Tag: Thriller

  • Lo Squalo

    Lo Squalo

    Lo squalo: minaccia dagli abissi

    Lo squalo è il cinema. È tutto ciò che un’immagine deve saper creare nel pubblico: suggestione, suspense, emozione e capacità di consegnare agli spettatori le sensazioni intime che ognuno di noi può sentire. Il film di Spielberg diede vita all’era del Blockbuster, raggiungendo un box office di 476 milioni di dollari a fronte di un budget di 9 milioni.

    A ridosso della stagione balneare, la placida routine della cittadina costiera di Amity viene sconvolta dalle fameliche incursioni di uno squalo bianco gigante. Il capo della polizia locale (Roy Scheider), un giovane oceanografo (Richard Dreyfuss) e un vecchio marinaio (Robert Shaw) si incaricano di eliminare il mostro marino in una missione che metterà a repentaglio la loro stessa vita.

    Steven Spielberg entra di diritto nell’olimpo dei registi di Hollywood mostrando, nel suo terzo lungometraggio, tutto il suo spessore artistico: la padronanza del mezzo, la scelta delle inquadrature e dei movimenti di macchina sono opera di un genio che ha avuto anche la sua discreta fortuna. Del resto, citando Match Point di Woody Allen: «La fortuna conta più del talento». Infatti, le fattezze dello squalo meccanico non convincevano Spielberg, tanto da fargli pensare che il film non avrebbe mai avuto successo.

    Eppure il giovane Spielberg ci ha consegnato una grande lezione registica, realizzando un film così ben congeniato da poter essere inserito in qualsiasi manuale di storia del cinema come opera d’arte esemplare. Per essere più specifici, grazie allo splendido montaggio, alla fotografia, alle inquadrature soggettive dello squalo, che viene mostrato pochissimo, e alla sensazionale partitura musicale di John Williams è possibile godere di 120 minuti di adrenalina pura.

    Lo squalo, basato sull’omonimo romanzo di Peter Benchley, è capace di mostrare l’invisibile, l’insondabile e l’imperscrutabile, tanto che lo spettatore percepisce nell’intimo una presenza mastodontica, una minaccia incombente che arriva dal profondo degli abissi ma che non si riesce quasi mai a vedere. D’altronde, lo squalo può essere metafora delle nostre paure individuali, dell’eterna sfida uomo contro natura, dei pericoli che affliggono l’intera società e di molto altro ancora.

    In merito a quest’ultimo punto, è curioso rivedere Lo squalo in un’epoca post-pandemica, per analizzare al meglio le azioni e le reazioni che una società (o una comunità) intraprende conseguentemente al presentarsi di una minaccia: disinformazione da parte delle istituzioni,
    trascuranza del problema, panico collettivo per giungere tuttavia alla coesione e alla cooperatività.

    È vero che il primo ritrovamento della ragazza sbranata viene occultato dalle autorità perché è in
    arrivo la stagione estiva: il business è inattaccabile in una società capitalista come la nostra. Il secondo attacco, questa volta alla luce del giorno e visto da tutti i bagnanti sulla spiaggia, comincia però a provocare qualche timore, senza comunque fermare la volontà di guadagno degli avidi businessmen. I tre personaggi che in seguito iniziano l’epica caccia del mostro sembrano a loro volta archetipi delle virtù che la mente umana oppone al predominio dei propri istinti selvaggi: la razionalità e lo studio (l’oceanografo Hooper), il senso morale e l’obbedienza alle regole (il poliziotto Brody), la determinazione e l’esperienza (il pescatore Quint).

    Non ci sono cali di tensioni in un film come Lo squalo, in cui è presentissima la grande lezione hitchcockiana sulla gestione della suspense e sono presenti anche virtuosismi stilistici che omaggiano il grande maestro stimato da Spielberg, come l’effetto vertigo, in cui una carrellata
    all’indietro e uno zoom in avanti mostrano il volto terrorizzato di Brody, che assiste sulla spiaggia all’attacco dello squalo.

    Come in tutti i film di Spielberg, inoltre, è impossibile non ammirare scorci di meravigliosa commozione familiare in cui tutti noi possiamo ritrovare le nostre immagini più intime: papà Brody, seduto a tavola dopo cena, è impensierito dalla perturbante situazione. Beve un sorso d’acqua, porta le mani giunte al mento e poi si copre il volto. Il figlio Sean, seduto di fianco a lui, imita tutti i suoi movimenti. Brody non rinuncia a chiedergli un bacio. «Perché?» – domanda teneramente Sean. «Perché ne ho bisogno» – risponde il padre. Sullo sfondo dell’inquadratura, c’è la madre, in piedi, che è intenta a guardarli e completa un quadretto familiare di struggente tenerezza.

    A cura di Matteo Malaisi

    Leggi tutto: Lo Squalo
  • Lo Squalo

    Lo Squalo

    Lo squalo: minaccia dagli abissi

    Lo squalo è il cinema. È tutto ciò che un’immagine deve saper creare nel pubblico: suggestione, suspense, emozione e capacità di consegnare agli spettatori le sensazioni intime che ognuno di noi può sentire. Il film di Spielberg diede vita all’era del Blockbuster, raggiungendo un box office di 476 milioni di dollari a fronte di un budget di 9 milioni.

