Categoria: Recensioni

  • Bande de filles

    Bande de filles

    Bande de filles: tra ricerca identitaria e affermazione sociale

    Due squadre che si fronteggiano sotto i fari accecanti di uno stadio: scatti, contrasti e urla di gioia. Céline Sciamma apre il suo terzo lungometraggio con una partita di football americano, scelta curiosa visto che piombiamo poi immediatamente nella buia e inospitale banlieue parigina. Marieme vive con due sorelle più piccole e il fratello maggiore, figura ingombrante che tenta di sostituirsi all’assenza del padre. Costretta a sopravvivere in una realtà su più fronti opprimente, la ragazza cercherà in tutti i modi di integrarsi con un gruppo di coetanee dalla dubbia reputazione.

    Dalla luce al buio, dalla condivisione di un momento assolutamente positivo come lo sport a un drammatico ritorno tra le mura domestiche, la prima sequenza del film racchiude per intero il senso dell’operazione della Sciamma. Siamo sorpresi di vedere delle ragazze sotto le ingombranti divise da football americano, le vediamo felici e forti, un gruppo unito che si sgretola al fischio finale, dopo il quale le vediamo rientrare una alla volta tra le grigie palazzine del quartiere, sentendo solo un flebile e losco chiacchiericcio maschile.

    La discesa nell’abisso avviene per Marieme in concomitanza con i problemi scolastici: senza poter più studiare, con una famiglia in difficoltà e pochissimi amici, viene accolta da una “banda di ragazze”. Balli di gruppo, furti di vestiti, pranzi al fast food, l’estetica del film è da qui in avanti assolutamente vivace e pop. Come nei precedenti Naissance des pieuvres e Tomboy, è la colonna sonora a suggerircelo con la scelta chiara di puntare su una hit come Diamonds di Rihanna (da cui poi il discutibilissimo titolo italiano). Un’estetica che rappresenta il disperdersi dell’unità nella moltitudine, la necessità di omologarsi per poter essere accettati. In un primo momento, nell’ambito ancora protetto del quartiere, il cambio di costumi avviene nella direzione delle altre tre ragazze (ad un certo punto si incontra una ragazza che scopriamo essere “la quarta”, quasi la parola chiave fosse sostituibilità), poi però, lontano da casa, lasciata a sé stessa, l’immagine che vediamo è quella che ci si aspetta di vedere nella Parigi dei salotti mondani o quella dura e mascolina delle aree di spaccio.
    Il finale ci racconta una scelta di libertà, l’impossibilità di accettare il destino di essere possesso di qualcun altro, sia esso attraverso l’istituzione del matrimonio o le gerarchie del narcotraffico. Conosciamo la protagonista attraverso il rifiuto, attraverso la capacità di opporsi all’essere parte di un sistema. Un finale che resta aperto, da immaginare, ma che brilla nella possibilità di essere sé stessi anche se soli.
    A cura di Andrea Valmori

     

     

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  • Alice e il sindaco (Alice et le maire)

    Alice e il sindaco (Alice et le maire)

    Diversamente

    Cosa possono fare insieme un convinto sindaco progressista senza idee ed una giovane brillante persa nei meandri della sua vita? In cosa la diversità portata al suo estremo è fonte di vera ricchezza?  Difficile da immaginare, ma Nicolas Pariser una risposta a questa domanda ce l’ha e la urla silenziosamente tra le sequenze di questa pellicola.

    Alice e il sindaco viaggiano su binari paralleli: i loro caratteri sono agli antipodi, le loro abitudini sono tutto fuor che simili e si trovano in punti della vita diametralmente opposti. Un giorno, nella Lione a noi coeva, in prossimità delle elezioni, i loro viaggi si incontrano: Paul Therneau, il sindaco, è in crisi perché non ha più idee. Ne avute per oltre trent’anni, sempre nuove, a volte addirittura troppe, ed ora il grande nulla incombe su di lui. Per un primo cittadino progressista non avere idee non è esattamente la più efficace delle strategie di campagna elettorale ed è proprio per questo che viene assunta Alice, il cui compito è esattamente quello di risvegliare l’inventiva del sindaco.

