Tag: Animazione

  • Porco Rosso (Kurenai no buta)

    Porco Rosso (Kurenai no buta)

    Porco Rosso: guardando, senza fretta

    L’opera di Hayao Miyazaki non ha certo bisogno di celebrazioni, né tantomeno di essere presentata. Gli stilemi li conosciamo tutti: mondi fantastici, straordinari, che pur rassomigliando la nostra realtà, al contempo se ne distaccano nettamente, in cui gatti fungono da autobus, o città intere sono abitate da fantasmi e spiriti, o maghi e streghe combattono su castelli meccanici semoventi. Ad una prima occhiata sorprende, quindi, che un’opera come Porco Rosso, ambientata sulle sponde della Dalmazia, che narra di un’alleanza di pirati per abbattere un aviatore che vive proprio di taglie sulla loro testa, il tutto nella cornice dell’avvento del regime fascista, possa provenire dallo stesso autore. Nonostante il protagonista sia un maiale antropomorfo, la trama sembra essere più concreta, più reale del solito, per un autore come Miyazaki.

    In realtà, non bisogna farsi ingannare dalla sinossi: Porco Rosso è chiaramente un film di Miyazaki, e come tutte le sue opere ha un cuore, un’anima, e l’impronta del suo autore, brillante, celebrato, premiato con l’Oscar nel 2003, non ha bisogno di essere cercata, ma si rivela anche allo spettatore meno esperto man mano che la pellicola giunge al suo termine. Ciò che accomuna davvero le opere del fondatore dello studio Ghibli è la tendenza a rivolgersi al bambino che è nello spettatore, a donargli di nuovo la capacità di sorprendersi, di meravigliarsi. Questi film d’animazione, spesso esaltati quasi addirittura a sproposito, fanno comunque parte di una nicchia, quella dei film che vanno sentiti, più che visti. Porco Rosso, pur essendo evidentemente più plot-driven degli altri, conserva questa incredibile facoltà. Si potrebbe anche disquisire di come il ruolo della donna, il focus sul volo e la tematica della maledizione siano temi anch’essi cari al regista e disegnatore giapponese, ma è forse più interessante concentrarsi solamente sulla questione riguardante proprio lo stile, la messinscena, l’incredibile mescolanza di animazione, musica e sceneggiatura per cui lo Studio Ghibli sembra aver trovato la formula vincente, non solo per il successo commerciale, ma più virtuosamente per la produzione di opere complete, difficili da criticare.

    A differenza di molti registi di fantasy, che si dimenticano di farlo oramai da un po’, Miyazaki ha la grande abilità di prendersi il suo tempo, soffermarsi sulle cose, sui dettagli, e Porco Rosso non fa eccezione: guardiamo spesso il luccicante aereo di Marco, le acque blu della Dalmazia, senza tuttavia mai annoiarci; si riscopre un senso di meraviglia spesso accantonato per concentrarci sulle trame, sulle storie. È forse una conseguenza dell’egemonia del cinema americano che non siamo più abituati a vedere sul grande schermo opere che non hanno fretta, che dedicano all’immagine il giusto tempo. A questo va poi ad aggiungersi la componente necessaria data dall’animazione, che abbellisce, migliora ed alle volte completa addirittura la realtà. E allora, come scoprendo pian piano la città di Spirited Away, o ammirando il castello del mago Howl camminare in mezzo a infinite praterie, anche guardando qualche rondinella di mare o un hotel in Dalmazia, cose che sono magari sì fuori dall’ordinario, ma comunque inevitabilmente reali, rimaniamo inebriati da un’energia che alla realtà manca, quella data dalla possibilità di esperire un’immagine, di assorbirla e contemplarla proprio perché completamente nuova, anche per qualcosa di così concreto.

    Non sorprende, a questo punto, che Porco Rosso sia un film di Miyazaki, non solo per le tematiche care all’autore, anche qui riproposte, non solo per lo stile d’animazione, ma anche e soprattutto per la capacità incredibile di emozionare, prendendosi, tuttavia, tutto il tempo di questo mondo (e forse anche di un altro).

