Sull’orlo del successo, Bernardo è pronto a rinnovare il suo ristorante spendendo uningente somma di denaro. Ammirando il plastico della struttura insieme alla figlia, le dice che la sensazione che dovrà avere quando ci entrerà non dovrà «essere quella di entrare in un ristorante ma in un teatro». «Sei tu l’attore principale?» – le chiede Giuditta. «Certo» – risponde il padresenza esitare. Questo dialogo, come i tanti ben scritti all’interno del film, è un po’ il fulcro della vicenda, poiché racconta perfettamente il sentimento legato alla ricerca frenetica del successo. Vogliamo essere a tutti i costi i protagonisti della nostra vita e siamo disposti a fare di tutto per avere riconoscenza da parte di chi ci circonda. Per niente al mondo racconta infatti dell’ossessione di essere i numeri uno; l’incubo dell’uomo moderno che ha il timore di diventare un nulla, un nessuno. Peccato, però, che ci dimentichiamo quanto la vita non riservi certezze o sicurezze assolute, bensì insidie che prima o poi bussano alla porta di tutti.

    Ambientato in un Veneto che racconta una società votata al progresso, al successo e al denaro, Per niente al mondo si erge sulla storia di un mito che crolla, il mito di noi stessi: è impossibile infatti costruire la propria vita contando solo sulle proprie potenzialità; ci costruiamo un piedistallo fatto di sabbia pronto crollare all’arrivo dell’alta marea.

    Il comparto tecnico, dalla fotografia alla regia, dà vita a un lungometraggio di spessore, infoltito da ottime interpretazioni da parte di tutto il cast, con una menzione speciale a Guido Caprino nei panni del protagonista. Tra Flashback e Flashforward, infatti, impariamo a conoscerlo sempre di più: a partire dal periodo cruciale trascorso in carcere, dove incontra il suo compagno di cella Elia, passando per la passione come pilota di rally, fino al ritorno alla libertà (divenuta forse più opprimente delle giornate trascorse dietro le sbarre). Bernardo, un personaggio scorsesiano, solo e dannato, ci porterà nei meandri della sua anima e accompagnerà lo spettatore fino al profondo degli inferi.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Vacanze Romane

    Vacanze Romane

    Profumo di Vacanze Romane

    Promessa e nostalgia. Ecco i due poli entro cui oscilla la stagione dell’estate. La promessa del meritato tempo di riposo e la nostalgia dei giorni trascorsi veloci. L’attesa di un amore estivo e il rimpianto di una storia finita troppo in fretta. Tra promessa e nostalgia si collocano anche le vicende di Vacanze romane, commedia del 1953 che fotografa in bianco e nero un’Italia romantica e stereotipata, tra pizzicarole in grembiule e curati col cappello nero.

    Anna (Audrey Hepburn) è una giovane principessa in visita diplomatica a Roma. Insofferente al cerimoniale di corte e attratta dalla mondanità romana, la ragazza progetta una fuga dalla turris eburnea in cui è confinata. La Città Eterna le riserva un incontro con Joe (Gregory Peck), giornalista squattrinato che lavora per l’agenzia American News Service. I due trascorrono insieme una breve vacanza sotto il segno di una doppia bugia. Lei, infatti, per godersi una giornata lontana dal palazzo, non rivela la sua vera identità; lui, invece, perfettamente consapevole di chi ha davanti, spera di poter realizzare un’intervista con cui guadagnare una bella somma di denaro.

    La scoperta della città, luogo per eccellenza della modernità, si traduce per la principessa in una sorta rito di passaggio, ben simboleggiato dalla scelta di farsi tagliare i lunghi capelli. Sciolta finalmente dai lacci della vita cortese e in sella all’iconica Vespa, Anna sperimenta il brivido della libertà, partecipando perfino a una rissa su un dancing galleggiante ai piedi di Castelsantangelo. Accompagnata dall’affascinante Gregory Peck e dal divertente Eddie Albert, la giovane Audrey Hebpurn, poi consacrata a icona di eleganza senza tempo, è perfetta per interpretare il ruolo della principessa Anna, forse ispirato alla vita di Margaret, la sorella ribelle della regina Elisabetta.

