Categoria: Recensioni

  • Logan

    Logan

    Dov’è la maschera?

    Charles si sbagliava. I mutanti, il nuovo stadio della specie umana, si sono rivelati niente di più che una deviazione provvisoria nel lento cammino dell’evoluzione. La razza è sull’imminente via dell’estinzione e gli X-Men sono solo un ricordo per il fu Professor X, in preda all’Alzheimer e sorvegliato dal guardingo mutante Calibano. Logan li tiene nascosti in New Mexico, nel disperato tentativo di schermare il mondo dall’ormai incontrollabile potere del suo mentore e con la speranza di poter trasferire quest’ultimo in un posto ben più confortevole.

    Il protagonista ha da tempo appeso gli artigli al chiodo, guadagna qualcosa come autista di limousine, ma è sempre più stanco e malato, avvelenato da quello stesso adamantio che decenni prima era stato la sua benedizione. L’innesco della vicenda – un Logan involontario traghettatore, nella fuga di un ormai insperato gruppo di giovani mutanti messicani, per i quali gli States appaiono più come un’indesiderata fermata che un sogno – con chiari echi politici, viene però fin da subito lasciato in sottofondo.James Mangold – prima di mettere le mani su Le Mans ’66 – dirige nuovamente Hugh Jackman, dopo aver già lavorato assieme per la realizzazione del precedente capitolo dedicato al personaggio: Wolverine l’immortale.

    L’intento dicotomico pare evidente dai titoli originali dei film presi in considerazione – semplicemente The Wolverine e Logan – ma sfortunatamente non degnamente rappresentato. Il film precedente – fortemente legato alle origini fumettistiche del personaggio – risulta goffo, retorico ma soprattutto innaturale. Il lato prettamente supereroistico non è mai stato approfondito in nessuna delle precedenti uscite cinematografiche, sempre considerato poco appetibile o funzionale: il primo film Marvel di Mangold, a prescindere dai limiti della sceneggiatura, sembra comunque confermare il trend. Sin dal 2000 – con il primo capitolo del franchisesotto la direzione di Bryan Singer – in particolare il look è stato fortemente rivisitato per adattarlo allo schermo, finendo col preferire alla sgargiante tuta della sua controparte cartacea la prestanza fisica di Jackman/Logan, che avrebbe poi fissato indelebilmente il personaggio nell’immaginario comune.

    Logan è sempre stato legato alla distruttibilità del suo corpo, ma mai come in questo capitolo le cicatrici vengono a galla e scavano la faccia dell’artigliato canadese. Con un cinema che sempre più spesso indossa una protettiva calzamaglia di metallo o si rannicchia dietro uno scudo a stelle e strisce, finendo per confondere il volto insanguinato con una faccia sporca di terra, Jackman dà anima ma soprattutto corpo al ruolo che gli ha segnato la carriera, proprio nel momento in cui stava per vincere la sua battaglia al tumore alla pelle che già da diversi anni lo affliggeva. La disperata e mai risolta ricerca delle origini – che da sempre accompagna Logan – lo ha fin da subito spinto verso un percorso solitario, tenendolo ogni volta saldamente a terra, impedendogli di fatto di ergersi ad eroe o di divenire un simbolo. «Tutto per essere un sopravvissuto», come gli ricordava il grandioso Magneto di Fassbender in quello che è il canto del cigno cinematografico per i Figli dell’atomo (Giorni di un futuro passato).

    Tutto si riduce a questo: un disperato viaggio per la sopravvivenza della specie, durante il quale i fantasmi del passato infestano le notti e le insidie del futuro sono messe in evidenza dalle luci del giorno. Logan non ha mai avuto tempo – parola chiave del film – per diventare Wolverine e in tutta consapevolezza non può augurarsi che qualcuno raccolga la sua eredità. Alla fine, Logan e gli X-Men diventano un ricordo del tempo che fu: nessun monito, nessuna laudatio funebris, non un testimone da passare. Non c’è spazio per uno spidermaniano «ci può essere chiunque dietro la maschera» perché di fatto una maschera non è mai potuta esserci.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • Annientamento (Annihilation)

    Annientamento (Annihilation)

    Annientamento: destinati all’autodistruzione!

