Categoria: Recensioni

  • Cine-Racconti: Il Traditore

    Cine-Racconti: Il Traditore

    Un viaggio alla scoperta de Il Traditore: il Cine-racconto della 1DAFM

    Cine Racconti è questo il titolo del progetto a cui noi alunni della 1DAFM dell’Istituto Compagnoni di Lugo, tra il novembre e il dicembre del 2023, abbiamo dedicato tutte le seconde e terze ore dei nostri giovedì mattina. In classe, insieme a noi, c’erano la professoressa di Italiano Martina Vullo e l’esperta Agnese Graziani dell’associazione Filmeeting, che ci hanno guidato in un viaggio alla scoperta del mondo del cinema. Un viaggio bellissimo che si è concluso con la visione di un film, del quale abbiamo deciso di realizzare una recensione. Ci auguriamo che apprezziate il nostro lavoro da critici, ma se così non fosse, vi invitiamo a contattare il Polo tecnico per eventuali lamentele sulla brevità di certi percorsi che non durano mai abbastanza!

    Il Traditore è un film del 2019 in cui il regista Marco Bellocchio racconta la storia di Tommaso Buscetta: primo pentito della storia della mafia italiana. Se l’intero film ruota attorno alle vicende di questo personaggio, soprannominato “il boss dei due mondi” per via della vita divisa tra la Sicilia e il Brasile, quella che Bellocchio ci restituisce è una panoramica molto più ampia, fotografando in maniera fedele le dinamiche intercorse tra i due principali clan mafiosi (corleonese e palermitano) in lotta fra loro per il potere, nella Sicilia degli anni ’80 e ’90.

    È una fotografia vivida e inquietante, come quella che, in una delle prime scene del film, gli esponenti dei due clan si fanno scattare durante la festa di Santa Rosalia. Una foto che non manca di didascalie precise, come quelle che accompagnano sullo schermo i volti ipocriti di persone che si abbracciano, nascondendo le pistole da utilizzare se necessario contro i vicini, nelle tasche dei propri abiti eleganti. Presenti all’appello nomi noti e meno noti, fra i quali spiccano quelli del boss Totò Riina, di Salvatore Contorno (secondo pentito mafioso, interpretato da Luigi Lo Cascio) e ancora quelli di Benedetto e Antonio Buscetta. I primi spari non tardano certo ad arrivare: annunciati dal gioco visivo di numeri che scorrono (a indicare le vittime assassinate) e accompagnati dal suono di una lancetta, quasi a sottolineare l’inesorabilità del destino a cui le vittime stanno per andare incontro. Ad ogni numero un ticchettio e ad ogni ticchettio nuovo sangue versato. Sangue a cui si mescola quello dei figli dello stesso Buscetta, il quale, una volta scoperto all’interno della casa in cui latita in Brasile, complice la rabbia per la morte dei suoi figli e per il “tradimento” di chi avrebbe dovuto proteggerli, decide finalmente di collaborare.

    Osservando questo personaggio serio, taciturno e fermo nelle proprie idee, alle prese con l’interrogatorio attuato dal giudice Giovanni Falcone, ci interroghiamo inevitabilmente sul senso del titolo del film: il tradimento è quello del pentito che, testimoniando, rinnega il sistema di cui faceva parte? O a tradire è la nuova mafia di ambiente corleonese che ha rinunciato ad ogni codice d’onore, che tocca bambini e donne, tradisce gli amici e nella quale il protagonista non si riconosce più?

    Le domande nello spettatore si mescolano all’inquietudine e alla sorpresa generata da scene molto forti. Sono significative quelle che riguardano il Maxiprocesso: uno degli eventi più importanti della recente storia italiana, che ha contribuito alla condanna di tantissimi mafiosi. Nella ricostruzione scenografica dell’aula bunker hanno luogo situazioni estreme: c’è un imputato che si sveste, un altro – Salvatore Ercolano – che si cuce la bocca; donne che gridano e uomini deliranti si mescolano in un teatro di provocazioni a fronte delle quali il giudice risponde sempre mantenendo una certa pacatezza. È stato impressionante per noi vedere in classe le registrazioni di quel Maxiprocesso e renderci conto di come gli eventi che abbiamo osservato nel film non provengano dalla fantasia di un regista, ma siano accaduti veramente.