    Tra un gelato in Piazza di Spagna e un bacio fradicio dopo un tuffo nel Tevere, Vacanze romane di William Wyler racconta una fiaba moderna dalle tinte romantiche, il cui finale lascia in bocca il sapore dolceamaro degli ultimi giorni estivi: Anna incontrerà Joe un’ultima volta a una conferenza stampa, dove la principessa si concederà un ultimo strappo istituzionale. Quando le chiedono quale città abbia apprezzato di più durante il suo viaggio diplomatico, la ragazza risponde che il ricordo di Roma non la abbandonerà mai. È infatti proprio la Città Eterna la vera protagonista di questa pellicola, cornice perfetta per una storia d’amore fugace e impossibile, divisa tra la nostalgia di quel che è stato e la promessa di ciò che forse non sarà mai più.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Margini

    Margini

    Quando la musica supera i margini

    «Uno deve acchiappa’ e anda’ via». Sono le parole di Jacopo, uno dei membri della band protagonista del film Margini, uscito nel 2022 per la regia di Niccolò Falsetti e presentato alla 79ª mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. I tre musicisti vivono a Grosseto, nei primi anni duemila, in un’atmosfera soffocante fatta di desolazione e prigionia dello status quo. Come unico obiettivo, sfondare nel mondo del punk rock.

    La musica non è solo una valvola di sfogo, ma anche un modo per eludere dei margini fin troppo stringenti. Infatti ognuno di loro ha una vita che li costringe a rispettare i ranghi, in una militaresca quotidianità in cui conta ogni centesimo guadagnato: Edoardo vive con sua madre, in un’eterna adolescenza che lo relega a un ruolo subordinato, mentre Michele dovrebbe supportare economicamente moglie e figlia, che con il suo entusiasmo genuino alimenta e visualizza i sogni del padre. Solo Jacopo è scisso tra una prospettiva migliore, fare definitivamente parte dell’orchestra in cui prova con il suo violino, o appoggiare i sogni sbilenchi dei suoi amici.

    Il punk rock è un genere complesso, stridente, non a caso la cittadina non è preparata a contenerlo. Sfugge alla comprensione dei più; le note si insinuano nei pertugi e cozzano tra loro. È necessario un gesto forte, rivoluzionario, per acquistare visibilità: organizzare un concerto e invitare un famoso gruppo americano come ospite principale. L’impresa ha la veste di un risveglio culturale più che un desiderio di gloria. Rimpolpare i confini stanchi in cui si protraggono le giornate di provincia. Tuttavia non c’è solo la musica: è necessario prenotare una sala, affittare la strumentazione adatta, coinvolgere il pubblico. L’unica cosa certa è la locandina della serata, i famosi disegni di un certo Zerocalcare, guest star impalpabile, che si prestano a una rivisitazione rock.

    Per il locale, la situazione è più complessa. Dopo aver distrutto la sala del patrigno di Edoardo con una rabbia viscerale, atavica, che si confà alla dissoluzione interna di una perdita di prospettive, i tre si trovano in serie difficoltà. Michele investirà tutti i suoi risparmi per pagare il volo degli americani, il loro pantagruelico pranzo tra vino toscano e tortellini ripieni; Edoardo verrà cacciato di casa e dormirà in macchina, uno stile underground portato al parossismo come conseguenza delle sue azioni. Jacopo deciderà di allontanarsi, mentre aspetta un treno nell’ultima scena che lo vede come protagonista. La sua assenza funge da monito per gli abitanti di Grosseto, acchiappare e andare via: l’unica regola capace di creare un varco.

    Le sorti del concerto rimangono dubbie fino all’ultimo, la tensione palpabile tra Edoardo e Michele che esaurisce pian piano ogni risorsa. In un emblematico grido di guerra, pochi giorni prima dell’evento, Michele suona violentemente la batteria sul terrazzo, tra fili di panni stesi come inquilini curiosi che partecipano allo spettacolo. «Basta, hai rotto», gli intima uno di loro in carne ed ossa, vestaglia e giornale alla mano. È questa la provincia, con la sua implacabile pretesa di silenzio.