    A cura di Francesco Colombo

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  • La freccia azzurra

    La freccia azzurra

    La freccia azzurra: una favola per tutti

    Ambientato nella notte fra il cinque e il sei gennaio, La freccia azzurra di Enzo D’Alò, tratto dall’omonimo racconto di Gianni Rodari, è una favola poetica che rispecchia l’immaginario popolare dell’epifania. Il film, il primo lungometraggio dello studio di animazione Lanterna Magica, che costò ai suoi autori quasi quattro anni di lavoro, è un racconto delicato e tenero, un omaggio alla ricca immaginazione dei bambini.

    La storia ruota attorno a Francesco, un povero orfano che, nonostante la giovanissima età, è costretto a lavorare per aiutare la famiglia. Mentre tutti gli altri bambini attendono con ansia i doni della Befana, Francesco sogna di poter ricevere in regalo il treno giocattolo Freccia azzurra. La Befana però, costretta a letto da una strana influenza, delega il suo assistente, il signor Scarafoni (doppiato dal magnifico Dario Fo), a consegnare i doni la notte del sei. Ella non sa che Scarafoni, avido di danaro, ha accettato, dietro un lauto compenso, solamente gli ordini dei bambini di famiglie abbienti, gli unici, secondo l’assistente, che possono permettersi una lunga lista di balocchi. I giocattoli del negozio, promessi ai bambini ricchi, decidono dunque di boicottare i piani di Scarafoni e di concedersi solamente ai bambini puri di cuore, sinceri, che possano avere cura di loro. La storia, intrecciandosi con altre sottotrame riguardanti le peripezie di Francesco, termina con i giocattoli della Befana, animati per le strade del paese, a casa dei singoli bambini meritevoli.

    La natura del film di D’Alò lo rende fruibile sia a un pubblico più piccolo, incantato dalla bellezza dell’animazione e dall’immaginario favolistico della narrazione, sia ad un pubblico adulto, capace di leggere in profondità e di far emergere il significato di questa piccola storia di Natale. Fra un “voglio questo” e “voglio quello”, le richieste dei bambini più viziati fanno eco a quell’aspetto consumistico e capitalista che si manifesta sotto le festività: fra gli addobbi natalizi, le luci colorate e le città in festa, la smania di consumo pervade anche le menti più piccole portando i bambini a volere senza desiderare, a possedere senza amare. Per questo motivo D’Alò, come Rodari prima di lui, si sofferma su quei valori che le feste natalizie dovrebbero incarnare: bontà, amore, altruismo, fiducia, verità.

    Tutti queste virtù ci vengono restituite attraverso la ferma volontà dei giocattoli, già ingannati dal signor Scarafoni, di donarsi a chi desidera, non colleziona, a chi sogna con coraggio, non con superbia. Il messaggio viene veicolato in maniera semplice e puntuale anche grazie al tipo di animazione, lontano dalle produzioni disneyane, che D’Alò, qui alla sua prima opera, decide di mettere in scena. Il tratto grafico è di assoluta caratura, morbido e delicato, così come lo sono i colori. Inoltre, la narrazione è accompagnata da una squadra di doppiatori di altissimo livello (come il già citato Dario Fo) e da una bellissima colonna sonora di Paolo Conte, nella quale sono presenti le versioni strumentali di Il miglior sorriso della mia faccia e Vita da sosia.

    Il team di Lanterna Magica, grazie all’ottimo riscontro di critica e pubblico, produce negli anni successivi altri importanti film d’animazione. Accorciando i tempi di produzione, in soli due anni esce al cinema La gabbianella e il gatto, questa volta tratto dal racconto di Luis Sepúlveda. Anche quest’opera, considerata la pellicola d’animazione italiana di maggior successo commerciale, è caratterizzata da quello stile inconfondibile che ha reso Francesco e i giocattoli della Befana riconoscibili al grande pubblico. La freccia azzurra però, all’interno della produzione artistica di Enzo D’Alò, rimane il suo vero capolavoro stilistico e narrativo, capace di ritagliarsi un posto non solo nella storia del cinema italiano, ma anche nel panorama d’animazione mondiale.