    E la realtà è un elemento che nel film ritorna anche attraverso degli spezzoni video che rappresentano estratti di vita reale incastonati dentro al film: è il caso della scena di Buscetta che canta Historia de un amor (brano usato come leitmotiv all’interno della pellicola) e che costituisce solo uno degli espedienti che ci portano a percepire quello di Buscetta come un personaggio umano. Interessante è il racconto di una storia che il collaboratore di giustizia condivide con Falcone per rendere conto dei valori antichi della mafia che non toccava gli innocenti. La storia narra di un uomo che Buscetta stesso avrebbe dovuto uccidere e che è riuscito ad evitare la pallottola a lui destinata, facendosi scudo attraverso il figlio che aveva sempre portato con sé. Se questa storia sembra ribadire i principi di una mafia che non tocca gli innocenti, è interessante che il film si concluda con una scena in flashback che mostra Buscetta nell’atto di ammazzare l’uomo di cui raccontava a Falcone: scena che sembra voler ammonire sul fatto che, nonostante il suo contributo da pentito, quest’uomo rimane un mafioso che ha ucciso delle persone e che quindi va di certo lodato per il suo aiuto fondamentale, ma non mitizzato.

    Noi della 1DAFM suggeriamo la visione de Il Traditore agli appassionati del genere, ma anche a chi, attraverso un film ben fatto e appassionante, desideri ripercorrere un pezzo di storia del nostro paese. Per un maggiore tuffo all’interno del film e del nostro lavoro, raccomandiamo di ascoltare inoltre l’intervista a Rosario Palazzolo: attore del cast nel ruolo di De Gennaro, oltre che regista teatrale e autore teatrale e letterario, che ha condiviso con noi il proprio vissuto all’interno del set, dando valore aggiunto al percorso fatto in questi mesi.

    A cura della classe 1D AFM coordinati dalla prof.ssa Martina Vullo

     

     

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  • I Used to Be Funny

    I Used to Be Funny

    I Used to Be Funny: Why So Serious?

    Sam (Rachel Sennott) è una cabarettista emergente di discreto successo. Vive con i suoi due migliori amici, Paige (Sabrina Jalees) e Philip (Caleb Hearon), anche loro comici, che si esibiscono a turno sul palcoscenico di Toronto. La sua carriera sembra andare alla grande, ma ha bisogno di un’attività secondaria, quindi accetta un lavoro da nanny e inizia a badare a Brooke (Olga Petsa), una ragazzina di 11 anni emotivamente intelligente e perspicace, in crisi per la malattia terminale della madre, che è costretta a rimanere in ospedale lontana da sua figlia.

    Queste sono le premesse di I Used to Be Funny, primo debutto cinematografico del regista Ally Panwik, capace di esplorare le relazioni, i sentimenti, i traumi degli esseri umani, affrontando temi delicati come la violenza sessuale, la depressione e la solitudine. Il tema del trauma, in particolare, è affrontato in maniera molto sottile, con leggerezza, senza ingigantire mai i colpi di scena più tragici. Il risultato è una perfetta combinazione di commedia e pathos che riflette accuratamente sugli istanti di vita più orribili, come quello che Sam ha attraversato.

    Nel film di Panwik la comicità viene usata come una luce guida per uscire dall’oscurità, senza mai trattare i drammi con un tono troppo cupo, grazie anche a una buona prova da parte di tutto il cast, con una menzione speciale alla protagonista: la bravissima Rachel Sennott è in grado di restituire un’espressività tragica tanto quanto comica (l’attrice vanta di esperienze di Stand-up Comedy nella vita reale).

    Gli eventi del film vengono messi in moto da qualcosa di terribile accaduto a Sam, ma non otteniamo mai il quadro completo delle vicende fino all’ultima mezz’ora. Non è l’evento in sé che è fondamentale, bensì le conseguenze che ne scaturiscono, e le persone che vengono coinvolte e travolte. Il film è anche un profondo e tenero sguardo nei confronti dell’amicizia vista come enorme fonte di sostegno. Brooke ha bisogno di Sam e Sam ha bisogno del conforto di Brooke e dei suoi migliori amici.

    I Used to Be Funny sembra rispondere perfettamente alle forme di intrattenimento che maggiormente vengono apprezzate dal pubblico contemporaneo: è una commedia drammatica, sulle persone comuni a cui accadono cose tragiche nella loro vita quotidiana. E lo spettatore assiste al tentativo di superamento delle stesse. Il film, in maniera intelligente, crea interesse partendo da una semplice domanda: perché Sam non è più divertente come una volta? Allora ecco che la storia prende piede: vediamo inizialmente una comica su un palcoscenico che strappa risate e applausi. Ma, avvicinandoci sempre di più, attraverso il linguaggio del cinema arriveremo a conoscere tutto il suo dramma. D’altronde, come diceva il grande Charlie Chaplin: «La vita è una tragedia se vista in primo piano, ma è una commedia se vista in campo lungo».

