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  • Amanda

    Amanda

    La missione di Amanda

    Amanda ha venticinque anni, tante cose da dire e nessuno con cui parlarne. Vorrebbe avere un’amica, un fidanzato o entrambe le cose, ma di amici non ne ha mai avuti e l’unico ragazzo a cui si sia avvicinata è rimasto un what if, una possibilità remota di felicità bloccatasi ad uno scambio furtivo di sguardi. Tornata in Italia da Parigi al termine degli studi universitari, Amanda passa le giornate a non fare niente perché «troppo impegnata a non fare niente», come le rimprovera la madre: le sue uniche attività si limitano al passeggiare tra i campi sperduti della campagna e a trovare un cavallo che ricorda lontanamente Zietto di Pippi Calzelunghe. Lontana dalla tradizionale eleganza della casa di famiglia, la ragazza vive in uno spoglio monolocale. L’unica sua confidente è la governante e quando il loro rapporto verrà vietato dalla madre (desiderosa che la figlia trovi un amico della sua età) Amanda proverà a riallacciare i rapporti con Rebecca, misantropa ed agorafobica coetanea, figlia di un’amica di famiglia.

    Gli adulti, agli occhi di Amanda, sono tutti apatici: troppo lontani da lei, risultano incomprensibili sia negli atteggiamenti sia nel linguaggio. Sui genitori inizialmente addossa tutte le colpe della sua attuale situazione: il lavoro che le hanno offerto non fa al caso suo ed il motivo per cui mancano coetanee nella sua vita risale al trasferimento della famiglia in un’altra città, quando Amanda era ancora una bambina.

    Amanda non è cortese: è irriverente, pungente, sputa sentenze senza rendersi conto che non è l’unica ad essere sola. La madre, la sorella, Rebecca e perfino la nipote di otto anni sono tutte creature immensamente infelici, pianeti lontani anni luce tra di loro che cercano di andare avanti con la vita, negando in parte i propri problemi. Un primo passo verso una maggiore comprensione dell’esistenza dei drammi altrui arriverà tramite l’incontro con Rebecca, prima brillante atleta, ora chiusa nella sua stanza da più di un anno: Amanda (dopo un iniziale conflitto) si atteggerà ad eroina e proverà a salvarla. Impareranno, insieme, a fare tutte quelle cose cui hanno rinunciato troppo a lungo: giocare a beer pong o far scoppiare i petardi saranno dunque non soltanto delle attività da semplici ventenni, ma la conquista di una dimensione di normalità che nessuna delle due, senza l’altra, avrebbe mai raggiunto se non parzialmente.

    L’universo maschile, tuttavia, resta ancora un dilemma per Amanda: suo padre, da una parte, è quasi inesistente e non ha altri ruoli se non quello di spettatore delle grottesche discussioni delle donne di famiglia durante le cene in villa; dall’altra, Amanda non è in grado di comunicare con il ragazzo a cui è interessata perché incapace di comprenderne gli atteggiamenti.

    In una storia raccontata tra le decorazioni rococò di decadenti ville borghesi, fabbriche abbandonate sedi di rave di musica techno e l’impersonale cemento delle case di design, la scelta delle ambientazioni esprime nel mondo esterno ciò che caratterizza i personaggi più intimamente: Amanda vaga a lungo in campagna come vaga nella vita, senza sapere dove andare o cosa fare nel tragitto dalla raffinata casa di famiglia al suo angusto appartamento; Rebecca è invece chiusa in una grigia scatola di cemento che Viola, sua madre, tenta di colorare attraverso costosi quadri d’arte contemporanea.

    Con uno sguardo – e non solo uno – all’estero (innumerevoli sono i rimandi alla cinematografia d’oltreoceano e non), Carolina Cavalli esordisce come regista al 79esimo Festival di Venezia con un film quasi completamente al femminile, alternando luci al neon a tinte calde, battute graffianti a confessioni che fanno capire che, dopo tutto, Amanda non è poi così scontrosa come vuole sembrare. Dopo alcune sceneggiature per serie TV e miniserie, Cavalli osa nel suo primo lungometraggio ponendo di fronte alla telecamera un personaggio decisamente fuori dalle righe.

