Categoria: Recensioni

  • Malena

    Malena

    Malena – Un sogno siciliano

    Giuseppe Tornatore è uno dei cineasti italiani più conosciuti al mondo ma è anche una figura enigmatica, a volte difficile da inquadrare. Il suo più grande successo, Nuovo Cinema Paradiso, è un film caratterizzato dalla vitalità dell’infanzia, dalla passione dell’adolescenza, dal calore della Sicilia e del suo popolo, che nasconde però un pessimismo cronico e una profonda sfiducia nell’amore, nell’uomo e nella sua terra. Nelle sue opere successive, negatività e fatalismo emergono sempre di più – fra tutti il thriller Una pura formalità – e non a caso quando torna in Sicilia, nel 1995, con L’uomo delle stelle, Tornatore racconta la storia di un truffatore, un imbroglione che finge di fare provini per il cinema.

    In Malena (2000), terzo film “siciliano” del regista, ciò che è rimasto di quella terra felice sono solo i suoi colori accesi. Qui, la Sicilia è terra di sfruttatori e approfittatori, che sparlano e godono delle disgrazie altrui ma che dimenticano tutto se è per il loro tornaconto. Siamo nel periodo della Seconda guerra mondiale e la protagonista, che dà il nome alla pellicola, è una giovane donna dalla bellezza straordinariainterpretata da Monica Bellucci – che rimane vedova del marito, morto in azione. Bramata dagli uomini e invidiata dalle donne, Malena sarà oggetto di odio e di meschinità, che la porteranno a perdere tutto e la renderanno il capro espiatorio dell’intero paesino. Come in un incubo, i volti degli abitanti di Castelcuto circondano Malena e al suo passaggio si contraggono in smorfie inquietanti e recitano commenti che suonano come sentenze.

    La narrazione avviene attraverso gli occhi di Renato, un ragazzino che si è innamorato di Malena e che la spia ogni giorno. Lo sguardo del protagonista (e quindi il nostro) è carico di ossessione tanto quanto quello dei suoi compaesani, al punto che l’intero film si potrebbe definire una “pulsione sessuale repressa”. Come i baci tagliati di Nuovo Cinema Paradiso che vengono rubati agli occhi del pubblico dalle censure del parroco, anche in Malena, un film così apparentemente erotico, l’intimità del personaggio di Monica Bellucci ci viene in un certo senso nascosta, con un processo di selezione del visibile riconducibile alla gelosia (ma anche al rispetto) che Renato ha nei confronti della donna.

    Lo sguardo maschile e la donna come oggetto del desiderio sono elementi ritrovabili nel cinema di un altro grande maestro, Federico Fellini, che dev’essere certamente stato di grande ispirazione per Nuovo Cinema Paradiso. In Malena non è difficile vedere alcune somiglianze con la Gradisca di Amarcord, anche se ci sono ancora più punti in comune con un personaggio di un altro grande autore felliniano, Paolo Sorrentino. In È stata la mano di Dio, infatti, zia Patrizia èspesso oggetto dello sguardo maschile – specialmente da parte del protagonista e segue una parabola discendente per certi versi simile a quella di Malena. Nel film di Sorrentino, tra l’altro, è presente anche un altro dei grandi temi di Tornatore, ovvero la fuga dalla città natale.

    Il carattere onirico dell’opera viene esplicitato dalle fantasie del protagonista, che si presentano davanti ai suoi occhi e che cercano di completare la realtà – cosa c’è dietro alla porta, o cosa fa Malena coi nazisti – o di costruirne una nuova in cui Malena si accorge finalmente del suo amore. Quelli più rappresentativi, però, sono i sogni cinematografici, che vedono la fantasia amorosa di Renato risolversi in un film western, noir, drammatico o d’azione, come se fossero un complemento delle scene che Salvatore immaginava guardando i tagli di pellicola in Nuovo Cinema Paradiso. In Malena, la fantasia dell’infanzia si unisce all’amore e alla sessualità dell’adolescenza.

    A cura di Dario Marchiani

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  • Per niente al mondo

    Per niente al mondo

    Il crollo di uno chef

    Per niente al mondo è un film sorprendente. Ricco di suspense e adrenalina, tiene incollato lo spettatore dal primo minuto fino all’ultimo colpo di scena. Il regista Ciro D’Emilio racconta la storia di Bernardo, chef proprietario di un ristorante che va a gonfie vele, padre di Giuditta e circondato da due cari amici che frequenta spesso. Un giorno, però, la polizia bussa alla porta con un mandato d’arresto e Bernardo viene accusato di essere la mente di una banda di rapinatori. Che cosa si è disposti a fare per riavere indietro la propria vita?