    A cura di Davide Biolatti

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  • Big

    Big

    Big: il ritorno della periferia romana

    Tra i registi della capitale la periferia romana ha qualcosa di malinconico e magico. Molto spesso è utilizzata come sfondo per le loro opere: si vedano Garrone, Caligari, i fratelli D’Innocenzo e il capitolino di adozione Pier Paolo Pasolini. Ma se per il friulano il discorso è più complesso, in quanto ultimo grande artista della nostra storia, capace di spaziare dal romanzo alla pittura, dalla poesia al cinema, per gli altri si possono trovare tanti elementi in comune: il primo è appunto il richiamo ad Accattone; poi la mancata possibilità di elevazione sociale dei protagonisti, la loro condanna a vivere alla giornata e infine il destino di essere considerati la feccia della società. Anche sul piano cinematografico ci sono diversi punti di vicinanza: il richiamo neorealista, il mare sullo sfondo, il vernacolo romano a sottolineare la totale mancanza di educazione dei personaggi.

    Daniele Pini, regista (non a caso) romano, nato nel 1987, nel cortometraggio Big riprende molte peculiarità già viste e le condensa in 12 minuti. Matilde, la protagonista, vive con lo zio, che la maltratta pesantemente, offendendola e, in alcuni casi, alzando anche le mani. Lei, tutti i giorni, si dirige in spiaggia con un metal detector per cercare qualche tesoruccio nascosto da vendere poi in un banchetto. Chiaramente si rimediano pochi soldi, ma le alternative scarseggiano. Tuttavia, i soprusi dello zio iniziano a varcare più volte il limite e, quando questo succede, chiunque, anche un’anima pia come Matilde, trova il modo di vendicarsi.

    La denuncia sociale è piuttosto marcata: ormai sono passati 50 anni dall’uscita di Ragazzi di vita prima e di Accattone poi, ma il sillogismo sembra non essere cambiato di una virgola: se nasci nelle borgate, le vie di uscita rappresentano lo 0,1%. È chiaro che una personalità introversa come quella di Matilde ha più possibilità di essere sopraffatta dalle difficoltà della vita. Se, per esempio, la paragoniamo ai due protagonisti di Non essere cattivo (ultimo film di Caligari), Vittorio e Cesare, questi sono più propensi a diventare criminali e a sfogare il loro disprezzo verso la società tramite la rabbia e la delinquenza. Tuttavia, Pini vuole comunque fornirci un elemento di speranza con Luccio, l’amico che ogni giorno si precipita da Matilde e che, in termini danteschi, si definirebbe “figura” della speranza di cambiare. Non a caso, è l’unico a cui Matilde rivolge la parola.

    La fotografia è ben fatta: l’utilizzo delle luci indica la presenza di un tecnico capace, e infatti il contrasto tra colori, in particolare di sera, dove spicca l’intensa illuminazione da interno nei volti dei protagonisti, è ben orchestrato. C’è anche tempo per un sapiente utilizzo della suspense: quando Matilde fa un ritrovamento importante, il regista ci fa capire la straordinarietà del momento solo dalla sua espressione, senza rivelare l’identità dell’oggetto. Anche il lento e inesorabile avvicinamento dello zio allo zainetto è un capace gioco di tensione, che, per quanto breve, fa incuriosire lo spettatore.

    Big è un cortometraggio ben eseguito: il regista è riuscito a gestire i tempi ristretti facendo provare allo spettatore emozioni contrastanti. Tantissimi autori, è bene ricordarlo, hanno iniziato il loro percorso con questi tipi di produzione, Sorrentino su tutti. Sarà anche per Daniele Pini il preludio a una grande carriera?

    A cura di Alessandro Randi

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  • Cromosoma X

    Cromosoma X

    Cromosoma X: un viaggio a metà

    Durante una pausa, tre colleghi si scambiano commenti maliziosi sulla nuova assunta. Infastiditi da un gruppo di protesta femminista stanziato fuori dal loro palazzo, aprono la finestra e una molotov rosa viene gettata dentro l’ufficio. Uno di loro, colpito dal fumogeno, inizia uno strano e terrificante viaggio onirico. Forte di una prima esperienza illuminante, la regista di Cromosoma X realizza un’opera paradossale, in cui la sferzante sottigliezza delle immagini si scontra con l’ingombrante fisicità della parola.

    Lucia Bulgheroni aveva realizzato nel 2018 il suo primo corto in stop-motion. Una prima volta folgorante, nove minuti di frenesia, per dare libero sfogo alla propria vena artistica e a tutte le sue ispirazioni. Inanimate era un inno all’animazione, in cui le potenzialità del mezzo riuscivano ad essere sfruttate con grande intelligenza: cura ai dettagli degna di una grande produzione; estroso utilizzo fisico di elementi astratti, normalmente “disegnati” sulla pellicola; perfetta contestualizzazione di un mondo chiaramente fittizio, grazie all’uso per contrasto di immagini reali; potere evocativo lasciato quasi interamente alla componente visiva. Evidenti le riprese a Tim Burton o all’animazione di Charlie Kaufman, al quale si può certamente ricondurre il tessuto cerebrale dietro il film.