    L’originalità di Amanda sta nella sua grottesca comicità, nelle sue atmosfere da western miste a commedia, con sfumature di dramma esistenziale unito ai tratti tipici delle storie di formazione. Gli adulti, inizialmente apatici, assumono via via più sfaccettature, escono dal piattume in cui erano reclusi e crescono con Amanda, che oltre a guadagnare un’amica riesce a comunicare con la madre e la sorella e, finalmente, a trovare il suo posto nel mondo.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

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  • Mia madre

    Mia madre

    Il cinema è mia madre

    Due fratelli, Margherita e Giovanni (Margherita Buy e Nanni Moretti), devono affrontare la malattia della propria madre, un’insegnante di latino in pensione, ricoverata in ospedale. Margherita è una regista che sta girando un film sulla perdita del lavoro e dell’identità, mentre deve fare i conti con sé stessa e con il suo modo di trattare le persone intorno a lei. Il personaggio incarna la ricerca della vita oltre il cinema e intorno ad esso, gli imprevisti che ci riportano alla concretezza del reale: le bollette che non si trovano, la casa allagata, i compiti di latino, la malattia e infine la morte.

    Mia madre è un film intimo e universale, costruito sulla dialettica tra due parti dell’io, quella dell’attore e quella del personaggio, che riflette sul fare cinema e sul non farlo. Non a caso anche i protagonisti si chiamano come i loro interpreti, in una costante enunciazione della messa in scena, che paradossalmente invita ad una partecipazione emotiva ancora più coinvolgente.

    Un’altra questione centrale nell’economia della narrazione è quella linguistica che si snoda su più livelli: il latino che la madre di Moretti davvero insegnava a scuola e che invece la nipote fa fatica a comprendere, e la lingua italiana del film di Margherita che mette in difficoltà un attore e personaggio americano (John Turturro), lo stesso che dirà «Cinema is a shit job, I want to go back to reality».

    La madre rappresenta le radici, il latino, da cui la nostra lingua proviene e si evolve; la comunicazione risulta però sempre impegnativa e confusa; vengono lasciate lacune narrative che enfatizzano la crisi del personaggio di Margherita, che non riesce a stare al passo col presente ed è incapace di affrontare i problemi della quotidianità. Il finale, sicuramente toccante ma non imprevedibile, è anche uno spiraglio di speranza: esiste un domani, un lascito, un dopo che arriverà ugualmente e che non possiamo fare a meno di aspettare e immaginare.

    A cura di Emma Onesti

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  • Big

    Big

    Big: il ritorno della periferia romana

    Tra i registi della capitale la periferia romana ha qualcosa di malinconico e magico. Molto spesso è utilizzata come sfondo per le loro opere: si vedano Garrone, Caligari, i fratelli D’Innocenzo e il capitolino di adozione Pier Paolo Pasolini. Ma se per il friulano il discorso è più complesso, in quanto ultimo grande artista della nostra storia, capace di spaziare dal romanzo alla pittura, dalla poesia al cinema, per gli altri si possono trovare tanti elementi in comune: il primo è appunto il richiamo ad Accattone; poi la mancata possibilità di elevazione sociale dei protagonisti, la loro condanna a vivere alla giornata e infine il destino di essere considerati la feccia della società. Anche sul piano cinematografico ci sono diversi punti di vicinanza: il richiamo neorealista, il mare sullo sfondo, il vernacolo romano a sottolineare la totale mancanza di educazione dei personaggi.

    Daniele Pini, regista (non a caso) romano, nato nel 1987, nel cortometraggio Big riprende molte peculiarità già viste e le condensa in 12 minuti. Matilde, la protagonista, vive con lo zio, che la maltratta pesantemente, offendendola e, in alcuni casi, alzando anche le mani. Lei, tutti i giorni, si dirige in spiaggia con un metal detector per cercare qualche tesoruccio nascosto da vendere poi in un banchetto. Chiaramente si rimediano pochi soldi, ma le alternative scarseggiano. Tuttavia, i soprusi dello zio iniziano a varcare più volte il limite e, quando questo succede, chiunque, anche un’anima pia come Matilde, trova il modo di vendicarsi.

