Categoria: Recensioni

  • Non essere cattivo

    Non essere cattivo

    Non essere cattivo: un accattone in più

    Fellini. Pasolini. Monicelli. Cinema italiano anni ’60. Anche Trainspotting. Taxi Driver sicuramente. Questi sono i primi riferimenti culturali che balzano all’occhio guardando Non essere cattivo. Chiaramente non è altro che la punta dell’iceberg e non potrebbe essere altrimenti quando il regista è Claudio Caligari, autore di tre soli film, ma uno più profondo dell’altro. A licenziare un’opera impiegava più o meno quindici anni e si aveva la sensazione che sapesse troppe cose, che fosse toccato nel profondo da troppe realtà. E che non riuscisse a scegliere cosa rappresentare e cosa no. Era come Federico De Roberto, che, terminati I Viceré, si preparò a realizzare quello che secondo lui sarebbe stato il romanzo della sua vita, L’Imperio, ma che alla fine non arrivò a finirlo a causa della maniacale ossessione di migliorarlo. Anche Caligari rischiò di non terminare il suo Non essere cattivo. Morì pochi giorni dopo il termine del montaggio. Se ne andò, secondo alcuni, con il disincanto dei veri Romani, sussurrando: «Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film». E invece, il terzo è arrivato.

    Ostia, 1995. Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi) sono due perdigiorno provenienti dalle borgate romane, la cui vita si potrebbe riassumere con il titolo del recente documentario dedicato al regista Caligari: Se c’è un aldilà, sono fottuto (2019). Tutto il giorno al bar con gli amici, i due tirano avanti mettendo a segno qualche colpo: un furtarello di qua, un po’ di spaccio di là. Quando possono, si drogano anche loro. Sullo sfondo c’è il mare di Ostia, che attribuisce all’atmosfera la malinconia tipica di chi vorrebbe scappare, ma non può. Ci sono delle ragazze che gravitano intorno alla banda, tra le quali una inaspettata Emanuela Fanelli, che a dire la verità si fa fatica a prendere sul serio, dal momento che interpreta la tipica “burina” romana che poi ha tanto scimmiottato nella sua carriera da comica. A un certo punto, in questa vita senza arte né parte, che non sembrava dovesse regalare cambiamenti di sorta, Vittorio comprende, un po’ per necessità, un po’ per maturità, che non si può andare avanti così. Sempre fatti, sempre sballati. Senza un’entrata fissa, quasi senza una casa. Bisogna iniziare a lavorare. Ci prova Vittorio, ci prova. Tenta anche di convincere Cesare, ma il suo amico d’infanzia non ne vuole sapere. Ecco che avviene la crisi. I due non litigano, ma dal punto di vista narrativo è qui che cambia tutto. È qui che viene fuori Accattone. Il parallelismo tra i due protagonisti è quasi esplicito. Cesare non cambia. Non ne vuole sapere.

    Ne è piena la storia del cinema di coppie che, evolvendosi uno e non l’altro, alla fine si separano. Basti pensare a Pulp Fiction, dove Jules analizza gli eventi che lo circondano e giunge al cambiamento più estremo: quello religioso. Invece, Vincent, tutte le volte che si trova in difficoltà, va in bagno, dove non a caso farà una brutta fine. Ma questo topos narrativo non viene ripreso casualmente: ritorna sempre perché è così che avviene nella vita. Caligari non si inventa storie. Riprende fedelmente le borgate. Come fece Pasolini, solo che questo le filmava negli anni ’60 e Caligari negli anni ’90. Ma, come accennato sopra, non è solo l’autore friulano a influenzare il regista. Taxi Driver di Scorsese è omaggiato da alcuni frammenti jazzistici nella colonna sonora. Amici Miei di Monicelli è ripreso nella scena in cui Vittorio chiede al figliastro di fargli leggere il tema scolastico che descrive la sua vita quotidiana.

    Insomma, le opere di Caligari vanno ben oltre la semplice visione. Sono costruite su più strati: chiaramente si può, senza impegno, guardarle e comunque goderne, ma nella parte sottostante dell’iceberg c’è tanta conoscenza e tanta cultura cinematografica. Forse è questo che lo ha condannato alla sottovalutazione: bisogna essere veri amanti del cinema per comprenderlo. Non essere cattivo rappresenta l’inaccessibilità di pellicole come queste, che dal punto di vista qualitativo dovrebbero essere tra le prime scelte del cinema italiano, ma che invece rimangono negli abissi. Quando Caligari se ne andò, sciaguratamente prima di vedere il suo film finito, Mastandrea, che deve in parte la sua carriera a lui e che era produttore della pellicola, lo commemorò rivendicandone le qualità umane e artistiche. E un anno prima, nel 2014, scrisse una lettera aperta a Martin Scorsese per chiedergli sostegno nella produzione di Non essere cattivo. Tra le parole dell’attore, si legge: «Perché il Cinema di questo signore, Claudio Caligari, merita più di quanto è stato fino a oggi. E perché lo ripeto, quanto lo ama Claudio, il Cinema, forse neanche tu, Martino».