    Un potente bagliore misterioso generato da un faro è il fulcro di quella che gli scienziati chiamano Area X. La biologa Lena (Natalie Portman) aspetta con ansia il marito Kane (Oscar Isaac) di ritorno dalla spedizione militare all’interno della zona sconosciuta: è l’unico sopravvissuto ma cade presto in preda a convulsioni causate da emorragie interne. Il soldato viene ricoverato nell’ospedale militare per comprendere le cause del suo malessere. Dopo un incontro con la dottoressa Ventress (Jennifer Jason Leigh), Lena decide di far parte di una nuova missione all’interno di quel luogo avvolto da un alone di ambiguità. È un evento religioso? Un’invasione aliena? Un’altra dimensione?

    Al suo secondo lungometraggio, Alex Garland si spinge oltre rispetto a Ex Machina, incentrato sul rapporto uomo/macchina, poiché Annientamento è un’opera ambiziosa che ruota attorno alla relazione tra uomo e natura, di come l’uomo si senta spesso superiore ad essa, convinto di poterla esaminare in tutte le sue sfaccettature attraverso la scienza. Lo spettatore, in realtà, col passare dei minuti intuisce quanto i personaggi si sentano sempre più impotenti, spaesati e confusi all’interno di una rigogliosa foresta: la natura di quel luogo annulla ogni pretesa umana legata all’ossessione della conoscenza, della comprensione, della verità. Il bagliore che si dipana nell’aria sembra rendere la natura in grado di rimescolare le cellule, trasformare geneticamente corpi umani, flora e fauna.

    Annientamento è tratto dal primo romanzo di Jeff VanderMeer che compone la trilogia dell’Area X, un film che può essere scomposto e suddiviso, proprio come le cellule che studia la nostra biologa Lena, in differenti generi cinematografici: dall’horror, al dramma, al thriller, sostenuto da una struttura a flashback in cui viene approfondita la relazione tra Lena e Kane. Un adattamento ben congeniato che rende Annientamento uno dei più interessanti titoli di fantascienza degli ultimi anni.

    Seppur il film si impegni a rinnovare il genere, non nasconde palesi riferimenti alla cinematografia di fantascienza del passato: la natura selvaggia ricorda l’incipit di Solaris e le ambientazioni di Stalker di Tarkovskij, la creatura animalesca trae spunto dalle opere dell’artista svizzero Giger (storico collaboratore agli effetti speciali di Alien di Ridley Scott).

    Opera intellettuale, filosofica e scientifica dove l’uomo si ritrova a fare i conti con il proprio corpo e la propria spiritualità. Materia e anima, scienza e filosofia, sono facce della stessa medaglia, si influenzano di continuo, poiché la psiche umana sembra andare nella stessa direzione rispetto alla componente materiale di cui siamo fatti («L’invecchiamento è un errore genetico» sussurra Lena a suo marito): così come il nostro corpo si distrugge anche la nostra psiche è sottomessa dagli impulsi primordiali di annientamento, di autodistruzione.

    Il concetto scientifico di sdoppiamento delle cellule come base della creazione di ogni forma materiale sulla terra si collega al tema del doppio, della crisi identitaria che si concretizza soprattutto nelle battute finali. Ed ecco che ogni cosa sembra perdere valore di fronte a tale visione nichilista che ritrae un’umanità ossessionata dalla ricerca di una verità che non esiste. Il genere fantascientifico ancora una volta si eleva a metafora per rivelare le profondità dell’individuo – dove personaggi esplorano luoghi ignoti orientati a svelare i propri universi interiori – destinato al conflitto con l’ambiente esterno, con gli altri e soprattutto con sé stesso.

    Magnifiche e suggestive le sequenze all’interno dell’ambiente inesplorato, un luogo immerso in una natura selvaggia, scontrosa, inquietante tanto quanto affascinante. Effetti speciali virtuosi e allucinatori, ma mai troppo invasivi. Intense e convincenti le prove di tutto il cast, con una menzione speciale alla dolente Natalie Portman.