    Cromosoma X è indubbiamente figlio di Inanimate, che sembra superare in tutti gli ambiti. Rimane la fresca dinamicità che lega gli ambienti del corto, il quale però vive di una maggiore fluidità nell’animazione. Ben più accentuati gli echi burtoniani, che nella prima parte della sequenza onirica risultano ampliamenti visibili nella costituzione della città e dei suoi abitanti, chiari riferimenti ad A Nightmare Before Christmas e a La sposa cadavere. A simulare l’esperienza del sogno è anche la concatenazione degli scenari e la loro costruzione: interessante l’utilizzo di materiali variegati per l’animazione, tra scene diverse ma anche all’interno dello stesso quadro.

    A troncare la realisticità del sogno, o meglio dell’incubo, è la costante presenza della parola. La totale potenza delle immagini – ampiamente dimostrata con Inanimate – viene smorzata dalla voce narrante, che si frappone tra il contenuto e lo spettatore. Quello che, normalmente, dà valore a ciò che vediamo durante il sonno, è la distanza da percorrere che separa il sognatore dal sognato: è l’interpretazione, più meno complessa, del momento onirico, che lo rende così evocativo. Allo stesso modo, la narratrice impedisce la comunicazione più diretta e impressionante del contenuto, portando lo spettatore a focalizzarsi su una – seppur meravigliosa – facciata esterna, ad arrestare la demonizzazione delle figure, lasciandoci sulla soglia del mero del prestigio tecnico.

    Da un lato, Cromosoma X è una prova di grande talento e, in particolare, data la giovinezza artistica della regista, di una spiazzante “naturalezza” nella costruzione di scenari straordinari per la loro efficacia comunicativa. Dall’altro, è proprio un peccato di gioventù a tenere ancorato il film, forse il timore di non essere abbastanza chiaro. Si tratta di una di quelle opere, riuscite a metà, che valgono comunque la pena di essere viste, aspettando che l’autrice trovi ulteriore confidenza e ci delizi con i suoi prossimi lavori. Magari, come si vocifera, con un lungometraggio.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)

    La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)

    La città incantata: «La sparizione di Chihiro»

    Quando cala la notte le strade delle terme di Aburaya si popolano di ombre senza volto e di creature del folklore giapponese. Le luci delle lanterne rosse delle locande si accendono e il cuore a vapore del complesso dei bagni pubblici torna a pompare aria calda nelle arterie dello stabilimento. Di giorno invece questo luogo è deserto e assomiglia a un parco dei divertimenti abbandonato: così almeno lo avevano inteso la madre e il padre di Chihiro quando, nonostante i timori della figlia, vi si erano avventurati incautamente. Trascinati dal profumo di piatti fumanti, i due avevano consumato le pietanze destinate agli spiriti e, proprio come i compagni di Odisseo, si erano trasformati in porci grufolanti.

    Chihiro spera di svegliarsi presto dall’incubo in cui sembra essere rimasta da sola. Ad accompagnarla in questo viaggio di formazione che la attende ci sarà però il giovane Haku. Su suo consiglio la ragazza si reca dalla proprietaria delle terme, perché l’unico modo per sopravvivere nel mondo degli spiriti è trovarsi un lavoro. A capo di questa macchina capitalista c’è infatti la strega Yubaba, vecchia dalla testa sproporzionata e dal lungo naso adunco, da cui Chihiro ottiene un contratto: come in un rito di passaggio, però, la ragazza va incontro a una “morte” simbolica, spogliandosi del suo vecchio nome e prendendo quello nuovo di «Sen». Del resto, lungo tutto la pellicola, sono distribuiti elementi topici che suggeriscono il cambiamento cui andrà incontro la protagonista: il tunnel che attraversa la famiglia prima della metamorfosi dei genitori, il fiume che separa il mondo dei vivi da quello degli spiriti, il ponte di accesso allo stabilimento termale e una lunga ferrovia percorsa da un treno di sola andata.