    Alice ha studiato Lettere ed inizia a scrivere per il sindaco alcune note di natura filosofica: è così che Paul vuole uscire da questa blocco, tramite la filosofia. Gli spettatori imparano a conoscerlo con e attraverso Alice: la prima impressione è quella di un uomo stanco e disinteressato al suo lavoro, ma a questo quadro superficiale si aggiungono poco alla volta tanti piccoli tasselli che formano un’immagine personale di Paul Therneau, prima che del sindaco di Lione. La presenza di Alice dà i frutti sperati, ormai il duo è inseparabile ed efficiente, la macchina municipale riparte. È in questo momento che spicca in la diversità di Alice non solo rispetto al sindaco, e si è già detto come, ma anche rispetto ai colleghi di pari grado: è diversa per la sua mentalità e la sua tranquillità in ogni momento; è diversa per i vestiti che porta. Il blu dei colleghi, quasi fosse una divisa o un simbolo, è in netto contrasto con le camicette colorate e i jeans che vediamo indossare da Alice per tutta la durata del film. Alice è insomma diversa e non ha paura di ammetterlo; ha idee diverse e le espone senza remore, spicca senza imporsi, parla senza urlare, scrive senza strafare. È brillante, come si diceva all’inizio, ma comunque spaesata, persa. Il rapporto con il sindaco, che sarà sempre professionalmente più stretto, la aiuterà a far luce sul suo futuro; la diversità di Alice lo aiuterà a far luce sulle sue idee. È un rapporto di simbiosi, di reciproco aiuto.

    Ma tornando sulla domanda posta all’inizio: in cosa la diversità è fonte di ricchezza? Come diceva John Stuart Mill, la diversità e la pluralità sono le basi della libertà. Ed è dalla libertà che nascono le idee. Perciò, è la diversità che nutre il pensiero di Paul, l’esperienza di Alice e le idee del mondo.

    A cura di Agnese Graziani

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  • We Are Young, We Are Strong

    We Are Young, We Are Strong

    We Are Young, We Are Strong: la tragedia dell’odio

    Rostock, Germania. In un paesaggio quasi lunare un giovane neonazista si è appena battuto con la polizia e mostra agli amici la propria ferita sul costato. È il 24 agosto 1992. La tensione in città ha raggiunto il suo acme: i cittadini tedeschi si dimostrano ormai intolleranti nei confronti dei richiedenti asilo che vivono nel Palazzo dei Girasoli.

    “We Are Young, We Are Strong” si snoda nel tempo tragico per eccellenza, una giornata, e racconta gli scontri di quell’anno da tre punti di vista in un climax vertiginoso. Stefan, un liceale senza sogni alla ricerca della propria identità; Martin, suo padre, un insipido politico della SPD che non riesce a prendere una posizione; Lien, una giovane vietnamita e il bersaglio simbolico e reale della furia di massa.

    Stefan indossa il giubbotto di pelle del suo amico Philip, che si è suicidato lasciando dietro di sé rabbia e domande senza risposta. Le stesse domande tormentano anche Stefan, che è molto meno estremista dell’amico Robbie e sembra annaspare in un fenomeno più grande di lui, a cui partecipa facendosi trascinare in una violenza sempre più feroce che troverà il suo sfogo nell’assedio al Palazzo dei girasoli. Martin invece, nonostante il ruolo politico che ricopre, non ha la forza per lasciare il segno. Solo tardivamente si renderà conto di chi realmente sia suo figlio e con altrettanto ritardo cercherà di agire quando la tragedia è ormai sul punto di essere consumata. Emblematica la scena in cui ascolta la musica classica con due cuffie che lo estraniano da un mondo che sta andando in fiamme.

    Terzo protagonista di questo dramma in bianco e nero è Lien, monade più o meno solitaria di una famiglia vietnamita di cui sembra la più decisa a voler restare in Germania, dove lavora e sta costruendo il proprio futuro. Quando le violenze neonaziste erano state rivolte contro i Sinti e i Rom, Lien sembrava tranquilla, perché credeva che quelle fossero le uniche vittime designate e che una volta cacciato il capro espiatorio la furia xenofoba si sarebbe placata.