    Sull’orlo del successo, Bernardo è pronto a rinnovare il suo ristorante spendendo uningente somma di denaro. Ammirando il plastico della struttura insieme alla figlia, le dice che la sensazione che dovrà avere quando ci entrerà non dovrà «essere quella di entrare in un ristorante ma in un teatro». «Sei tu l’attore principale?» – le chiede Giuditta. «Certo» – risponde il padresenza esitare. Questo dialogo, come i tanti ben scritti all’interno del film, è un po’ il fulcro della vicenda, poiché racconta perfettamente il sentimento legato alla ricerca frenetica del successo. Vogliamo essere a tutti i costi i protagonisti della nostra vita e siamo disposti a fare di tutto per avere riconoscenza da parte di chi ci circonda. Per niente al mondo racconta infatti dell’ossessione di essere i numeri uno; l’incubo dell’uomo moderno che ha il timore di diventare un nulla, un nessuno. Peccato, però, che ci dimentichiamo quanto la vita non riservi certezze o sicurezze assolute, bensì insidie che prima o poi bussano alla porta di tutti.

    Ambientato in un Veneto che racconta una società votata al progresso, al successo e al denaro, Per niente al mondo si erge sulla storia di un mito che crolla, il mito di noi stessi: è impossibile infatti costruire la propria vita contando solo sulle proprie potenzialità; ci costruiamo un piedistallo fatto di sabbia pronto crollare all’arrivo dell’alta marea.

    Il comparto tecnico, dalla fotografia alla regia, dà vita a un lungometraggio di spessore, infoltito da ottime interpretazioni da parte di tutto il cast, con una menzione speciale a Guido Caprino nei panni del protagonista. Tra Flashback e Flashforward, infatti, impariamo a conoscerlo sempre di più: a partire dal periodo cruciale trascorso in carcere, dove incontra il suo compagno di cella Elia, passando per la passione come pilota di rally, fino al ritorno alla libertà (divenuta forse più opprimente delle giornate trascorse dietro le sbarre). Bernardo, un personaggio scorsesiano, solo e dannato, ci porterà nei meandri della sua anima e accompagnerà lo spettatore fino al profondo degli inferi.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Vacanze Romane

    Vacanze Romane

    Profumo di Vacanze Romane

    Promessa e nostalgia. Ecco i due poli entro cui oscilla la stagione dell’estate. La promessa del meritato tempo di riposo e la nostalgia dei giorni trascorsi veloci. L’attesa di un amore estivo e il rimpianto di una storia finita troppo in fretta. Tra promessa e nostalgia si collocano anche le vicende di Vacanze romane, commedia del 1953 che fotografa in bianco e nero un’Italia romantica e stereotipata, tra pizzicarole in grembiule e curati col cappello nero.

    Anna (Audrey Hepburn) è una giovane principessa in visita diplomatica a Roma. Insofferente al cerimoniale di corte e attratta dalla mondanità romana, la ragazza progetta una fuga dalla turris eburnea in cui è confinata. La Città Eterna le riserva un incontro con Joe (Gregory Peck), giornalista squattrinato che lavora per l’agenzia American News Service. I due trascorrono insieme una breve vacanza sotto il segno di una doppia bugia. Lei, infatti, per godersi una giornata lontana dal palazzo, non rivela la sua vera identità; lui, invece, perfettamente consapevole di chi ha davanti, spera di poter realizzare un’intervista con cui guadagnare una bella somma di denaro.

    La scoperta della città, luogo per eccellenza della modernità, si traduce per la principessa in una sorta rito di passaggio, ben simboleggiato dalla scelta di farsi tagliare i lunghi capelli. Sciolta finalmente dai lacci della vita cortese e in sella all’iconica Vespa, Anna sperimenta il brivido della libertà, partecipando perfino a una rissa su un dancing galleggiante ai piedi di Castelsantangelo. Accompagnata dall’affascinante Gregory Peck e dal divertente Eddie Albert, la giovane Audrey Hebpurn, poi consacrata a icona di eleganza senza tempo, è perfetta per interpretare il ruolo della principessa Anna, forse ispirato alla vita di Margaret, la sorella ribelle della regina Elisabetta.

    Tra un gelato in Piazza di Spagna e un bacio fradicio dopo un tuffo nel Tevere, Vacanze romane di William Wyler racconta una fiaba moderna dalle tinte romantiche, il cui finale lascia in bocca il sapore dolceamaro degli ultimi giorni estivi: Anna incontrerà Joe un’ultima volta a una conferenza stampa, dove la principessa si concederà un ultimo strappo istituzionale. Quando le chiedono quale città abbia apprezzato di più durante il suo viaggio diplomatico, la ragazza risponde che il ricordo di Roma non la abbandonerà mai. È infatti proprio la Città Eterna la vera protagonista di questa pellicola, cornice perfetta per una storia d’amore fugace e impossibile, divisa tra la nostalgia di quel che è stato e la promessa di ciò che forse non sarà mai più.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Margini

    Margini

    Quando la musica supera i margini

    «Uno deve acchiappa’ e anda’ via». Sono le parole di Jacopo, uno dei membri della band protagonista del film Margini, uscito nel 2022 per la regia di Niccolò Falsetti e presentato alla 79ª mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. I tre musicisti vivono a Grosseto, nei primi anni duemila, in un’atmosfera soffocante fatta di desolazione e prigionia dello status quo. Come unico obiettivo, sfondare nel mondo del punk rock.