    A cura di Alessandro Randi

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  • L’età dell’innocenza (The Age of Innocence)

    L’età dell’innocenza (The Age of Innocence)

    L’età dell’innocenza: tra apparenza e tradizione

    Pendenti e bracciali, argenteria e ceramiche, sigari e piatti da portata: la cinepresa di Martin Scorsese indugia con piacere sui simboli di un mondo sfarzoso e opulento. È la New York degli anni Settanta del XIX secolo, sulle cui strade non sfrecciano ancora i taxi gialli ma solo le carrozze trainate dai cavalli. Archer Newland è una delle tante pedine in questo gioco di apparenze e di malelingue: figlio di una delle famiglie più facoltose, lavora come avvocato ed è fidanzato con May Welland, fatua ragazzina in attesa di sposarsi.

    Guidati dalla voce di una suadente narratrice (il film è tratto dall’omonimo romanzo di Edith Wharton), abbiamo il privilegio di varcare le porte delle case private in cui si organizzano balli e cene di gala. La società che ci viene presentata non è molto dissimile da quella vittoriana inglese: in un benessere economico dilagante tra le fasce più alte, esiste una totale discrepanza tra i valori di rispettabilità ostentati dai membri dell’élite e la loro vera natura, vacua e corrotta. Non sarà un caso che il profilo della signora Mingott, «imperatrice» e «matriarca di questo mondo», ricordi vagamente proprio quello della regina Vittoria.

    Nella ragnatela di parentele intrecciate coi matrimoni si ha quasi l’impressione di soffocare. E la nuova preda dei pettegolezzi è la contessa Ellen Olenska. Fuggita da un matrimonio fallimentare con un conte polacco, la donna aveva trovato rifugio presso la famiglia di May, di cui era cugina. Archer sembra l’unico realmente interessato alla sorte di Ellen e a credere che non si meriti quel tipo di trattamento solo per la vita infelice che aveva trascorso in Europa. E se inizialmente l’avvocato metteva in discussione il conformismo della società solo in privato, sostenendo invece la famiglia e la tradizione in pubblico, alla fine anch’egli si sarebbe esposto sempre più per la donna che aveva risvegliato in lui sentimenti sopiti da tempo.

    Insofferenti entrambi a quel mondo in cui «la verità non era mai detta né pensata», Ellen e Archer si sfiorano di continuo ma non riescono mai a cogliere l’occasione giusta per svincolarsi dai propri ruoli e per decidere di vivere la loro relazione apertamente. Né l’uno né l’altra, più o meno consciamente, sono infatti in grado di accendere la miccia. Conformarsi alla tradizione e sposare May sarà per Archer la via più facile da percorrere, nonostante Ellen gli avesse dato «il primo scorcio di una vita vera».

    Una vita vera stritolata dalla “ragion di famiglia”, dalla tranquillità di una quotidianità domestica da sempre accarezzata, in cui non c’era spazio per il nuovo che scardina le vecchie abitudini e mette in discussione le proprie certezze. Qualcuno potrebbe comunque pensare che, a voler essere ottimisti, la resa di Archer non sia totale: rifugiandosi nel cantuccio della propria immaginazione, l’avvocato newyorkese continua a figurarsi la propria relazione con Ellen in maniera astratta, «come un amore immaginario» di un dipinto, rimpiangendo «la visione completa di tutto ciò che aveva perduto».

    A cura di Mattia Rizzi

     

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  • Cosa sarà

    Cosa sarà

    Gioco di sguardi

    Drasticamente piombato in una vita diversa. Precipitosamente chiamato a fare i conti con sé stesso. Inevitabilmente obbligato a cambiare sguardo sulla realtà che lo circonda. Sono queste le fasi che attraversa Bruno Salvati, regista di professione, quando scopre di essere malato: ha un tumore al sangue e senza trapianto ha il tempo contato.