    Non possono non venirci alla mente le parole pronunciate da Martin Niemöller (1892-1984), pastore luterano sopravvissuto al campo di sterminio di Dachau:

    «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto,perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».

    I fatti di Rostock si sono consumati quasi trent’anni fa ma le immagini della pellicola sono vergognosamente attuali. Una società civile non può lasciarsi risucchiare nei gorghi di una massa bestiale ma deve saper rispondere ai crimini d’odio condannandoli e non affidarsi a soluzioni estreme gonfiate dalla paura del diverso.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • More (More – Di più, ancora di più)

    More (More – Di più, ancora di più)

    More: la gioventù bruciata dalla dipendenza

    Chi fuma o si fa di acidi vuole dare intensità alla vita; chi si fa di eroina, dalla vita vuole scapparci. «Gli hippy criticano i tossici, e i tossici criticano gli hippy che credono di aver scoperto il mondo», dice Estelle. Ma quale mondo rimane, nel baratro della dipendenza?

    Estelle si fa di eroina. Non si buca più da un anno, dice, ma sul braccio le è rimasto il segno una vecchia infezione. Stefan la conosce ad una festa: lei americana, lui tedesco, finiti entrambi a Parigi senza un motivo apparente. Del passato di lui sappiamo poco; di quello di lei, ancora meno. Nella loro storia non c’è niente di romantico, sembra più un’attrazione casuale tra due particelle destinate a collidere. Estelle è un buco nero, Stefan è la massa che ne viene risucchiata fino a perdere la vita: con lei scopre le prime droghe, erba, oppio, anfetamine. Stando alla sceneggiatura avara di dettagli, sembra che Stefan non abbia la minima idea dell’esistenza di queste sostanze. Ma dell’eroina sì. L’eroina la conosce. Tutti la conoscono in quegli anni. La teme, molto, e quando viene a sapere del passato di Estelle non può che rimanerne scosso. Ma è il passato, e lei ora non si buca si più. O forse sì?

    Il soggiorno parigino dura poco, un animo inquieto come quello di Estelle non può stare fermo a lungo. Se ne va ad Ibiza, «raggiungimi lì», dice a Stefan. E lui va, attratto da questo magnete mortale. È l’inizio di un tira e molla sentimentale, che fa uscire alla luce tutto il lato tossico di Estelle, che scappa ritorna fugge riappare ti amo ti odio vattene rimani non voglio vederti scappiamo insieme sono triste sto bene ti amo ti odio mi fai paura sei cattivo ti amo non mi buco più… non mi buco più. Era l’ultima volta, promesso. «Ne hai altra?», «l’altra metà», «dammela, la butto nel cesso». Non la butterà nel cesso.

    La velocità con cui Stefan entra nella dipendenza è impressionante. Ma non c’è moralismo dietro la cinepresa: Schroeder non giudica, documenta. Riprende e racconta, senza paternalismi, una generazione allo sbando: la gioventù del ’68 fatta di sesso, droghe, nudità, esperienze. Nessun romanticismo, nessuna poetica della droga entra nella telecamera. Neanche quando Stefan raggiungerà la morte per overdose: una regia secca, asciutta, che lascia spazio solo alla più cruda registrazione degli eventi.

    La sceneggiatura è debole, forse volutamente. I dialoghi sono spesso sconnessi, mancano di profondità psicologica, la storia d’amore di fatto non ha una storia. Si percepisce un grande disagio, in questo racconto della gioventù bruciata dalla dipendenza, ma non sappiamo a cosa sia dovuto. Di Estelle non sappiamo niente, di Stefan abbiamo solo un indizio: ha studiato matematica all’università, dopodiché ha sentito il bisogno di chiudere i ponti con la sua vecchia vita, e così si è messo in viaggio alla ricerca di nuove esperienze. Ma di traumi passati, di famiglie difficili, di problemi interiori, non sappiamo nulla. È evidente che i giovani che ci troviamo davanti cerchino di sfuggire da un qualche disagio esistenziale, ma il regista non ha nessuna intenzione di andare ad indagarlo. E forse, a pensarci bene, non serve nessuna profondità. Bastano i fatti a parlare, la rappresentazione cruda, asettica e fredda della più tragica dipendenza.