    A ridosso della stagione balneare, la placida routine della cittadina costiera di Amity viene sconvolta dalle fameliche incursioni di uno squalo bianco gigante. Il capo della polizia locale (Roy Scheider), un giovane oceanografo (Richard Dreyfuss) e un vecchio marinaio (Robert Shaw) si incaricano di eliminare il mostro marino in una missione che metterà a repentaglio la loro stessa vita.

    Steven Spielberg entra di diritto nell’olimpo dei registi di Hollywood mostrando, nel suo terzo lungometraggio, tutto il suo spessore artistico: la padronanza del mezzo, la scelta delle inquadrature e dei movimenti di macchina sono opera di un genio che ha avuto anche la sua discreta fortuna. Del resto, citando Match Point di Woody Allen: «La fortuna conta più del talento». Infatti, le fattezze dello squalo meccanico non convincevano Spielberg, tanto da fargli pensare che il film non avrebbe mai avuto successo.

    Eppure il giovane Spielberg ci ha consegnato una grande lezione registica, realizzando un film così ben congeniato da poter essere inserito in qualsiasi manuale di storia del cinema come opera d’arte esemplare. Per essere più specifici, grazie allo splendido montaggio, alla fotografia, alle inquadrature soggettive dello squalo, che viene mostrato pochissimo, e alla sensazionale partitura musicale di John Williams è possibile godere di 120 minuti di adrenalina pura.

    Lo squalo, basato sull’omonimo romanzo di Peter Benchley, è capace di mostrare l’invisibile, l’insondabile e l’imperscrutabile, tanto che lo spettatore percepisce nell’intimo una presenza mastodontica, una minaccia incombente che arriva dal profondo degli abissi ma che non si riesce quasi mai a vedere. D’altronde, lo squalo può essere metafora delle nostre paure individuali, dell’eterna sfida uomo contro natura, dei pericoli che affliggono l’intera società e di molto altro ancora.

    In merito a quest’ultimo punto, è curioso rivedere Lo squalo in un’epoca post-pandemica, per analizzare al meglio le azioni e le reazioni che una società (o una comunità) intraprende conseguentemente al presentarsi di una minaccia: disinformazione da parte delle istituzioni, trascuranza del problema, panico collettivo per giungere tuttavia alla coesione e alla cooperatività.

    È vero che il primo ritrovamento della ragazza sbranata viene occultato dalle autorità perché è in arrivo la stagione estiva: il business è inattaccabile in una società capitalista come la nostra. Ilsecondo attacco, questa volta alla luce del giorno e visto da tutti i bagnanti sulla spiaggia, comincia però a provocare qualche timore, senza comunque fermare la volontà di guadagno degli avidi businessmen. I tre personaggi che in seguito iniziano l’epica caccia del mostro sembrano a loro volta archetipi delle virtù che la mente umana oppone al predominio dei propri istinti selvaggi: la razionalità e lo studio (l’oceanografo Hooper), il senso morale e l’obbedienza alle regole (il poliziotto Brody), la determinazione e l’esperienza (il pescatore Quint).

    Non ci sono cali di tensioni in un film come Lo squalo, in cui è presentissima la grande lezione hitchcockiana sulla gestione della suspense e sono presenti anche virtuosismi stilistici che omaggiano il grande maestro stimato da Spielberg, come l’effetto vertigo, in cui una carrellata all’indietro e uno zoom in avanti mostrano il volto terrorizzato di Brody, che assiste sulla spiaggia all’attacco dello squalo.

    Come in tutti i film di Spielberg, inoltre, è impossibile non ammirare scorci di meravigliosa commozione familiare in cui tutti noi possiamo ritrovare le nostre immagini più intime: papà Brody, seduto a tavola dopo cena, è impensierito dalla perturbante situazione. Beve un sorso d’acqua, porta le mani giunte al mento e poi si copre il volto. Il figlio Sean, seduto di fianco a lui, imita tutti i suoi movimenti. Brody non rinuncia a chiedergli un bacio. «Perché?» – domanda teneramente Sean. «Perché ne ho bisogno» – risponde il padre. Sullo sfondo dell’inquadratura, c’è la madre, in piedi, che è intenta a guardarli e completa un quadretto familiare di struggente tenerezza.

    A cura di Matteo Malaisi

    Leggi tutto: Lo Squalo
  • La mosca (The Fly)

    La mosca (The Fly)

    La mosca: il ronzio fastidioso di un uomo ossessionato dal progresso

    La trasformazione del corpo è uno dei principi su cui si fonda il cinema di David Cronenberg. Il suo film La mosca è un capolavoro assoluto: è horror, è fantascienza ma probabilmente è anche un film sull’amore, un amore tragico che non riesce a consolidarsi a causa dei soliti egoismi tremendamente umani, del nostro ego spropositato, il quale tradisce ogni buon sentimento che vale la pena di essere vissuto più di ogni altra cosa!

    Al centro delle vicende troviamo Seth (Jeff Goldblum), un uomo ossessionato dall’idea di rincorrere il progresso tecnologico. La sua mente – ancor prima dell’incidente scatenante che trasformerà il suo corpo – andrà in contro a un cambiamento; una mente avvelenata dall’esigenza di dare vita a un’invenzione rivoluzionaria: il teletrasporto. Seth si innamora di una giornalista (Geena Davis), la quale inizialmente è incuriosita dalla scoperta del teletrasporto, su cui vorrebbe scrivere un articolo che le cambierebbe la vita in termini di carriera e di successo. Poi, in realtà, viene sedotta da quell’uomo, così affascinante e pieno di buoni propositi relazionali. Durante una serata come tante altre però, la rabbia e la gelosia mescolate all’ebbrezza dell’alcol portano Seth a commettere un terribile errore: sottoporsi personalmente al teletrasporto prima dei dovuti accertamenti. La conseguenza? Il suo corpo si trasformerà lentamente in una mosca gigante.