    La musica non è solo una valvola di sfogo, ma anche un modo per eludere dei margini fin troppo stringenti. Infatti ognuno di loro ha una vita che li costringe a rispettare i ranghi, in una militaresca quotidianità in cui conta ogni centesimo guadagnato: Edoardo vive con sua madre, in un’eterna adolescenza che lo relega a un ruolo subordinato, mentre Michele dovrebbe supportare economicamente moglie e figlia, che con il suo entusiasmo genuino alimenta e visualizza i sogni del padre. Solo Jacopo è scisso tra una prospettiva migliore, fare definitivamente parte dell’orchestra in cui prova con il suo violino, o appoggiare i sogni sbilenchi dei suoi amici.

    Il punk rock è un genere complesso, stridente, non a caso la cittadina non è preparata a contenerlo. Sfugge alla comprensione dei più; le note si insinuano nei pertugi e cozzano tra loro. È necessario un gesto forte, rivoluzionario, per acquistare visibilità: organizzare un concerto e invitare un famoso gruppo americano come ospite principale. L’impresa ha la veste di un risveglio culturale più che un desiderio di gloria. Rimpolpare i confini stanchi in cui si protraggono le giornate di provincia. Tuttavia non c’è solo la musica: è necessario prenotare una sala, affittare la strumentazione adatta, coinvolgere il pubblico. L’unica cosa certa è la locandina della serata, i famosi disegni di un certo Zerocalcare, guest star impalpabile, che si prestano a una rivisitazione rock.

    Per il locale, la situazione è più complessa. Dopo aver distrutto la sala del patrigno di Edoardo con una rabbia viscerale, atavica, che si confà alla dissoluzione interna di una perdita di prospettive, i tre si trovano in serie difficoltà. Michele investirà tutti i suoi risparmi per pagare il volo degli americani, il loro pantagruelico pranzo tra vino toscano e tortellini ripieni; Edoardo verrà cacciato di casa e dormirà in macchina, uno stile underground portato al parossismo come conseguenza delle sue azioni. Jacopo deciderà di allontanarsi, mentre aspetta un treno nell’ultima scena che lo vede come protagonista. La sua assenza funge da monito per gli abitanti di Grosseto, acchiappare e andare via: l’unica regola capace di creare un varco.

    Le sorti del concerto rimangono dubbie fino all’ultimo, la tensione palpabile tra Edoardo e Michele che esaurisce pian piano ogni risorsa. In un emblematico grido di guerra, pochi giorni prima dell’evento, Michele suona violentemente la batteria sul terrazzo, tra fili di panni stesi come inquilini curiosi che partecipano allo spettacolo. «Basta, hai rotto», gli intima uno di loro in carne ed ossa, vestaglia e giornale alla mano. È questa la provincia, con la sua implacabile pretesa di silenzio.

    La realizzazione materiale del concerto sarà una sorpresa, trionfo di corpi che si scatenano a ritmo, in una stanza minimal e polverosa in cui pestano i piedi gli appassionati. La band americana attirerà seguito e consenso, Jacopo e Michele relegati ai margini organizzativi di un supporto, però, indispensabile. La loro esibizione privata avviene in macchina, il giorno successivo, quando cantano a squarciagola una canzone di Massimo Ranieri trasmessa in radio. Come si chiamava il cantante, Michele, Marco? Non indovinano subito ma non importa, perché loro sono rimasti nei margini, ma hanno scavalcato confini.

    A cura di Alessia Mangone

     

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  • Mediterraneo

    Mediterraneo

    Mediterraneo – Un cult fuori dal tempo

    1941. Otto militari italiani sbarcano sull’isola greca di Mefisti col compito di presidiarla. Sono un gruppo di sbandati, di richiamati: Lorusso (Diego Abatantuono) ha combattuto nella Campagna d’Africa ed è diventato sergente; Colasanti (Ugo Conti) si occupa delle comunicazioni radio e vive nell’ombra del sergente; i fratelli Munaron (Memo Dini e Vasco Mirandola) non sono mai scesi dalla montagna e non sanno nuotare; Strazzabosco (Gigio Alberti) è un alpino che si è portato dietro Silvana, la sua amata asina; Noventa (Claudio Bisio) è un disertore che vuole solo tornare a casa dalla moglie; Antonio Farina (Giuseppe
    Cederna) è al servizio del tenente Raffaele Montini (Claudio Bigagli), che ha dovuto lasciare il posto di professore di ginnasio per guidare la truppa.

    Ognuno di loro è in fuga – consapevolmente o meno – e insieme intraprendono un viaggio che non si ferma con lo sbarco sull’isola greca di Mefisti, ma che prosegue anche durante la loro permanenza. Un viaggio in balìa delle onde, perché non sempre puoi essere padrone del tuo destino, «a volte si ubbidisce al destino e basta».

    Quella che inizialmente sembrava un’isola deserta, infatti, si rivela essere viva e accogliente e i soldati, tagliati fuori dal mondo esterno, finiscono per immergersi nei paesaggi e nella cultura locale per riscoprire sé stessi. Anche le loro paure, come quella del nemico in agguato o quella di nuotare, vengono lavate via dai giochi, dagli amori e dalla spensieratezza.