    A cura di Margherita Ceci

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  • Diaz – Don’t Clean Up This Blood

    Diaz – Don’t Clean Up This Blood

    Diaz, ovvero cosa succede quando lo stato di diritto scompare

    «Ma che è successo veramente a’ Diaz?» «La più grossa stronzata d’a vita nostra. ‘Na macelleria messicana…». Questo dialogo è tratto dal film A.C.A.B. – All Cops Are Bastards, e a pronunciare quelle parole è Mazinga, personaggio interpretato da Marco Giallini. La Diaz è una scuola di Genova diventata tristemente famosa per quello che successe durante il G8 del 2001. Durante l’incontro dei più importanti rappresentanti del mondo, la città ligure fu teatro di scontri sanguinosi e fatali per tre giorni, dovuti principalmente alla sottovalutazione delle proteste, alle politiche economiche intraprese all’epoca dai partecipanti al G8 e alla criminalità di alcuni individui.

    Il film di Daniele Vicari ha lo scopo di trasformare le parole delle sentenze giudiziarie in immagini. In particolare, approfondisce il blitz avvenuto nella scuola Diaz, occupata dai manifestanti il 21 luglio 2001. La pellicola ha una cornice, cioè la Genova di quei giorni, con proteste pesanti, e un primo piano, in cui è posta la narrazione di quella serata infernale. In più, adotta uno stile narrativo che tendenzialmente colpisce molto lo spettatore: mostra sempre lo stesso episodio da punti di vista differenti.

    La polizia, animata da un senso di rivalsa dovuta agli accadimenti dei giorni precedenti, irrompe nella scuola su ordini dei superiori. Entrati con la forza, gli uomini si trasformano in bestie e iniziano a manganellare tutto ciò che vedono. I protestanti, trasfigurati in prede impaurite, alzano le mani sopra la testa nella vana speranza che un moto di umanità si manifesti negli aggressori. Ovviamente, questo non avviene. I manganelli volano e il sangue scorre in tutte le direzioni. All’interno della scuola erano presenti anche giornalisti, massacrati come bestie da macello, un povero anziano di Rifondazione Comunista, che si trovava nell’istituto forse per ricordare i vecchi tempi, ma senza dubbio senza intenzioni nocive. Successivamente gli accadimenti verranno paragonati ad una “macelleria messicana”, ma, parafrasando Montanelli: «Fossi messicano mi offenderei». Le scene sono crude e spietate. La violenza è prolungata e l’intero film è decorato da una patina di oscurità, che spinge ad alzare al massimo la luminosità del computer, se quello è il dispositivo su cui lo si sta guardando, e rimanere insoddisfatti comunque. Al termine del blitz, ci si chiede come sia possibile che non sia morto nessuno. In più, si rimane ancora più disorientati dalle azioni successive, in cui la violenza si tramuta da fisica a morale: i poliziotti cercano qualsiasi oggetto possa essere usato come arma, aggiungono due molotov trovate in altra sede e le mostrano ai cronisti, pensando che questi ultimi siano scemi e non vedano i corpi dilaniati portati via dall’ambulanza ad un passo da loro.