    A cura di Matteo Malaisi

     

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  • Kokomo City

    Kokomo City

    Quattro volte discriminate

    Nel 2015 il regista statunitense Sean Baker portò al cinema Tangerine, un film dai colori vivaci, girato interamente su un iPhone 5s modificato. Il suo quinto lungometraggio, presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival, narra dell’amicizia esplosiva di due prostitute trans, Alexandra (Mya Taylor) e Sin-Dee (Kitana Kiki Rodriguez). Sin-Dee ha appena scontato un breve periodo in prigione per aggressione ma, una volta fuori, apprende che il suo fidanzato/pappone Chester (James Ransone) le è stato infedele. Quella che segue è un’odissea esilarante e divertente per le strade di una Los Angeles inedita, frenetica, bizzarra e tutt’altro che timida in cerca di chiarimenti e anche di un pizzico di vendetta. Ambientato durante la vigilia di Natale, Tangerine è il racconto pop e on the road di una giornata nella vita di persone marginalizzate, attraverso le sottoculture di un Paese dove, a dispetto delle differenze, sono tutti alla ricerca della stessa cosa: realizzare il proprio sogno. Grande o piccolo che sia.

    Nel 2022, nel bel mezzo del dibattito etico sulla possibilità che un attore cisgender interpreti sullo schermo un personaggio facente parte di una minoranza, viene presentato al Festival del Cinema di Venezia Monica di Andrea Pallaoro. La protagonista, interpretata da Trace Lysette, è una donna transgender che torna al capezzale della madre morente per tentare di riconciliarsi con lei vent’anni dopo essere scappata di casa quando era ancora un ragazzo. L’attrice è, a sua volta, una donna transgender che, nella vita reale, ha compiuto la medesima transizione del suo personaggio. In questo caso, il fulcro del film risiede nella rappresentazione di una delle tante sfaccettature dell’essere trans ovvero il difficile momento del coming-out e le possibili conseguenze di questo gesto liberatorio e personale. La storia di Monica è simile a quella di molte persone che hanno avuto problemi a fare accettare la propria transizione ai familiari: qualcuno non ci riesce e li perde per sempre, ma la colpa non è mai solo delle famiglie. È anche, in parte, della società. Quella trans è un’esperienza transitiva che da un polo si trasferisce all’altro e viceversa e mette in movimento tutto ciò che lo circonda. È un’esperienza imprevedibile, non progettabile che confuta l’idea che i generi siano ermeticamente chiusi: le persone transgender e/o non binarie trasmigrano da uno all’altro e in molti casi continuano a farlo per la loro intera esistenza. I corpi artefatti, le vite mutanti, sono molteplici e diventano ancora più complesse a contatto con il reale. Mostrare tutto ciò porta ad interrogarsi sulla naturalità del genere: alcune persone convengono che il cosmo è fluido e in mutamento e che maschio e femmina sono costruzioni sociali e politiche; altre, nei casi migliori, si prodigano a dire che le persone trans abbiano avuto la “sfiga” di capitare in un corpo sbagliato, altrimenti vengono ascritte direttamente nel registro delle creature mostre.

    Il 2023 è, invece, l’anno di un esordio, quello della regista e produttrice D. Smith, che, con una telecamera e l’intento di realizzare un docufilm, segue quattro donne nere e transgender mentre raccontano il loro mestiere: il sex working. Kokomo City introduce Daniella Carter, Koko Da Doll (recentemente scomparsa a causa di una sparatoria avvenuta ad Atlanta), Liyah Mitchell e Dominique Silver le quali, rivolgendosi direttamente in camera, condividono luci e ombre di una professione difficile che, spesso, sfocia in atti violenti, soprattutto all’interno della comunità transgender. La regista D. Smith, anche lei transgender, fotografa i suoi soggetti in bianco e nero, contribuendo a creare quell’intimità necessaria quando si va a scavare in realtà complesse e marginalizzate. Perché essere Daniella, Koko, Liyah e Dominique significa essere discriminate quattro volte: perché donne, perché nere, perché transgender e perché sex workers.