    La realizzazione materiale del concerto sarà una sorpresa, trionfo di corpi che si scatenano a ritmo, in una stanza minimal e polverosa in cui pestano i piedi gli appassionati. La band americana attirerà seguito e consenso, Jacopo e Michele relegati ai margini organizzativi di un supporto, però, indispensabile. La loro esibizione privata avviene in macchina, il giorno successivo, quando cantano a squarciagola una canzone di Massimo Ranieri trasmessa in radio. Come si chiamava il cantante, Michele, Marco? Non indovinano subito ma non importa, perché loro sono rimasti nei margini, ma hanno scavalcato confini.

    A cura di Alessia Mangone

     

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  • Mediterraneo

    Mediterraneo

    Mediterraneo – Un cult fuori dal tempo

    1941. Otto militari italiani sbarcano sull’isola greca di Mefisti col compito di presidiarla. Sono un gruppo di sbandati, di richiamati: Lorusso (Diego Abatantuono) ha combattuto nella Campagna d’Africa ed è diventato sergente; Colasanti (Ugo Conti) si occupa delle comunicazioni radio e vive nell’ombra del sergente; i fratelli Munaron (Memo Dini e Vasco Mirandola) non sono mai scesi dalla montagna e non sanno nuotare; Strazzabosco (Gigio Alberti) è un alpino che si è portato dietro Silvana, la sua amata asina; Noventa (Claudio Bisio) è un disertore che vuole solo tornare a casa dalla moglie; Antonio Farina (Giuseppe
    Cederna) è al servizio del tenente Raffaele Montini (Claudio Bigagli), che ha dovuto lasciare il posto di professore di ginnasio per guidare la truppa.

    Ognuno di loro è in fuga – consapevolmente o meno – e insieme intraprendono un viaggio che non si ferma con lo sbarco sull’isola greca di Mefisti, ma che prosegue anche durante la loro permanenza. Un viaggio in balìa delle onde, perché non sempre puoi essere padrone del tuo destino, «a volte si ubbidisce al destino e basta».

    Quella che inizialmente sembrava un’isola deserta, infatti, si rivela essere viva e accogliente e i soldati, tagliati fuori dal mondo esterno, finiscono per immergersi nei paesaggi e nella cultura locale per riscoprire sé stessi. Anche le loro paure, come quella del nemico in agguato o quella di nuotare, vengono lavate via dai giochi, dagli amori e dalla spensieratezza.

    Gabriele Salvatores – guidato dalla sceneggiatura di Enzo Monteleone – è un maestro nella caratterizzazione dei personaggi e lo dimostra nelle sequenze dove il gruppo è riunito, in cui mette in scena le interazioni migliori, molte delle quali sono diventate iconiche e fanno ormai parte della cultura popolare (in primis le battute di Abatantuono, qui in uno dei suoi ruoli migliori). Con le prime carrellate negli accampamenti il regista ci mostra le personalità e le diverse sensibilità dei personaggi, ognuno con le sue peculiarità, mentre più tardi, nella scena della pipa con il “fumo dell’oblio” di Aziz, mette in scena la riscoperta di loro stessi, il loro cambiamento. La consapevolezza che l’Italia ha voltato loro le spalle, li ha abbandonati, e che l’ideologia fascista è fallace e dannosa.

    Anche la guerra che è in corso là fuori diventa fumosa. Mefisti è un luogo fuori dal tempo, tanto che nessuno si accorge degli anni che passano. Solo un pilota italiano che atterra sull’isola per caso può informare il gruppo sull’andamento del conflitto: gli alleati sono diventati nemici, e i nemici sono diventati alleati. Ma non solo, l’Italia adesso è divisa in due e c’è grande fermento, ci sono tante possibilità e «si possono fare anche un sacco di soldi». Quando finalmente una nave inglese li riporterà a casa, però, scopriranno che l’Italia non è il Paese pieno di opportunità che aveva dipinto il pilota.