    Il film lascia spazio a moltissime interpretazioni. A tratti potrebbe essere considerato un’opera incompleta che pecca di concretezza nel dare alcune risposte fondamentali. D’altro canto, Annientamento è da apprezzare così com’è: un’opera sospesa dove le domande e lo stato confusionale sono linfa vitale.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Chi-Raq

    Chi-Raq

    Oggi l’America parla greco antico 

    Settemilatrecentocinquantasei. 7.356 gli omicidi a Chicago tra il 2001 e il 2015. Il numero di soldati americani morti in Iraq tra il 2003 e il 2011 è di “appena” 4.424. Chi-raq, Chicago come l’Iraq, nell’America dove è più facile acquistare una pistola che un computer, e la vita di un nero vale meno di un dollaro. Chi-raq, dove la comunità black è vittima e carnefice di se stessa, come l’esercito americano in Medioriente. Chi-raq, dove vicini di casa e poliziotti fanno paura allo stesso modo.

    Spike Lee rivisita la Lisistrata di Aristofane per mostrarci i peggiori difetti dell’America contemporanea sotto la luce della satira, proprio come il commediografo greco usava prendersi gioco della sua Atene. E lo fa usando i caratteri propri della commedia: dialoghi in rima, giochi di parole, mediazione del coro, musiche, balli e canti. Solo che nel sud di Chicago al posto del metro greco si usa la rima rappata, e la guerra non è tra due Leghe nemiche, ma tra bande di quartiere.

    Viola per gli Spartani, arancione per i Troiani, il colore definisce in modo drastico e netto le fazioni rivali, entrambe appartenenti alla comunità nera, entrambe consumate dalle incessanti sparatorie. Ma i cecchini hanno una pessima mira, e spesso e volentieri, per le strade della South Chicago, sotto i proiettili ci finiscono i più piccoli. La loro unica colpa: essere usciti di casa per giocare. Ed ecco che questa volta tocca a Patty, l’ennesima bambina innocente coperta di sangue, l’ennesimo sparo in pieno giorno, l’ennesimo omicidio sotto gli occhi di tutti. Eppure, nessuno ha visto niente. Perché nessuno vede mai niente, a Chi-Raq.

    Quella che ci si presenta è la faccia più drammatica dell’America, ma Spike Lee riesce a denunciarla con un sorriso satirico, portando tutto all’esagerazione, facendo di tutto una caricatura. Così, tra accenti tragici e comici doppi sensi, vediamo la bella Lisistrata convincere le donne del quartiere a fare uno sciopero del sesso per obbligare i propri uomini a interrompere le rivalità. Ne nasce un movimento, il “No peace = No pussy”, l’armeria cittadina viene occupata, e queste donne che lottano per la pace diventano un simbolo. In tutto il mondo mogli, fidanzate, prostitute e stripper si astengono dall’avere rapporti con i propri compagni e protestano per le strade chiedendo la pace.

    Gli Stati Uniti d’America, la prima potenza al mondo, messa in ginocchio da un gruppo di donne che reclamano a gran voce un mondo più equo, dove poter far giocare i propri bambini all’aperto senza la paura di perderli sotto i colpi di pistola. Un mondo in cui lo Stato si occupi delle periferie, dell’istruzione, degli ospedali, in cui i ragazzi possano trovare una via alternativa alla delinquenza. Proprio come Aristofane criticava e prendeva in giro le alte cariche ateniesi, la magistratura oligarchica e antidemocratica, così Spike Lee si prende gioco dell’America che spende per guerre estenuanti, ma abbandona quei suoi cittadini che considera di serie B. Quell’America che investe tanto nell’esercito, ma poi vede i suoi poliziotti messi in ridicolo. Quell’America che viene osannata come baluardo della democrazia, ma alla fine, proprio come l’Atene di Aristofane, tanto democratica non è.

    A cura di Margherita Ceci

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  • Pane e tulipani

    Pane e tulipani

    Cambiamento o emancipazione?

    Immergetevi per un attimo nell’atmosfera dell’Italia del 2000: tutto parla di cambiamento. Cambia secolo, cambia millennio, cambiano elettrodomestici e cambia modo di comunicare. Cambia tutto, tranne la vostra quotidianità.

    Rosalba è una donna di mezza età, moglie dell’infedele Mimmo e madre di due adolescenti. Vive a Pescara con la sua famiglia, frequenta da sempre lo stesso giro di amici e nella vita fa la casalinga. La monotonia e l’insoddisfazione, forse inconscia, della sua vita stanno per essere distrutte dal cambio millennio. Il vento del Ventunesimo secolo le toglierà il paraocchi di quella tradizione divenuta prigionia, allargando il suo sguardo non solo verso il mondo ma anche verso sé stessa, innescando uno scontro dolcemente feroce tra passato e futuro.