    I nostri protagonisti si muovono all’interno di ambienti cupi, tendenzialmente freddi, amplificati espressivamente da una splendida fotografia e da una messinscena azzeccatissima nella sua estrema semplicità. Il climax sale e cresce vertiginosamente, come un decollo aereo, affrontando le varie tappe della mutazione del corpo corporale di Seth sostenuta da un trucco di un livello notevolissimo per l’epoca, a tal punto da aggiudicarsi il premio Oscar.

    La mosca è una sorta di metamorfosi kafkiana, poiché lo spettatore non si distacca emotivamente da Seth, non lo ripudia e non lo condanna, anzi ne prova un’immensa e struggente pietà. Come nel racconto di Kafka, Seth si arrampica sulle pareti fino al soffitto cercando vie di fuga, prendendo consapevolezza di un cambiamento irreversibile. La sua coscienza si indebolisce sempre più a causa di quello che ha perso nella sua vita umana: l’amore e il sentirsi amati. Quello di Cronenberg non è un film soltanto sulla perdita del corpo, bensì sulla perdita dell’uomo, della sua identità formata da materia e anima. L’anima distrutta da un mondo confusionario dove l’a-moralità della società porta al perseguimento di uno stile di vita illusorio. L’ideale contemporaneo di voler raggiungere a tutti i costi il successo, la convinzione di avere le stesse possibilità di un Dio e, infine, l’idea di volersi sostituire a Dio portano l’individuo a una dolorosa auto-distruzione.

    A cura di Matteo Malaisi

    Leggi tutto: La mosca (The Fly)
  • Il cigno nero (Black Swan)

    Il cigno nero (Black Swan)

    La metamorfosi del cigno: viaggio nella psiche di una ballerina, dall’età dell’innocenza alla maturità

    Le dolci note del Lago dei cigni si trasformano in un incubo ad occhi aperti per l’étoile di una compagnia newyorkese. Nina Sayers vorrebbe essere tutto ciò che sua madre non è mai riuscita a diventare: una prima ballerina. Ma le pressioni esterne e la feroce competizione tra le allieve premono sulla fragile personalità della protagonista, già minata dal morboso rapporto con la madre e con sé stessa. Nina sviluppa quindi una seconda pelle, squamosa e ispida, che coincide con il doppio personaggio che dovrà interpretare. Cigno bianco e cigno nero si fondono in lei e la conducono in un vortice di deliri e allucinazioni dal quale faticherà ad uscire.

    Il quinto lungometraggio di Darren Aronofsky ci svela il dietro le quinte di un teatro, la fatica e le sofferenze che si celano al di là del tendone del palco e che spesso vengono mascherate dal candore e dall’innocenza di una professione come quella di ballerina. La compagnia diventa una giungla dove sopravvive solo il più forte, anche a costo di passare (letteralmente) sul cadavere dei compagni. In un gioco fra prede e predatori si combatte per il posto più ambito – quello di prima ballerina – e, si sa, la guerra non risparmia nessuno. Non a caso, Nina sembra non avere amiche all’interno del gruppo. La vediamo sempre sola, a ripassare incessantemente la coreografia per paura di non risultare abbastanza agli occhi del pubblico e soprattutto del direttore, il severo Thomas Leroy. All’inizio Nina sembra essere la più adatta ad impersonare Odette, la protagonista del balletto di Čajkovskij. La parte sarebbe già sua se dovesse solo vestire i panni del cigno bianco – dolce e puro come lei è sempre stata –, ma il ruolo è complicato proprio perché richiede che ci sia anche la sua controparte Odile, il sensuale e spietato cigno nero. Nina dovrà scendere a compromessi e ad un oscuro patto con il diavolo per ottenerla. La discesa negli inferi comincia superando l’età dell’innocenza, nella quale Nina sembra vivere da sempre. La prima scena si apre nella cameretta di una bambina, tutta rosa e piena di pupazzi, e su un letto immacolato dove dorme una donna troppo grande. Fin da subito si nota la strana relazione che hanno le due donne della casa: la madre è totalmente ossessionata dalla vita della figlia e cerca di controllarne ogni aspetto; viceversa, Nina vive con la paura di deluderla e in uno stato di perenne ansia da prestazione nei suoi confronti. Questa situazione la porta a sviluppare una sorta di sindrome di Peter Pan: una condizione per cui gli adulti in fuga da una realtà dolorosa spesso si rifugiano in una regressione ai giorni spensierati e felici della fanciullezza. Se il primo atto rappresenta l’infanzia di Nina, la seconda metà del film racconta la pubertà e gli anni delle prime volte. Prima Thomas e poi la sua rivale, la bellissima ballerina Lily, la spronano a scoprire sé stessa e la vita al di fuori delle pareti della sua stanza. La portano all’estremo, da un lato facendola ingelosire con la paura di cedere la sua parte ad un’altra e dall’altro con un mix di alcol, droga e sesso. La formula funziona, tanto che il rapporto tra Nina e la madre comincia ad incrinarsi non appena la sua bambina mette il naso fuori da quella bolla che aveva meticolosamente costruito attorno a lei. Come qualsiasi adolescente, Nina si ribella e vuole prendere in mano la sua vita. Le tinte si fanno più cupe, la linea che separa la fiaba dalla vita reale si assottiglia sempre di più. Il suo corpo – stremato da tanti anni di autolesionismo e sacrifici – si sdoppia mentre il cigno nero comincia ad impossessarsi di lei. L’ultima parte del film coincide con il debutto dello spettacolo e con il raggiungimento della maturità della protagonista. La Nina che vediamo sul palco, di fronte ad una platea pronta a giudicare tutte le sue (im)perfezioni e a sua madre – la più critica di tutte –, è finalmente una donna. Forte come il demone che ha liberato dentro di sé, ma altrettanto fragile come la ballerina di cristallo del suo carillon. Quale cigno avrà la meglio?