    Gabriele Salvatores – guidato dalla sceneggiatura di Enzo Monteleone – è un maestro nella caratterizzazione dei personaggi e lo dimostra nelle sequenze dove il gruppo è riunito, in cui mette in scena le interazioni migliori, molte delle quali sono diventate iconiche e fanno ormai parte della cultura popolare (in primis le battute di Abatantuono, qui in uno dei suoi ruoli migliori). Con le prime carrellate negli accampamenti il regista ci mostra le personalità e le diverse sensibilità dei personaggi, ognuno con le sue peculiarità, mentre più tardi, nella scena della pipa con il “fumo dell’oblio” di Aziz, mette in scena la riscoperta di loro stessi, il loro cambiamento. La consapevolezza che l’Italia ha voltato loro le spalle, li ha abbandonati, e che l’ideologia fascista è fallace e dannosa.

    Anche la guerra che è in corso là fuori diventa fumosa. Mefisti è un luogo fuori dal tempo, tanto che nessuno si accorge degli anni che passano. Solo un pilota italiano che atterra sull’isola per caso può informare il gruppo sull’andamento del conflitto: gli alleati sono diventati nemici, e i nemici sono diventati alleati. Ma non solo, l’Italia adesso è divisa in due e c’è grande fermento, ci sono tante possibilità e «si possono fare anche un sacco di soldi». Quando finalmente una nave inglese li riporterà a casa, però, scopriranno che l’Italia non è il Paese pieno di opportunità che aveva dipinto il pilota.

    Nel 1953 il critico cinematografico Renzo Renzi pubblica sulla rivista «Cinema Nuovo» un breve soggetto dal titolo L’armata S’Agapò. Il soggetto è per un film che avrebbe dovuto raccontare le gesta dei soldati italiani in Grecia, soprannominati “S’agapò” (“ti amo” in greco) per i loro rapporti con la popolazione locale. I militari italiani, però, nel periodo che va dalla fine del 1940 al 1943, non si limitarono a giocare a calcio sulla spiaggia o a provarci con le donne greche, ma furono anche autori di stragi e violenze. L’armata S’Agapò fu ritenuto lesivo dell’onore militare, e per la sua pubblicazione Renzo Renzi e Guido Aristarco (il direttore di «Cinema Nuovo») vennero accusati di vilipendio e condannati da un tribunale militare rispettivamente a sette e sei mesi di reclusione. Pena che, fortunatamente, non dovettero scontare per benefici di legge. Si tratta di un episodio gravissimo, specchio di un’Italia che nel Dopoguerra non è riuscita a ripulire gli organi statali dalle vecchie figure fasciste e che le parole di Lorusso nel finale riescono a inquadrare perfettamente: «Non ci hanno lasciato cambiare niente. E allora gli ho detto: “Avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice”. E sono venuto qui».

    A cura di Dario Marchiani

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  • Scompartimento n.6 In viaggio con il destino

    Scompartimento n.6 In viaggio con il destino

    Scompartimento n. 6 – In viaggio con il destino: il calore della condivisione

    Liberamente adattato dal romanzo della scrittrice finlandese Rosa Liksom e ambientato tra gli anni ’80 e ’90, come suggeriscono la videocamera a cassette della protagonista, gli interni e le canzoni diegetiche (nonché l’espediente del 35mm utilizzato dal regista, che contribuisce anche al tono onirico che spesso la narrazione sembra assumere), il film segue il viaggio di Laura, studentessa di archeologia, verso un sito di antichi petroglifi, ma anche e soprattutto all’interno di sé stessa. Ferita dallo scarso coinvolgimento emotivo della sua compagna Irina, decide di intraprendere questo viaggio senza di lei; sul treno che la porterà a destinazione è costretta a condividere la cuccetta con Ljoha, un ragazzo dall’aspetto poco raccomandabile che, sotto l’effetto dell’alcol, si mostra volgare, sgradevole e invadente al punto da risultare molesto.

    I due non potrebbero essere più diversi: lei finlandese e lui russo; lei riservata e lui curioso; lei dotata di un certo livello di cultura e lui un umile minatore che non comprende l’importanza storica delle incisioni rupestri e non riesce nemmeno a ricordarne il nome. Ma contro ogni previsione, più le ore passano e più lo spazio angusto dello scompartimento fa avvicinare due anime che in qualsiasi altro contesto si sarebbero evitate come la peste. Ljoha si rivela essere una persona altruista che a modo suo sa ascoltare, e Laura passa dall’essere infastidita dalla sua presenza al non poter fare a meno di sorridere mentre lo guarda, divertita e intenerita dal suo fare rozzo e infantile. La sua compagnia diventa quasi rassicurante, forse proprio grazie alle loro differenze e al fatto che lui sia completamente estraneo alla sofisticata élite intellettuale di Irina, di cui Laura desiderava far parte ma in cui in fondo sa di non essere mai stata a proprio agio.

