Categoria: Recensioni

  • Le cinque leggende (Rise of the Guardians)

    Le cinque leggende (Rise of the Guardians)

    Chi ha paura dell’uomo nero?

    Nord, Calmoniglio, Sandy e Dentolina sono i quattro Guardiani dell’infanzia: il loro compito è quello di vegliare su meraviglia, speranza, sogni e ricordi dei bambini. L’antagonista a questa missione è solo uno: Pitch, l’Uomo Nero, il simbolo della paura che spegne le luci, invade i cuori dei bambini, i loro sogni e desideri. Per questo motivo, l’Uomo sulla Luna, l’entità superiore da cui sono nati tutti i guardiani – incluso Pitch – elegge un nuovo guardiano per cercare di sconfiggerlo: Jack Frost, uno spirito con le sembianze di un ragazzino pallido e maldestro, invisibile agli occhi dei bambini e inconscio del suo passato.

    Jack è un protagonista profondamente tormentato dal fatto che nessuno creda in lui ed è ben lontano dal prototipo di eroe classico dal quale Dreamworks si distacca sin dai suoi albori con Z la formica. È interessante come Pitch e Jack siano accomunati dallo stesso disagio: quello di non essere creduti, a differenza delle altre leggende. Questo il fatal flow di Pitch che reagisce facendo ciò che è sua natura fare: seminare paura tra i bambini. Jack è invece molto riflessivo e sebbene all’inizio sembri non schierarsi alla fine deciderà di allearsi con i Guardiani e combattere contro l’Uomo Nero. Le reazioni dei due personaggi di fronte alla loro mancanza sono opposte: Jack mette il divertimento dei bambini davanti a se stesso, mentre Pitch non rinuncia a farsi credere come vero. Ed infatti è proprio qui che sta il punto di svolta della battaglia, così come confermato nelle ultime scene, quando un bambino, l’unico la cui luce era rimasta accesa, urla a Pitch: «Io credo che tu esista, ma non mi fai paura!».

    Peter Ramsey ci ha accompagnato in uno scontro tra i sentimenti dell’infanzia e la paura, in un’epoca in cui questo conflitto sta diventando tragicamente allegoria di qualcosa di reale: la paura e l’incertezza stanno davvero prendendo posto anche nei cuori dei bambini? Difficile trovare una risposta. Nel frattempo, in modo visivamente affascinante e con toni che oscillano tra il fanciullesco e il tragico, Le cinque leggende ci lascia nella certezza che, in pieno stile Dreamworks, il film parli di bambini agli adulti della loro forza e del vigore  delle loro speranze.

    A cura di Agnese Graziani

     

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  • Sir Gawain e il Cavaliere Verde (The Green Knight)

    Sir Gawain e il Cavaliere Verde (The Green Knight)

    L’epica del cavaliere errante, il coraggio dell’eroe

    The Green Knight è la trasposizione cinematografica dell’omonimo poema cavalleresco del XIV secolo. Una storia del folklore britannico, per la precisione gallese ed inglese, che rivive le gesta di Gawain, nipote di Re Artù, incauto giovane che coraggiosamente accetta la sfida del Cavaliere Verde, una figura misteriosa ed inquietante, a metà tra un essere umano ed un arbusto. Il duello che lega i due in una sfida eterna consiste in un accordo: il Cavaliere Verde si lascerà colpire dal giovane Gawain, a patto che egli ad un anno di distanza faccia lo stesso. Una volta che Gawain decide di accettare questa sfida, inizia per lui un lungo peregrinare verso la Cappella Verde alla ricerca del cavaliere.

    Un viaggio che metterà alla prova il suo coraggio e la sua lealtà, un peregrinare che gli permetterà di incontrare una serie di personaggi fantastici. Fantasmi, ladri, volpi parlanti, seduttrici: Gawain dovrà confrontarsi con molte realtà per dimostrare il proprio valore di cavaliere. L’occhio del regista David Lowery, tuttavia, è più interessato a riflettere sull’uomo e sulle sue contraddizioni, a cosa è disposto a fare o a rinunciare pur di affermarsi agli occhi altrui.