    Il film colpisce per la forza dei suoi contrasti. Il candido mondo della danza classica si trasforma in una guerra all’ultimo plié, mentre una giovane ballerina vive dentro di sé un conflitto tra bene e male al limite dei confini dell’essere umano. Dimenticatevi la favola che vi veniva raccontata da bambini, questo Lago dei cigni è tutta un’altra storia.

    A cura di Gloria Sanzogni

    Leggi tutto: Il cigno nero (Black Swan)
  • Tom à la ferme

    Tom à la ferme

    Tom, Dolan e Bouchard

    «Oggi è come se una parte di me fosse morta. Io non posso piangere perché ho dimenticato i sinonimi della parola tristezza. Adesso quello che mi resta da fare senza di te è sostituirti.» L’incipit di Tom à la ferme è un grido di dolore che si leva in voice-over mentre vediamo le parole prendere forma su un lieve velo di carta. Sorvoliamo il mare e ci ritroviamo su una lunga distesa di campi, un paesaggio pianeggiante che si perde nell’orizzonte. Sulle note della struggente Les moulins de mon coeur osserviamo dall’abitacolo case abbandonate, macchine arrugginite e bestiame al pascolo. Il navigatore non offre aiuto e la linea telefonica scompare, mentre una fitta coltre di nebbia ci impedisce la vista.

    Il quarto lungometraggio di Xavier Dolan si presenta fin da subito come una voce fuori dal coro, nettamente distinto dalle precedenti opere. L’asincronia ci viene mostrata proprio nella primissima scena: in auto il suo canto spezzato non riesce ad andare a tempo con quello, potentissimo, di Kathleen Fortin. Un gioco musicale curioso, soprattutto se si considera che la colonna sonora è stata scritta a riprese concluse, visto che l’idea iniziale era stata quella di costruirlo senza musica, scandito solo dai suoni della natura. Da notare anche che si tratta della prima volta che il punto di partenza non è un soggetto originale di Dolan, bensì l’omonima pièce teatrale del connazionale Michel Marc Bouchard.

    Quello a cui assistiamo è lo smarrimento di un ragazzo, dapprima geografico e successivamente psicologico. L’elaborazione della perdoita di Guillaume da parte di Tom (lo stesso Dolan), così come della madre Agathe (Lise Roy) e del fratello Francis (Pierre-Yves Cardinal), si sviluppa progressivamente in una relazione morbosa, dove il tentativo di sostituire le tessere del puzzle familiare dà vita a un perverso e straniante gioco di ruolo. Il crollo del protagonista segue una parabola ben precisa: dapprima perde gli occhiali (e quindi significativamente la vista), poi i vestiti e in ultimo l’automobile. Gli oggetti sono però solo la parte superficiale della morbosa dipendenza dalla volontà di Francis dal momento che anche le violenze seguono uno schema chiaro: dalla privazione del sonno si passa all’intromissione nella sfera dell’intimità.

    Dolan, svincolato da problematiche di adattamento, è libero di comporre immagini curatissime che fanno della geometria la chiave per rinchiudere visivamente il suo personaggio.  Stretti corridoi, anguste porta-finestre e luci oblique danno prova del minuzioso lavoro sul dettaglio. La scelta dei capelli biondi apre poi a una duplice suggestione. Se da un lato è evidente la volontà di far perdere visivamente Tom nella sterminata campagna, tra i busti dell’alto mais maturo, dall’altro il rimando potrebbe essere proprio ad Alfred Hitchcock. Gli indizi non mancano: le musiche tensive di Gabriel Yared ricordano da vicino quelle dei classici del maestro, la palette cromatica giocata prevalentemente sul colore verde potrebbe riproporre le atmosfere di Vertigo (accomunato anche dal tema della sostituzione) e, infine, i capelli biondi sono forse quelli delle tante protagoniste hitchcockiane, qui rivisitate dalla contraddittoria posizione del personaggio di Dolan chiamato ad essere contemporaneamente vittima, compagno di ballo e, più in generale, oggetto di perversioni sessuali.

    Le intuizioni registiche però non si fermano e Dolan riesce, letteralmente, a fare la storia del cinema. Per ben tre volte è il formato cinematografico, e quindi il cinema stesso, a stritolare Tom, in una morsa orizzontale asfissiante. Oltre alla già citata scena nel campo di mais, il secondo momento è quello che vede il nostro protagonista passare dal punto più basso della sua parabola con il masochistico piacere provato nel ricevere le precorse, mentre, nel finale, il formato si chiude e poi si riapre (anticipando la meravigliosa scena del successivo e ben più noto Mommy) nella liberatoria sequenza conclusiva che lo vede fuggire dalle gabbie dell’inferno rurale in cui era precipitato.