    Nel 1953 il critico cinematografico Renzo Renzi pubblica sulla rivista «Cinema Nuovo» un breve soggetto dal titolo L’armata S’Agapò. Il soggetto è per un film che avrebbe dovuto raccontare le gesta dei soldati italiani in Grecia, soprannominati “S’agapò” (“ti amo” in greco) per i loro rapporti con la popolazione locale. I militari italiani, però, nel periodo che va dalla fine del 1940 al 1943, non si limitarono a giocare a calcio sulla spiaggia o a provarci con le donne greche, ma furono anche autori di stragi e violenze. L’armata S’Agapò fu ritenuto lesivo dell’onore militare, e per la sua pubblicazione Renzo Renzi e Guido Aristarco (il direttore di «Cinema Nuovo») vennero accusati di vilipendio e condannati da un tribunale militare rispettivamente a sette e sei mesi di reclusione. Pena che, fortunatamente, non dovettero scontare per benefici di legge. Si tratta di un episodio gravissimo, specchio di un’Italia che nel Dopoguerra non è riuscita a ripulire gli organi statali dalle vecchie figure fasciste e che le parole di Lorusso nel finale riescono a inquadrare perfettamente: «Non ci hanno lasciato cambiare niente. E allora gli ho detto: “Avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice”. E sono venuto qui».

    A cura di Dario Marchiani

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  • Scompartimento n.6 In viaggio con il destino

    Scompartimento n.6 In viaggio con il destino

    Scompartimento n. 6 – In viaggio con il destino: il calore della condivisione

    Liberamente adattato dal romanzo della scrittrice finlandese Rosa Liksom e ambientato tra gli anni ’80 e ’90, come suggeriscono la videocamera a cassette della protagonista, gli interni e le canzoni diegetiche (nonché l’espediente del 35mm utilizzato dal regista, che contribuisce anche al tono onirico che spesso la narrazione sembra assumere), il film segue il viaggio di Laura, studentessa di archeologia, verso un sito di antichi petroglifi, ma anche e soprattutto all’interno di sé stessa. Ferita dallo scarso coinvolgimento emotivo della sua compagna Irina, decide di intraprendere questo viaggio senza di lei; sul treno che la porterà a destinazione è costretta a condividere la cuccetta con Ljoha, un ragazzo dall’aspetto poco raccomandabile che, sotto l’effetto dell’alcol, si mostra volgare, sgradevole e invadente al punto da risultare molesto.

    I due non potrebbero essere più diversi: lei finlandese e lui russo; lei riservata e lui curioso; lei dotata di un certo livello di cultura e lui un umile minatore che non comprende l’importanza storica delle incisioni rupestri e non riesce nemmeno a ricordarne il nome. Ma contro ogni previsione, più le ore passano e più lo spazio angusto dello scompartimento fa avvicinare due anime che in qualsiasi altro contesto si sarebbero evitate come la peste. Ljoha si rivela essere una persona altruista che a modo suo sa ascoltare, e Laura passa dall’essere infastidita dalla sua presenza al non poter fare a meno di sorridere mentre lo guarda, divertita e intenerita dal suo fare rozzo e infantile. La sua compagnia diventa quasi rassicurante, forse proprio grazie alle loro differenze e al fatto che lui sia completamente estraneo alla sofisticata élite intellettuale di Irina, di cui Laura desiderava far parte ma in cui in fondo sa di non essere mai stata a proprio agio.

    Vediamo spesso la ragazza volgersi malinconicamente al passato che si sta lasciando alle spalle, riguardando i filmati realizzati a Mosca e cercando continuamente un contatto telefonico, a volte senza ricevere risposta; persino i petroglifi, segni concreti del nostro passato sopravvissuti allo scorrere inesorabile del tempo, sembrano irraggiungibili. «Sembra tutto troppo lontano», dice Laura. L’unico modo che ha di raggiungere il sito è con l’aiuto di Ljoha, ed è qui che capiamo che la destinazione, in realtà, non ha mai avuto così tanta importanza: i disegni non vengono nemmeno inquadrati, non c’è nessun momento di climax emotivo in cui vediamo il volto meravigliato della protagonista. È il viaggio stesso che conta davvero, le persone incontrate, le esperienze condivise, le barriere superate all’interno di questa anticonvenzionale storia d’amore platonico.

