Tag: Oscar 2023

  • Triangle of Sadness

    Triangle of Sadness

    Triangle of sadness: “beauty as a currency”

    Dopo aver vinto due Palme d’oro per due film consecutivi, Ruben Östlund sbarca agli Oscar con ben tre nomination per il suo esordio in lingua inglese: Triangle of sadness. Un’opera che, come molti hanno fatto notare, riesce stranamente a piacere all’élite, vista sia la vittoria a Cannes che gli ingenti finanziamenti in fase di produzione, nonostante la prenda in giro per tutta la sua durata. Che l’opera di Östlund sia forse più reazionaria di quel che appare? «That’s the good thing about capitalism», dice Östlund in un’intervista sul podcast Q with Tom Power, «as long as they think they can profit from it, they will finance any ideology».

    La pellicola è divisa in tre atti, il cui filo conduttore sono i due protagonisti, Carl e Yaya, entrambi modelli/influencer. Triangle of sadness si apre con una cena romantica tra i due, durante la quale nasce una litigata su chi dovrebbe pagare il conto; il secondo atto è invece ambientato su uno yacht, dove i ragazzi, in cambio della pubblicità social, prendono parte ad una crociera assieme a dei ricchi imprenditori. In mezzo a milionari ed altri personaggi grotteschi, che spaziano dal venditore di fertilizzanti a quello di armi, il capitano, che si dichiara apertamente marxista, decide di tenere una cena durante una notte di mare mosso, che poi sfocia in tempesta. Gran parte dei passeggeri si sente male, e la mattina, quanto la tempesta sembra cessata, una nave di pirati assale lo yacht, facendolo affondare. I superstiti, allora, si trovano sperduti su un’isola apparentemente deserta, dove l’ancora di salvezza sembra essere una delle inservienti, che a differenza dei ricchi passeggeri sa come sopravvivere in un ambiente così inospitale.

    Östlund si diverte a creare situazioni in cui i suoi personaggi sono in difficoltà: «Three different chessboards in which I play with the characters», dice. Quasi come un Bobby Fisher della sceneggiatura, il regista crea disposizioni in cui i ricchi protagonisti del suo film, messi davanti a complicate questioni morali, devono mettersi in gioco, devono pensare e decidere per loro stessi. «I like to see humans fail […]. My films are my little sociology experiments» dichiara nella stessa intervista. Non c’è gusto nella semplicità: la celluloide deve essere impregnata di dilemmi morali.

    Sono dichiarazioni abbastanza forti quelle del regista, ed il film effettivo non sempre riesce a reggere il confronto con quello nella mente di Östlund. Certo è che non mancano le trovate interessanti, nonostante la pellicola perda man mano verve satirica ed alle volte rimanga impigliata in scene protratte più del dovuto. Forse grazie anche alla propria prolissità, ciò che Triangle of sadness vuole fare risulta abbastanza chiaro: capovolgere le dinamiche di potere e vedere come i suoi personaggi si comporterebbero se il loro status cambiasse radicalmente. Partendo dall’industria della moda, un mondo dove le donne guadagnano più degli uomini, per finire in un’isola deserta, dove il capitano della banda di sopravvissuti è una semplice inserviente. Al netto di una fotografia non particolarmente ispirata e di una durata sicuramente eccessiva, la pellicola riesce comunque a strappare qualche sorriso allo spettatore e magari anche a farlo riflettere, osservando come la bellezza sia usata, in mancanza di soldi, come una vera e propria valuta, e come ciò che rende le persone più o meno crudeli, più o meno prevaricatrici, non sia altro che il potere.

    Insomma, seppur Östlund protragga la riflessione più del dovuto, lo fa con un certo stile e con diversi spunti, per quanto, forse, abbia la strana e peculiare dote di prendere una posizione che può sembrare essere, in linea di massima, sempre d’accordo con quella dello spettatore.

    A cura di Francesco Colombo

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  • Tàr

    Tàr

    Lydia Tár: storia di una donna al vertice

    «Time is the thing. You cannot start without me». Le parole pronunciate da Lydia Tár, programmatiche e lapidarie, aiutano a inquadrare il personaggio: direttrice della prestigiosa Filarmonica di Berlino, Lydia Tár ha sfondato il soffitto di cristallo ma non è stata in grado di liberarsi dalle logiche di una società viziata. Affermata donna di potere, è perfettamente consapevole del peso che deriva dal ruolo che ricopre e dell’influenza che può esercitare sulle altre persone. L’ultimo lungometraggio di Todd Field ne ricostruisce con attenzione la parabola discendente, dal successo più scintillante fino ad un esilio miserevole e senza gloria.