    La fotografia di Andrew Droz Palermo lascia sbalorditi, avvolgendo lo spettatore in un gioco continuo di sfumature di verde – che richiamano idealmente il Cavaliere – in un continuo alternarsi di modernità e tradizione ancorata al contesto epico in cui si muove la storia. Così come per la colonna sonora di Daniel Hart, che si muove tra le sonorità tipiche della musica gaelica amplificando l’atmosfera fantastica del film. La regia di Lowery trae ispirazione dai classici del genere, ma ha il grande merito di trovare una sua visione chiara e riconoscibile.

    Sir Gawain e il Cavaliere Verde è sì un racconto epico cavalleresco ma è come se Lowery, consapevole delle innumerevoli modifiche, alterazioni, e cambiamenti fatti alla storia nel corso dei secoli, avesse deciso di reinterpretarli e comporre la sua versione della storia del cavaliere errante. Un cinema coraggioso che ripensa, reinventa e, quindi, si rinnova con successo.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Fellini degli spiriti

    Fellini degli spiriti

    Fellini degli spiriti: cento anni dopo ed è ancora così attuale

    Al termine del 2019, quando incoscienti e inconsapevoli andavamo incontro all’annus horribilis, i telegiornali nazionali iniziarono a pubblicizzare un grande evento dedicato a Federico Fellini tenuto nella sua Rimini, in occasione dei cento anni dalla nascita. Per quella circostanza, la città romagnola si sarebbe ornata a tema per omaggiarlo. Poi una pandemia mondiale ha deciso di stravolgere i piani e tutto è andato diversamente. Tuttavia, però, qualche luce è rimasta accesa: è il documentario Fellini degli Spiriti, diretto da Anselma Dell’Olio, in cui sono stati raccolti filmati di repertorio, spezzoni di cinema felliniano e interviste a conoscenti, amici, attori e registi che hanno ammirato e studiato l’opera di Fellini.

    Il ritratto che emerge del regista è, in realtà, quello che ci aspettavamo. Già Alberto Sordi, grandissimo amico di Fellini, dipinse questo riminese come un sognatore, che voleva fare il cinema da quando aveva vent’anni e che era ancor prima autore di tantissime frottole: «È un grandissimo bugiardo, forse il più bugiardo del mondo. Però, oh… Federico c’ha ‘na capoccia così!’» e questa descrizione è confermata dal documentario.

    Dall’opera emerge un uomo amante della psicologia, in particolare di Carl Gustav Jung, di cui apprezzava gli approfondimenti esoterici e alchimistici, che a dirla tutta esulavano abbastanza dal carattere scientifico della psicoanalisi. Ed in fondo era proprio questo che affascinava Fellini: il paranormale. Fondamentale in questo senso la conoscenza di Gustavo Rol, sensitivo italiano in grado di compiere vere e proprie prodezze extrasensoriali, da cui Fellini si faceva abbindolare. Ora, senza entrare nel merito della questione, sappiate che secondo Piero Angela quest’uomo era un ciarlatano. De gustibus.

    Al termine del documentario, anche i più scettici, coloro che non hanno mai capito i suoi film (ma che si vergognano a dirlo), muteranno idea iniziando a comprendere la filosofia del cineasta. La rappresentazione di viaggi onirici, al confine tra la psicoanalisi spicciola e il mondo fantastico, può suggerire una lettura diversa della sua filmografia, smettendo per una buona volta di cercarne il significato e fermandosi a contemplarla.

    Fellini voleva volare sopra il mondo, navigando tra le nuvole, contemplando il cielo e la terra. Ma dal momento che lui non poteva farlo, lo ha fatto fare ai suoi personaggi. Dal documentario emerge, infatti, una forte vena autobiografica. La stessa che si può riscontrare sia ne La Strada (in cui le affinità con il protagonista erano talmente profonde da farlo cadere in depressione), sia in Amarcord, nei I Vitelloni e nello stesso 8½. E poi il rapporto con la moglie, che amò profondamente per cinquanta lunghi anni nonostante l’avesse diretta nella maggior parte dei suoi film. Nel 1994, la notte in cui la donna morì, una sua compagna di reparto raccontò di aver visto in sogno Federico Fellini che era venuto a riprendersela. Insomma, come si dice in questi casi, fu la chiusura del cerchio.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Mine vaganti

    Mine vaganti

    Mine vaganti: di che pasta sei fatto?