    A rendere possibile tutto questo è l’episodio che apre la pellicola: durante un tour inconfondibilmente italiano per i luoghi-simbolo del nostro Paese, Rosalba viene dimenticata in un autogrill dalla sua comitiva. Nonostante l’intimazione del marito a non muoversi, la donna decide di tornare a casa facendo autostop. È proprio nel dialogo (che lei non aveva mai avuto) con una estranea che si rende conto di quanto effettivamente la sua vita fosse bloccata: è spinta da questo pensiero che decide di visitare Venezia, giusto perché non l’ha mai vista, ed essere a casa l’indomani quando la sua famiglia sarà di ritorno.

    Ma l’arrivo in laguna innesca sentimenti nuovi per la donna, sentimenti veri e profondi e la voglia di emanciparsi dal suo ruolo così pesantemente circoscritto da altri. A Venezia Rosalba scoprirà l’amore, la vita e la dignità del lavoro. Scoprirà mentalità e mondi diversi e sarà lei a cambiare, profondamente e radicalmente. Tutti questi elementi, insieme, la renderanno una donna emancipata ed indipendente.

    Pane e tulipani si conferma come una commedia pluripremiata e apprezzata non solo in Italia, che con tenerezza e determinazione riesce ad essere attuale nonostante gli anni trascorsi, raccontandoci di tematiche senza tempo come il cambiamento e di tematiche ancora urgenti come l’emancipazione femminile. Il risultato di una regia e di un cast impeccabili è aver portato sul grande schermo un viaggio interiore denso, con cui tutti dobbiamo fare i conti se vogliamo davvero che la nostra esistenza collabori al percorso di quel mondo che vuole migliorare sempre un pochino, nella speranza che un giorno riusciremo a crescere i nostri figli a pane e tulipani.

    A cura di Agnese Graziani

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  • The Walk

    The Walk

    The Walk: il giusto omaggio ad una storia incredibile 

    In The Walk, il momento più emozionante arriva senza dubbio dopo circa un’ora e trentacinque minuti. In quell’istante, Joseph Gordon-Levitt, che interpreta Philippe Petit, sta camminando su un filo teso tra le Twin Towers accompagnato da Per Elisa di Beethoven, il tutto sommato al panorama mozzafiato di New York. È la realizzazione del sogno del famoso funambolo, ma è anche il risultato di un climax durato sostanzialmente un’ora e mezza e accelerato nella parte finale del film. Quest’ultima non a caso risulta la più avvincente: il regista Robert Zemeckis ci mostra l’ideazione e la realizzazione del piano. Infatti, Petit non aveva alcun permesso per recarsi sul tetto di New York e pretendere di camminare da una torre all’altra. Tutto venne realizzato in completo anonimato e i protagonisti erano consapevoli che nel migliore delle ipotesi sarebbero finiti dietro le sbarre.

    La prima parte del film, invece, è dedicata alla crescita di Philippe in Francia, dove sin da bambino si appassiona al funambolismo e ai giochi di prestigio. Sicuramente, se si divide la pellicola in due, non si può dire che i primi quarantacinque minuti siano coinvolgenti come i secondi. I dialoghi sono una mistura di inglese e francese che al posto di immedesimare lo spettatore, lo disorienta. Si cerca più volte la risata, trovandola in ben poche occasioni. Non molto accattivante è il personaggio di Papa Rudy, personificato da un Ben Kingsley senza colpe, che rispecchia lo stereotipo del direttore di circo giramondo di cui non si conoscono le origini. Anche lo stesso Philippe Petit è molto scontato, raffigurando il tipico artista testardo e incapace di accettare consigli.

    D’altra parte, l’immagine di Parigi, sempre ricca di artisti in cerca di ispirazione o di personalità borderline, è senza dubbio corretta: la capitale francese non si può non considerare un melting pot di talenti. La regia e la fotografia sono piacevoli, così come il gioco tra il bianco e nero e il colorato che troviamo all’inizio. Si possono ritenere esagerati alcuni stereotipi americani sui francesi e alcuni stereotipi sugli americani che hanno stereotipi sui francesi, ma, dal momento che non si calca troppo la mano, risultano in realtà godibili. Gordon-Levitt rende perfettamente omaggio a Philippe Petit, che tra l’altro ha allenato di persona l’attore. Tutto sommato, The Walk è una pellicola gradevole e ben diretta, ma non un capolavoro. Non che questo importi: ogni tanto, guardarsi un bel film a lieto fine è quello che ci vuole. In questo caso, tuttavia, non per chi soffre di vertigini.