    I termini impiegati nel corso della storia per descrivere il lavoro sessuale e le persone che lo compiono – soprattutto donne – sono molteplici ed esprimono un giudizio morale ben preciso (il più delle volte denigratorio). Sul finire degli anni Settanta nacque un nuovo termine che rivoluzionò sia linguisticamente che culturalmente i discorsi sulle prostituzioni: sex work. Un termine ombrello che si trova oggi in bilico fra
    autodeterminazione, sfruttamento e necessità. Nell’immaginario comune la strada come luogo della pratica prostitutiva è associata a degrado e sfruttamento ma, dalla viva voce delle protagoniste di questo documentario, si impara che la strada può anche essere uno spazio di rottura ed espressione del sé, di azione e ribellione. In un mondo in cui storie del genere sembrano degne di essere raccontate unicamente quando diventano protagoniste di “scandali” da clickbait – spesso se coinvolgono politici o uomini dello spettacolo colti in fallo –, il film di D. Smith si allontana da questo tipo di narrazioni morbose. Liyah Mitchell, Daniella Carter, Dominique Silver e Koko Da Doll ci accompagnano attraverso la loro introduzione al lavoro sessuale, ognuna partendo da una motivazione o una necessità diversa, ma tutte cercando di conciliare le esigenze di sopravvivenza con i rischi del mestiere. Parlano apertamente di come i loro clienti, che di solito sono uomini cis neri, le perseguitano privatamente mentre le diffamano pubblicamente, esprimendo una serie di emozioni – delusione, simpatia, esasperazione – verso il profondo conservatorismo sessuale e di genere che attraversa le comunità afroamericane. Smith, infatti, dà voce anche all’altra faccia della medaglia: gli uomini degli appuntamenti e i loro pensieri sulla rigidità delle norme di genere. Lo spiega bene la stessa Daniella: «Per una donna nera avere un figlio che si rivela essere una femmina significa perdere un altro ragazzo; sentirsi abbandonata dall’ennesimo uomo. Una donna nera dipende dal proprio figlio perché ripone in lui le sue speranze di emancipazione e sapere che tuo figlio è in realtà tua figlia è come dire: “Io non sono qui per proteggerti ma per essere vulnerabile come te”. Per questo è difficile per un sacco di donne nere
    accettarlo».

    Il documentario cerca di superare anche l’altro grande topos quando si parla di prostituzione: il mito della sex worker felice che guadagna moltissimo. Questa visione del fenomeno è fuorviante se si assume che tutte le sex workers abbiano un’esperienza simile. Il mito della “happy hooker” ha trovato il suo culmine nella rappresentazione cinematografica della protagonista di Pretty Woman: una Julia Roberts autodeterminata, sex-positive e noncurante dei lati negativi del suo mestiere. Se una persona che fa lavoro sessuale ci dice che vendere servizi sessuali è una “gran figata”, non solo è più facile credere che sia un lavoro, ma è più semplice anche scrollarsi di dosso quello sguardo compassionevole che pesa come un macigno. La realtàperò è ben diversa e lo spiegano bene Koko Da Doll e Dominique: «Vivendo  per strada fin da piccola ho imparato ad essere un’adulta molto presto e a non avere a cuore gli uomini. Di loro mi importa solo del conto in banca», dice la prima. «Non credete alle fantasie. Questo è un lavoro rischioso che mette la tua vita e il tuo corpo nelle mani di un uomo che non ti conosce e che è lì solo per scappare dalla sua stessa realtà che, guarda caso, è dieci volte migliore di quella che lui ti sta dando», aggiunge Dominique.

    Kokomo City è un film coraggioso e importante perché le opportunità per una donna trans di raccontare la propria storia non si presentano molto spesso. Il merito del film è il suo contributo alla pluralità delle rappresentazioni che serve a non appiattire e banalizzare le esperienze di una determinata comunità. Primo perché le comunità si intrecciano fra loro e, in un’ottica intersezionale, i problemi che la comunità trans vive sono simili a quelli della comunità LGBTQIA+, ma i problemi della comunità trans sono anche vicini a quelli della comunità black e così via. In secondo luogo, perché il modo in cui si raccontano le storie, chi le racconta, quando e quante se ne raccontano ha a che fare con le dinamiche di potere: più un popolo, una comunità, un gruppo sociale hanno potere, più le storie che li ritraggono sono molteplici e variegate, ovvero più vicine alla realtà complessa, mutante e non sempre definibile. E il messaggio che Kokomo City vuole trasmettere è racchiuso nelle parole finali della bellissima Liyah: «I miei soldi e il mio sudore hanno lo stesso valore del tuo sacrificio nel dare vita, per esempio, a un business. Sono due tipi diversi di sacrificio. Io sfortunatamente uso il mio corpo, mentre tu il tuo cervello, ma siamo comunque due donne ambiziose con un obiettivo da raggiungere».

    A cura di Gloria Sanzogni

     

     

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  • Todo el silencio

    Todo el silencio

    Todo el silencio

    In Italia sono sette milioni le persone con problemi di udito (il 12% della popolazione) e circa centomila quelle, tra udenti e non udenti, che conoscono e utilizzano la LIS (Lingua dei Segni Italiana). In altri Paesi le proporzioni possono variare, ma le criticità e le incongruenze comunicative tra chi presenta un deficit sensoriale come la sordità e il resto della popolazione restano un problema diffuso.

    Nell’opera prima Todo el Silencio del regista messicano Diego Del Rio, questa questione è il perno su cui ruota la vicenda di Miriam (Adriana Llabres), attrice di teatro e insegnante di LIS in una scuola, che scopre di essere vicina alla totale perdita dell’udito come sua madre prima di lei. Il film affronta in modo delicato e sincero il tema della diversità, mettendo in scena differenti sfumature di una condizione che viene spesso rappresentata con stereotipi e generalizzazioni. La società esterna è un ambiente ancora e spesso ostile verso chi presenta delle diversità, dei deficit o disfunzioni, ma esistono luoghi sicuri, accessibili e positivi dove ritrovare una possibile agency e rappresentanza (un locale e discoteca pensato per chi ha problemi di udito, un’opera teatrale recitata in LIS di cui Manuel è protagonista).