    Cosa rimane a un uomo malato, da poco separato e senza successo sul lavoro? In tanti forse risponderemmo: «niente», ma Bruni ci sfida. La sua risposta è un’altra e la urla forte e chiaro tra le sequenze di questo film: a quell’uomo rimangono gli sguardi. Lo sguardo penetrante della figlia, della dottoressa e della ex-moglie – unica parte del viso che può vedere a causa della mascherina – che lo tengono vivono durante la chemioterapia; lo sguardo rinnovato con cui lui guarda il padre e la madre ormai defunta; ma soprattutto lo sguardo con cui guarda sé stesso, che cambierà per sempre dalla diagnosi in avanti. Il percorso in cui Bruni ci accompagna è un intensissimo gioco di sguardi tra il protagonista e la sua vita: parzialmente autobiografica, la pellicola ci racconta di come alcuni eventi della vita – e a volte anche solo il continuare a vivere – facciano sì che il nostro modo di vedere le cose sia inevitabilmente trasformato. E che con questo cambi anche la nostra persona, e con lei tutta la nostra vita. È un percorso per guardare indietro, aprire gli occhi sul passato, ma anche e soprattutto sul presente: scoprire che «la sua testa è a forma di lampadina», che Roma è bella la mattina presto, che i suoi figli hanno varie allergie; scoprire che il cinema è davvero la sua passione e che, infondo, nessuno è perfetto, nemmeno lui.

    Senza saperlo (il film è stato finito di registrare nel dicembre 2019), Francesco Bruni ha centrato in pieno uno dei temi a noi più quotidiani in questo momento storico: per via delle mascherine anche noi, oggi, siamo costretti a vedere il mondo e le altre persone solo attraverso i loro sguardi, perché del loro viso non vediamo nient’altro. E in questa pellicola dunque ne capiamo l’importanza, il valore e tutte le sfaccettature, anche nelle situazioni più drammatiche e disperate. Ed è solo così che vedremo, assieme a Bruno, «cosa sarà».

    A cura di Agnese Graziani

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  • Profondo rosso

    Profondo rosso

    Sangue da vendere, talento nelle vene

    Un musicista indaga su una serie di delitti che colpiscono Roma per riuscire a trovare il killer. Basta questo. La sinossi è l’ultimo dei problemi per chi si avvicina a Profondo rosso. Il film non solo presenta una banalissima intelaiatura da “giallo all’italiana” già vista nella Trilogia degli animali, ma è più in generale costellato da una moltitudine di errori di scrittura uno più grossolano dell’altro: dialoghi che scadono in siparietti incoerenti con l’atmosfera del film, azioni sconsiderate e poco probabili da parte dei protagonisti, talvolta espedienti di trama molto deboli. Apparentemente quello appena descritto è il più classico degli horror blockbuster con tanto di Jumpscare a cui, soprattutto in questi anni, siamo abituati. Quelli di Argento sono spesso film di mero intrattenimento, senza pretese, e anzi pronti a “scendere” al livello dello spettatore medio, favorendo uno spettacolo il più semplice possibile. A quel punto chi è in sala o davanti al televisore non deve fare altro che abbassare la guardia, lasciar fare il regista e farsi fregare.

    Nonostante il suo film più riconosciuto a livello internazionale sia Suspiria (1977), gran parte degli spettatori italiani che ha visto il vero Argento al cinema si ricorda sempre di Profondo rosso, che era uscito solo due anni prima. Nel 1975 il regista romano coglie il pubblico in controtempo e di sorpresa, innovando ciò che aveva già creato uno spartiacque nel 1970 ne L’uccello dalle piume di cristallo, consacrazione del giallo nostrano. Profondo rosso porta in scena il thriller della Trilogia degli animali, unendolo ad una vena orrorifica che caratterizzerà in maniera più consapevole i successivi horror paranormali a partire proprio da Suspiria.

    Ciò che differenzia Argento dai registi del passato e del presente è una destabilizzazione visiva essenziale dello spettatore: la risoluzione dell’enigma si compone e si disfa nel giro di pochi secondi, celandosi in piena vista, lasciando una sensazione di dubbio, disagio e impotenza. Le figure misteriose del capolavoro di Dario Argento si nascondono in specchi opachi o poco visibili, dal vetro del bagno nell’incipit, alla pozza di sangue del finale. Proprio il sangue è per la prima volta co-protagonista, nelle vesti di aiutante di un killer come al solito “troppo” vicino allo spettatore – cortesia delle soggettive e delle istantanee al dettaglio – ma soprattutto pericolosamente più vicino al protagonista.