    Così la non più bambina inizia un percorso di maturazione che si snoda tra la fatica del lavoro, come la pulizia delle vasche termali, e le tante azioni cortesi nei confronti dei «gentili ospiti», tra cui quel nume fluviale creduto un «dio putrido» poiché inquinato dagli uomini (ritorna così anche la materia ecologica, da sempre cara al regista). Ma il viaggio intrapreso dalla protagonista porta a una crescita condivisa anche con Haku: se infatti in virtù del suo aiuto Chihiro potrà riabbracciare i genitori e tornare nel mondo dei vivi, sarà invece grazie alla ragazza che Haku, anch’egli divinità tutelare di un fiume, potrà ritrovare il nome che gli era stato sottratto da Yubaba e riconquistare così la propria identità.

    Per noi spettatori occidentali la pellicola ha un fascino irresistibile: l’intensità onirica e la policromia dell’ambientazione, l’ottima colonna sonora del fedele Hisaishi e il raffinato gusto estetico di Miyazaki sono difficili da tradurre in parole. Così come è difficile spiegare a un fruitore non giapponese quello che è successo alla giovane Chihiro, «sparita» – come si legge nel titolo originale – poiché rapita dai kami della religione shintoista. Eppure il prodotto del regista dello Studio Ghibli, che vinse il premio Oscar come miglior film di animazione nel 2003, è ancora in grado emozionare tutti, confermandosi un capolavoro intimo e sofisticato.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Nightmare Before Christmas

    Nightmare Before Christmas

    Nightmare Before Christmas: un Natale da brividi

    Jack Skeletron ha organizzato un altro Halloween straordinario: un consesso di mostri cantanti lo ha incoronato ancora una volta re delle zucche. Eppure, nonostante i successi inanellati sembra ormai assuefatto a una routine fatta di strida e di terrore che non lo eccita più. Per questo motivo vaga senza meta in una foresta spettrale scortato dal suo cane Zero. Il suo cuore scheletrito tornerà a battere solo alla vista della policromia scintillante della Città del Natale, in cui capiterà quasi per caso e di cui si innamorerà perdutamente ricevendo così un nuovo stimolo. Jack decide infatti che quell’anno sarà la Città di Halloween ad occuparsi dell’organizzazione della festa del Natale.

    Dopo aver costretto «Babbo Na-chele» (Sandy Claws) a una vacanza forzata che assomiglia più a un sequestro, la popolazione mostruosa della Città di Halloween inizia a confezionare regali improbabili come cappelli di pipistrello o teste mozzate. Jack nel frattempo, così allampanato e filiforme, indossa barba bianca e abito rosso e si trasforma in un grottesco Babbo Natale che guida una slitta-cassa da morto trainata da renne tutt’ossa.

    Le buone intenzioni del re delle zucche si riveleranno però poco fruttuose e porteranno terrore e spavento nelle case dei bravi bambini, che arriveranno a sbarrare le porte e ad accendere i fuochi dei camini per evitare ulteriori intrusioni. Saranno solo la lungimiranza della dolce Sally e la buona volontà del vero Babbo Natale a salvare la mattina del 25 dicembre. E così, nello stesso giorno, anche la Città di Halloween si ricoprirà per la prima volta di un manto di neve bianchissima.

    Nightmare Before Christmas è un film in cui i rimandi si moltiplicano: Jack, che vuole “rubare” il Natale come il Grinch, si muove in un paesaggio dalle suggestioni gotiche degne del miglior espressionismo tedesco e ci consegna una morale di accettazione del diverso come ogni fiaba che si rispetti. L’inconfondibile stile di Tim Burton, una potente colonna sonora e l’impiego innovativo dell’animazione stop-motion sono gli ingredienti vincenti per una pellicola di culto che dopo quasi trent’anni continua a parlare ai piccoli di ieri e ai grandi di domani.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Le cinque leggende (Rise of the Guardians)

    Le cinque leggende (Rise of the Guardians)

    Chi ha paura dell’uomo nero?

    Nord, Calmoniglio, Sandy e Dentolina sono i quattro Guardiani dell’infanzia: il loro compito è quello di vegliare su meraviglia, speranza, sogni e ricordi dei bambini. L’antagonista a questa missione è solo uno: Pitch, l’Uomo Nero, il simbolo della paura che spegne le luci, invade i cuori dei bambini, i loro sogni e desideri. Per questo motivo, l’Uomo sulla Luna, l’entità superiore da cui sono nati tutti i guardiani – incluso Pitch – elegge un nuovo guardiano per cercare di sconfiggerlo: Jack Frost, uno spirito con le sembianze di un ragazzino pallido e maldestro, invisibile agli occhi dei bambini e inconscio del suo passato.