    Infine, gli episodi in caserma, in cui i manifestanti arrestati tramite pretesti, vengono torturati durante i verbali. Infernale la scena nei bagni, dove una magistrale Jennifer Ulrich, che interpreta una delle tante ragazze all’interno dell’istituto, viene presa in giro dai poliziotti mentre sanguina dai genitali. A quel punto, il sentimento dello spettatore è diviso tra rabbia e rassegnazione. Molte delle critiche fatte al film riguardano l’approfondimento dei fatti della Diaz e il disinteresse per gli altri accadimenti di quei giorni. Noi diciamo: scelte registiche. Può un autore porre la lente di ingrandimento su quello che vuole? Se non fosse così, tanto vale far calare dall’alto ciò che si deve e non si deve filmare. Vicari assicura che tutte le due ore di film siano ispirate dalla lettura delle sentenze definitive che hanno provato a mettere ordine in quel disordine. Quelle sentenze della corte di Cassazione ci dicono che Francesco Gratteri, che nel frattempo era diventato capo del dipartimento centrale anticrimine della Polizia, è stato condannato a 4 anni; gli stessi per Giovanni Luperi, vicedirettore Ucigos ai tempi del G8, in seguito capo del reparto analisi dell’Aisi. Tre anni e 8 mesi a Gilberto Caldarozzi, che in quegli di processi era diventato capo servizio centrale operativo. Il capo della squadra mobile di Firenze Filippo Ferri è stato condannato in via definitiva per falso aggravato, a 3 anni e 8 mesi e all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. In parte convalidata (3 anni e 6 mesi) anche la condanna a 5 anni per Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto mobile di Roma, essendosi prescritto il reato di lesioni gravi la cui presenza aveva portato alla condanna da 5 anni in appello. Infine, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato che l’operato della Polizia di Stato alla Diaz “debba essere considerato come tortura”.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Io sono Li

    Io sono Li

    Io sono Li: tra precarietà e poesia

    «Qu Yuan è il poeta più importante della tradizione antica cinese. Viene celebrato facendo galleggiare candele e lanterne sulle acque dei fiumi. Si dice che servano a proteggere la sua anima, che ancora vive in quelle acque».

    L’incipit scelto da Andrea Segre per Io sono Li anticipa un profondo ragionamento sulle tradizioni, le origini e la cultura locale minacciate dall’irrompere della modernità con il rischio di una perdita di punti di riferimento e la precarietà di non avere in mano il proprio futuro. Siamo nell’Italia del 2011 post crisi economica e da una caotica fabbrica tessile della Capitale, l’immigrata cinese Shun Li viene trasferita in una piccola osteria di Chioggia frequentata da pescatori.

    L’arrivo di Li a Chioggia è emblematico: Segre fotografa un cambiamento climatico improvviso, con un gioco tra luce e oscurità che sarà colonna simbolica portante all’interno del film. Dai vetri dell’autobus bagnati da gocce di pioggia, Li scorge la laguna veneta in perfetta sincronia con l’arrivo del sole, da Oriente, lasciandosi Roma e il suo grigiore alle spalle. Il trauma del trasferimento non è quindi legato alla nuova destinazione, ma alla drammatica precarietà in cui la protagonista è costretta a vivere.

    La denuncia del regista va verso un fenomeno poco noto e molto radicato all’interno della comunità cinese italiana: lo sfruttamento lavorativo per debito. In Italia Li si trova bene, lavora duramente non per sostentarsi ma per saldare il debito che ha verso la comunità. È una vita in attesa della «notizia», il via libera dei vertici all’arrivo regolare di suo figlio in Italia. È un’esistenza vacillante che riprede però speranza con il suo arrivo in Veneto, dove, nonostante la difficoltà nel lavorare in osteria, nel capire il dialetto e nel relazionarsi alla piccola e chiusa realtà dei pescatori, riesce a riportare alla memoria le sue origini.

    Due luoghi agli antipodi del globo vengono così uniti dalla memoria, dal ricordo dell’infanzia e del lavoro paterno. È a Chioggia che Li incontra anche un amico, non casualmente soprannominato il Poeta, anche lui immigrato e solo, l’unico ad avere la sensibilità di cercare di conoscere la protagonista e soprattutto di non vederla come qualcosa di transitorio. Il pericolo di una permanenza oltre il tempo concesso, di un legame che non può esistere è avvertito tanto dai cinesi quanto dagli italiani. Alla luce che risplende sui due protagonisti in laguna, si oppone l’oscurità e la nebbia delle piccole vie della città e delle imposizioni.

    L’accettazione della propria condizione permette a Li di vivere la vita che da sempre aveva desiderato, di riabbracciare suo figlio, ma il tempo non è stato con tutti tanto cortese.