    Una commedia familiare costruita su stereotipi in cui nessuno è davvero sé stesso; Mine vaganti di Özpetek (2010) racconta di una tradizionale famiglia leccese, proprietaria di un pastificio, che deve affrontare una tragedia: i due figli maschi sono entrambi omosessuali. Il bigottismo e il provincialismo sono però una barriera troppo grande e resistente perché questa notizia non desti scalpore e non stravolga tutte le dinamiche della casa.

    La vicenda dei due fratelli viene al contempo intrecciata con il passato del personaggio della nonna, forse unica presenza positiva del film. La vera domanda per lei non è «chi sei davvero?» ma «sei felice?» e, forse per questo, permane un alone di mistero intorno alla sua figura fino all’overdose di dolciumi che ci fa pensare: non si è felici solo onorando chi si è davvero?

    La regia tratteggia il ritratto di una famiglia che undici anni dopo ci appare ancora più disfunzionale e lontana dalla società contemporanea, ma che, letto come progressione della rappresentazione dell’omosessualità nel cinema italiano (attualmente in atto con film come Chiamami col tuo nome), compie enormi passi avanti. Özpetek, infatti, ha affrontato fin dalla sua opera prima Il bagno turco (1997) il tema in questione scardinandolo dai soliti canoni preimpostati. I suoi film raccontano spesso di famiglie che non sono quello che appaiono, costituite da personaggi contraddittori e molto umani.

    In Mine vaganti i cliché e i preconcetti sull’omosessualità coesistono con la demolizione degli stessi: le figure di Antonio e Tommaso, i due fratelli, diventano espressione di una rivendicazione di genere a tutti gli effetti che però non sempre sembra funzionare. La comicità e la leggerezza prendono più volte il sopravvento e allontanano lo spettatore dagli spunti di riflessione proposti. Rimane in fondo uno spaccato socioculturale dell’Italia di qualche anno fa, che oggi si inserisce in un tipo di cinema popolare un po’ invecchiato. Il messaggio, però, è chiaro: «È più faticoso stare zitti, che dire quello che si pensa». Allora diciamolo.

    A cura di Emma Onesti

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  • Il buco (El hoyo)

    Il buco (El hoyo)

    Il buco: la dimostrazione che il socialismo non può funzionare

    Da quando le produzioni Netflix hanno abbandonato il puro scopo commerciale e hanno iniziato a investire i loro capitali nel cinema d’autore, tra il catalogo della piattaforma si possono trovare diverse perle, alcune finite, purtroppo, nel dimenticatoio. La pellicola di Gaztelu-Urrutia, Il buco, si è subito guadagnata un posto nei cuori della critica e secondo noi non ha mancato di influenzare la serie dell’anno Squid Game (sempre prodotta da Netflix). Entrambe le opere mostrano infatti scenari distopici, in cui la filosofia politica viene presa e applicata in maniera fortemente realistica.

    In un’atmosfera claustrofobica, il protagonista Goreng, interpretato da Iván Massagué, apre gli occhi in una prigione costruita su più piani, chiamati livelli, e con un buco al centro in cui ogni giorno viene fatto passare una piattaforma stracolma di cibo. In questo modo, chi si trova al primo livello ha tutta la tavola a disposizione, chi si trova all’ultimo non mangia niente. Considerando che si cambia livello casualmente ogni mese, diciamo che la dea bendata può salvarti o rovinarti la vita. Per condire il tutto con un po’ di pepe, ogni prigioniero condivide la stanza con un’altra persona. Secondo le idee dell’amministrazione (così vengono definiti i brillanti padri di questo penitenziario), se ogni galeotto si limitasse a consumare la propria porzione, i più sfortunati avrebbero comunque la possibilità di consumare un pasto e di sopravvivere. Tuttavia, quando l’uomo viene messo di fronte alla morte, o peggio alla sopravvivenza, la collaborazione è l’ultima cosa a cui pensa. Ad un certo punto, una delle impiegate dell’amministrazione decide di scendere lei stessa nella prigione per provare l’esperienza. Per giorni si sgola nel tentativo di un semplice gesto di altruismo degli altri carcerati. Niente: solo le minacce di  Goreng, che si ritrova in cella con lei, riusciranno ad aver presa nella mente di chi sta sotto di loro. Quasi a dimostrare che il socialismo può essere solo imposto, ma non sgorgherà mai spontaneamente dai cuori degli uomini. Ciò che questo film, con una metafora paradossale, ci fa intendere è che l’uomo non è buono, non solo, anche se fossero tutti buoni, ne basterebbe uno solo cattivo per spezzare gli ingranaggi della macchina.