    Un ultimo aspetto riguarda proprio il ruolo del teatro che diventa metafora del cambiamento di vita a cui Miriam è destinata: in un confronto con il suo amico Manuel, la donna afferma che per lei il teatro è solo parola, voce, e di conseguenza ascolto. Lui, sorridendo, le dice che è un modo troppo rigido di pensare al teatro e che lei sta per entrare in un nuovo mondo e deve iniziare a pensare diversamente, con schemi e abitudini differenti. Lei, in lacrime, conclude dicendogli che non vuole entrare in un nuovo mondo, perché quello che conosce è quello che le piace. Questa fatica, questa difficoltà dell’accettazione di un cambiamento imposto, è ciò che esprime la fragile umanità di un film la cui distanza è ben calibrata, giusta, e sorprendente.

    A cura di Emma Onesti

     

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  • How to Blow Up a Pipeline

    How to Blow Up a Pipeline

    How to Blow Up a Pipeline: storia di cinema

    Per scrivere la biografia di Lord Mountbatten, avendo quest’ultimo un carattere tutt’altro che accomodante, lo storico inglese Philip Ziegler attaccò un post-it sulla scrivania e ci scrisse sopra “Ricordati che era un grande uomo”. Ecco, nello scrivere approfondimenti di cinema, spesso si commette l’errore di voler discutere delle tematiche trattate, più che della qualità della pellicola. How to Blow Up a Pipeline è un prodotto che da questo punto di vista può trarre in inganno, perché solleva questioni morali al contempo attuali (il cambiamento climatico) ed eterne (è giusto usare la violenza come strumento di protesta?). Tuttavia, questo non è un trattato filosofico, tanto meno politico: è la recensione di un film, perciò ci limiteremo a questo.

    Uscito nel 2022 negli Stati Uniti, How to Blow Up a Pipeline è un classico prodotto indipendente americano. Indipendente perché presenta le caratteristiche di quel tipo di cinema: attori mai visti prima; regista mai sentito nominare; casa di produzione ancor più sconosciuta. E ora non venite fuori bofonchiando: «Beh… io Daniel Goldhaber lo conoscevo…». Avete capito benissimo cosa intendiamo: non sono conosciuti dalle grandi masse. Americano perché solo negli Stati Uniti possono svilupparsi così tante e così intriganti pellicole indipendenti. La loro storia cinematografica (e non solo) ha dimostrato più volte quanto questo genere di cinema possa sfondare al botteghino e/o diventare un cult.

    L’opera di Goldhaber è ispirata ad un saggio omonimo, scritto dall’attivista e saggista Andreas Malm. La tesi del ricercatore è che, essendo il capitalismo non più sostenibile di fronte al problema climatico, sia necessaria una rivoluzione che nasca da proteste violente contro i simboli del sistema. Ora, che la tesi sia condivisibile o meno, il film riprende fedelmente queste tematiche e le affronta con serietà e impegno. I protagonisti sono soggetti borderline (dal punto di vista giudiziario), che hanno intenti seri, che lottano per quello in cui credono, che sia giusto o meno. Ci vengono presentati coralmente, senza che nessuno emerga sugli altri. Ognuno ha il suo ruolo e le sue responsabilità. Poi, man mano che il film avanza, ci viene raccontata la storia di ognuno di loro. Questo fa in modo che da semplici volti essi diventino umani, persone in carne e ossa, con un passato spesso turbolento e gravose difficoltà da sopportare.

    Cinematograficamente, il film è ricco di riferimenti a pellicole importanti: la struttura generale ricorda molto quella di Reservoir Dogs, con un inizio in medias res; la presentazione dei singoli personaggi tramite flashback; il tradimento finale di uno dei membri. In altre parole, se la storia non fosse totalmente diversa, si direbbe che sia lo stesso film. È anche presente una scena in cui uno dei protagonisti, ferito, soffre e geme sui sedili posteriori di una macchina, mentre chi guida cerca di affrettarsi e di placare le sue preoccupazioni. Anche qui: se i due protagonisti fossero stati Mr. White e Mr. Orange, saremmo senza riserve nell’opera di Tarantino.