    La denuncia sociale è piuttosto marcata: ormai sono passati 50 anni dall’uscita di Ragazzi di vita prima e di Accattone poi, ma il sillogismo sembra non essere cambiato di una virgola: se nasci nelle borgate, le vie di uscita rappresentano lo 0,1%. È chiaro che una personalità introversa come quella di Matilde ha più possibilità di essere sopraffatta dalle difficoltà della vita. Se, per esempio, la paragoniamo ai due protagonisti di Non essere cattivo (ultimo film di Caligari), Vittorio e Cesare, questi sono più propensi a diventare criminali e a sfogare il loro disprezzo verso la società tramite la rabbia e la delinquenza. Tuttavia, Pini vuole comunque fornirci un elemento di speranza con Luccio, l’amico che ogni giorno si precipita da Matilde e che, in termini danteschi, si definirebbe “figura” della speranza di cambiare. Non a caso, è l’unico a cui Matilde rivolge la parola.

    La fotografia è ben fatta: l’utilizzo delle luci indica la presenza di un tecnico capace, e infatti il contrasto tra colori, in particolare di sera, dove spicca l’intensa illuminazione da interno nei volti dei protagonisti, è ben orchestrato. C’è anche tempo per un sapiente utilizzo della suspense: quando Matilde fa un ritrovamento importante, il regista ci fa capire la straordinarietà del momento solo dalla sua espressione, senza rivelare l’identità dell’oggetto. Anche il lento e inesorabile avvicinamento dello zio allo zainetto è un capace gioco di tensione, che, per quanto breve, fa incuriosire lo spettatore.

    Big è un cortometraggio ben eseguito: il regista è riuscito a gestire i tempi ristretti facendo provare allo spettatore emozioni contrastanti. Tantissimi autori, è bene ricordarlo, hanno iniziato il loro percorso con questi tipi di produzione, Sorrentino su tutti. Sarà anche per Daniele Pini il preludio a una grande carriera?

    A cura di Alessandro Randi

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  • Cromosoma X

    Cromosoma X

    Cromosoma X: un viaggio a metà

    Durante una pausa, tre colleghi si scambiano commenti maliziosi sulla nuova assunta. Infastiditi da un gruppo di protesta femminista stanziato fuori dal loro palazzo, aprono la finestra e una molotov rosa viene gettata dentro l’ufficio. Uno di loro, colpito dal fumogeno, inizia uno strano e terrificante viaggio onirico. Forte di una prima esperienza illuminante, la regista di Cromosoma X realizza un’opera paradossale, in cui la sferzante sottigliezza delle immagini si scontra con l’ingombrante fisicità della parola.

    Lucia Bulgheroni aveva realizzato nel 2018 il suo primo corto in stop-motion. Una prima volta folgorante, nove minuti di frenesia, per dare libero sfogo alla propria vena artistica e a tutte le sue ispirazioni. Inanimate era un inno all’animazione, in cui le potenzialità del mezzo riuscivano ad essere sfruttate con grande intelligenza: cura ai dettagli degna di una grande produzione; estroso utilizzo fisico di elementi astratti, normalmente “disegnati” sulla pellicola; perfetta contestualizzazione di un mondo chiaramente fittizio, grazie all’uso per contrasto di immagini reali; potere evocativo lasciato quasi interamente alla componente visiva. Evidenti le riprese a Tim Burton o all’animazione di Charlie Kaufman, al quale si può certamente ricondurre il tessuto cerebrale dietro il film.