    Jack è un protagonista profondamente tormentato dal fatto che nessuno creda in lui ed è ben lontano dal prototipo di eroe classico dal quale Dreamworks si distacca sin dai suoi albori con Z la formica. È interessante come Pitch e Jack siano accomunati dallo stesso disagio: quello di non essere creduti, a differenza delle altre leggende. Questo il fatal flow di Pitch che reagisce facendo ciò che è sua natura fare: seminare paura tra i bambini. Jack è invece molto riflessivo e sebbene all’inizio sembri non schierarsi alla fine deciderà di allearsi con i Guardiani e combattere contro l’Uomo Nero. Le reazioni dei due personaggi di fronte alla loro mancanza sono opposte: Jack mette il divertimento dei bambini davanti a se stesso, mentre Pitch non rinuncia a farsi credere come vero. Ed infatti è proprio qui che sta il punto di svolta della battaglia, così come confermato nelle ultime scene, quando un bambino, l’unico la cui luce era rimasta accesa, urla a Pitch: «Io credo che tu esista, ma non mi fai paura!».

    Peter Ramsey ci ha accompagnato in uno scontro tra i sentimenti dell’infanzia e la paura, in un’epoca in cui questo conflitto sta diventando tragicamente allegoria di qualcosa di reale: la paura e l’incertezza stanno davvero prendendo posto anche nei cuori dei bambini? Difficile trovare una risposta. Nel frattempo, in modo visivamente affascinante e con toni che oscillano tra il fanciullesco e il tragico, Le cinque leggende ci lascia nella certezza che, in pieno stile Dreamworks, il film parli di bambini agli adulti della loro forza e del vigore  delle loro speranze.

    A cura di Agnese Graziani

     

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  • Fellini degli spiriti

    Fellini degli spiriti

    Fellini degli spiriti: cento anni dopo ed è ancora così attuale

    Al termine del 2019, quando incoscienti e inconsapevoli andavamo incontro all’annus horribilis, i telegiornali nazionali iniziarono a pubblicizzare un grande evento dedicato a Federico Fellini tenuto nella sua Rimini, in occasione dei cento anni dalla nascita. Per quella circostanza, la città romagnola si sarebbe ornata a tema per omaggiarlo. Poi una pandemia mondiale ha deciso di stravolgere i piani e tutto è andato diversamente. Tuttavia, però, qualche luce è rimasta accesa: è il documentario Fellini degli Spiriti, diretto da Anselma Dell’Olio, in cui sono stati raccolti filmati di repertorio, spezzoni di cinema felliniano e interviste a conoscenti, amici, attori e registi che hanno ammirato e studiato l’opera di Fellini.

    Il ritratto che emerge del regista è, in realtà, quello che ci aspettavamo. Già Alberto Sordi, grandissimo amico di Fellini, dipinse questo riminese come un sognatore, che voleva fare il cinema da quando aveva vent’anni e che era ancor prima autore di tantissime frottole: «È un grandissimo bugiardo, forse il più bugiardo del mondo. Però, oh… Federico c’ha ‘na capoccia così!’» e questa descrizione è confermata dal documentario.

    Dall’opera emerge un uomo amante della psicologia, in particolare di Carl Gustav Jung, di cui apprezzava gli approfondimenti esoterici e alchimistici, che a dirla tutta esulavano abbastanza dal carattere scientifico della psicoanalisi. Ed in fondo era proprio questo che affascinava Fellini: il paranormale. Fondamentale in questo senso la conoscenza di Gustavo Rol, sensitivo italiano in grado di compiere vere e proprie prodezze extrasensoriali, da cui Fellini si faceva abbindolare. Ora, senza entrare nel merito della questione, sappiate che secondo Piero Angela quest’uomo era un ciarlatano. De gustibus.

    Al termine del documentario, anche i più scettici, coloro che non hanno mai capito i suoi film (ma che si vergognano a dirlo), muteranno idea iniziando a comprendere la filosofia del cineasta. La rappresentazione di viaggi onirici, al confine tra la psicoanalisi spicciola e il mondo fantastico, può suggerire una lettura diversa della sua filmografia, smettendo per una buona volta di cercarne il significato e fermandosi a contemplarla.