    Come non pensare a Breaking Bad quando il regista ci mostra queste terre aride e deserte e poi un primo piano di provette e becher? L’unica differenza è che qui non siamo ad Albuquerque, ma nel mezzo del Texas. D’altra parte, alcuni frame possono ricordare There Will Be Blood ma, al di là della cornice, non ci sono riferimenti espliciti. Mentre si attende l’esplosione, possiamo osservare diversi primi piani che aumentano il pathos seguendo la lezione del triello de Il Buono, il brutto, il cattivo. Insomma, se queste sono le premesse, l’opera non può non essere accattivante. In più, è anche affidabile: perché, alla fine, spiega veramente come far saltare un oleodotto.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Hitman

    Hitman

    Hit Man: fare centro con l’ironia

    Nel 2020 Favolacce dei Fratelli D’Innocenzo si apriva con un’affermazione relativa alla trama divenuta nel tempo tanto iconica quanto difficile da comprendere: «Ispirata a una storia vera che è stata ispirata a una storia falsa, la quale non è molto ispirata». Dovendo approcciarsi a Hit Man di Richard Linklater, il gioco in apparenza è lo stesso, anche se la base di partenza di quest’ultimo, oltre che essere reale, è in realtà molto più che ispirata.

    L’autore della cosiddetta trilogia del Before e di Boyhood (2014) decide di raccontare infatti la storia di Gary Johnson (Glen Powell, anche co-sceneggiatore), un professore universitario diventato hit man. Il termine anglofono fa riferimento a quella specifica categoria di poliziotti in borghese che si fingono sicari professionisti al fine di far cadere in una forma di autodenuncia i malcapitati e malintenzionati committenti. Gary nella vita fa però appunto tutt’altro: insegna psicologia e questa occasione fortuita gli dà modo, a suo dire, di sperimentare sul campo alcune nozioni che fino a quel punto erano rimaste solo sulla carta stampata dei libri di testo.

    Hit Man è un’opera unica nel suo genere, che va dalla commedia brillante, grazie soprattutto alla qualità nella scrittura dei dialoghi, a quella dell’equivoco con tonalità grottesche, prossime forse al cinema dei fratelli Coen. Gary Johnson viene eletto a marionetta multiforme capace di trasformarsi in maniera camaleontica in più persone e in continua evoluzione e interscambio tra le parti interiori di sé stesso (i più volti citati Ego, Es, Super Io). La regia di Linklater si immerge completamente nella storia, diventando a tratti mimetica e nascosta come l’identità del protagonista. A sorprendere più di tutto è infatti la capacità di dirigere Glen Powell in coppia con Adria Arjona, entrambi senza dubbio alla migliore performance della loro carriera.

    Il risultato è un film riuscitissimo, calibrato tra ironia sottile e bieca comicità in ogni suo singolo aspetto. Il disvelamento finale che parte della trama è stata totalmente inventata trasforma il tributo al recentemente scomparso ma realmente esistito Gary Johnson ancora più esilarante. Dopo l’ottima accoglienza riservata al semi-autobiografico Apollo 10 e mezzo, la speranza è che anche Hit Man possa fare centro nel cuore dei più cinefili e non solo.

    A cura di Andrea Valmori

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  • Enzo Jannacci – Vengo anch’io

    Enzo Jannacci – Vengo anch’io

    Enzo Jannacci: «E allora sarà ancora bello»

    «Jannacci, arrenditi! Sei circondato! Vieni fuori dall’edificio e rientra nel sistema!». Enzo Jannacci – Vengo anch’io, presentato Fuori Concorso al Festival di Venezia, inizia con una canzone perfetta per descrivere un irregolare come il cantautore milanese.

    È difficile infatti condensare in un film la vita, l’identità e la personalità di uno degli autori più originali della musica italiana. Dopo essersi diplomato al conservatorio e aver preso la laurea in medicina, Jannacci entra presto in contatto con i giovani protagonisti della nuova scena milanese. Nel 1958 fonda con l’amico Giorgio Gaber il duo I corsari: nella foto di lancio della Dischi Ricordi sono secchi e allampanati, bellissimi nei loro vent’anni. Il debutto da solista arriva nel 1964 e il suo primo album ha un titolo programmatico: La Milano di Enzo Jannacci. La topografia, la gente e la lingua milanese, infatti, costituiranno spesso l’ossatura delle canzoni del cantautore: che fosse la Milano distrutta dalla guerra o quella marginale di Lambrate, la Milano popolare delle case di ringhiera o quella scintillante dei locali notturni, il capoluogo lombardo è stato centrale nella produzione comico-artistica del cantante.

    Il documentario di Giorgio Verdelli – come dichiara lo stesso regista – «non è una biografia di Enzo Jannacci, ma un’esplorazione del suo mondo», fatto di amici, allievi e colleghi, che lo ricordano ancora con tenerezza e affetto. Gli aneddoti si rincorrono l’uno dopo l’altro e ciascuno restituisce un’idea diversa del cantautore proteiforme: Roberto Vecchioni, tra i sedili in legno di un tram, lo definisce l’unico grande genio musicale italiano; Paolo Rossi, dietro un tavolo di un’osteria dell’Ortica, lo ricorda come un padre e un fratello. È inevitabile, però, che le parole più commosse siano quelle del figlio Paolo, a cui mancano la voce del papà, che faceva vibrare le anime, e la possibilità di poter sorridere con lui dei guai della vita.