    I titoli di coda ci mostrano Montreal tirando le fila di una contrapposizione tra campagna e città, centro e periferia che era già stato tema al centro del precedente Laurence Anyways. Lo scontro finale (propiziato dal dialogo con un barista speciale, interpretato dal padre Manuel Tadros) avviene esplicitamente tra le divisa del Canada e quella degli Stati Uniti: una rivendicazione di libertà autoriale chiara e simbolicamente avvalorata dalla riappropriazione dei propri indumenti e quindi di una definitiva indipendenza.

    A cura di Andrea Valmori

    Leggi tutto: Tom à la ferme
  • Old Boy

    Old Boy

    Old Boy: tra verità e vendetta

    Una finestrella posta in una posizione degradante da cui riceve ogni giorno un piatto di ravioli fritti è l’unico sfogo della stanza entro cui è imprigionato Dae-Su, «colui che si diverte e va d’accordo con tutti». Non sappiamo per quale motivo l’uomo si trovi costretto a trascorrere quindici anni della sua esistenza in un ambiente squallido e claustrofobico, la cui monotonia è interrotta dai programmi trasmessi da una televisione sempre accesa. Né sappiamo perché, dopo un lasso di tempo così lungo, Dae-Su venga liberato da Woo-Jin, lo stesso persecutore che l’aveva imprigionato senza un apparente motivo.

    Il tormento inflitto a Dae-Su prosegue senza requie. Nulla è peggio di essere puniti per qualcosa di cui non si è consapevoli. Già durante la reclusione, a voler espiare il proprio senso di colpa, l’uomo aveva redatto una «autobiografia» delle proprie cattive azioni, ed ora, dopo essere stato contattato dal suo aguzzino, continua a interrogarsi sul perché di questi avvenimenti. Ecco che allora inizia un’inchiesta che ha come fine identificare ed eliminare il proprio persecutore. Ad accompagnarlo in questa operazione è Mi-Do, giovane ragazza conosciuta subito dopo aver ritrovato la libertà e che sembra configurarsi come il simbolo della dimensione morale, perduta da Dae-Su a conclusione della prigionia.

    L’uomo è consapevole del proprio imbruttimento etico: «Neanche oggi vado d’accordo con gli altri. Sono diventato un mostro». La tortura messa in atto da Woo-Jin lo ha condotto a un livello sub-umano. Le conquiste della cultura giuridica greca, che aveva posto fine alla società della vendetta (tema dell’omonima trilogia del regista), sembrano venire meno nell’ottica di Dae-Su: il suo unico scopo è annientare il suo tormentatore, fare scempio del suo corpo e mangiarne i pezzi (suggestione dal sapore mitico, verrebbe da dire). Quando però se lo ritroverà davanti per la prima volta, il desiderio di scoprire la verità sembra vincere quello animalesco di vendicarsi. Forse luccica ancora un barlume di razionalità dentro il suo animo distrutto.

    La ricerca spasmodica della causa prima, dopo un percorso fatto di violenze crude e brutali, si risolverà con la scoperta che la colpa di Dae-Su risale alla sua adolescenza, quando aveva messo in giro la voce di un rapporto tra Woo-Jin e sua sorella Soo-Ah. In un gioco sadico in cui il contrappasso, sapientemente centellinato lungo tutta la pellicola, ha avuto un suo ruolo centrale, Dae-Su era stato portato, complice l’ipnosi, ad avere un amplesso incestuoso con una donna di cui ignorava l’identità.

    Il tema dell’incesto si lega così inscindibilmente a quello della colpa e della punizione. Le due coppie di personaggi, su cui si basa l’intreccio del film dalle suggestioni edipiche, si muovono lungo traiettorie parallele con esiti differenti. La sorella e il fratello, colpevoli in quanto consci della loro relazione incestuosa, trovano entrambi la morte. Soo-Ah si era suicidata anni fa, Woo-Jin, invece, si spara un colpo alle tempie, non prima però di aver concluso la propria vendetta: Dae-Su, ormai completamente degradato a una dimensione bestiale, portando all’estremo le modalità del contrappasso, si taglia la lingua davanti al proprio carnefice, la stessa lingua con cui all’epoca aveva messo in giro le voci dell’incesto.

    ATTENZIONE SPOILER

    Allo stesso tempo, l’altra coppia, macchiatasi di una relazione incestuosa ma inconsapevole, ha la possibilità di continuare la propria vita: il padre Dae-Su grazie all’oblio concesso da una nuova seduta di ipnosi, la figlia Mi-Do – adesso possiamo dirvelo – ignara della vera identità dell’uomo di cui è innamorata. Entrambi condurranno però un’esistenza monca, in cui la verità, che Dae-Su aveva cercato maniacalmente con l’aiuto della ragazza, si annulla nella dimenticanza o nell’incoscienza.

    A cura di Mattia Rizzi

    Leggi tutto: Old Boy
  • First Reformed

    First Reformed

    First Reformed: come un sassolino nella scarpa può trasformarsi in valanga

    L’incipit di First Reformed è molto simile a migliaia di altri film americani: un piccolo paese di onesti lavoratori, una chiesa riformata olandese (che non si sa bene cosa voglia dire, dal momento che gli americani hanno diviso il cristianesimo in così tante succursali che ormai se ne è perso il conto), una fede profondamente radicata tra i cittadini, un reverendo più profondo e più illuminato di altri, che assiste i propri fedeli nei loro momenti di oscurità interiore. Fatto questo elenco, potrebbe sembrare la solita bella storia che ci propina Hollywood. Tuttavia, il grigiore delle immagini, il rapporto 4:3, i movimenti di macchina e fotogrammi degni di un museo di arte contemporanea rendono l’apertura del film unica nel suo genere.