    A cura di Andrea Valmori

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  • Siamo figli di un Padre, pronti a tutto per difenderlo

    Siamo figli di un Padre, pronti a tutto per difenderlo

    È l’Italia del 1976, del boom economico, della tv a colori, della nazionale azzurra che vince la Coppa Davis e che saluta Niki Lauda, ma è soprattutto l’Italia degli anni di piombo, del terrore mascherato e di via De Amicis. La vita del ragazzo di dieci anni Valerio viene sconvolta quando assiste all’attentato terroristico ai danni del padre, il funzionario di polizia Alfonso Le Rose, da parte di un commando di terroristi dei NAP. Proprio mentre la madre soccorre il marito ferito, Valerio incrocia lo sguardo con uno degli attentatori, che si è tolto la maschera, poco prima che muoia.

    La vita di Valerio e della famiglia Le Rose viene condizionata per sempre. L’estate scaccia via i pensieri tormentati di Valerio che fugge dalla angosciosa realtà grazia all’enigmatica amicizia con Christian, quello che sembra presumibilmente essere un amico immaginario.

    La frequentazione tra Valerio e Christian diviene sempre più fitta, fino a complicare le loro vite. Valerio fugge di soppiatto dalla scuola per mostrare al suo amico più fidato la dinamica dell’incidente che ha coinvolto il padre. I genitori di Valerio sono convinti che il figlio non fosse stato testimone dell’atrocità dell’attentato e scoprono così, invece, che le immagini che ha visto lo tormentano e angosciano. Diventa quindi necessario proteggere, tutelare e salvare Valerio.

    Il film di Claudio Noce è estremamente abile nel saper ricreare con fedeltà e intensità le ambientazioni, i costumi ed i colori degli anni ’70, nel riportare in vita la memoria di un’epoca tormentata e faticosa, di un’Italia che abbraccia con intensità la ripartenza economica e sociale ma che lotta con i drammi della politica. Il film tuttavia, scenografia a parte, risulta lento e complicato, ingolfato nella narrazione e tremendamente piatto, privo di lampi di azione, intensità e curiosità. Una narrazione fedele alla storia ma vista con gli occhi fanciulleschi di un bambino. Impossibile non ammirare Favino, tra i più iconici attori contemporanei italiani, in quella che però con grande probabilità è la sua prova attoriale meno riuscita, nonostante la consacrazione ricevuta al Festival di Venezia 2020 con la Coppa Volpi come Migliore Attore.

    Padrenostro ci ricorda comunque di come siamo tutti figli di un padre, una figura monumentale nella crescita di ognuno di noi, non immune però alla paura e alla sofferenza. Alfonso Le Rose è una roccia ma anche un gigante dai piedi d’argilla, accanto al quale Valerio si sente fisicamente inadeguato ma anche desideroso di mostrarsi tanto forte da diventare per il padre un angelo custode.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Machan – La vera storia di una falsa squadra

    Machan – La vera storia di una falsa squadra

    Machan: la partita della vita

    Ventitré giocatori di una squadra che non esiste, l’emigrazione, le scelte difficili: Uberto Pasolini mette in campo un fatto di cronaca realmente accaduto nel 2004 analizzandolo attraverso temi psicologici e sociali, con uno sguardo da docufilm.

    La povertà e la disoccupazione spingono i protagonisti a lasciare il proprio Paese, lo Sri Lanka, per cercare migliori opportunità e condizioni di vita. L’allontanamento dalle proprie radici diventa per alcuni una liberazione, per altri una perdita di identità. Il concetto stesso di identità è infatti il fulcro del film: la fatica di costruirsi un ruolo, di darsi un obiettivo e di trovare un luogo a cui appartenere, in senso fisico o metaforico.

    E quale luogo è migliore di uno spazio inventato, un gruppo, una squadra sportiva? Composta da un cameriere, un venditore di arance, un becchino, un truffatore e altri improbabili membri, nasce la nazionale di pallamano dello Sri Lanka con lo scopo di ottenere un visto per l’estero e una nuova prospettiva di vita. La regia riesce così ad affrontare tematiche importanti con la giusta ironia, senza melodrammi: un debutto che funziona bene e strappa un sorriso.