    Cromosoma X è indubbiamente figlio di Inanimate, che sembra superare in tutti gli ambiti. Rimane la fresca dinamicità che lega gli ambienti del corto, il quale però vive di una maggiore fluidità nell’animazione. Ben più accentuati gli echi burtoniani, che nella prima parte della sequenza onirica risultano ampliamenti visibili nella costituzione della città e dei suoi abitanti, chiari riferimenti ad A Nightmare Before Christmas e a La sposa cadavere. A simulare l’esperienza del sogno è anche la concatenazione degli scenari e la loro costruzione: interessante l’utilizzo di materiali variegati per l’animazione, tra scene diverse ma anche all’interno dello stesso quadro.

    A troncare la realisticità del sogno, o meglio dell’incubo, è la costante presenza della parola. La totale potenza delle immagini – ampiamente dimostrata con Inanimate – viene smorzata dalla voce narrante, che si frappone tra il contenuto e lo spettatore. Quello che, normalmente, dà valore a ciò che vediamo durante il sonno, è la distanza da percorrere che separa il sognatore dal sognato: è l’interpretazione, più meno complessa, del momento onirico, che lo rende così evocativo. Allo stesso modo, la narratrice impedisce la comunicazione più diretta e impressionante del contenuto, portando lo spettatore a focalizzarsi su una – seppur meravigliosa – facciata esterna, ad arrestare la demonizzazione delle figure, lasciandoci sulla soglia del mero del prestigio tecnico.

    Da un lato, Cromosoma X è una prova di grande talento e, in particolare, data la giovinezza artistica della regista, di una spiazzante “naturalezza” nella costruzione di scenari straordinari per la loro efficacia comunicativa. Dall’altro, è proprio un peccato di gioventù a tenere ancorato il film, forse il timore di non essere abbastanza chiaro. Si tratta di una di quelle opere, riuscite a metà, che valgono comunque la pena di essere viste, aspettando che l’autrice trovi ulteriore confidenza e ci delizi con i suoi prossimi lavori. Magari, come si vocifera, con un lungometraggio.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • Le mosche

    Le mosche

    Le mosche e la noia nell’arte

    Durante il corso della storia l’arte si è configurata anche come un mezzo per combattere la noia, sperimentando soluzioni che non trascurassero l’intrattenimento dei fruitori. Tuttavia, per una serie di motivazioni, a un certo punto, sia nella letteratura, sia nel cinema, la noia è diventata un tema ricorrente, come se si sentisse l’esigenza di rappresentarla, quasi andando contro l’idea stessa di intrattenimento. In questa stessa direzione si muove Le mosche, di Edgardo Pistone.

    Il corto, ambientato in un quartiere non specificato della periferia napoletana, apre una finestra nella vita di una comitiva di quattro ragazzi, che combattono ogni giorno contro l’asfissiante noia della quotidianità. Uno dei loro passatempi preferiti è giocare con Cirobello, un signore con evidenti problemi di salute mentale. Durante uno di questi giochi, però, le cose non andranno per il verso giusto e i ragazzi si troveranno a dover fronteggiare le conseguenze delle proprie bambinesche scorribande.

    Al netto della trama non particolarmente ispirata e di alcune scelte registiche discutibili, in soli 15 minuti Le mosche riesce a catturare la noia con una grande sensibilità, rendendola forse la vera protagonista del corto quasi a discapito degli attori. Mentre i quattro ragazzi si aggirano per le strade del capoluogo partenopeo, e le loro fidanzate li aspettano speranzose, entrambi i gruppi sono tremendamente, incredibilmente annoiati, e cercano in tutti i modi di passare il tempo. E seppur il macguffin della storia sia appunto il loro rapporto con Cirobello, ciò che veramente colpisce è l’atmosfera placida del racconto. Seppur vada probabilmente inteso come una rappresentazione della realtà periferica napoletana, il corto ha qualcosa che va oltre la critica sociale.