    Paul Schrader, il regista, ci mostra cose normalissime, rendendole inquiete. Una chiesa. Un quadro. Una bandiera. Un prete. Tutto avvolto da un’aura macabra. In un giorno come un altro Toller (Ethan Hawke), il reverendo in questione, tormentato dalla morte del figlio, caduto in Iraq, alle prese con un cancro e un leggero alcolismo, viene a conoscenza del calvario di un uomo, marito di una donna frequentante la chiesa, angosciato dall’imminente nascita di un figlio. Il colloquio tra i due, per ammissione dello stesso reverendo, è uno dei più deprimenti, agonizzanti e catastrofici dialoghi mai scritti in un copione. L’uomo, tale Michael Mensana (Philip Ettinger), è un ambientalista finito in prigione in Canada per diverse proteste contro l’inquinamento globale e un depresso misantropo che nella mente, di sano, ha ben poco. Schrader, evidentemente non sicuro dell’impatto dei dialoghi, decide a ragione di posizionare dietro la schiena di Mensana un computer, dove lo screensaver ci mostra il pernicioso innalzamento delle temperature dal 1960 al 2050. Come a dire: ‹‹Se non stai ascoltando, la depressione te la faccio venire lo stesso››. Toller, già in difficoltà per le problematiche di cui sopra, è madido di sudore. L’uomo davanti a lui gli sta dicendo che non ha senso, anzi, è un crimine mettere al mondo un figlio, se questo è il mondo. Rientrato a casa, annota le riflessioni sul suo diario, beve un goccio e si infila a letto, senza riuscire a prendere sonno. Con Mensana ha deciso di chiacchierare una volta al giorno, tutti i giorni, per alzare un po’ l’umore del futuro padre e magari avvicinarlo alla fede. Il giorno seguente però l’uomo non si presenta all’incontro: ‹‹Troppo impegnato al lavoro››, gli scrive. Il giorno successivo, chiede al reverendo di spostare la conversazione da casa sua ad un bosco vicino. Toller si presenta puntuale, ma Mensana è lì in anticipo: fucile a pompa sulla sinistra, cadavere sul terreno, il cervello aperto in due come quello di Kennedy.

    Da quel momento, il pensiero del reverendo si radicalizza: se all’inizio doveva essere Toller ad addolcire Mensana, con questo suicidio avviene il contrario. L’uomo di chiesa non comprende come l’essere umano sia riuscito a tradire Dio e rovinare il suo pianeta. Non capisce come si siano raggiunte queste punte di infedeltà e menefreghismo nei confronti dell’unica casa che noi, in quanto umani, abbiamo. Se quello di Mensana era deprimente, lo screensaver di Toller è umiliante: un orso polare in equilibrio su ciò che resta di un ghiacciaio, completamente pelle e ossa e in procinto di morire di fame. Le immagini, nel frattempo, si fanno più oscure: anche le giornate sembrano ricoperte da una velatura notturna. Toller scopre di avere il cancro, ma del suo corpo ormai si disinteressa. Il desiderio di salvare il mondo si trova così in perenne contrasto con l’amara realizzazione che da soli, in fin dei conti, si può ben poco. La realtà materialista che lo circonda lo affrancano sempre di più dalla società. Il film, così nichilista ed estraniante, ricorda molto Taxi Driver, il cult di Scorsese con un magistrale Robert De Niro. Per entrambe le pellicole sembra di assistere alla teoria del piano inclinato: l’umorismo disforico dei due protagonisti è la pallina posta in cima al piano e, per quanto impercettibile sia l’inclinazione, la pallina rotola giù, sempre più in basso, fino a quando non cade, cioè fino a quando non si prendono le decisioni più estreme. Il motivo della vicinanza dei due film è semplice: la sceneggiatura di Taxi Driver fu scritta da Schrader.

    -A cura di Alessandro Randi

    Leggi tutto: First Reformed
  • Prisoners

    Prisoners

    Prisoners: spingersi al limite per la verità

    L’amore incondizionato e disperato di un padre per la propria figlia è più forte di qualsiasi limite, minaccia o pericolo. Keller Dover (Hugh Jackman) è un genitore amorevole e responsabile, falegname nella rigida e rurale Pennsylvania. Il giorno del ringraziamento si trasforma, per le famiglie Dover e Birch, inaspettatamente, in una tragedia che abbandona le famiglie nella disperazione: le loro figlie spariscono nell’indifferenza totale. Fino a che punto è disposto a rischiare per mantener fede alla promessa di proteggerla contro i mali del mondo?

    La pellicola diretta da Denis Villeneuve – e sceneggiata impeccabilmente da Aaron Guzikowski – sfida le più profonde paure umane, affrontando il dramma del rapimento, del dolore per la morte, l’angoscia dell’abbandono. Gli inquietanti e devastanti scenari del film aprono una dolorosa ferita nell’emotività dello spettatore, incalzato dal ritmo spettrale del film, fiducioso nel ritrovamento di Anna e angosciato dal comportamento di Keller, capace di tutto pur di ritrovare la propria figlia, persino di barattare la vita di un ostaggio pur di ottenere informazioni preziose.