    Vediamo spesso la ragazza volgersi malinconicamente al passato che si sta lasciando alle spalle, riguardando i filmati realizzati a Mosca e cercando continuamente un contatto telefonico, a volte senza ricevere risposta; persino i petroglifi, segni concreti del nostro passato sopravvissuti allo scorrere inesorabile del tempo, sembrano irraggiungibili. «Sembra tutto troppo lontano», dice Laura. L’unico modo che ha di raggiungere il sito è con l’aiuto di Ljoha, ed è qui che capiamo che la destinazione, in realtà, non ha mai avuto così tanta importanza: i disegni non vengono nemmeno inquadrati, non c’è nessun momento di climax emotivo in cui vediamo il volto meravigliato della protagonista. È il viaggio stesso che conta davvero, le persone incontrate, le esperienze condivise, le barriere superate all’interno di questa anticonvenzionale storia d’amore platonico.

    Una delle cose che più colpiscono della pellicola di Kuosmanen è la genuinità di cui è intrisa, veicolata da dialoghi asciutti ma credibili, dalla scarsità di cliché narrativi e da due protagonisti (egregiamente interpretati) dall’aspetto assolutamente comune, con cicatrici e borse sotto agli occhi che li rendono ancora più veri; ma soprattutto da un’introspezione curata, accompagnata dal ritmo lento della narrazione e dai primissimi piani. Il regista dimostra anche un certo talento evocativo con ambientazioni cupe e/o claustrofobiche, spesso vicine al degrado, avvolte dal gelo dell’inverno.

    A cura di Melissa Marsili

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  • Pier Paolo Pasolini – Una visione nuova

    Pier Paolo Pasolini – Una visione nuova

    L’altro Pasolini

    È possibile riuscire a scandire le tappe del Pasolini cinematografico nel giro di poco più di un’ora? Questa è la sfida che si pone Giancarlo Scarchilli, alla sua ottava direzione in carriera. Il documentarista romano ripercorre un tratto di storia del nostro cinema e della nostra cultura, cercando di ricostruire il genio che ha scosso l’Italia, attraverso la folgorante – e in alcuni casi intima – mediazione di chi lo ha conosciuto e chi sta continuando a conoscerlo.

    Pasolini è sicuramente una delle figure di intellettuale più complesse del secolo scorso. È quindi scontato dire che il documentario, per la sua ridotta portata, non si configuri come un mero riassunto di eventi, ma cerchi di trovare un lato ancora non affrontato del poeta bolognese. È proprio questo il concetto di Visione Nuova che è riportato nel titolo. Scarchilli sceglie di percorrere la via del Pasolini scopritore di talenti: una
    strada certamente non trafficata attualmente, ma che, come si vedrà, è stata attraversata da molti in passato. Basterebbe pensare a Bernardo Bertolucci, che passa da poeta ad aiuto regista, prima di spiccare il volo verso più alte vette, e Franco Citti, imbianchino divenuto sceneggiatore e regista. Pasolini è il motore del loro cambiamento.

    Il documentario si struttura come un mosaico di interventi, una collezione di aneddoti e di testimonianze. Più che un racconto è un ritratto indiretto, che viene costruito gradualmente attraverso le esperienze vissute dai suoi collaboratori e “discepoli”. Scarchilli è assai abile a decentralizzare la figura dell’intellettuale, lasciando trapelare dalle bocche altrui lati umani poco conosciuti, e contemporaneamente rendendo la sua immagine un leitmotiv onnipresente ma non ingombrante. Viviamo il Pasolini semplice e genuino che incontrò Citti, il rigido mecenate che stroncò Ultimo tango a Parigi di Bertolucci, l’amico che Laura Betti protesse per tutta la vita. Ascoltiamo Vincenzo Cerami, Ennio Morricone, e Carlo Verdone. Ma ascoltiamo l’eco della sua influenza anche ai giorni nostri. Matteo Anastasi, giovane studioso, lo descrive come «una coscienza che non si è mai spenta», affermazione che rende meglio di tutte il carattere polarizzante e inestinguibile della sua influenza sull’Italia e sul nostro modo di vedere le cose.

    Se da un lato la costituzione “a più voci” rende il documentario dinamico, dall’altro questa celerità risulta a volte eccessiva, legata in particolare al basso minutaggio che si concede la pellicola. Se non si conosce già la storia e il pensiero del poeta si rischia di saltare alcuni passaggi, dal momento che la natura frammentaria dell’opera impone un andamento non lineare, nonostante la scansione in capitoli. La velocità con cui viene trattata la quantità di informazioni potrebbe essere fraintesa per superficialità, forse acuita da qualche celebrazione di troppo, giustificata ma in alcuni casi fine a sé stessa.

    Di certo si tratta di un’opera non per tutti e non di immediata comprensione. Il punto di forza è però la capacità di far emergere proprio quello spirito che sembra trapelare lateralmente dagli incontri con Pasolini, afferrabile ma difficilmente spiegabile. La forma e il contenuto fungono da innesco, da ponte, in grado di spaziare tra ieri e oggi, tra opera ed eredità del simbolo e dell’uomo Pier Paolo Pasolini.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • Cortometraggi Eclettica

    Bicchèri di Federico Fasulo

    Spesso è difficile perdonare; a volte lo è ancora di più a causa di una parola di troppo ed una conseguente umiliazione pubblica. Dopo aver involontariamente offeso il marito di fronte ad amici durante una festa, la padrona di una dimora signorile si troverà costretta a fare i conti con un dilemma: come chiedere scusa?