    Improvvisatore jazz, genio imprevedibile, lucido anticipatore dei nostri tempi, Enzo Jannacci sta stretto dentro qualsiasi definizione gli si dia: buffone dissacrante come Fo, poeta colto come Conte o interprete poliedrico come Gaber? Una risposta definitiva non può e non deve esserci. Ciò che resta sono le esibizioni irripetibili, la teatrale presenza scenica e l’ironia stralunata, il tutto dietro la montatura spessa dei suoi occhiali da vista.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Coup de chance

    Coup de chance

    Coup de chance: amori parigini dalle tinte noir

    Un immenso appartamento nel centro di Parigi; una casa d’asta con pregevoli oggetti artistici; un cottage in campagna; un parco dai colori autunnali: ecco alcuni degli angoli scelti da Woody Allen per muovere i fili del suo cinquantesimo lungometraggio. Per l’occasione il regista non solo ha voluto rivestire la sua creazione con l’usuale patina europea che caratterizza la maggior parte dei suoi film, ma ha scelto di calarsi del tutto nella capitale parigina, tanto da realizzare per la prima volta un’opera completamente in lingua francese.

    Coup de chance mette in scena, come da titolo, il tema della sorte, e lo fa affidandosi al classico schema del triangolo amoroso. Al centro di questo intreccio troviamo Fanny, giovane e affascinante donna sposata con il ricchissimo Jean, un uomo d’affari che si occupa di «rendere ancora più ricchi gli uomini ricchi». A fare da contraltare a questo sofisticato personaggio, compare sulla scena Alain, il terzo vertice del triangolo. Proprio come portato dalla fortuna, non lo vediamo nemmeno arrivare: come Fanny, anche noi sentiamo dapprima solo la sua voce stupita quando la incontra per strada, riconoscendola dagli anni del liceo. Alain è spontaneo e nostalgico, un aspirante romanziere innamorato della vita, affascinato dalla potenza della sorte. Ed è naturalmente antitetico sotto ogni aspetto a Jean che, da autentico faber fortunae suae, la propria fortuna se l’è costruita, anche a costo di utilizzare mezzi non del tutto leciti. Fanny si ritrova così nel mezzo e non oppone resistenza né alla visione sognante del primo, né alla concreta presa di posizione sulla realtà del secondo.

    Questi gli elementi alla base di un lungometraggio di non facile definizione: uscendo dalla sala si ha la consapevolezza di aver assistito a un buon film, ma non si sa dire se si tratti di una dramma romantico con elementi noir, se sia un thriller pervaso da un forte tono ironico o se sia una commedia con risvolti polizieschi. Allen crea un’opera basata sulla contaminazione fra i generi, che tuttavia non sfocia mai nella confusione: intreccia una trama piacevole i cui colpi di scena maggiori sono affidati non tanto agli elementi thriller, quanto più alle sferzate ironiche, che contribuiscono alla restituzione di un’immagine umoristica della borghesia parigina attuale.

    I richiami alla produzione passata sono evidenti: il ruolo della sorte, il sovrapporsi di misteri e una relazione fedifraga sono dominanti già nel celebre Match Point (2005), nel quale però la dimensione thriller diventa più importante. Anche la celebrazione di Parigi non è insolita per il regista: in Midnight in Paris (2011) Allen ha espresso una prima dichiarazione d’amore alla capitale francese che in Coup de chance è stata pienamente ribadita: «Vedo Parigi attraverso occhiali color rosa», ha affermato in un’intervista, «quindi mostrare Parigi e i personaggi parigini in modo affascinante e farne una storia di omicidio è ciò che mi interessava».

    La cinquantesima pellicola di Allen certamente intrattiene, ma invita anche alla riflessione, senza però imporla. Il regista ci presenta due visioni opposte della realtà: è un miracolo o è ciò che i più forti fra noi hanno stabilito? La vita va colta così com’è, con stupore, o va manipolata e piegata al proprio volere? Le sorti dei due portavoce ideologici costituiscono in qualche modo una risposta e noi vi assistiamo con il solito sorriso (e plauso) che Woody Allen sa strappare.

    A cura di Margherita Mortara

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  • Daaaaaalì

    Daaaaaalì

    Aspettando Dalì

    Una cascata d’acqua blu esce da un pianoforte a coda, senza un motivo apparente o senza una logica. La prima inquadratura di Daaaaaalì ci mette subito in guardia: abbandonate ogni speranza di trovare un senso, lasciatevi travolgere da una storia che una storia non è, perché non ha capo né coda.