    Il risultato del lavoro di Villeneuve è coraggioso, ben riuscito e capace di accompagnare per ore lo spettatore in una disperata ricerca in cui persino noi ci sentiamo detective. La sensazione di impotenza e la straziante disperazione delle vittime traspare dalla prova attoriale, superata a pieni voti, di Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal, abituati a vestire i panni di protagonisti dall’animo tenebroso. Ma è soprattutto la performance del primo a stupire, spinta al limite nel folle rapporto con l’ostaggio, con un Paul Dano reso progressivamente irriconoscibile dalle percosse.

    La disumana violenza del film non lascia spazio ad alcuna interpretazione di speranza e ottimismo, ma è comunque capace di trovare una chiusura positiva in quella che è una tragedia umana ed emotiva. Una lezione schietta e realistica, priva di filtri buonisti, che restituisce una radiografia schiacciante e angosciante del maligno che serpeggia. E proprio qui troviamo la coerenza del film: nella rinuncia al lieto fine denso di speranza, difficilmente conciliabile con le reali inquietudini che ognuno di noi prova nei confronti della paura.

    A cura di Alessandro Benedetti

    Leggi tutto: Prisoners
  • Il socio (The Firm)

    Il socio (The Firm)

    La legge è uguale per tutti, ma non tutti siamo uguali

    Mitchell McDeere rappresenta il sogno americano: nato da una famiglia della quale preferisce dimenticarsi, si sta laureando in legge ad Harvard, brilla per intelligenza ed è corteggiato dai più importanti studi di avvocatura del paese, fino a quando non arriva un’offerta impossibile da rifiutare. Così, in accordo con la moglie Abby, decide di avviare la sua carriera in un prestigioso studio legale di Memphis.

    L’evolversi della sua vita non conosce ostacoli, almeno fino a quando un’ombra si proietta cupa sullo studio in cui lavora. Alcuni soci sono scomparsi in situazioni misteriose, inspiegabili, successivamente al ritrovamento di alcune parcelle e documenti che porrebbero lo studio in una posizione tanto scomoda quanto pericolosa. Mitch si trova dunque di fronte a un bivio, a una domanda tanto etica quanto professionale, che lo induce a un tormento interiore e che culmina con la scelta coraggiosa di indagare. Comincia così un’estenuante ricerca della verità che lo porterà ad incrinare il rapporto con la moglie Abby, ritrovare suo fratello e rischiare la sua vita.

    Tom Cruise ha conquistato il pubblico con una reputazione monumentale di tombeur de femmes, nomea che lo ha accompagnato nella sua carriera e che ancora oggi, al solo ricordo di Top Gun, rievoca un sentimento di adrenalina e fascino. Nel 1993 Pollack decide di scommettere su di lui per affidargli le chiavi del film, in un ruolo che maneggia con cura e assoluta fermezza, trovando una chiave di lettura del protagonista incredibilmente centrata ed equilibrata. Il volto angelico e l’aspetto pulito dell’attore sono il ritratto di Mitch e dei suoi giovani anni da studente universitario, senza mai nascondere la forza e la determinatezza di una personalità aggressiva, ferma e decisa. La regia ritma la storia con suspense ed azione, trasformando il romanzo di John Grisham in un film ancora oggi dinamico, avvincente e ben architettato. La colonna sonora, d’altra parte, cadenza il film e ne scandisce tempi e caratteristiche, trasformandosi in un narratore extradiegetico che accompagna con tensione l’evolversi della storia.

    Il socio è un’opera capace di affascinare, avvincere ed emozionare mescolando con cura il legal drama all’action adrenalinico. La paura si mescola così alla speranza interrogando lo spettatore sulle scelte del protagonista con il quale finisce per immedesimarsi. Etica e libertà sono il trofeo in palio, Mitch ne è consapevole ed è disposto ad ogni cosa per appropriarsene, combattendo con ogni mezzo affinché siano i suoi valori ad imporsi in un concerto di menzogne, cospirazioni e vendette. Denaro, potere e fama sono gli ingredienti perfetti per un concretato di ipocrisia al quale il giovane neolaureato cerca di rispondere seguendo però le proprie regole.

    A cura di Alessandro Benedetti

    Leggi tutto: Il socio (The Firm)
  • Diamanti grezzi (Uncut gems)

    Diamanti grezzi (Uncut gems)

    [et_pb_section fb_built=”1″ admin_label=”section” _builder_version=”3.22″][et_pb_row admin_label=”row” _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text content_tablet=”” content_phone=”

    Ci spaventa scoprire le nostre debolezze quanto ci affascina avventurarci in quelle altrui

    Howard Ratner è un gioielliere ebreo, padrone di un modesto e angusto negozio di Manhattan, impegnato a districarsi funambolicamente fra la vita quotidiana di padre di famiglia e quella notturna di adultero scommettitore. Il suo lavoro, a tratti patetico e umiliante, non è altro che un tentativo disperato di far galleggiare le sue speranze. I debitori lo inseguono, la famiglia lo ripudia, l’unica donna che sembra amarlo nonostante la sua disperazione si rivela in realtà un’incauta arrivista pronta a scommettere su un futuro più promettente non appena ne ha l’occasione. Ogni tentativo di riscatto di Howard si riversa su di lui costringendolo ad un’umiliante auto-commiserazione.