    Fellini voleva volare sopra il mondo, navigando tra le nuvole, contemplando il cielo e la terra. Ma dal momento che lui non poteva farlo, lo ha fatto fare ai suoi personaggi. Dal documentario emerge, infatti, una forte vena autobiografica. La stessa che si può riscontrare sia ne La Strada (in cui le affinità con il protagonista erano talmente profonde da farlo cadere in depressione), sia in Amarcord, nei I Vitelloni e nello stesso 8½. E poi il rapporto con la moglie, che amò profondamente per cinquanta lunghi anni nonostante l’avesse diretta nella maggior parte dei suoi film. Nel 1994, la notte in cui la donna morì, una sua compagna di reparto raccontò di aver visto in sogno Federico Fellini che era venuto a riprendersela. Insomma, come si dice in questi casi, fu la chiusura del cerchio.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe (Buñuel en el laberinto de las tortugas)

    Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe (Buñuel en el laberinto de las tortugas)

    Nel labirinto delle tartarughe: Buñuel racconta Las Hurdas

    Sotto lo sguardo severo di suo padre e davanti a un giovane pubblico in fermento, il piccolo Luis aveva ideato un primo rudimentale film grazie a una lanterna magica: due viaggiatori di carta si avventuravano per «l’Isola sconosciuta» tra mantidi religiose gigantesche e aracnidi fuori misura. Quasi trent’anni dopo «il re del surrealismo» si sarebbe fatto anch’egli esploratore imprimendo sulla pellicola la miseria de Las Hurdas.

    Salvador Simó realizza un documentario d’animazione tratto dalla graphic novel Buñuel en el laberinto de las tortugas di Fermín Solís e racconta la storia del regista aragonese che ritrova lo slancio creativo dopo un forte periodo di crisi e gira Terra senza pane (1932) per raccontare la «realtà pura e nuda» dell’Estremadura. Accompagnato dall’amico Ramón Acín e dai due parigini Éli Lotar e Pierre Unik, Buñuel si immerge in una terra di desolazione indagata con spirito da antropologo. I quattro intellettuali coi nasi a punta e i maglioni a collo alto sembrano quasi stonare in questa cornice popolata da anime semplici, abbruttite dalla povertà e con il volto solcato da rughe profonde.

    È un mondo fatto di violenza, dove la crudeltà nei confronti degli animali filmata da Buñuel trova continuità nel senso di morte che aleggia in questi villaggi dalle strade labirintiche e dai tetti che ricordano i gusci delle tartarughe. E questa ferocia non trova requie nemmeno nei sogni del regista, da cui emerge il rapporto conflittuale con la figura paterna, in ricerca di continua approvazione, e quello con Dalì, con cui sembra essere in una competizione senza fine.

    È un mondo fatto di violenza, la stessa che avremmo trovato di lì a poco anche nella guerra civile spagnola. Tra le tante vittime vi fu anche Ramón Acín, l’amico di Buñuel e produttore di Terra senza pane. Fu fucilato dalle milizie franchiste insieme alla moglie e il suo nome venne cancellato dal documentario per un’impietosa damnatio memoriae. Ramón aveva creduto in Buñuel e aveva finanziato la sua opera di denuncia sociale. Quando negli anni Sessanta il grande regista tornò a presentare il proprio documentario reintegrò il nome di Ramón e consegnò l’incasso alle sue due figlie. Quel vecchio debito che aveva nei confronti dell’amico fu in un certo senso saldato. E anche la sua memoria non sarebbe svanita fra quella degli innocenti caduti in guerra.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Principessa Mononoke (Mononoke-hime)

    Principessa Mononoke (Mononoke-hime)