    Il puro aspetto horror in realtà non contraddice le premesse sulla scrittura, che anzi offrono uno spunto di riflessione interessante. La trascuratezza della forma, intesa come coesione interna, mette solo più in risalto la natura grezza ma cristallina della sostanza: quella di Argento è una visione e soprattutto una regia del brivido personale ma allo stesso tempo semplice e universale. La naturalezza lo ha sempre contraddistinto, nel bene e nel male. Se negli anni ‘70 e ‘80 era effettivamente il next big thing, successore spirituale di Bava – a cui comunque deve tantissimo sia in termini di regia che di ispirazione –, a partire dagli anni 2000 il talento puro non gli è più bastato. L’Argento recente è “orrorificamente” perfetto ma sempre più rifugiato nelle atmosfere e convenzioni di un tempo, che seppur concettualmente funzionali, stonano in un presente che giustamente non riesce a farle sue, o meglio, le ha già metabolizzate. In questo senso ormai la sostanza non riesce più a compensare la forma. Dario è rimasto un Peter Pan sanguinario che a volte torna a visitare i ragazzi del presente, chiedendogli di accompagnarlo nella sua Isola che non c’è dove tanti anni prima aveva terrorizzato i loro genitori.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • Marie Antoinette

    Marie Antoinette

    Marie Antoinette: We want candy

    La palette color pastello di Sofia Coppola ci introduce in un mondo dove Kirsten Dunst è la Maria Antonietta dei nostri giorni, che, appena arrivata dall’Austria alla corte di Francia, viene descritta come una bambina a cui piace lo strudel. Ed eccoci subito a Versailles, il luogo dei riti, dello sfarzo e dello spettacolo in cui questo coming of age prende forma e si estingue come la reggia stessa, che ospitò gli ultimi sovrani dell’ancien régime prima della Rivoluzione.

    Quasi vent’anni di storia sono racchiusi nei colorati pasticcini dei vassoi delle dame, nei fiumi di champagne delle feste infinite e nel volto di porcellana della regina degli scandali. Ma c’è di più (o di meno): il film diventa presto un prodotto ibrido tra il genere storico e il teen movie con indizi anacronistici che sorprendono e deliziano lo spettatore più attento (un paio di converse, la musica pop…). Il personaggio viene così destoricizzato, reso specchio delle insicurezze e dei desideri di ogni ragazza adolescente di questi tempi (festeggiare il diciottesimo fino all’alba, ad esempio).

    Maria Antonietta vive in un mondo tutto suo, nella totale alienazione esistenziale che fa parte della crescita e che la regia trova il modo di esprimere con delicatezza. La maternità e la maturazione della regina, nella seconda parte del film, corrispondono poi anche ad un cambio del suo gusto: in un abito bianco passeggia in giardino, circondata dalla natura e in compagnia della propria bambina. Niente eccentriche o bizzarre pettinature.

    Siamo dunque lontani dalle messe in scena della corte, ma forse il paesaggio ora ci ricorda il set di uno shooting di Vogue. La magnifica fotografia di Lance Acord (Lost in translation, Adaptation, Being John Malkovich) illumina gli interni decorati e gli esterni soleggiati fluttuando sugli eventi e traendone immagini patinate e artefatte. Il film, girato nel 2006, prelude infatti ad un tipo di estetica instagrammabile: le stories di un gruppo di amici che gioca a “Chi sono?”, le nuove esperienze, la musica over che accompagna gli avvenimenti come in un videoclip.

    Ed infine la crisi, la Rivoluzione di cui ci accorgiamo solo quando sfonda la soglia della reggia con la sua folla inferocita. L’età contemporanea ha inizio, la regina fa un inchino: i tempi delle feste sono finiti. I sovrani si sorridono a bordo della carrozza che li condurrà al patibolo, lei pronuncia il suo addio e la camera nuziale è in frantumi. Ma nel nostro immaginario Maria Antonietta sguazza ancora come una mosca nello champagne.

    A cura di Emma Onesti

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  • Enemy

    Io sono il mio nemico!

    Adam Bell (Jake Gyllenhaal) è un professore di storia di Toronto che conduce una vita monotona e ripetitiva. La ruota della vita si inceppa quando scopre che un attore in un film che gli hanno caldamente consigliato è spaventosamente uguale a lui. Non si tratta di una semplice somiglianza: è un sosia. Il grande topic del film di Villeneuve è il tema del doppio. Il professore, infatti, viene sconvolto dall’idea che un essere umano possa apparire identico a lui. La concreta esistenza di un sosia implica uno scombussolamento interiore per vari motivi: è realmente spaventosa l’idea di vedere fisicamente un tuo doppio nuotare nella confusione dell’esistenza, poiché ci rende consapevoli di quanto la nostra personalità possa spezzettarsi fino all’annientamento dell’identità. Ho un fratello gemello? Sto vivendo nel mondo reale o nella finzione? Sono queste un po’ le preoccupazioni che si innescano a causa di un’evidenza carnale di un doppelgänger. Il film, tratto dal romanzo L’uomo duplicato di José Saramago, si fa sempre più ambiguo ed enigmatico fino ai minuti finali senza nessun calo di tensione, mantenendo il grado di adrenalina sempre elevato.