    A cura di Alessandro Randi 

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  • Hitchcock/Truffaut

    Hitchcock/Truffaut

    François Truffaut racconta Alfred Hitchcock 

    Truffaut è seduto sulla destra. Hitchcock è in piedi sulla sinistra. Il primo ha la mano sul mento in atteggiamento pensoso e guarda il secondo con ammirazione. Il secondo getta la mano in avanti con fare esplicativo e guarda il primo dall’alto al basso. Sono disposti così i due registi nella fotografia scattata da Philippe Halsman usata per la locandina di Hitchcock/Truffaut, il documentario che ripercorre la genesi de Il cinema secondo Hitchcock, libro di Truffaut pubblicato nel 1966 ma frutto di una lunga conversazione con il cineasta britannico risalente a quattro anni prima.

    Nel 1962 Alfred Hitchcock aveva sessantatré anni ed era già il «Master of Suspense»; François Truffaut a quell’epoca aveva girato solo tre film eppure era già acclamato come critico e autore internazionale. Dopo un corteggiamento epistolare in cui il regista francese dichiarava tutta la sua stima al collega inglese, i due si incontrarono agli Universal Studios di Hollywood dove si rinchiusero per una settimana intera a parlare di cinema. Aneddoti gustosi snocciolati durante la conversazione, come quello sul lungo bacio tra Cary Grant e Ingrid Bergman in Notorious, sono solo alcuni degli elementi di un dialogo avrebbe cambiato la storia della critica cinematografica.

    Wes Anderson, David Fincher, Martin Scorsese e molti altri ci guidano attraverso un documentario che tra registrazioni d’epoca, scene dei film e chiacchierate intellettuali, non perde mai di vista il suo focus: raccontare il cinema a tutto tondo. Kent Jones mette quindi in fila uno dopo l’altro i grandi temi della poetica hitchcockiana: la suspense, il senso di colpa, l’uso dello spazio, la dimensione onirica, il rapporto con il pubblico. Il tutto sotto la lente di ingrandimento di Truffaut, il quale aveva trovato in Hitchcock un padre elettivo che lo aveva liberato come artista e a cui bisognava ora ricambiare il favore cancellandogli lo stigma di intrattenitore frivolo.

    L’ultima opera di Truffaut, che morì giovanissimo nel 1984, pochi anni dopo la dipartita di Hitchcock, fu proprio una versione aggiornata del suo libro sul regista. Il ritratto che regala ai suoi lettori è quello di un Alfred Hitchcock né star televisiva, né maestro della suspense, bensì l’Artista internazionale che scrisse con la telecamera.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Harry, ti presento Sally…

    Harry, ti presento Sally…

    L’amicizia tra uomo e donna non esiste. O forse sì? 

    Il primo incontro è odio: lei un’aspirante giornalista piena di energia, lui un giovane cinico abbandonato a se stesso. In comune hanno solo quel viaggio in macchina verso New York, ma entrambi non vedono l’ora che quelle 18 ore di strada finiscano il prima possibile. Cinque anni dopo si vedono di nuovo per caso, e questa volta è curiosità: lei fidanzata con un collega di lui, lui in procinto di sposarsi. «Tu che ti sposi? (ride)», «che c’è di tanto divertente?», «niente, è che non ti facevo così ottimista!». Altri cinque anni dopo, altro incontro casuale. Ma questa volta è amicizia: lei single da tre giorni, lui appena divorziato. Le reciproche delusioni amorose sono un ottimo argomento di conversazione, e dal condividere la sofferenza al creare un legame solido il passo è breve. Harry e Sally diventano amici così, curando l’un l’altra i propri cuori spezzati, tra un trasloco un po’ arrangiato e un’uscita al parco.