    Alla fine della vicenda, è proprio con il bastone (letteralmente) che  Goreng arriva ad un passo da sfamare anche l’ultimo recluso. Un giorno, trovandosi al livello sei, un posto piuttosto invidiabile dove potrebbe sfamarsi del cibo appena uscito dalla cucina, decide di utilizzare il tavolo come un ascensore (che, come tale, si muove tra i livelli) e visitare i meno fortunati che si trovano più in basso e fare in modo che ognuno mangi solo la propria porzione. E, in questa discesa infernale, si imbatte nei più atroci delitti che un essere vivente possa compiere per sopravvivere: atti di cannibalismo, tortura, mutilamento, omicidio, fino al mero vampirismo. Lui stesso rischia di soccombere, ma imperterrito continua la sua missione, convinto che se una pietanza tornerà intatta alla cucina, chi comanda capirà allora che tutti hanno mangiato.

    La morale, tuttavia, è semplice: gli uomini, che siano poveri o ricchi, hanno (e hanno sempre avuto) voglia di menar le mani. Lo vediamo nei libri di storia e questo film non fa altro che confermarlo. Per secoli si è cercato di capirne il motivo, ma l’unico forse veramente pregnante lo possiamo ricondurre a Freud: in ognuno di noi c’è un desiderio di piacere ed uno di dolore. È il cosiddetto principio di morte, che lo psicanalista aveva brillantemente teorizzato dopo aver assistito ai disastri della Prima guerra mondiale. L’opera si chiama Al di là del principio di piacere; se vi capita, leggetelo.

    A cura di Alessandro Randi 

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  • Il regno (El renio)

    Il regno (El renio)

    Il regno: la via media tra denuncia e invenzione  

    Dentro la vita di un influente vicesegretario regionale prossimo al salto verso la politica nazionale: questo il presupposto de Il regno, un viaggio all’interno del sistema partitico spagnolo attraverso un punto di vista privilegiato. Manuel López-Vidal ha tutto ciò che si potrebbe desiderare: una moglie e una figlia che gli vogliono bene, una carica importante e ben pagata, una solida e influente rete di amicizie. Alcune notizie circa il suo coinvolgimento in un giro di corruzione iniziano però a trapelare e i vertici del partito, in cerca di un capro espiatorio, danno il via a una corsa contro il tempo alla ricerca della verità.

    Rodrigo Sorogoyen decide di aprire la propria opera in maniera iconica con un breve ma incisivo longtake che ha la duplice funzione di farci entrare, in medias res, nel vortice di eventi che attende il protagonista (significativo in tal senso l’utilizzo della macchina a mano) e di riportarci alla mente alcuni grandi incipit senza stacchi di montaggio, su tutti L’infernale Quinlan di Orson Welles. Sembrano però essere due i rimandi specifici di questa prima lunga inquadratura: l’entrata nel ristorante attraverso la porta di servizio, passando per le cucine, ricorda il Martin Scorsese di Quei bravi ragazzi, mentre il passaggio di agenda tra commensali intenti a ridere e scherzare rimanda in maniera abbastanza evidente all’incipit de Le Iene di Quentin Tarantino. In entrambi i casi abbiamo a che fare con una banda criminale ma quelli che ci troviamo davanti non sono malavitosi, bensì i vertici di un partito politico. Anche il nemico appare subito, in televisione, e non può che essere un paladino della giustizia, un uomo senza macchia e quindi apparentemente privo di punti deboli.