    Ma come lo si può interpretare Enemy? È un sogno? Un’esplosione della schizofrenia del protagonista? Certamente nelle nostre fantasie accade spesso di desiderare di essere qualcun altro. Desiderare un’altra vita, un’altra professione, un’amante che non sia incinta perché non ci sentiamo pronti per adempiere al dovere della paternità. Chi dei due sosia ha “creato” inconsciamente un altro al di fuori di sé stesso è proprio l’attore e non il professore Adam Bell.

    Il film presenta una figura simbolica importantissima a cui è doveroso sottoporre la nostra attenzione. Si vedranno degli aracnidi comparire all’interno di Enemy. Indicativamente c’è un ragno nell’incipit, un ragno nella parte centrale e nei minuti finali. Il protagonista a un certo punto sembra avere una visione: un ragno gigante che cammina sulla città di Toronto. Quest’ultima immagine di delirio non è altro che una bellissima citazione a una scultura magnifica di Louise Bourgeois, Maman, situata nella città spagnola di Bilbao. Si tratta di una gigantesca statua in bronzo, alta dieci metri e larga altrettanto, raffigurante un enorme ragno.  Maman è il grande omaggio alla maternità, al mondo femminile, «il ragno è un’ode a mia madre, lei era la mia migliore amica»: dichiarò la famosa scultrice. Un’iconografia stupenda, poiché l’installazione restituisce un forte senso di protezione piuttosto che di ribrezzo nei confronti dell’animale a otto zampe. Non a caso, anche nel film di Villeneuve il ragno è riconducibile all’universo femminile.

    La splendida fotografia color seppia, alimentata da una scenografia spoglia e ambientazioni cupe, rispecchia alla perfezione la psiche del protagonista, il monocromatismo del film è adatto alla monotonia della sua vita. Il punto forte, però, è proprio Jake Gyllenhaal: la conferma di un talento con pochi eguali all’interno del panorama contemporaneo. Uno degli attori più incisivi della sua generazione che ci dona un’interpretazione spaventosa, complicatissima e incredibilmente empatica.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Enemy

    Enemy

    Io sono il mio nemico!

    Adam Bell (Jake Gyllenhaal) è un professore di storia di Toronto che conduce una vita monotona e ripetitiva. La ruota della vita si inceppa quando scopre che un attore in un film che gli hanno caldamente consigliato è spaventosamente uguale a lui. Non si tratta di una semplice somiglianza: è un sosia. Il grande topic del film di Villeneuve è il tema del doppio. Il professore, infatti, viene sconvolto dall’idea che un essere umano possa apparire identico a lui. La concreta esistenza di un sosia implica uno scombussolamento interiore per vari motivi: è realmente spaventosa l’idea di vedere fisicamente un tuo doppio nuotare nella confusione dell’esistenza, poiché ci rende consapevoli di quanto la nostra personalità possa spezzettarsi fino all’annientamento dell’identità. Ho un fratello gemello? Sto vivendo nel mondo reale o nella finzione? Sono queste un po’ le preoccupazioni che si innescano a causa di un’evidenza carnale di un doppelgänger. Il film, tratto dal romanzo L’uomo duplicato di José Saramago, si fa sempre più ambiguo ed enigmatico fino ai minuti finali senza nessun calo di tensione, mantenendo il grado di adrenalina sempre elevato.

    Ma come lo si può interpretare Enemy? È un sogno? Un’esplosione della schizofrenia del protagonista? Certamente nelle nostre fantasie accade spesso di desiderare di essere qualcun altro. Desiderare un’altra vita, un’altra professione, un’amante che non sia incinta perché non ci sentiamo pronti per adempiere al dovere della paternità. Chi dei due sosia ha “creato” inconsciamente un altro al di fuori di sé stesso è proprio l’attore e non il professore Adam Bell.