    Regista, sceneggiatore e produttore milanese, Federico Fasulo si è diplomato alla Met Film School di Berlino nel 2016 con il cortometraggio Art for Art’s Love ed in seguito ha scritto e diretto altri tre corti: Will There Be Enough Water?, Dorsia (presentato alla decima edizione dell’Asti Film Festival e premiato per la Miglior Regia) e Bicchèri. Quest’ultimo corto, presentato nel 2023 in vari festival cinematografici italiani ed internazionali (Capitol City Film Festival, Videoconcorso Francesco Pasinetti, Cinemadamare, Dalmatia Film Festival), si interroga su come possa essere riconquistata la fiducia perduta. Girato in un raffinatissimo palazzo catanese, Bicchèri riesce nell’intento di raccontare – nella difficoltà di un tempo molto limitato – una storia completa, incorniciando nelle sue riprese la figura di una donna sulle cui spalle gravano i pezzi di una relazione dal futuro incerto.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

     

     

    Forgive us our trespasses di Lorenzo Maria Chierici

    I cittadini di Birmingham si ricordano bene cosa avvenne nella serata del 21 Novembre 1974: tre bombe vennero piazzate in tre differenti punti della città, ma solo due di queste esplosero, uccidendo alcuni civili e ferendone molti altri. Non tutti, però, immaginano i retroscena di un
    attacco così violento: i dieci minuti cardine antecedenti alle esplosioni, le scelte compiute all’ultimo minuto ed i ripensamenti dell’ultimo secondo.

    Dopo aver diretto nel 2018 il suo primo cortometraggio Eve ed aver girato nel 2019 Nelle Tue Mani, prodotto da Rai Cinema (selezionato in oltre 35 festival a livello globale), il regista e produttore Lorenzo Maria Chierici decide di portare davanti alla telecamera due storie mai raccontate, le ragioni di un padre e di un figlio in lotta contro un potere troppo forte per combatterlo da soli. In Forgive us our trespasses, mentre le voci di giornalisti presentano i sentimenti dell’epoca, filmati d’archivio vengono alternati a scene di finzione, intrecciando la Storia di una nazione alle vicende di uomini comuni ma straordinariamente coraggiosi.

    Presentato nel 2022 al Roma Independent Film Festival (RIFF) nella sezione National Short Competition, il corto è stato successivamente inserito nella sezione Panorama del Festival Los Angeles – Italia 2023.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

     

    Il dio dei gatti è immortale di Riccardo Copreni

    Si dice che l’amore sia cieco e, ne Il dio dei gatti è immortale, questo detto diviene senza età. Aco, il giovane protagonista, prova dei forti sentimenti per la coetanea Cate, la quale è però adirata con lui per delle ragioni passate, oltre ad essere triste per la scomparsa del suo gatto Syd. Per riconquistare la ragazza amata, Aco promette di ritrovare il felino, iniziando un’avventura in compagnia dell’amico Cesare/Podo: riuscirà nella sua impresa e nel suo romantico intento?

    Riccardo Copreni è un giovanissimo regista e produttore italiano; nato nel 1998, nel 2020 si è diplomato alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti e, in questi ultimi anni, ha diretto una serie di cortometraggi che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali. È inoltre tra i fondatori di Eclettica, «un collettivo artistico di giovani professionisti dell’audiovisivo milanesi» composto da «registi e producer che lavorano a cavallo tra la pubblicità e il cinema, specializzandosi nella produzione di cortometraggi d’autore con una connotazione di genere e l’ambizione di interloquire con il pubblico». Il dio dei gatti è immortale è ambientato in un paesino del Nord Italia non meglio definito e il protagonista è attore di un’avventura di stampo classico: ha una missione, un fedele aiutante e deve superare degli ostacoli e delle prove. Gli avversari della storia però, sono anche gli amici: capaci solo di esprimersi in maniera sboccata e schiavi di una mascolinità tossica, i membri della cricca, prima di aiutare Aco nella ricerca, lo derideranno per i suoi sentimenti e lo ostacoleranno.

    Aco si sente schiacciato quindi tra le emozioni forti che prova per Cate e le aspettative del suo gruppo, dove vige l’immagine dell’uomo insensibile che deride le donne. Con le parole dello stesso regista: «Il tentativo di “beccare” il gatto è quello anche di ingabbiare dei sentimenti che sono nuovi per Aco e che, in qualche modo, egli stesso vuole cercare di domare». Alla fine, infatti, nonostante tutto, il protagonista uscirà da questa avventura in parte vittorioso e più capace di accettare il suo amore.

    Uscito nel 2023, il cortometraggio è stato selezionato da vari festival nazionali ed internazionali, vincendo il premio come miglior cortometraggio del Los Angeles, Italia film festival.