    Con uno stile essenziale e diretto, Pasolini (produttore di “Full Monty”) sceglie la via della leggerezza e dell’affetto verso i suoi personaggi che varcano confini e sono fiduciosi nel futuro, anche se più una volta ammettono che “sarebbe bello poter stare bene a casa nostra”. Non è sempre possibile, purtroppo, e questa storia ci lascia con una nota d’amarezza: la squadra si sfalda, l’identità si frammenta e parte in cerca di nuovi ruoli da assumere e nuovi confini da superare. E spesso, anche senza sapere le regole, bisognerà giocarsela ugualmente.

    A cura di Emma Onesti

     

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  • Welcome

    Welcome

    Welcome: quando il cinema influenza la politica

    Nel 2009 uscì in Francia un film che fece molto discutere, fino a portare a disegni di legge, proposte di referendum e tanto altro. Il titolo è Welcome e parla di un giovane ragazzo iracheno intenzionato ad attraversare la Manica a nuoto e raggiungere l’Inghilterra. Per la cronaca, la distanza tra Calais (città francese dove è ambientato il film) e Dover (città inglese) è di trentatré chilometri; un percorso piuttosto arduo da fare a nuoto, soprattutto se si aggiungono le correnti provenienti dall’Atlantico e l’acquadel Mare del Nord, che si aggira tendenzialmente intorno ai dieci gradi.

    Bilal è un ragazzo di diciassette anni che scappa dalla guerra che sta devastando il suo paese: l’Iraq. Affrontato a piedi tutto il territorio dalla madrepatria fino alla Francia, una volta a Calais, la traversata per l’Inghilterra potrebbe sembrare a quel punto una difficoltà nemmeno troppo insormontabile. Insomma, Bilal è sostanzialmente arrivato. In più, ricordiamoci che, nel caso non riuscisse a raggiungere il Regno Unito, comunque si troverebbe in Francia e più in generale in Europa: non certo paesi in macerie a causa della guerra. Tuttavia, fallito il primo tentativo per motivi sfortunati, Bilal non demorde e si mette in testa di arrivare a Dover (e poi a Londra) a nuoto.

    In realtà, per quanto ne sappiamo, il canale della Manica a nuoto è attraversabile, solo che possono riuscire nell’impresa sportivi allenati, ben muniti e soprattutto seguiti dal team. In più, durante la competizione il passaggio di traghetti e navi merci viene interrotto: si pensi nuotare in mare aperto e vedere passare a fianco un colosso grande quasi come il Titanic.

    Bilal inizia a frequentare la piscina di Calais per allenarsi all’impresa e subito viene rimproverato da un istruttore: Simon Calmat. Parliamo del classico uomo di mezza età che vive la vita per metà arrabbiato perché non è diventato niente e l’altra metà depresso per lo stesso motivo. Appena divorziato dalla moglie, l’unica cosa che solleverebbe Simon sarebbe una morte veloce e indolore. Non importa quando: solo veloce e indolore. Non essendosi mai guardato intorno, non si è mai accorto che la sua città pullula di immigrati, fino a quando uno di loro non capita proprio in una delle sue vasche. Senza affetti e disincantato, Simon rivela subito al ragazzo, senza mezzi termini, quanto sia folle l’idea. Tuttavia, rimane stupito dalla tenacia del giovane, il quale, un po’ per ingenuità adolescenziale, ma soprattutto perché al di là della Manica si trova la sua fidanzata (ed ecco perché la Francia non basta), è sempre l’ultimo ad uscire dalla piscina e sempre il primo ad entrarci.

    Aiutando il giovane però, Simon inciampa in una legge bizzarra che è tuttora in vigore in Francia: il favoreggiamento di clandestini, cioè coloro che aiutano gli immigrati non a uscire dal paese, ma semplicemente ad ambientarsi in Francia. È proprio per questo che il film, da noi quasi sconosciuto, ha suscitato così tanto clamore in patria. Alla sua uscita, il regista Philippe Lioret partecipò addirittura ad un dibattito con il ministro dell’immigrazione d’allora, Éric Besson, nel famosissimo show Ce soir ou jamais. In più, il parlamentare Daniel Goldberg introdusse una proposta di depenalizzazione, senza però avere successo.