    Il film presenta una figura simbolica importantissima a cui è doveroso sottoporre la nostra attenzione. Si vedranno degli aracnidi comparire all’interno di Enemy. Indicativamente c’è un ragno nell’incipit, un ragno nella parte centrale e nei minuti finali. Il protagonista a un certo punto sembra avere una visione: un ragno gigante che cammina sulla città di Toronto. Quest’ultima immagine di delirio non è altro che una bellissima citazione a una scultura magnifica di Louise Bourgeois, Maman, situata nella città spagnola di Bilbao. Si tratta di una gigantesca statua in bronzo, alta dieci metri e larga altrettanto, raffigurante un enorme ragno.  Maman è il grande omaggio alla maternità, al mondo femminile, «il ragno è un’ode a mia madre, lei era la mia migliore amica»: dichiarò la famosa scultrice. Un’iconografia stupenda, poiché l’installazione restituisce un forte senso di protezione piuttosto che di ribrezzo nei confronti dell’animale a otto zampe. Non a caso, anche nel film di Villeneuve il ragno è riconducibile all’universo femminile.

    La splendida fotografia color seppia, alimentata da una scenografia spoglia e ambientazioni cupe, rispecchia alla perfezione la psiche del protagonista, il monocromatismo del film è adatto alla monotonia della sua vita. Il punto forte, però, è proprio Jake Gyllenhaal: la conferma di un talento con pochi eguali all’interno del panorama contemporaneo. Uno degli attori più incisivi della sua generazione che ci dona un’interpretazione spaventosa, complicatissima e incredibilmente empatica.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • L’esercito delle 12 scimmie (Twelve Monkeys)

    L’esercito delle 12 scimmie (Twelve Monkeys)

    L’esercito delle 12 scimmie: un gioiello da recuperare

    Se, prima di sedersi davanti alla televisione, una persona si mettesse delle cuffie antirumore e facesse partire L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam, dalla prima immagine comprenderebbe comunque il genere del film. Ispirata al cortometraggio francese La jetée, del 1962, la pellicola è ambientata nel 2035, quando ciò che rimane del genere umano è forzatamente segregato nel sottosuolo a causa della pervenuta invivibilità in superficie. Infatti, nel 1996 l’umanità fu colpita da un violentissimo virus che ne decimò la popolazione. Per poterne studiare le cause, più e più volte vengono spedite unità in superficie con il compito di osservare il degrado presente e prelevare diversi campioni.

    Ma non solo: nonostante la forzata reclusione nei profondi meandri terrestri, gli studi scientifici hanno fatto diversi progressi. Questo conduce a tentativi che non si limitano al curare, ma contemplano anche il prevenire; avendo scoperto la possibilità di viaggiare nel tempo, spesso alcuni uomini forzatamente volontari vengono spediti nel 1996 per individuare chi sia stato il responsabile di quella violenta pandemia. È proprio in questo caso che incontriamo il nostro protagonista, James Cole, impersonato da un abile Bruce Willis, selezionato da Gilliam proprio per la sua dicotomia «uomo forte dallo sguardo sofferente». Cole viene spedito senza troppi complimenti prima nel 1990, a causa di un errore dello staff di ricercatori. Nonostante ciò, Cole può comunque iniziare a prendere familiarità con il mondo esterno, incontrando personaggi che poi risulteranno decisivi per il racconto. Quando poi il tiro viene corretto ed egli viene spedito nel 1996, può intervenire in fretta. È opinione comune, nel 2035, che a causare quell’enorme disastro sia stata non la natura, bensì la mano dell’uomo e, più dettagliatamente, il fantomatico “Esercito delle 12 scimmie”. Alla visione, si noterà che questa teoria pseudo-complottista sia sufficientemente fondata.

    Il film è entrato nell’immaginario collettivo per diverse ragioni. In primis, per le valide prove attoriali al suo interno: siamo negli anni ’90 e Bruce Willis sta cavalcando l’onda di Hollywood. È desiderato da molti registi, gira centinaia di film ed è uno dei rappresentanti della nuova generazione. Ancora: il film è arricchito da un semisconosciuto Brad Pitt. Ora, forse semisconosciuto è eccessivo. Ma, senza dubbi, prima del 1996 Pitt veniva chiamato dai registi solo perché era il volto più bello in circolazione. L’esercito delle 12 scimmie, d’altra parte, gli fornisce la possibilità di mostrare anche le sue capacità attoriali, che, come sappiamo, sono di sublime qualità. La difficoltà nell’interpretare Jeffrey Goines è impersonare uno schizofrenico. Anche la parlantina velocizzata richiede una profonda capacità attoriale. Ed è proprio sulla recitazione di Brad Pitt che arriva uno dei tanti aneddoti: infatti, Terry Gilliam ha affermato che per aiutare l’attore nei movimenti gli ha proibito di fumare per molto tempo. E, per quanto debba aver sofferto di astinenza, Pitt dovrebbe ringraziare il suo regista: L’esercito delle 12 scimmie è infatti l’ultimo gradino di una ascesa fulminea: nel giro di pochi mesi erano usciti nelle sale Intervista col vampiro, Vento di passioni e Seven.