    Una delle cose che più colpiscono della pellicola di Kuosmanen è la genuinità di cui è intrisa, veicolata da dialoghi asciutti ma credibili, dalla scarsità di cliché narrativi e da due protagonisti (egregiamente interpretati) dall’aspetto assolutamente comune, con cicatrici e borse sotto agli occhi che li rendono ancora più veri; ma soprattutto da un’introspezione curata, accompagnata dal ritmo lento della narrazione e dai primissimi piani. Il regista dimostra anche un certo talento evocativo con ambientazioni cupe e/o claustrofobiche, spesso vicine al degrado, avvolte dal gelo dell’inverno.

    A cura di Melissa Marsili

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  • Pier Paolo Pasolini – Una visione nuova

    Pier Paolo Pasolini – Una visione nuova

    L’altro Pasolini

    È possibile riuscire a scandire le tappe del Pasolini cinematografico nel giro di poco più di un’ora? Questa è la sfida che si pone Giancarlo Scarchilli, alla sua ottava direzione in carriera. Il documentarista romano ripercorre un tratto di storia del nostro cinema e della nostra cultura, cercando di ricostruire il genio che ha scosso l’Italia, attraverso la folgorante – e in alcuni casi intima – mediazione di chi lo ha conosciuto e chi sta continuando a conoscerlo.

    Pasolini è sicuramente una delle figure di intellettuale più complesse del secolo scorso. È quindi scontato dire che il documentario, per la sua ridotta portata, non si configuri come un mero riassunto di eventi, ma cerchi di trovare un lato ancora non affrontato del poeta bolognese. È proprio questo il concetto di Visione Nuova che è riportato nel titolo. Scarchilli sceglie di percorrere la via del Pasolini scopritore di talenti: una
    strada certamente non trafficata attualmente, ma che, come si vedrà, è stata attraversata da molti in passato. Basterebbe pensare a Bernardo Bertolucci, che passa da poeta ad aiuto regista, prima di spiccare il volo verso più alte vette, e Franco Citti, imbianchino divenuto sceneggiatore e regista. Pasolini è il motore del loro cambiamento.

    Il documentario si struttura come un mosaico di interventi, una collezione di aneddoti e di testimonianze. Più che un racconto è un ritratto indiretto, che viene costruito gradualmente attraverso le esperienze vissute dai suoi collaboratori e “discepoli”. Scarchilli è assai abile a decentralizzare la figura dell’intellettuale, lasciando trapelare dalle bocche altrui lati umani poco conosciuti, e contemporaneamente rendendo la sua immagine un leitmotiv onnipresente ma non ingombrante. Viviamo il Pasolini semplice e genuino che incontrò Citti, il rigido mecenate che stroncò Ultimo tango a Parigi di Bertolucci, l’amico che Laura Betti protesse per tutta la vita. Ascoltiamo Vincenzo Cerami, Ennio Morricone, e Carlo Verdone. Ma ascoltiamo l’eco della sua influenza anche ai giorni nostri. Matteo Anastasi, giovane studioso, lo descrive come «una coscienza che non si è mai spenta», affermazione che rende meglio di tutte il carattere polarizzante e inestinguibile della sua influenza sull’Italia e sul nostro modo di vedere le cose.

    Se da un lato la costituzione “a più voci” rende il documentario dinamico, dall’altro questa celerità risulta a volte eccessiva, legata in particolare al basso minutaggio che si concede la pellicola. Se non si conosce già la storia e il pensiero del poeta si rischia di saltare alcuni passaggi, dal momento che la natura frammentaria dell’opera impone un andamento non lineare, nonostante la scansione in capitoli. La velocità con cui viene trattata la quantità di informazioni potrebbe essere fraintesa per superficialità, forse acuita da qualche celebrazione di troppo, giustificata ma in alcuni casi fine a sé stessa.