    Lento e verboso nella prima parte, Tár prosegue in maniera sempre più coinvolgente, trascinando lo spettatore al ritmo di una melodia abilmente diretta da Lydia. Donna bifronte capace di crudeltà gratuite o di gesti amorevoli, la direttrice seduce infatti chiunque la circondi in pubblico. L’interpretazione magistrale di Cate Blanchett, su cui si regge l’intero film, ci regala un personaggio talmente completo e sfaccettato da sembrare reale e non solo immaginario. Piene di pathos le scene durante le quali l’attrice si scatena nella conduzione dell’orchestra, sequenze raffinate che aprono uno squarcio su un universo misterioso. Infatti, tra l’impiego della lingua tedesca, idioma con cui Tár si rivolge ai suoi musicisti, e i tecnicismi propri di una disciplina del genere, spesso si ha l’impressione di rimanere solo sulla soglia di un mondo a cui pochi possono accedere.

    Dalla cancel culture alle conseguenze della diffamazione online, Tár è un film che sfiora temi molto caldi e al centro del dibattito contemporaneo. Il cuore della pellicola, però, è la riflessione sul potere. Una volta al vertice, infatti, sfruttando la propria influenza carismatica e abusando della sua autorità, Lydia Tár si macchia degli stessi comportamenti deplorevoli solitamente messi in atto da uomini influenti. È evidente che parte del problema stia nella società fortemente patriarcale, fondata su logiche sbagliate e dannose per tutti; logiche che sono state introiettate dalla stessa Lydia, la quale, all’interno di una coppia omossessuale, si presenta come il «padre» di sua figlia. Ma il regista sembra invitarci ad approfondire anche un’altra questione, ossia il logorio che deriva dal potere in sé, indipendentemente da chi lo detiene. Accecati e avvelenati da esso, infatti, donne e uomini si approfittano di chi occupa posizioni inferiori e abusano di loro, spesso portandoli a compiere gesti estremi.

    E poco importa se Lydia Tár è terribilmente brava in quello che fa, posseduta da quella manìa antica che si manifesta durante le sue esibizioni. Alla fine la pena da scontare arriva per tutti. Il cinismo delle azioni di Lydia non può restare impunito e la stessa direttrice sembra sviluppare anche un larvato senso di colpa. Chissà quanti spettatori alla fine del film, in virtù della sublime prova attoriale di Cate Blanchett, avranno provato empatia per una sì donna colpevole ma ormai relegata ai confini del mondo.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)

    Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)

    Niente di nuovo sul fronte occidentale: la tragedia della guerra nelle piccole cose

    Una volpe svegliata dal fragore dell’artiglieria; l’etichetta col nome di un soldato morto ancora attaccata alla divisa consegnata alle nuove reclute; gli occhiali rotti di un amico ritrovati sotto le macerie di un bunkerdistrutto; il viso e le mani sempre sporche di sangue, di terra, di cenere; la follia generata dagli orrori visti che serpeggia nei commilitoni.

    L’anno è il 1917, il conflitto è la Prima Guerra Mondiale (cinematograficamente meno famosa della Seconda), l’ambientazione è il Nord della Francia, nelle trincee dove milioni di giovani persero la vita «combattendo per poche centinaia di metri». La trama non è particolarmente articolata: Paul Bäumer decide di arruolarsi, assieme ad altri compagni di scuola e senza il consenso dei genitori, per combattere per la patria e per il Kaiser, convinto di «marciare trionfalmente su Parigi» dopo poche settimane. Tuttavia, si renderà rapidamente conto che la realtà della guerra è ben diversa. Del suo passato non conosciamo nulla, perché in guerra non conta la professione dei genitori, l’istruzione, la città di provenienza o l’età; in trincea si è solo soldati e l’unica cosa importante è non farsi vedere dal nemico e tenere l’arma pronta.

    Niente di nuovo sul fronte occidentale è un film storico che ha quasi il sapore di un documentario sugli orrori della guerra, evidenziati dalle differenze tra le giornate dei soldati e quelle della delegazione tedesca, guidata dal diplomatico Matthias Erzberger (impersonato da Daniel Brühl) ed inviata a cercare un accordo con la Francia. Da un lato il fango, il freddo, i topi, la fame, il costante pericolo della morte; dall’altro il fastidio per una macchia di urina caduta sulle scarpe, i croissants del giorno prima serviti ai tedeschi come provocazione, il tempo sprecato in attesa di una telefonata.

    È proprio lo scorrere del tempo, spesso scandito da tre note musicali ripetute più volte, ad essere un elemento importante del film: non importa che sia mattina o sera, che sia estate o inverno, per Paul ed il gruppo di soldati con cui stringe amicizia ogni giorno è uguale, come uguale è la paura di morire. L’unico momento di – breve – sollievo nella vita dei soldati è quando sono lontani dal fronte; allora possono scherzare pelando patate, possono cercare di conquistare una ragazza, possono mangiare un pasto caldo. Ma il pericolo è sempre dietro l’angolo, che si tratti di un attacco aereo nemico o di una missione di ricerca, e dunque bisogna essere pronti ad imbracciare nuovamente il fucile ed a tornare in trincea.