    Antonio de la Torre è fenomenale nel presentarci con la sola mimica facciale l’essenza di López-Vidal: è da sempre il braccio, non la mente del sistema di corruzione che tiene assieme i membri del partito. Il regno, questo il nome dell’organizzazione, dopotutto non è altro che una goccia nell’oceano di cupe relazioni del sistema e non sorprende che per coprire i pesci più grandi vengano sacrificati quelli più piccoli. La sua vita entra in crisi proprio per la perdita di prestigio, non per le accuse rivolte, ed emerge così subito una domanda che resta nascosta, ignorata: qual è il confine tra pubblico e privato? Nella farsa dell’interrogatorio interno al partito non trova risposta la domanda sulla politica, mentre è evidentissima quella sulla vita.

    Il turbinio caotico di ricerche, dialoghi, tradimenti, inseguimenti e scontri che tengono banco per i successivi novanta minuti altro non è che il tentativo fuori tempo massimo non di dimostrare la propria innocenza, quanto la colpevolezza dell’intera classe politica. Una corsa folle, resa incalzante da una regia e una colonna sonora equilibratissime, che mantiene la tensione sino alla resa dei conti, al punto di non ritorno. Dopo che l’uscita sul mercato del primo Iphone aveva aperto il film e i video amatoriali erano stati la nostra porta d’accesso alle vacanze dei membri del Regno, ecco che finiamo ad osservare il dietro le quinte di una diretta televisiva. La conduttrice è vestita in rosso, emblematica rappresentazione della voce del popolo, e l’intervista si trasforma ben presto in un attacco diretto, senza compromessi. La verità è lì davanti agli occhi degli interlocutori, documentata, eppure si torna indietro, alla domanda iniziale, e ci si chiede: come è stato possibile chiudere gli occhi? Come si è potuto lasciar correre per anni un sistema tanto esteso senza interrogarsi sulle conseguenze?

    Il regno gioca con lo spettatore consegnandogli un finale aperto, anzi interrotto. La Spagna è un paese con un bassissimo tasso di corruzione rispetto alla media europea, mentre le vicende raccontate riportano alla mente scandali di altri paesi (su tutti quello italiano di Mani pulite). Il finale resta aperto perché la risposta non spetta a questo film ed è tutta qui la grande invenzione di Sorogoyen: la denuncia è solo abbozzata, allo spettatore la libertà di prendere posizione.

    A cura di Andrea Valmori

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  • Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe (Buñuel en el laberinto de las tortugas)

    Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe (Buñuel en el laberinto de las tortugas)

    Nel labirinto delle tartarughe: Buñuel racconta Las Hurdas

    Sotto lo sguardo severo di suo padre e davanti a un giovane pubblico in fermento, il piccolo Luis aveva ideato un primo rudimentale film grazie a una lanterna magica: due viaggiatori di carta si avventuravano per «l’Isola sconosciuta» tra mantidi religiose gigantesche e aracnidi fuori misura. Quasi trent’anni dopo «il re del surrealismo» si sarebbe fatto anch’egli esploratore imprimendo sulla pellicola la miseria de Las Hurdas.

    Salvador Simó realizza un documentario d’animazione tratto dalla graphic novel Buñuel en el laberinto de las tortugas di Fermín Solís e racconta la storia del regista aragonese che ritrova lo slancio creativo dopo un forte periodo di crisi e gira Terra senza pane (1932) per raccontare la «realtà pura e nuda» dell’Estremadura. Accompagnato dall’amico Ramón Acín e dai due parigini Éli Lotar e Pierre Unik, Buñuel si immerge in una terra di desolazione indagata con spirito da antropologo. I quattro intellettuali coi nasi a punta e i maglioni a collo alto sembrano quasi stonare in questa cornice popolata da anime semplici, abbruttite dalla povertà e con il volto solcato da rughe profonde.

    È un mondo fatto di violenza, dove la crudeltà nei confronti degli animali filmata da Buñuel trova continuità nel senso di morte che aleggia in questi villaggi dalle strade labirintiche e dai tetti che ricordano i gusci delle tartarughe. E questa ferocia non trova requie nemmeno nei sogni del regista, da cui emerge il rapporto conflittuale con la figura paterna, in ricerca di continua approvazione, e quello con Dalì, con cui sembra essere in una competizione senza fine.