    Di certo si tratta di un’opera non per tutti e non di immediata comprensione. Il punto di forza è però la capacità di far emergere proprio quello spirito che sembra trapelare lateralmente dagli incontri con Pasolini, afferrabile ma difficilmente spiegabile. La forma e il contenuto fungono da innesco, da ponte, in grado di spaziare tra ieri e oggi, tra opera ed eredità del simbolo e dell’uomo Pier Paolo Pasolini.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • Cortometraggi Eclettica

    Bicchèri di Federico Fasulo

    Spesso è difficile perdonare; a volte lo è ancora di più a causa di una parola di troppo ed una conseguente umiliazione pubblica. Dopo aver involontariamente offeso il marito di fronte ad amici durante una festa, la padrona di una dimora signorile si troverà costretta a fare i conti con un dilemma: come chiedere scusa?

    Regista, sceneggiatore e produttore milanese, Federico Fasulo si è diplomato alla Met Film School di Berlino nel 2016 con il cortometraggio Art for Art’s Love ed in seguito ha scritto e diretto altri tre corti: Will There Be Enough Water?, Dorsia (presentato alla decima edizione dell’Asti Film Festival e premiato per la Miglior Regia) e Bicchèri. Quest’ultimo corto, presentato nel 2023 in vari festival cinematografici italiani ed internazionali (Capitol City Film Festival, Videoconcorso Francesco Pasinetti, Cinemadamare, Dalmatia Film Festival), si interroga su come possa essere riconquistata la fiducia perduta. Girato in un raffinatissimo palazzo catanese, Bicchèri riesce nell’intento di raccontare – nella difficoltà di un tempo molto limitato – una storia completa, incorniciando nelle sue riprese la figura di una donna sulle cui spalle gravano i pezzi di una relazione dal futuro incerto.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

     

     

    Forgive us our trespasses di Lorenzo Maria Chierici

    I cittadini di Birmingham si ricordano bene cosa avvenne nella serata del 21 Novembre 1974: tre bombe vennero piazzate in tre differenti punti della città, ma solo due di queste esplosero, uccidendo alcuni civili e ferendone molti altri. Non tutti, però, immaginano i retroscena di un
    attacco così violento: i dieci minuti cardine antecedenti alle esplosioni, le scelte compiute all’ultimo minuto ed i ripensamenti dell’ultimo secondo.

    Dopo aver diretto nel 2018 il suo primo cortometraggio Eve ed aver girato nel 2019 Nelle Tue Mani, prodotto da Rai Cinema (selezionato in oltre 35 festival a livello globale), il regista e produttore Lorenzo Maria Chierici decide di portare davanti alla telecamera due storie mai raccontate, le ragioni di un padre e di un figlio in lotta contro un potere troppo forte per combatterlo da soli. In Forgive us our trespasses, mentre le voci di giornalisti presentano i sentimenti dell’epoca, filmati d’archivio vengono alternati a scene di finzione, intrecciando la Storia di una nazione alle vicende di uomini comuni ma straordinariamente coraggiosi.

    Presentato nel 2022 al Roma Independent Film Festival (RIFF) nella sezione National Short Competition, il corto è stato successivamente inserito nella sezione Panorama del Festival Los Angeles – Italia 2023.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

     

    Il dio dei gatti è immortale di Riccardo Copreni

    Si dice che l’amore sia cieco e, ne Il dio dei gatti è immortale, questo detto diviene senza età. Aco, il giovane protagonista, prova dei forti sentimenti per la coetanea Cate, la quale è però adirata con lui per delle ragioni passate, oltre ad essere triste per la scomparsa del suo gatto Syd. Per riconquistare la ragazza amata, Aco promette di ritrovare il felino, iniziando un’avventura in compagnia dell’amico Cesare/Podo: riuscirà nella sua impresa e nel suo romantico intento?