    Spesso, nei film di guerra, il protagonista o una fazione sono assurti ad eroi, senza macchia ed invincibili, ma, come diceva il maestro Yoda, «Wars not make one great» (“guerra non fa nessuno grande”), ed in Niente di nuovo sul fronte occidentale questo è ben rappresentato. Nessuno è un eroe. Non lo sono i francesi, che uccidono brutalmente i soldati che si sono arresi. Non lo sono i tedeschi, il cui generale – guerrafondaio – ordina un attacco quindici minuti prima del cessate il fuoco. Non lo è lo stesso Paul, che ferisce mortalmente un soldato nemico (per poi essere preso dai rimorsi). Gli orrori del Primo Conflitto mondiale, infatti, non lasciano spazio ad eroi o speranze di pace; tutto si infrange e crolla, rovinosamente, rendendo l’homo homini lupus. Alla fine rimane solo la morte, che raggiunge tutti silenziosamente o dolorosamente, che si indossi la croce ferrea o che si canti La Marseillaise.

    A cura di Andrea Fiori

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  • Top Gun: Maverick

    Top Gun: Maverick

    Top Gun: il ritorno degli anni ’80

    Quando Top Gun venne proiettato la prima volta, il Muro di Berlino doveva ancora cadere, Maradona vinceva il suo primo e unico Mondiale, Tarantino faceva ancora il dipendente alla Video Archives e Quei Bravi Ragazzi doveva ancora uscire. Insomma, tantissimo tempo fa. Già dal primo fotogramma di Top Gun: Maverick, si viene catapultati indietro nel tempo. È un ritorno degli anni ’80, dei suoi cliché, dei protagonisti che fanno a gara di mascolinità, del doppiaggio con le solite frasi fatte, del tipo: «Ragazzo, non sei poi così male».

    Eppure, tutto questo perde di significato, paradossalmente, grazie al personaggio di Tom Cruise. Maverick, il soprannome di Pete Mitchell, non è più uno dei due maschi Alpha del primo film. Non può più esserlo, perché è più vecchio, più esperto, ha le occhiaie per ciò che ha affrontato e per aver visto un amico morire in combattimento. Quindi sin da subito ci vengono messe a confronto queste due situazioni: da una parte, i Maverick e gli Ice del momento, cioè Jake Seresin (Glen Powell) e Bradley Bradshaw (Miles Teller), che si sbeffeggiano come bambini dell’asilo. Dall’altra, il vero Maverick che li osserva meditando sul passato. Il protagonista, che ha vissuto la propria vita in conformità con il soprannome, che in inglese significa “anticonformista”, è denigrato da tutta la Marina Americana, poiché spesso la sua sregolatezza superava il suo genio. D’altra parte, quest’ultimo esisteva ed esiste ancora: nessuno guida i caccia come lui, nessuno conosce a fondo gli strumenti e i trucchi del mestiere come lui. Insomma, è bravo, e, all’interno della Marina, pur turandosi il naso, questa cosa viene riconosciuta. Per questo motivo torna a To Gun: per insegnare alle nuove generazioni. Tuttavia, questo ritorno è un bicchiere amaro per Maverick, perché significa che tutti i ricordi con cui ha vissuto negli ultimi trent’anni tornano in vita.

    Se la malinconia assale Pete “Mav” Mithcell, anche lo spettatore non ne è esente. Persino chi, nel lontano 1986, non c’era ma ha recuperato il primo Top Gun più tardi, non può far altro che apprezzare le capacità artistiche di non ripetersi, di ricreare e, allo stesso tempo, di reinventare le emozioni della prima pellicola. Un’assenza eccellente c’è: Kelly McGillis nei panni di Charlie, l’astrofisica di cui si innamora Maverick nel primo film. Joseph Kosinski ha provato a motivarne l’assenza avvalendosi di scuse estemporanee. La realtà dei fatti è però amaramente espressa dalla stessa McGillis in una sua dichiarazione: «Sono vecchia, sono grassa e dimostro esattamente l’età che ho». Anche Ice, interpretato da Val Kilmer, dimostra esattamente l’età che ha, soprattutto se si inserisce in un film con Tom Cruise e Jennifer Connelly. Tuttavia, il vecchio Kilmer interpreta il suo ruolo di factotum, emozionando i fan del primo film. In sostanza, non illudiamoci: Top Gun: Maverick è un prodotto classico di Hollywood esattamente come lo era il primo. Non è uno di quei film che fanno riflettere, meditare, che ti segnano nel profondo. Però è un bel film, perché, tutto sommato, a Hollywood, quando vogliono, i film li sanno fare bene.

    A cura di Alessandro Randi

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