    È un mondo fatto di violenza, la stessa che avremmo trovato di lì a poco anche nella guerra civile spagnola. Tra le tante vittime vi fu anche Ramón Acín, l’amico di Buñuel e produttore di Terra senza pane. Fu fucilato dalle milizie franchiste insieme alla moglie e il suo nome venne cancellato dal documentario per un’impietosa damnatio memoriae. Ramón aveva creduto in Buñuel e aveva finanziato la sua opera di denuncia sociale. Quando negli anni Sessanta il grande regista tornò a presentare il proprio documentario reintegrò il nome di Ramón e consegnò l’incasso alle sue due figlie. Quel vecchio debito che aveva nei confronti dell’amico fu in un certo senso saldato. E anche la sua memoria non sarebbe svanita fra quella degli innocenti caduti in guerra.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • La donna elettrica (Kona fer í stríð)

    La donna elettrica (Kona fer í stríð)

    Per un bene superiore

    L’Islanda contemporanea è una terra unica, inondata dal verde e dalla bellezza della sua morfologia naturale, ma anche sede di numerose fabbriche. Una gran vantaggio per il lavoro, una grave minaccia per il territorio che sta diventando terribilmente ordinario: l’emergenza è reale e incombente perché alcune industrie, dopo averne rovinato irrimediabilmente la bellezza, minano ora noi, la nostra salute e il futuro dei nostri figli in Islanda e non solo. A questo punto, senza dubbi, si può riconoscere un qualcosa di vagamente e tragicamente attuale in questo scenario: Erlingsson lo sa bene e lo porta sul grande schermo con una pellicola che fa degli sguardi e del corpo dell’eroina-ecoterrorista Halla il suo vero fulcro.

    Halla è una donna sulla cinquantina, direttrice di coro a Reykjavik e nel tempo libero sabotatrice dei fili elettrici che portano energia elettrica alle fabbriche siderurgiche islandesi. Da tempo le autorità cercano il responsabile di questi atti: è per questo che Halla agisce con estrema cautela, conosce perfettamente la sua terra e sa dove le insenature e le rocce possono nasconderla quando è in fuga. Perchè fare tutto questo? Il motivo è semplice: salvare la sua terra da una distruzione prossima.

    Le cose cambiano all’improvviso quando l’ufficio adozioni le comunica che la domanda fatta anni prima è andata a buon fine: diventerà madre di Nika, una bambina Ucraina. Si impone una scelta: non può essere ricercata dai servizi segreti dello Stato rischiando l’arresto e allo stesso tempo dare serenità a una bimba di cinque anni. Che fare dunque? Lo scontro tra interessi pubblici e privati è al centro del dialogo con la sorella, la decisione è presa: diventerà madre. Non prima, però, di aver scritto una dichiarazione, firmata La donna elettrica, in cui rivela di essere l’unica responsabile dei fatti allertando tutti i concittadini sul pericolo a cui stanno andando incontro ed ecco che, in una delle scene più potenti del film, lancia la dichiarazione dal tetto della sua scuola di canto, facendo piovere dall’alto il suo manifesto e la sua condanna.

    Con ironia e sapienza Benedikt Erlingsson ci accompagna alla scoperta di Halla e della sua missione: un sestetto musicale – fisicamente presente in scena – impersona e recita con impeccabile efficienza i suoi pensieri, le sue paure e le sue gioie. E questi ci lasciano inevitabilmente con l’amaro in bocca: va bene salvare il mondo, ma come? Qual è il bene per cui vale la pena lottare e rischiare e quali sono i limiti che non si possono valicare per raggiungerlo? O, per citare Battisti, come può uno scoglio arginare il mare? Tra i colori, i gesti e le parole di questa pellicola che senza prendersi troppo sul serio riesce a veicolare un importante messaggio, capiamo che forse il consiglio del regista è proprio quello di essere scogli: ognuno sia semplicemente lo scoglio che deve e vuole essere, senza riserve, senza paure e sapendo scendere a compromessi con la corrente che come sappiamo non si può controllare. E infatti, alla fine del film, vedremo il commovente incontro tra Halla e Nika, trale le acque di un’inondazione incapace di fermarle.