    La rappresentazione della noia è stata un cruccio dell’arte per un paio di secoli oramai: si pensi a Joyce, con la sua opprimente quotidianità in Gente di Dublino; a Moravia, con La noia; oppure nel cinema a Bergman, che in Persona esplora anche questo tema, o a Paterson, di Jim Jarmusch. È sempre un problema rappresentare un sentimento così lontano dal senso stesso dell’intrattenimento, ma così vicino ai suoi spettatori, i quali sono tali proprio per fuggirlo; è particolarmente più difficile nel cinema, essendo esso più legato all’evasione di altre forme artistiche: intrattenere è, dalla sua nascita, parte fondamentale della settima arte, e risulta difficile pensare a un film in cui manchi completamente questa componente.  Pistone ne Le mosche decide di raccontare la noia senza forzature, sottintendendola fino alla fine, quando i suoi personaggi parleranno espressamente di «passare il tempo»; diventa tutta una questione di atmosfera, un’atmosfera che è sì circoscritta alla situazione particolare dei personaggi, ma che gli spettatori possono capire proprio perché è nella natura dello spettatore essere in cerca di qualcosa che possa aiutare a rifuggirla, questa noia.

    Perciò, quella che è un’opera di critica sociale, con i suoi errori e i suoi problemi, riesce a relazionarsi con lo spettatore nonostante la sua probabile distanza dai fatti narrati su schermo. In meno di un quarto d’ora, Pistone riesce a mettere in scena quella che è una storia “napoletana”, ma che può essere capita, almeno in parte, da ognuno di noi.

    A cura di Francesco Colombo

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  • La mazurka della santa, del barone e del fico fiorone

    La mazurka della santa, del barone e del fico fiorone

    La mazurka del barone: quando una prostituta viene scambiata per una santa

    La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone è uno di quei film che, se non ci fosse internet, si troverebbe solo su Iris, Rai Movie o Rai 5 in una serata di zapping. Nessuno, di sua sponte, lo acquisterebbe, ammesso che sia reperibile un dvd. L’opera si perde tra le tante altre in cui prendono parte Ugo Tognazzi e Paolo Villaggio. Tuttavia, nonostante sia un lungometraggio di fattura modesta, in qualche modo riesce a sorprendere lo spettatore, con una profondità del tutto inaspettata.

    In principio fu una leggenda. Correva l’anno 726 d.C., quando «il mangia rane» Liutprando, a comando delle sue truppe, assediò la penisola italica. Nel suo cammino di devastazione, la città romagnola di Bagnacavallo ebbe particolare sfortuna, perché nell’attraversarla il re longobardo era particolarmente di buon umore. Infatti, estasiato dalla bellezza di una delle abitanti, la afferrò come il leone fa con la gazzella e insieme ai gregari ne approfittò. La povera donna, in seguito all’evento sventurato, si arrampicò su un albero di fico, dove prima partorì e poi morì. Da quel momento, l’albero fu considerato dagli abitanti locali luogo sacro, tanto da essere meta di pellegrinaggi per i successivi 1300 anni.

    C’è un però. Quando, in vista delle Olimpiadi tedesche del 1936, il Duce Benito Mussolini dovette selezionare i giovani balilla da mandare a rappresentare la nazione, scelse tra gli altri tale Anteo Pellacani, bagnacavallese, corridore eccellente destinato a far parlare di sé. Come segnale di buon augurio, i suoi compaesani pensarono di farlo salire sul fico poco prima della partenza, così da essere protetto dalla Santa durante le sue imprese olimpiche. Caso, fortuna, fato o provvidenza di Dio vollero che, appoggiando il piede su uno dei rami del fico, Anteo cadesse e si spezzasse la gamba. Le Olimpiadi saltarono. Ma la più grande disgrazia per il giovane fu l’accorciamento di circa dieci centimetri dell’arto e la conseguente claudicanza fino alla morte. Da questo evento sfortunato, Anteo (Ugo Tognazzi) scatenò tutta la sua violenza contro il prossimo, sentendosi condannato al disonore eterno e ai rimpianti.

    Ormai invecchiato e incattivito dalla emarginazione sociale, passò la vita a fare i dispetti agli altri. A un certo punto tentò anche di rapire il Papa, con il quale ebbe un intenso rapporto epistolare fatto di maledizioni e scomuniche reciproche. Era temuto da tutti e considerato una vipera. Dal canto suo, gran parte del suo odio era riservato a quel fico, maledetto per lui e sacrosanto per tutti. Tentò quindi di assoldare un artigiano munito di sega rotante e impersonato da un improbabile Lucio Dalla, ma questo si rifiutò perché, a suo dire, l’albero lo avrebbe salvato dal tifo. Cercò di bombardarlo chiedendo aiuto ad un ex aviatore che si credeva D’Annunzio, ma anche in questo caso ebbe poco successo. Solo con l’Apparizione della Santa, il barone Anteo sarebbe cambiato profondamente.