    A cura di Andrea Fiori

     

    Vae victis di Andrea Sbarbaro

    Vae victis (“guai ai vinti”) avrebbe detto il capo dei Galli Brenno ai romani che si erano arresi, costringendoli a pagare più oro. Vae victis ha tatuato la protagonista dell’omonimo cortometraggio sulla schiena, pronta a mostrarlo a chi si accanisce su di lei. La cinepresa indugia su un viso tumefatto, spaventato, preoccupato, e invita a chiederci che cosa sia successo a questa donna. Ma quelle cicatrici non sono – forse – frutto di una violenza brutale e gratuita, ma di uno sport, la boxe, e quella preoccupazione non viene – forse – da problemi personali, ma da un’imminente competizione. La vincerà oppure mostrerà il tatuaggio sperando che l’avversario sia clemente?

    Andrea Sbarbaro, classe 1998, è un giovane regista e montatore dell’hinterland milanese che, dopo un diploma in architettura, ha frequentato la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti, terminando i suoi studi nel 2020. Ha esordito nel 2018 con il cortometraggio Hypochondria con cui ha ottenuto una serie di riconoscimenti internazionali, fa parte del collettivo Eclettica e, nonostante la giovane età, nel 2021 ha diretto Giovanni Storti e Teresa Acerbis ne L’impianto umano. In Vae victis, girato in piano sequenza, ci sono rabbia, paura e tensione, a cui si accompagna un senso di disorientamento, evidenziato da un’inquadratura che, ruotando, confonde lo spettatore. La stessa donna, infatti, è disorientata, sente il bisogno di sfogarsi uscendo dallo spogliatoio ed abbracciando il suo allenatore. E lo spettatore, portato inizialmente a sospettare che le cicatrici e l’ambientazione siano il preludio di una situazione drammatica e pericolosa, alla fine si sente rincuorato nel vedere lo sguardo deciso della protagonista che, accompagnata da un crescendo musicale, si prepara al combattimento.

    Presentato nel 2022, come altre opere del giovane regista Andrea Sbarbaro, Vae victis è entrato in concorso in numerosi festival nazionali ed internazionali tra cui l’Independent Days International Filmfestival, il Portobello Film Festival, il Festival Internacional de Cine de
    Villa de Leyva e il Villammare Film Festival.

    A cura di Andrea Fiori

     

     

     

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  • 3/19

    3/19

    3/19: l’identità perduta

    Camilla Corti è un avvocato di successo che trascorre le sue giornate tra riunioni fatte di innumerevoli termini tecnici, burocrazia e videocall con clienti da ogni parte del mondo. Una sera, attraversando la strada sotto la pioggia, viene investita da due uomini in motorino, che perdono il controllo del veicolo; colui che era alla guida fugge e si lascia dietro il passeggero, rimasto disteso sull’asfalto, agonizzante. Solo una volta tornata a casa dall’ospedale Camilla viene a sapere che l’uomo non ce l’ha fatta. Non ricordando se abbia attraversato con il semaforo verde o rosso e sentendosi responsabile di quella vita perduta, comincia un’indagine ossessiva per scoprirne l’identità, aiutata da Bruno, il direttore dell’obitorio, all’interno del quale i cadaveri non identificati non sono altro che numeri.

    Identità e memoria sono i due temi fondamentali di questo film ambientato in una Milano divisa tra membri dell’alta società che credono di vivere realmente e persone d’estrazione molto più bassa il cui unico obiettivo è sopravvivere. Una storia che prende a tratti delle pieghe da thriller investigativo, per poi stabilizzarsi definitivamente sul binario del dramma introspettivo: alla (vana) ricerca della verità, infatti, si affianca quella dell’interiorità di Camilla, poiché l’incidente la sconvolge al punto da riportare alla luce i fantasmi del passato che non ha mai avuto il coraggio di affrontare. Si sente responsabile della morte dello sconosciuto così come di quella di sua sorella, avvenuta molti anni prima, e si potrebbe benissimo pensare che il suo desiderio che il fuggiasco venga catturato coincida con la punizione che lei stessa pensa di meritare per aver ignorato le grida d’aiuto di Valeria; non a caso l’incidente è avvenuto sotto una pioggia scrosciante che potrebbe ricordare le acque del Po, le stesse che popolano gli incubi di Camilla.