    Riccardo Copreni è un giovanissimo regista e produttore italiano; nato nel 1998, nel 2020 si è diplomato alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti e, in questi ultimi anni, ha diretto una serie di cortometraggi che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali. È inoltre tra i fondatori di Eclettica, «un collettivo artistico di giovani professionisti dell’audiovisivo milanesi» composto da «registi e producer che lavorano a cavallo tra la pubblicità e il cinema, specializzandosi nella produzione di cortometraggi d’autore con una connotazione di genere e l’ambizione di interloquire con il pubblico». Il dio dei gatti è immortale è ambientato in un paesino del Nord Italia non meglio definito e il protagonista è attore di un’avventura di stampo classico: ha una missione, un fedele aiutante e deve superare degli ostacoli e delle prove. Gli avversari della storia però, sono anche gli amici: capaci solo di esprimersi in maniera sboccata e schiavi di una mascolinità tossica, i membri della cricca, prima di aiutare Aco nella ricerca, lo derideranno per i suoi sentimenti e lo ostacoleranno.

    Aco si sente schiacciato quindi tra le emozioni forti che prova per Cate e le aspettative del suo gruppo, dove vige l’immagine dell’uomo insensibile che deride le donne. Con le parole dello stesso regista: «Il tentativo di “beccare” il gatto è quello anche di ingabbiare dei sentimenti che sono nuovi per Aco e che, in qualche modo, egli stesso vuole cercare di domare». Alla fine, infatti, nonostante tutto, il protagonista uscirà da questa avventura in parte vittorioso e più capace di accettare il suo amore.

    Uscito nel 2023, il cortometraggio è stato selezionato da vari festival nazionali ed internazionali, vincendo il premio come miglior cortometraggio del Los Angeles, Italia film festival.

    A cura di Andrea Fiori

     

    Vae victis di Andrea Sbarbaro

    Vae victis (“guai ai vinti”) avrebbe detto il capo dei Galli Brenno ai romani che si erano arresi, costringendoli a pagare più oro. Vae victis ha tatuato la protagonista dell’omonimo cortometraggio sulla schiena, pronta a mostrarlo a chi si accanisce su di lei. La cinepresa indugia su un viso tumefatto, spaventato, preoccupato, e invita a chiederci che cosa sia successo a questa donna. Ma quelle cicatrici non sono – forse – frutto di una violenza brutale e gratuita, ma di uno sport, la boxe, e quella preoccupazione non viene – forse – da problemi personali, ma da un’imminente competizione. La vincerà oppure mostrerà il tatuaggio sperando che l’avversario sia clemente?

    Andrea Sbarbaro, classe 1998, è un giovane regista e montatore dell’hinterland milanese che, dopo un diploma in architettura, ha frequentato la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti, terminando i suoi studi nel 2020. Ha esordito nel 2018 con il cortometraggio Hypochondria con cui ha ottenuto una serie di riconoscimenti internazionali, fa parte del collettivo Eclettica e, nonostante la giovane età, nel 2021 ha diretto Giovanni Storti e Teresa Acerbis ne L’impianto umano. In Vae victis, girato in piano sequenza, ci sono rabbia, paura e tensione, a cui si accompagna un senso di disorientamento, evidenziato da un’inquadratura che, ruotando, confonde lo spettatore. La stessa donna, infatti, è disorientata, sente il bisogno di sfogarsi uscendo dallo spogliatoio ed abbracciando il suo allenatore. E lo spettatore, portato inizialmente a sospettare che le cicatrici e l’ambientazione siano il preludio di una situazione drammatica e pericolosa, alla fine si sente rincuorato nel vedere lo sguardo deciso della protagonista che, accompagnata da un crescendo musicale, si prepara al combattimento.

    Presentato nel 2022, come altre opere del giovane regista Andrea Sbarbaro, Vae victis è entrato in concorso in numerosi festival nazionali ed internazionali tra cui l’Independent Days International Filmfestival, il Portobello Film Festival, il Festival Internacional de Cine de
    Villa de Leyva e il Villammare Film Festival.

    A cura di Andrea Fiori

     

     

     

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