    Se un libro non si giudica dalla copertina, un film non si giudica dal genere, e Harry ti presento Sally è proprio l’opposto di quel che ci si aspetterebbe da una commedia romantica americana. Il genere è quello, certo, ma epilogo a parte, di cliché hollywoodiani ha davvero poco. A partire dall’inizio, con i due protagonisti insieme fin dalla prima scena. Ma come? Dov’è la suspense, il preambolo iniziale, le storie che portano lei e lui ad incontrarsi? Sparite, cancellate, eliminate. Al regista non interessano, perché quello che viene dopo non è la storia di un sentimento complicato e sofferto – come da scontato copione – ma di un’amicizia inaspettata e costruita nel tempo.

    Certo, è un’amicizia particolare, contraddistinta fin dall’inizio da un’enorme complicità. Eppure, tutto funziona: niente malizia, niente forzature, il rapporto si costruisce naturalmente giorno dopo giorno. Sembra quasi la rivincita di Sally, derisa anni prima da Harry durante quel lungo viaggio in macchina perché «uomini e donne non possono essere amici». «Il sesso ci si mette sempre di mezzo», diceva lui, e in effetti l’equilibrio tra i due si romperà proprio quando il confine fisico verrà meno. È solo a questo punto che intravediamo la commedia romantica così come siamo abituati a conoscerla: lei accusa il colpo, cercano inutilmente di tornare ad essere gli amici di prima, ma la frattura è ormai irreparabile. Lui prova a riallacciare i rapporti, ma solo quando si rende conto di averla persa capisce di esserne innamorato. Il finale è dei più classici: una corsa disperata per raggiungerla, con dichiarazione d’amore e bacio appassionato a concludere il tutto.

    Harry ti presento Sally è una commedia dolce, ma che non scade nel banale neanche con il più classico dei finali; divertente, ma mai volgare; insolita, ma senza risultare artificiosa. È una commedia fresca che dialoga continuamente con il cinema di Woody Allen, dai titoli di testa accompagnati da un piacevole jazz, al protagonista maschile carico di cinismo. Esattamente come per Allen, anche qui sono i dialoghi – più che la trama – a rimanere impressi: siparietti serrati in cui fanno capolino massime di vita. Sfondo eletto di queste sticomitie, l’immancabile New York. E, soprattutto, è una commedia che sa di realtà: niente colpi di fulmine, niente amori sofferti, combattuti o urlati al mondo; ma dodici anni per trovarsi, senza capire nemmeno di essersi trovati. Una commedia dell’amore inconsapevole, che scambia un “ti voglio bene” per un “ti amo” e preferisce l’affetto al sesso. Finché qualcosa non si rompe, e la verità non può più essere ignorata.

    A cura di Margherita Ceci

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  • This Must Be the Place

    This Must Be the Place

    This Must Be the Place: la solitudine edificante di Paolo Sorrentino 

    Paolo Sorrentino dà forma e dirige un personaggio magnifico come quello di Cheyenne (Sean Penn), una rock star in auge negli anni ’80, con il trucco sugli occhi e il rossetto sulle labbra, i capelli voluminosi e disordinati, e che sfoggia vestiti dark fin dai tempi in cui si esibiva sul palcoscenico. Trascorre le sue giornate nella sua grande villa di Dublino insieme alla moglie Jane (Frances McDormand) e all’amica Mary (Eve Hewson). Qualcosa, però, sembra scricchiolare nella vita di quest’essere vaneggiante, dubbioso, apatico che cammina come se fosse stanco di trascinare il peso del suo corpo (o il peso della sua anima?); scambia la noia con la depressione, la sua voce è fiacca, debole, monotona. Siamo così sicuri che questo personaggio sia stata una stella del rock in passato? Come faceva a cantare ardentemente se ora la sua voce risulta così incolore?

    La vita dell’ex rock-star prende una piega diversa quando viene a sapere che suo padre, con cui non parla da quasi trent’anni poiché «non gli voleva bene», sta per morire. È costretto a recarsi a New York, ma quando arriva in città, il suo vecchio è già morto. Veniamo quindi a conoscenza dell’origine ebraica di Cheyenne, del quale non sembra essere rimasta traccia; una traccia che suo padre, invece, porterà con sé per l’eternità: il marchio del numero identificativo ricevuto ad Auschwitz.