    Però, nonostante le dinamiche della morte di Valeria non siano mai state chiarite, la sua identità era ben nota, il che vuol dire che al suo funerale è stata celebrata la sua memoria e l’epitaffio nella cappella di famiglia riporta il suo nome. Lo stesso non si può dire della vittima dell’incidente, un immigrato di cui non è stato ritrovato alcun documento se non una tessera della mensa dei poveri che lo identifica con il falso nome di Hamed Hassan (e qui Soldini apre una gradita parentesi sulle difficoltà che gli immigrati devono affrontare per raggiungere – e poter poi rimanere – in un luogo sicuro, lontano da una patria che invece di custodirli lascia su di loro delle cicatrici indelebili). Purtroppo l’identità dell’uomo non viene mai a galla, ma in compenso Camilla ritrova la sua: pian piano riscopre sé stessa come essere umano al di fuori di un lavoro che occupa la sua intera esistenza e ritrova il piacere di un pranzo in compagnia, dei giri in bicicletta, dei momenti con sua figlia e di un amore autentico. A tal proposito è significativo che la prima parte del film sia ambientata prevalentemente in luoghi urbani dall’aspetto triste e anonimo, senza identità, appunto; solo alla fine, quando Camilla si riappacifica definitivamente con sua figlia e riesce a dare al defunto una sepoltura secondo quelli che potrebbero essere stati i suoi desideri (e seppellendo con lui anche i propri demoni, finalmente esorcizzati grazie alle confessioni fatte ad Adele – la quale, tra l’altro, è molto simile a Valeria caratterialmente –), vediamo il mare, il sole e la quiete della natura.

    La sceneggiatura non spicca per brillantezza, il rapporto madre-figlia necessitava un ulteriore approfondimento e forse l’insieme non risulta tanto emotivamente impattante quanto avrebbe voluto essere, ma le evidenti buone intenzioni di Soldini lo rendono comunque un film godibile.

    A cura di Melissa Marsili

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  • Non è un paese per vecchi

    Non è un paese per vecchi

    Non è un paese per vecchi: Un capolavoro che sfida gli stereotipi

    Non è un paese per vecchi è una straordinaria opera cinematografica che si distingue per la sua profondità, il suo realismo crudo e il suo impegno nel trattare temi complessi. Diretto con maestria dai fratelli Coen, il film offre una prospettiva avvincente sulla natura umana e sfida
    gli stereotipi del genere.

    Ambientato nel sud-ovest degli Stati Uniti, segue le vite di tre personaggi principali: Llewelyn Moss (Josh Brolin), un cacciatore che si trova coinvolto in una situazione pericolosa dopo aver trovato una valigetta piena di soldi proveniente da uno scambio di droga andato male;
    Anton Chigurh (Javier Bardem), un assassino spietato con una personalità enigmatica e una strana devozione per la casualità; infine, lo sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), un uomo anziano che cerca di comprendere il caos e la violenza che circondano la sua
    comunità.

    La recitazione di Josh Brolin, Javier Bardem e Tommy Lee Jones è semplicemente superlativa. Brolin offre un’interpretazione convincente del protagonista Llewelyn Moss, riuscendo a trasmettere una gamma completa di emozioni, dalla determinazione all’angoscia. Bardem è straordinariamente inquietante nel ruolo di Anton Chigurh, un personaggio che incarna la violenza fredda e priva di rimorso. Jones, nel ruolo dello sceriffo Ed Tom Bell, offre infine una performance magistrale, dando vita a un personaggio che riflette sulla fragilità dell’esistenza e sulle sfide morali che affronta.

    La regia dei fratelli Coen è un’esemplificazione della loro maestria nel creare atmosfere coinvolgenti e tensione palpabile. La scelta delle inquadrature, l’uso sapiente della luce e delle ombre e l’impiego di pause suggestive contribuiscono a creare un’atmosfera inquietante che si insinua nello spettatore. La colonna sonora minimalista e le location nel sud-ovest degli Stati Uniti aggiungono un elemento di autenticità e intensità all’esperienza cinematografica complessiva.

    Non è un paese per vecchi va oltre l’azione e il thriller, esplorando tematiche profonde e filosofiche. Il film solleva domande sulla casualità, la moralità e il destino, invitando il pubblico a riflettere sulle scelte e sulle conseguenze. Attraverso il personaggio dello sceriffo Bell, il film esplora il senso di impotenza e disorientamento che può derivare da un mondo violento e senza apparente giustizia. La trama si svolge in modo non convenzionale, evitando cliché e rischiando di lasciare domande aperte nello spettatore, spingendolo a
    interrogarsi sulle complessità della condizione umana.

    L’aspetto tecnico è impeccabile. La fotografia, curata con maestria da Roger Deakins, cattura l’essenza della terra desolata e conferisce al film una bellezza affascinante nonostante la violenza che si svolge sulla scena. La sceneggiatura, basata sul romanzo di Cormac McCarthy, si distingue per la sua nitidezza, i dialoghi intensi e i monologhi che toccano temi filosofici e morali. La mancanza di una risposta definitiva alle domande sollevate durante il film potrebbe lasciare un senso di incompiutezza, non offrendo una chiusura soddisfacente per tutti i fili narrativi, ma aprendo a scenari soggettivi.

    Non è un paese per vecchi è un’opera cinematografica straordinaria che richiede una visione attenta e riflessiva. La combinazione di recitazione superba, regia magistrale e temi profondi la rendono un capolavoro del cinema contemporaneo. I fratelli Coen dimostrano ancora una volta la loro abilità nel creare un’esperienza coinvolgente e stimolante per gli spettatori che cercano un film che va al di là dei confini del genere e che offre una prospettiva complessa sulla condizione umana.

    A cura di Alessandro Benedetti

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