    Principessa Mononoke: l’equilibrio in Miyazaki

    Giappone, periodo Muromachi (ca. 1300 – 1600). Disegni e ambientazioni sorprendentemente affascinanti. Guerra e violenza. Natura al centro. Odio come motore delle azioni. Emancipazione femminile. Chi conosce il cinema di Miyazaki, noterà senz’altro in questo elenco qualche elemento che stona rispetto alla produzione classica del regista giapponese: odio, guerra e violenza non sono certo le tematiche che gli abbiamo visto trattare nel veicolare i suoi messaggi. Al centro della pellicola vi è lo scontro fra uomo e natura, la spietatezza dell’uomo nei confronti di essa, la totale noncuranza verso il luogo in cui vive. Non è un caso che le vicende siano ambientate nel periodo Muromachi; sono questi, infatti, gli anni in cui in Giappone inizia il progresso tecnico, l’uomo inizia ad utilizzare massicciamente il ferro e questo lo fa sentire onnipotente, fa nascere in lui la presunzione di possedere il mondo. È dunque questo il periodo in cui, dopo millenni di pacifica convivenza, l’uomo e la natura si scontrano ferocemente e l’equilibrio che si era instaurato si perde definitivamente.

    È l’odio il motore di tutte le azioni di questo film. Il protagonista Ashitaka (che è maschio, altro elemento di distacco rispetto alla produzione classica di Miyazaki che tende a preferire protagoniste femminili), dopo aver protetto il suo villaggio da un terribile dio maligno, viene maledetto da quest’ultimo e perciò esiliato dalle sue terre, alla ricerca di una possibile redenzione dal suo destino di morte certa. La maledizione che gli è scagliata è quella dell’odio e del rancore; durante il viaggio deve cercare di guardare con le pupille non velate da odio il mondo che lo circonda. Questo dunque il ruolo del protagonista: opporsi a questo sentimento dilaniante, incarnare l’equilibrio. Durante il suo viaggio incontra infatti la guerra tra gli abitanti della Città del ferro, capeggiata dalla signora Eboshi, e le divinità che abitano la foresta tra cui la Principessa Mononoke, letteralmente tradotta Principessa Spettro. Abbandonata da piccola nella foresta, viene trovata da Mono, la dea-lupo, e allevata da lei come una figlia tanto che non solo dimenticherà di essere umana, ma arriverà addirittura ad odiare profondamente la sua specie. Lo scontro vede la sua parte più tetra nel consumarsi della sanguinosa battaglia finale: non c’è una risoluzione, un classico happy ending. È un finale complesso, che presenta sia la speranza sia la tragedia: il dio-bestia, il dio-natura muore, ma morendo fa sì che la foresta risorga dalle ceneri della guerra.

    La complessità dell’operazione non si limita però al solo finale. Primo fra tutti, il personaggio della signora Eboshi. La sua entrata in scena ci mostra una donna forte e spietata, che senza riserve dà il comando ai suoi uomini di uccidere due cuccioli di lupo. Nel momento in cui torna al villaggio, la Città del ferro, viene accolta come un’eroina, trattata come un vero e proprio capo del popolo, amata e stimata da esso. Il regista ci accompagna per gradi alla scoperta di questa donna alla quale impariamo a voler bene poco alla volta. Scopriamo che il suo villaggio è rifugio di tanti emarginati, lebbrosi, malati: le persone che nessuno vuole. Scopriamo che nel suo villaggio le donne sono al pari degli uomini: lavorano nell’acciaieria e possono liberamente parlare ed essere prese in considerazione, è la portatrice dei valori del femminismo, rappresenta in un certo senso lo sviluppo umanitaristico della società. Allo stesso tempo non la vediamo mai clemente nei confronti di chi si interpone tra lei e il suo odio verso gli dei che abitano le foresta. Non è la protettrice della natura né garante dell’equilibrio tra l’uomo ed essa. La sua caratterizzazione è complessa tanto quanto la sua relazione con gli altri personaggi e con la storia del film: non capiamo da che parte dobbiamo stare, per chi fare il tifo. La contrapposizione tra lei, la Principessa e la natura è continua e macabra, e i buoni sembrano non esistere, così come i cattivi: abbiamo il dovere di proteggere la natura, ma allo stesso tempo dare rifugio agli emarginati. Ognuno dei personaggi fa il bene in un senso e il male nell’altro: Ashitaka, invece, che si colloca al centro tra i due schieramenti, impersonifica l’equilibrio. L’equilibrio tra il bene e il male, l’equilibrio che  è anche incertezza e l’equilibrio tra uomo e natura che è necessario, nonché doveroso, per la sopravvivenza del nostro pianeta. Tutta la nostra vita ruota attorno all’equilibrio che pian piano andiamo a costruire nei giorni e negli anni e Miyazaki lo sa, rendendolo splendidamente visibile in questa pellicola.

    A cura di Agnese Graziani

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