    Inoltre, il padre stava facendo una ricerca su Aloise Lange (Heinz Lieven), ufficiale nazista che lo aveva umiliato nel periodo di prigionia nei campi di concentramento. A questo punto, Cheyenne decide di proseguire le indagini cominciando un profondo road trip negli Stati Uniti, durante il quale farà numerosi incontri che cambieranno per sempre il suo modo di affrontare la vita. L’America selvaggia diventa il pretesto per approfondire quel senso di infelicità e solitudine che logora l’anima del protagonista: i paesaggi desolati, silenziosi, sconfinati diventano una chiara metafora del vuoto di un’esistenza che spetta a noi riempire.

    «Ho il sospetto che la tristezza sia poco compatibile con la tristezza» sostiene Cheyenne all’inizio del viaggio, durante una conversazione con un tatuatore all’interno di un bar. Invece, è proprio grazie alla conoscenza di persone solitarie e malinconiche, con cui è possibile condividere paure e desideri, che il protagonista intravede la via della salvezza. È un’America antieroica, colma di individualità erranti, lontana dall’idea di persone alla ricerca sfrenata del raggiungimento dell’american dream (emblematica la scena in cui Cheyenne incontra l’inventore delle rotelle delle valigie).

    Un film che senza dubbio non si colloca sul podio della filmografia di Paolo Sorrentino, ma che ben rispecchia i pregi registici: evidente la cura dell’immagine e delle inquadrature, della colonna sonora di David Byrne e della bellezza di dialoghi poetici e profondi, fortemente esistenzialisti; anche il contenuto è inerente alle tematiche legate a personaggi afflitti da crisi identitarie a causa della mancanza di figure genitoriali (come nell’ultimo capolavoro autobiografico È stata la mano di Dio). Sean Penn dona poi un’interpretazione strabiliante di cui è difficile non innamorarsi, lavorando magistralmente sull’inflessione della voce, sulle movenze rallentate e sulle espressioni empatiche, confezionando una prova fisica degna di lode.

    Armato di pistola Cheyenne andrà a caccia del nazista per compiere l’ultimo (e forse l’unico) gesto d’amore nei confronti di un padre con cui non ha più intrattenuto rapporti. L’ex rock-star sparerà («to shoot» dall’inglese ha due significati: «sparare», «fotografare») con un’arma ancor più letale, più dolorosa, più efficacie, in grado di riportare sotto i riflettori l’importanza di preservare la memoria storica, poiché è proprio attraverso un cambiamento personale e individuale che si creano le basi per un futuro prospero.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • The Mauritanian

    The Mauritanian

    The Mauritanian: fantasmi a stelle e strisce 

    Al tramonto un uomo cammina a piedi nudi su una spiaggia, mentre appaiono in primo piano barche variopinte e si alzano progressivamente suoni di tamburi. «Mauritania, novembre 2001, due mesi dopo l’11 settembre». È così che Kevin MacDonald decide di presentarci Mohamedou Ould Slahi (Tahar Rahim): una persona spensierata che vive felicemente con la propria famiglia. Sono gli attimi antecedenti al dramma, momenti di canti, balli e visite inaspettate. L’uomo saluta la madre con il sorriso e le rivolge un ultimo sguardo attraverso lo specchietto retrovisore, dallo stesso punto di vista scorgiamo subito dopo gli occhi dell’avvocatessa Nancy Hollander (Jodie Foster).

    Ci siamo spostati negli Stati Uniti ed è il febbraio del 2005, Mohamedou è detenuto nella prigione di Guantanamo da quattro anni in quanto persona collegata a Bin Laden, senza tuttavia essere mai stato formalmente accusato. La Hollander si interessa al caso dopo aver notato incongruenze troppo evidenti da poter passare inosservate e decide così di prendere le difese del «presunto reclutatore dell’11 settembre». Il caso appare spinoso, ma non riesce a comprendere come il governo statunitense possa aver violato per settecento prigionieri trattenuti a Cuba l’habeas corpus, ovvero il principio che tutela l’inviolabilità personale, una delle colonne portanti del diritto anglosassone. Sul fronte opposto siede però un avversario altrettanto determinato, il tenente colonnello Stuart Couch (Benedict Cumberbatch), desideroso di trovare giustizia per la morte dei colleghi rimasti uccisi durante gli attacchi.

    Dopo l’eccellente lavoro su documentari come One Day in September e Touching the Void, MacDonald decide di raccontare nuovamente una storia realmente accaduta nell’unica maniera in cui questa volta era possibile farlo e cioè attraverso un impianto realista e una puntuale attinenza alle fonti. La denuncia delle violenze che si sono protratte lungo quattordici anni di detenzione arriva direttamente dalla vittima che, con un libro di memorie (Guantanamo Diary, 2015), ha trovato il coraggio di consegnare alla pagina scritta il racconto di fatti al limite del credibile.