    Nel frattempo, Paolo Villaggio interpreta un piccolo magnaccia che controlla due prostitute. Come questa avventura si possa intrecciare con quella del barone, si può spiegare solo tramite un grande fraintendimento: una delle donne era, infatti, molto simile alle rappresentazioni della Santa.

    La comicità di Tognazzi, e lo si vede anche da tanti altri film, in primis Amici Miei, è amara. Non è priva di pensieri, è ricca di malinconia, il che lo rende un autore totalmente sui generis. La pellicola ruota sostanzialmente attorno a lui, e se nella prima parte è bravissimo a fare il permaloso, nella seconda la sua espressione è tipica dell’uomo disperato, di chi si rende conto di aver sbagliato la propria vita, conferendo al film un valore ben al di sopra di quello effettivo. Per il resto, rimandiamo al paragrafo di apertura: non è il film migliore del mondo, anzi. Forse è anche giusto che ci si dimentichi della sua esistenza. Ci sono centinaia di pellicole italiane migliori. Però… c’è sempre un però: si può perdere un Tognazzi del genere? Non crediamo.

    A cura di Alessandro Randi

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  • La terra dell’abbastanza

    La terra dell’abbastanza

    La terra dell’abbastanza: le giovani speranze divorate dal male

    Nel quartiere più malfamato di Roma, Tor Bella Monaca, Mirko (Matteo Olivetti) e Manolo (Andrea Carpenzano), amici d’infanzia, investono accidentalmente un uomo dileguandosi senza soccorrerlo. Questo tragico evento si rivela il passepartout che offre loro l’opportunità di entrare in rapporti stretti con il crimine organizzato.

    Il film dei fratelli D’Innocenzo è un riuscitissimo e trionfante esordio che permette di approdare con personalità nel panorama del cinema italiano contemporaneo, dove è evidente l’ottima capacità registica del duo in grado di avvolgere lo spettatore, sin dai primi minuti, che diventa presto un testimone compassionevole della tragicità dei suoi personaggi. Infatti, le sapienti scelte di stile sono efficaci tanto da alimentarne il contenuto drammatico: le inquadrature fisse mostrano gli ampi spazi del quartiere, specchio del sentimento dei due amici, tormentati dall’incertezza di un futuro carico di grandi responsabilità (nei minuti iniziali l’auto di Mirko ferma in un parcheggio appare minuscola al confronto con i palazzi del quartiere romano); la musica, a partire dalle malinconiche note jazz dell’incipit fino ai suoni elettronici disturbanti, restituisce le sfumature delle anime tormentate; la fotografia alterna sapientemente colori caldi e freddi in base alla situazione in cui ci si trova, senza tralasciare che tutto il comparto tecnico rende ben solida l’opera prima dei fratelli D’Innocenzo.

    La terra dell’abbastanza non è solo un racconto sull’ascesa criminale di due ragazzi che si fanno ingoiare facilmente dal male e dal crimine, bensì un film sul rapporto tra genitori e figli, d’altro canto, la complessità delle relazioni familiari è il fil rouge presente anche nelle opere successive (Favolacce 2020, America Latina 2021). Se da un lato Mirko è premuroso nei confronti di sua madre, dall’altro Manolo subisce l’immaturità di un padre (interpretato da un’impeccabile Max Tortora inedito in un ruolo drammatico) che lo supporta nelle sue attività criminali piuttosto remunerative, siccome il denaro sembra essere l’unica soluzione al benessere fisico e psicologico garantito da una certa stabilità economiche. Non a caso per i protagonisti lo sperpero del denaro diventa il modo migliore per sfogarsi e per non pensare all’orrore delle proprie vite.