    A cura di Agnese Graziani

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  • Il colpevole (Den skyldige)

    Il colpevole (Den skyldige)

    Risolvere il passato per liberarsi del futuro

    In un centralino per le emergenze rispondere a disperate chiamate d’aiuto è all’ordine del giorno, ma ne basta una per cambiare la vita. Questo è quello che succede ad Asger Holm, agente di polizia relegato a semplice centralinista a causa di alcuni errori che hanno tormentato il suo passato. Questa punizione lo umilia nel profondo e lo porta a vivere con agitata insofferenza il ruolo di semplice intermediario, sempre consapevole delle emergenze ma mai in grado di risolverle. Questo fino a quando la chiamata disperata di una donna ne scatena l’orgoglio, telefonando per denunciare il proprio rapimento e lanciando un grido d’aiuto che viene colto ad Asger, pronto a sacrificare il rispetto del protocollo e delle regole pur di salvare la donna in difficoltà. Le sue buone intenzioni, però, si scontrano con la complessità di una storia che diviene pericolosa.

    Una sola voce narrante, un’inquadratura continua che trasmette un angosciante senso di claustrofobia, la tensione di una narrazione vivace e pulsante. È questo ciò che accade nel primo lungometraggio di Gustav Möller, regista danese sconosciuto al pubblico generalista ma abile nel confezionare una storia credibile, originale e carica di tensione. La colpa inconfessabile di Asger avvolge la storia di mistero e morbosa curiosità, un’atmosfera fredda e nordica che lascia trasparire la cultura pungente dei paesi scandinavi, legati alla cultura protestante che dedica ad ogni colpevole la giusta pena.

    La verità del film si regge in un equilibrio precario fra l’intersecarsi di diversi scenari narrativi: da un lato il dramma della donna rapita ed il suo grido d’aiuto, dall’altro il passato tormentato di Asger. Una storia che rientra per definizione nel genere del thriller e riesce ad incarnarlo in modo convincente, una pellicola riuscita, matura e interessante, una piacevole prova cinematografica insolitamente proveniente da una terra lontana dal cinema generalista ma che conquista il parere di critici e pubblico.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Atlantique

    Atlantique

    Atlantique: come onde di notte sulla spiaggia

    “Ada, a lei appartiene il futuro. Sono io Ada”.

    Si conclude così il primo lungometraggio della regista Mati Diop, di origini senegalesi e nipote di Djibril Diop Mambéty, uno dei maggiori esponenti del cinema africano. Atlantique è infatti un inno al futuro di chi resta quando gli altri emigrano verso l’Europa, spesso con esiti tragici.

    Il film affronta questa fondamentale tematica sociale e politica con delicatezza, introducendo anche elementi magici attraverso i quali viene restituito il senso di incompiutezza che attraversa tutta la vicenda: i ragazzi annegati in mare tornano infatti sotto forma di una maledizione che di notte si impossessa dei corpi delle loro ragazze rimaste a casa. Tra queste c’è Ada, promessa sposa di un uomo che non ama, carattere forte, profondamente legata a Souleiman, partito per cercare fortuna via mare.

    La loro impossibile storia d’amore diventa il pretesto per raccontare le conseguenze dell’emigrazione giovanile e della disuguaglianza sociale in un Senegal che è oggi in piena crisi democratica. La regia mescola quindi uno sguardo quasi documentaristico con suggestioni poetiche e fantastiche, che si distaccano dalla realtà, rendendo i sobborghi di Dakar dei luoghi abitati da fantasmi e presenze spettrali senza una meta, ma con la necessità di fuggire.  Ada resiste, cerca di farsi spazio in un mondo che ancora non la contempla e che lei non comprende fino in fondo.

    La sua storia è affrontata con uno sguardo personale e attraverso una fotografia emozionale che ben restituisce il senso di un altrove, una sospensione luminosa che circonda i personaggi e li rende evanescenti. La d.o.p. Claire Mathon (vincitrice del premio César per Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma) distingue infatti tra un giorno secco e oppressivo e una notte lirica e istintiva.

    Nella scena finale, dopo il compimento del desiderio, è di nuovo mattina e Ada si specchia ma in realtà non guarda sé stessa. Guarda noi e reclama il proprio spazio, il proprio futuro nel mondo. Ed ora è anche compito nostro ricambiare quello sguardo.

    A cura di Emma Onesti

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