    Come Xavier Dolan, Wes Anderson e altri grandi cineasti d’oltreoceano, il regista ricorre al cambio di formato per proporre qualcosa di nuovo, sia sul fronte visivo che emozionale. Grazie infatti all’incalzante doppio filo su cui si muove la narrazione, dalle vicende giudiziarie ai ricordi scritti sulle lettere alla Hollander, il formato cambia e stringendosi porta lo spettatore a vivere con il protagonista il ricordo dei settanta lunghi giorni di tortura. Efficaci effetti distorsivi sono ottenuti attraverso suono e luce, cercando di riprodurre in maniera mimetica il dramma vissuto da Slahi, in cui i ripetuti abusi sessuali e le diverse forme di violenza psicologica sono solo alcuni dei tasselli che compongono un quadro realmente allarmante.

    La Mauritania dell’incipit e dell’explicit appare come il luogo della libertà, la casa in cui ritrovare la vita, di contro alla paradisiaca Guantanamo che ossimoricamente si trasforma in un inferno di bugie e depistaggi. Con audacia MacDonald racconta i settecento di Guantanamo attraverso Slahi, denunciando alcune delle più gravi ingiustizie perpetrate dal governo statunitense in anni recenti. Un cast in stato di grazia consente al film di inserirsi con forza e coerenza entro il filone di battaglie giudiziarie che, negli ultimi anni, sono passate dalla cronaca statunitense al grande schermo (nel 2020 Richard Jewell e Il processo ai Chicago 7) e che ci consentono di osservare la crescente sfiducia verso le istituzioni di una nazione in evidente crisi identitaria.

    A cura di Andrea Valmori 

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  • Nightmare Before Christmas

    Nightmare Before Christmas

    Nightmare Before Christmas: un Natale da brividi

    Jack Skeletron ha organizzato un altro Halloween straordinario: un consesso di mostri cantanti lo ha incoronato ancora una volta re delle zucche. Eppure, nonostante i successi inanellati sembra ormai assuefatto a una routine fatta di strida e di terrore che non lo eccita più. Per questo motivo vaga senza meta in una foresta spettrale scortato dal suo cane Zero. Il suo cuore scheletrito tornerà a battere solo alla vista della policromia scintillante della Città del Natale, in cui capiterà quasi per caso e di cui si innamorerà perdutamente ricevendo così un nuovo stimolo. Jack decide infatti che quell’anno sarà la Città di Halloween ad occuparsi dell’organizzazione della festa del Natale.

    Dopo aver costretto «Babbo Na-chele» (Sandy Claws) a una vacanza forzata che assomiglia più a un sequestro, la popolazione mostruosa della Città di Halloween inizia a confezionare regali improbabili come cappelli di pipistrello o teste mozzate. Jack nel frattempo, così allampanato e filiforme, indossa barba bianca e abito rosso e si trasforma in un grottesco Babbo Natale che guida una slitta-cassa da morto trainata da renne tutt’ossa.

    Le buone intenzioni del re delle zucche si riveleranno però poco fruttuose e porteranno terrore e spavento nelle case dei bravi bambini, che arriveranno a sbarrare le porte e ad accendere i fuochi dei camini per evitare ulteriori intrusioni. Saranno solo la lungimiranza della dolce Sally e la buona volontà del vero Babbo Natale a salvare la mattina del 25 dicembre. E così, nello stesso giorno, anche la Città di Halloween si ricoprirà per la prima volta di un manto di neve bianchissima.

    Nightmare Before Christmas è un film in cui i rimandi si moltiplicano: Jack, che vuole “rubare” il Natale come il Grinch, si muove in un paesaggio dalle suggestioni gotiche degne del miglior espressionismo tedesco e ci consegna una morale di accettazione del diverso come ogni fiaba che si rispetti. L’inconfondibile stile di Tim Burton, una potente colonna sonora e l’impiego innovativo dell’animazione stop-motion sono gli ingredienti vincenti per una pellicola di culto che dopo quasi trent’anni continua a parlare ai piccoli di ieri e ai grandi di domani.

    A cura di Mattia Rizzi

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