    Ma è proprio sullo stile registico che il film guadagna quel punto in più. Di pellicole distopiche e fantascientifiche Hollywood ne ha sempre sfornate. È chiaro che più le case di produzione hanno soldi, più si possono sbizzarrire con effetti speciali e ambientazioni fantasiose. Ma il sistema di ripresa è frutto delle abilità del regista, non delle disponibilità economiche della casa produttrice. Ed ecco che Gilliam ci regala inquadrature di sbieco, oblique, inclinate e primi piani eccessivamente vicini al volto degli attori. Ma non alla Leone, dove questi sono eleganti e creano suspense. No: la telecamera sembra proprio infilata in bocca ai protagonisti, tanto da provocare una vera e propria scomodità nello spettatore. E, quando si deve rendere l’idea di un futuro invivibile e minaccioso, è giusto che il regista cagioni questo fastidio. In questo modo Bruce Willis sembra costantemente sotto effetto di psicofarmaci, che, più o meno, è quello che succede al suo personaggio; Brad Pitt è addirittura costretto a rinunciare a parte del suo fascino, assumendo anche lui le somiglianze di un pazzo omicida da cui ti allontaneresti volentieri. L’unica con cui la telecamera si prende un attimo di tregua è Kathryn Railly, impersonata da un incantevole Madeleine Stowe, che rappresenta la pace portata al cuore del disperato James Cole.

    Insomma, L’esercito delle 12 scimmie è un ottimo prodotto da vedere anche dai non amanti del genere. Un po’ per il cast, un po’ per la regia, e, perché no, anche per la trama, dal momento che è ambientato nel 2035 e, visto l’andazzo generale, non è da escludere che finiremo a vivere tutti sottoterra.

    A cura di Alessandro Randi

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  • La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)

    La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)

    La città incantata: «La sparizione di Chihiro»

    Quando cala la notte le strade delle terme di Aburaya si popolano di ombre senza volto e di creature del folklore giapponese. Le luci delle lanterne rosse delle locande si accendono e il cuore a vapore del complesso dei bagni pubblici torna a pompare aria calda nelle arterie dello stabilimento. Di giorno invece questo luogo è deserto e assomiglia a un parco dei divertimenti abbandonato: così almeno lo avevano inteso la madre e il padre di Chihiro quando, nonostante i timori della figlia, vi si erano avventurati incautamente. Trascinati dal profumo di piatti fumanti, i due avevano consumato le pietanze destinate agli spiriti e, proprio come i compagni di Odisseo, si erano trasformati in porci grufolanti.

    Chihiro spera di svegliarsi presto dall’incubo in cui sembra essere rimasta da sola. Ad accompagnarla in questo viaggio di formazione che la attende ci sarà però il giovane Haku. Su suo consiglio la ragazza si reca dalla proprietaria delle terme, perché l’unico modo per sopravvivere nel mondo degli spiriti è trovarsi un lavoro. A capo di questa macchina capitalista c’è infatti la strega Yubaba, vecchia dalla testa sproporzionata e dal lungo naso adunco, da cui Chihiro ottiene un contratto: come in un rito di passaggio, però, la ragazza va incontro a una “morte” simbolica, spogliandosi del suo vecchio nome e prendendo quello nuovo di «Sen». Del resto, lungo tutto la pellicola, sono distribuiti elementi topici che suggeriscono il cambiamento cui andrà incontro la protagonista: il tunnel che attraversa la famiglia prima della metamorfosi dei genitori, il fiume che separa il mondo dei vivi da quello degli spiriti, il ponte di accesso allo stabilimento termale e una lunga ferrovia percorsa da un treno di sola andata.

    Così la non più bambina inizia un percorso di maturazione che si snoda tra la fatica del lavoro, come la pulizia delle vasche termali, e le tante azioni cortesi nei confronti dei «gentili ospiti», tra cui quel nume fluviale creduto un «dio putrido» poiché inquinato dagli uomini (ritorna così anche la materia ecologica, da sempre cara al regista). Ma il viaggio intrapreso dalla protagonista porta a una crescita condivisa anche con Haku: se infatti in virtù del suo aiuto Chihiro potrà riabbracciare i genitori e tornare nel mondo dei vivi, sarà invece grazie alla ragazza che Haku, anch’egli divinità tutelare di un fiume, potrà ritrovare il nome che gli era stato sottratto da Yubaba e riconquistare così la propria identità.