    Insomma, la pellicola, oltre ad essere più attuale che mai, ha scosso e scuote ancora oggi l’opinione pubblica, il che, per una democrazia è sempre un bene. Onore a Philippe Lioret.

    A cura di Alessandro Randi

     

     

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  • Good Bye, Lenin!

    Good Bye, Lenin!

    Oltre la Storia

    Immaginate di essere nati nella Germania dell’Est alla fine degli anni Sessanta: poco prima di voi è nato il Muro di Berlino con tutto quello che questo comporta. Contemporaneamente alla vostra venuta al mondo, lo scontro ideologico tra capitalismo e comunismo si è inasprito più che mai e finite per crescere in un clima di scontro e diffidenza. Tutto sommato, però, la cosa non vi sta così stretta: a mala pena ve ne accorgete, siete bambini, avete una bella famiglia, grandi sogni e speranze per il vostro futuro. Ma poi una dirompente crepa squarcia la vostra esistenza: vostro padre scappa con un’altra donna al di là del Muro, abbandonandovi ad Est con una madre depressa e una manciata di sogni infranti.

    È la storia Alex e si avvicina il fatidico ottobre 1989: passano gli anni, le giornate sono monotone, ma, ancora una volta, è riuscito a trovare un equilibrio in quella monotonia. Ciò che non sa è che nell’arco di qualche mese la sua vita verrà stravolta. La madre, che nel frattempo ha sposato la causa socialista con tutta sé stessa, viene colpita da un infarto ed entra in coma. Di lì a poco il Muro di Berlino cade, il socialismo viene sconfitto e il capitalismo invade ogni angolo della vita. Stanno crollando le certezze di una vita e il mondo in cui si è cresciuti, ma il 1989 sta anche per finire, un nuovo decennio è alle porte e tutto attorno urla, sbraita ed impone il cambiamento. Otto mesi dopo la nuova sfida: il risveglio inaspettato della madre.

    Alex non rimugina troppo sul da farsi, ha le idee chiare: fare di tutto per far credere alla donna che non sia cambiato nulla di significativo durante il suo letargo, se non piccole cose quali il suo fidanzamento e il cambio di partner della sorella. Il partito socialista ha continuato ad affermarsi indisturbato, non senza qualche novità (significativo che la coca-cola venga presentata come una bevanda sovietica con chiara ironia). Alex, dunque, con l’aiuto della fidanzata e della sorella, cerca in tutti i modi di tenere in vita per la madre la Repubblica Democratica Tedesca, con una tenerezza quasi disarmante: con l’arrivo del capitalismo è infatti impossibile trovare i prodotti che si mangiavano abitualmente, ma Alex si inventa qualsiasi stratagemma pur di camuffare i nuovi cibi con quelli vecchi arrivando a frugare nella spazzatura. Le strade, i muri, le case e i vestiti vengono radicalmente modificati dall’arrivo dell’occidente. Il castello di bugie regge fino a che la madre, un giorno, esce di casa trovandosi davanti una Belino completamente nuova, ma soprattutto è protagonista di una delle scene più iconiche del film: la statua di Lenin che fluttua nell’aria, che quasi sembra guardarla e tenderle la mano; il suo sguardo, anche se la voce non parla, urla Good bye, Lenin!.

    Becker riesce impeccabilmente a trasporre sul grande schermo il sentimento di straniamento e di disorientamento vissuto dagli abitanti della Germania dell’Est in quegli anni. Dobbiamo ricordarci, infatti, che la Storia è fatta di eventi e gli eventi sono fatti dalle persone e dalle relazioni tra di esse. Quello che fa la pellicola, dunque, è accompagnarci con delicatezza ed ironia a scoprire le sfaccettature, a tratti drammatiche, di questo evento, narrato sempre e solo come la vittoria del capitalismo o la vittoria dell’Occidente. Qui, invece, tocchiamo con mano ciò che questo ha significato per le persone, per la loro quotidianità, per chi stava di là di quel Muro.

    A cura di Agnese Graziani

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