    Quello che Pascoli definisce nido familiare si trasforma per Howard nella sua più claustrofobica trappola, un’arena di scontri, paura e dolore. La sua stessa famiglia, in cui coltiva le origini ebraiche e dove cerca aiuto e conforto, non è altro che il suo primo spietato nemico. La partita, però, cambia allo scadere quando Kevin Garnett, stella NBA, entra nel suo negozio ed inizia a rimescolare le carte della sua vita. Un opale proveniente dall’Etiopia innesca una catena di bugie, tradimenti, inganni e truffe. Howard è consapevole di non aver più nulla da perdere ed è pronto a scommettere qualunque cosa pur di avere un’occasione di riscatto, persino la sua vita.

    I fratelli registi Josh e Benny Safdie raccontano in modo adrenalinico la vita di un uomo ridicolo, le patetiche tormenta di un avaro di tutto e pronto a nulla, incastrando ogni frammento della narrazione in un caotico e perfetto turbinio di avvenimenti. La fotografia del film è densa di colore, satura di tensione e buia come il dolore interiore del protagonista. Il montaggio è avvincente, veloce e dinamico, come se la vita di Howard fosse un documentario a cui hanno cancellato ogni frammento noioso. Impossibile distrarsi, avvolti dal ritmo asmatico delle riprese. Come su un campo da basket sono i secondi a fare la differenza ed ogni sequenza è una corsa contro il tempo, una sfida fra Howard ed il destino.

    Adam Sandler riesce a vestire i panni del protagonista in modo naturale, quasi scontato, restituendo una rappresentazione accurata e fedele del personaggio, fisicamente balbettante, incerto su ogni movimento e indeciso per natura, marcato dai difetti fisici e umiliato dall’aspetto esteriore. Con una prova attoriale ineccepibile Sandler riesce a stimolare compassione ed empatia, come se anche noi, in fondo, fossimo Howard.

    E in fin dei conti siamo affascinati dal protagonista perché morbosamente affamati dal suo fallimento, da un’estasi che nasce dall’umiliazione, una compassione che si trasforma in celebrazione eroica riconosciuta a chi fa di tutto – ottenendo altro che l’insuccesso – per sopravvivere a sé stesso e ai propri demoni, ai propri tormenti e alle proprie tentazioni.

    A cura di Alessandro Benedetti

    ” content_last_edited=”on|phone” admin_label=”Text” _builder_version=”4.9.3″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”]

    Ci spaventa scoprire le nostre debolezze quanto ci affascina avventurarci in quelle altrui

    Howard Ratner è un gioielliere ebreo, padrone di un modesto e angusto negozio di Manhattan, impegnato a districarsi funambolicamente fra la vita quotidiana di padre di famiglia e quella notturna di adultero scommettitore. Il suo lavoro, a tratti patetico e umiliante, non è altro che un tentativo disperato di far galleggiare le sue speranze. I debitori lo inseguono, la famiglia lo ripudia, l’unica donna che sembra amarlo nonostante la sua disperazione si rivela in realtà un’incauta arrivista pronta a scommettere su un futuro più promettente non appena ne ha l’occasione. Ogni tentativo di riscatto di Howard si riversa su di lui costringendolo ad un’umiliante auto-commiserazione.

    Quello che Pascoli definisce nido familiare si trasforma per Howard nella sua più claustrofobica trappola, un’arena di scontri, paura e dolore. La sua stessa famiglia, in cui coltiva le origini ebraiche e dove cerca aiuto e conforto, non è altro che il suo primo spietato nemico. La partita, però, cambia allo scadere quando Kevin Garnett, stella NBA, entra nel suo negozio ed inizia a rimescolare le carte della sua vita. Un opale proveniente dall’Etiopia innesca una catena di bugie, tradimenti, inganni e truffe. Howard è consapevole di non aver più nulla da perdere ed è pronto a scommettere qualunque cosa pur di avere un’occasione di riscatto, persino la sua vita.

    I fratelli registi Josh e Benny Safdie raccontano in modo adrenalinico la vita di un uomo ridicolo, le patetiche tormenta di un avaro di tutto e pronto a nulla, incastrando ogni frammento della narrazione in un caotico e perfetto turbinio di avvenimenti. La fotografia del film è densa di colore, satura di tensione e buia come il dolore interiore del protagonista. Il montaggio è avvincente, veloce e dinamico, come se la vita di Howard fosse un documentario a cui hanno cancellato ogni frammento noioso. Impossibile distrarsi, avvolti dal ritmo asmatico delle riprese. Come su un campo da basket sono i secondi a fare la differenza ed ogni sequenza è una corsa contro il tempo, una sfida fra Howard ed il destino.

    Adam Sandler riesce a vestire i panni del protagonista in modo naturale, quasi scontato, restituendo una rappresentazione accurata e fedele del personaggio, fisicamente balbettante, incerto su ogni movimento e indeciso per natura, marcato dai difetti fisici e umiliato dall’aspetto esteriore. Con una prova attoriale ineccepibile Sandler riesce a stimolare compassione ed empatia, come se anche noi, in fondo, fossimo Howard.

    E in fin dei conti siamo affascinati dal protagonista perché morbosamente affamati dal suo fallimento, da un’estasi che nasce dall’umiliazione, una compassione che si trasforma in celebrazione eroica riconosciuta a chi fa di tutto – ottenendo altro che l’insuccesso – per sopravvivere a sé stesso e ai propri demoni, ai propri tormenti e alle proprie tentazioni.

    A cura di Alessandro Benedetti

    [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

    Leggi tutto: Diamanti grezzi (Uncut gems)