    Una giornalista alle prime armi, ex farmacista, decide di intervistare Salvador Dalì. Tra sogni, incidenti e capricci, l’intervista non accadrà mai. Prima in un hotel, poi in una spiaggia, la giornalista prova e riprova a scrivere il suo pezzo senza riuscirci, per un motivo o per un altro.

    Incontriamo Dalì nel corridoio di un hotel: un corridoio infinito, fuori da ogni logica. Quando sembra che si avvicini a noi, il corridoio si allunga ancora di più, lasciandoci sospesi nell’attesa. Eccentrico, narcisista e poliedrico, Dalì è come appare. Oppure no. Per metà film ha un volto solo, poi invecchia, ringiovanisce, cambia viso o abiti. L’unica caratteristica che di lui rimane sono i baffi, marchio di fabbrica dell’artista spagnolo.

    Daaaaaalì non è un biopic, non è una storia, sfugge ad ogni classificazione, ad ogni possibilità di incasellarlo entro una terminologia specifica. Non è la storia di Dalì, è la sua essenza: quando crediamo di aver trovato un senso logico nel susseguirsi delle scene, ecco che tutte le nostre ipotesi vengono smentite, ritrovandoci in un sogno dentro ad un altro sogno. Più che onirico è surreale, non c’è un inizio e neanche una fine: una delle prime scene è in realtà parte della conclusione, ma al tempo stesso non esiste.

    Restano, tuttavia, alcuni elementi ricorrenti: alcuni personaggi, come un cowboy, un vescovo e l’intervistatrice ed alcuni oggetti, che siano una pistola o un quadro amatoriale, ci salvano dal rischio di impazzire.

    Quentin Dupieux gioca con lo spettatore, lo prende in giro e lo porta in una storia estenuante, sperimentando finché gli è possibile. Il film non dura molto (parliamo di appena 80 minuti), ma è perfetto così com’è: una lunghezza maggiore sarebbe troppo per chiunque, tra tableaux vivants, salti in avanti ed indietro, false piste e finte fini.

    Daaaaaalì è, come il suo protagonista, un film che si ama o si odia. Le regole canoniche del cinema tradizionale, se così dobbiamo definirlo, vengono del tutto ignorate in questo film, che riesce ad rappresentare correttamente l’unicità di un artista fuori dalle righe.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

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  • Holly

    Holly

    Holly, un percorso tra le irrequietezze dell’adolescenza

    Holly (Cathalina Geraerts) è una ragazzina di quindici anni che subisce atti di bullismo a scuola e vive, in condizioni umili, con la madre e la sorella maggiore Dawn. L’unico amico di Holly è Bart, un ragazzo della sua età che è sempre in compagnia del suo cane, tant’è che lui e Holly vengono continuamente derisi ed emarginati dagli altri compagni. Un giorno, la ragazza, esausta dalle continue angherie, chiama a scuola dicendo che non sarebbe venuta: proprio quel giorno avverte un grave presagio. Di lì a poco, nell’edificio scolastico scoppia un catastrofico incendio a causa del quale alcuni studenti perdono la vita. In virtù di quell’insolita previsione, attorno a Holly si crea un alone di misticismo e opportunismo: tutti, ora, chiedono l’aiuto della ragazza perché convinti che abbia un potere miracoloso. Anche Holly, però, comincia ad approfittarsi della situazione.

    La regista belga Fien Troch – una delle pochissime registe donne con un film in concorso – è magistrale nel mettere in luce la trasformazione della protagonista: Holly, infatti, abbandona i panni dell’ingenua per vestire quelli della scaltra adolescente, ma di lì a poco, la situazione le sfuggirà di mano e la ragazza finirà per tornare esattamente alla situazione di partenza. Solo Bart, non snaturandosi e rimanendo sempre sé stesso (anche se pur strambo) riuscirà a non restare invischiato in quella ragnatela camaleontica sociale dove vige la regola del non dare se non vi è nulla in cambio, in termini di riconoscimento sociale, economico o di tornaconto personale.

    Nonostante a primo impatto questa pellicola possa far credere che non vi sia nulla di formativo nel percorso di Holly, un’analisi più accurata ci aiuta a comprendere come l’adolescente – sebbene non riscatti la sua posizione sociale o economica – riesca comunque a compiere un’evoluzione personale. Infatti, Holly apprende appieno dai suoi errori e matura una verità sugli altri e su sé stessa. Anche se la pellicola a tratti risulta incompiuta, manca di grandi guizzi e presenta cali di ritmo, la regista – sulla scia già tracciata dal suo precedente filone cinematografico – riesce ad esplorare, in modo intimo, i territori inquieti e irrequieti dell’adolescenza, invitandoci a concentrarci sulle cose belle che già abbiamo. Holly potrà infatti comunque guarire grazie all’unico vero potere: quello dell’amicizia.

    A cura di Margherita Benati

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