    Il film raffigura un’emozionante parabola discendente dell’essere umano che nuota faticosamente in un tempo e in uno spazio impossibile da controllare, anzi, la vita non è più un’opportunità per sperare e sognare ma viene dipinta come fenomeno straniante e confusionario. E quindi è meglio non pensare, agire istintivamente, accantonare relazioni affettive e abbandonare il sentimento. Peccato che l’uomo sia eternamente costretto a fare i conti con le proprie emozioni, possiamo essere bravi a reprimerle ma esse trovano sempre il modo di liberarsi, poiché siamo pur sempre fatti di sangue e sentimento.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • L’intrusa

    L’intrusa

    Le colpe dei padri

    Maria è una giovane donna, moglie di un camorrista che è stato arrestato. Ha due figli, e cerca rifugio da Giovanna, che gestisce una masseria nelle periferie di Napoli in cui accoglie i bambini e li fa stare insieme giocando. Rita, la più grande dei figli di Maria, non è una bambina come le altre: è stata esposta troppo presto alle sofferenze e alla complessità della vita. Da quando il padre è stato arrestato Rita non esiste più, esiste solo un marchio, un’etichetta, una colpa: la figlia del camorrista dalla quale stare alla larga. I genitori che affidano a Giovanna i loro figli sono preoccupati e, onestamente, come biasimarli? La mafia è la più grande piaga del Mezzogiorno, tanti dei bambini lì presenti hanno perso qualcuno o qualcosa a causa di questa: non è cattiveria, è spirito di sopravvivenza, è sofferenza. Di Costanzo lo sa e, con la sensibilità mai banale che lo caratterizza, rappresenta questo sentimento chiaramente attraverso gesti, sguardi e parole. Ma proprio perché non è banale, non si ferma qui.

    Aldilà del mondo dei grandi, del mondo degli errori e della complessità, di cui mai vengono negati l’esistenza né tantomeno l’importanza, ci sono i bambini e la loro voglia di giocare insieme. Ci sono i bambini e le colpe che hanno ereditato, ma che non sanno di avere. Ci sono i bambini che costruiscono una lucertola di cartapesta e una bicicletta di nome Mister Jones. Ci sono i bambini che se litigano fanno pace, che giocano con un bambino perché è simpatico e se non ci giocano il motivo è semplicemente che non hanno voglia di farlo. Ci sono i bambini che hanno insito in loro, tutti, l’antidoto alla complessità. Ed è esattamente intorno a loro che la regia lavora in questo lungometraggio. L’intrusa non è un film che parla solo di mafia, colpe, situazioni disagiate e dolore. L’intrusa parla anche e soprattutto di bambini, della necessità di preservarne la gioia e la voglia di giocare, della centralità che deve avere la loro crescita nella vita degli adulti che li circondano. Di Costanzo ci sta urlando l’importanza del fatto che tutti i bambini vivano un’infanzia il più possibile serena e svincolata dalle fatiche del mondo dei grandi: per quelle ci sarà tempo. Non è sicuramente un’impresa semplice, soprattutto in condizioni così particolari. E allora, oltre ad urlare necessità, cosa ci consegna questa opera cinematografica?

    Sicuramente non una via assoluta per risolvere la questione, però offre qualche consiglio interessante. Il più importante di questi è senza dubbio il silenzio: questo non è un film contraddistinto da parole, tutt’altro, sentiamo rumori, vediamo gesti, ma ascoltiamo pochi discorsi, perché effettivamente con i bambini le parole e i discorsi contano meno. Sono importanti, ma al primo posto ci sono i gesti. Per loro, per soddisfare le loro necessità, non serve parlare, serve agire. E conferma di questo è la scena in cui Maria non può scaldare il latte per suo figlio perché è finita la bombola del gas: in silenzio, Rita, bambina, agisce. Impariamo da Rita ad agire, a dare forma, spazio e movimento alle parole perché il metodo educativo migliore è, e sarà sempre, l’esempio dei grandi.

    A cura di Agnese Graziani

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