    Per noi spettatori occidentali la pellicola ha un fascino irresistibile: l’intensità onirica e la policromia dell’ambientazione, l’ottima colonna sonora del fedele Hisaishi e il raffinato gusto estetico di Miyazaki sono difficili da tradurre in parole. Così come è difficile spiegare a un fruitore non giapponese quello che è successo alla giovane Chihiro, «sparita» – come si legge nel titolo originale – poiché rapita dai kami della religione shintoista. Eppure il prodotto del regista dello Studio Ghibli, che vinse il premio Oscar come miglior film di animazione nel 2003, è ancora in grado emozionare tutti, confermandosi un capolavoro intimo e sofisticato.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Foxcatcher – Una storia americana

    Foxcatcher – Una storia americana

    Il dolore di un’amicizia, il dramma di chi voleva tutto, perdendo sé stesso

    Foxcatcher, come accade in tante storie cinematografiche, racconta di un’amicizia, della sua evoluzione e delle sue conseguenze. Il sentimento più nobile e puro raccontato in questo film nasconde però la disamina di una follia, un dramma sportivo che tinge di orrore le pagine della cronaca nera, la storia di un moderno Icaro, che voleva volare toccando il cielo ma brucia nella sua mitomania. Un’amicizia totalizzante, feroce e sincera, un’amicizia dolorosa e vera.

    Il film del regista Bennett Miller – già noto al grande pubblico per l’opera Moneyball – vuole raccontare una storia vera ma caduta nel dimenticatoio moderno, quella dei fratelli Schultz, Mark e David. Cresciuti nell’America del dopoguerra, i giovani Schultz sono campioni olimpionici, campioni della lotta libera. Il miliardario John Du Pont, un fanatico di sport, nota i giovani per il loro talento e decide di investire sul loro futuro per iniziare il progetto – nutrito dal suo ego – di realizzare una squadra sportiva americana capace di competere con atleti di tutto il mondo.

    Dove Moneyball era una perfetta parabola hollywoodiana sulla volontà umana capace di superare ogni ostacolo, Foxcatcher è la storia di due anime in pena, persone solitarie e complessate incapace di rapportarsi al prossimo a un livello considerato accettabile dalla società. Una vicenda apparentemente innocua, apparentemente edificante, ma che nasconde sfumature cupe di avidità, mitomania, crudeltà, spietatezza.

    Al contrario di Moneyball, dove lo sport è protagonista ma in modo trionfale, questa volta Miller si avventura alla regia di una storia drammatica, a tratti ingiusta, dove i personaggi – interpretati da un cast stellare e impeccabile – riescono a comunicare con loro spettatore grazie al loro “non-detto”. È proprio l’assenza di palesamento delle emozioni che si riesce ad entrare in empatica connessione con lo stato d’animo dei fratelli Schultz, in cui si riesce a scavare nella mente malata di Du Pont.

    Mark Schultz è un uomo silenzioso, imperturbabile ed enigmatico, probabilmente vittima di depressione e imprigionato da un vortice di negatività. È l’epifania di Du Pont a cambiare completamente la vita, le ambizioni e le speranze di Mark, che ritrova nello sport e nella figura paterna di DuPont un’ancora di salvezza. Schultz si sente esaltato, celebrato e finalmente apprezzato come mai prima da quello che lui stesso definisce un «padre mancato», amato in modo incondizionato come mai gli era successo prima. L’intervento salvifico di Du Pont non nasconde però la sua anima tormentata, ferita da disturbi psichici e profondamente sola, abbandonata. Il loro rapporto è l’anima del film, una narrazione che ruota esclusivamente attorno a questo rapporto duale e totale, che porta lo spettatore a chiedersi, assistendo agli eventi, che cosa possa dividere e lacerare un rapporto così vero e profondo, fino allo strenuo.

    Un film corposo, fisico e imponente, rappresentato in modo esemplare dalla regia di Miller, sempre rigorosa e precisa, simile a quanto già visto in Moneyball. La fotografia, ovattata e satura, regala un’atmosfera tipica della stagione post guerra americana. Un film interessante quanto denso, non privo di errori ma ugualmente appassionante e avvincente, premiato da un cast eccezionale che non delude ma al contrario esalta la narrazione.

    A cura di Alessandro Benedetti

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