Autore: Redazione

  • Mia madre

    Mia madre

    Il cinema è mia madre

    Due fratelli, Margherita e Giovanni (Margherita Buy e Nanni Moretti), devono affrontare la malattia della propria madre, un’insegnante di latino in pensione, ricoverata in ospedale. Margherita è una regista che sta girando un film sulla perdita del lavoro e dell’identità, mentre deve fare i conti con sé stessa e con il suo modo di trattare le persone intorno a lei. Il personaggio incarna la ricerca della vita oltre il cinema e intorno ad esso, gli imprevisti che ci riportano alla concretezza del reale: le bollette che non si trovano, la casa allagata, i compiti di latino, la malattia e infine la morte.

    Mia madre è un film intimo e universale, costruito sulla dialettica tra due parti dell’io, quella dell’attore e quella del personaggio, che riflette sul fare cinema e sul non farlo. Non a caso anche i protagonisti si chiamano come i loro interpreti, in una costante enunciazione della messa in scena, che paradossalmente invita ad una partecipazione emotiva ancora più coinvolgente.

    Un’altra questione centrale nell’economia della narrazione è quella linguistica che si snoda su più livelli: il latino che la madre di Moretti davvero insegnava a scuola e che invece la nipote fa fatica a comprendere, e la lingua italiana del film di Margherita che mette in difficoltà un attore e personaggio americano (John Turturro), lo stesso che dirà «Cinema is a shit job, I want to go back to reality».

    La madre rappresenta le radici, il latino, da cui la nostra lingua proviene e si evolve; la comunicazione risulta però sempre impegnativa e confusa; vengono lasciate lacune narrative che enfatizzano la crisi del personaggio di Margherita, che non riesce a stare al passo col presente ed è incapace di affrontare i problemi della quotidianità. Il finale, sicuramente toccante ma non imprevedibile, è anche uno spiraglio di speranza: esiste un domani, un lascito, un dopo che arriverà ugualmente e che non possiamo fare a meno di aspettare e immaginare.

    A cura di Emma Onesti

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  • Big

    Big

    Big: il ritorno della periferia romana

    Tra i registi della capitale la periferia romana ha qualcosa di malinconico e magico. Molto spesso è utilizzata come sfondo per le loro opere: si vedano Garrone, Caligari, i fratelli D’Innocenzo e il capitolino di adozione Pier Paolo Pasolini. Ma se per il friulano il discorso è più complesso, in quanto ultimo grande artista della nostra storia, capace di spaziare dal romanzo alla pittura, dalla poesia al cinema, per gli altri si possono trovare tanti elementi in comune: il primo è appunto il richiamo ad Accattone; poi la mancata possibilità di elevazione sociale dei protagonisti, la loro condanna a vivere alla giornata e infine il destino di essere considerati la feccia della società. Anche sul piano cinematografico ci sono diversi punti di vicinanza: il richiamo neorealista, il mare sullo sfondo, il vernacolo romano a sottolineare la totale mancanza di educazione dei personaggi.

    Daniele Pini, regista (non a caso) romano, nato nel 1987, nel cortometraggio Big riprende molte peculiarità già viste e le condensa in 12 minuti. Matilde, la protagonista, vive con lo zio, che la maltratta pesantemente, offendendola e, in alcuni casi, alzando anche le mani. Lei, tutti i giorni, si dirige in spiaggia con un metal detector per cercare qualche tesoruccio nascosto da vendere poi in un banchetto. Chiaramente si rimediano pochi soldi, ma le alternative scarseggiano. Tuttavia, i soprusi dello zio iniziano a varcare più volte il limite e, quando questo succede, chiunque, anche un’anima pia come Matilde, trova il modo di vendicarsi.

    La denuncia sociale è piuttosto marcata: ormai sono passati 50 anni dall’uscita di Ragazzi di vita prima e di Accattone poi, ma il sillogismo sembra non essere cambiato di una virgola: se nasci nelle borgate, le vie di uscita rappresentano lo 0,1%. È chiaro che una personalità introversa come quella di Matilde ha più possibilità di essere sopraffatta dalle difficoltà della vita. Se, per esempio, la paragoniamo ai due protagonisti di Non essere cattivo (ultimo film di Caligari), Vittorio e Cesare, questi sono più propensi a diventare criminali e a sfogare il loro disprezzo verso la società tramite la rabbia e la delinquenza. Tuttavia, Pini vuole comunque fornirci un elemento di speranza con Luccio, l’amico che ogni giorno si precipita da Matilde e che, in termini danteschi, si definirebbe “figura” della speranza di cambiare. Non a caso, è l’unico a cui Matilde rivolge la parola.

    La fotografia è ben fatta: l’utilizzo delle luci indica la presenza di un tecnico capace, e infatti il contrasto tra colori, in particolare di sera, dove spicca l’intensa illuminazione da interno nei volti dei protagonisti, è ben orchestrato. C’è anche tempo per un sapiente utilizzo della suspense: quando Matilde fa un ritrovamento importante, il regista ci fa capire la straordinarietà del momento solo dalla sua espressione, senza rivelare l’identità dell’oggetto. Anche il lento e inesorabile avvicinamento dello zio allo zainetto è un capace gioco di tensione, che, per quanto breve, fa incuriosire lo spettatore.

    Big è un cortometraggio ben eseguito: il regista è riuscito a gestire i tempi ristretti facendo provare allo spettatore emozioni contrastanti. Tantissimi autori, è bene ricordarlo, hanno iniziato il loro percorso con questi tipi di produzione, Sorrentino su tutti. Sarà anche per Daniele Pini il preludio a una grande carriera?

    A cura di Alessandro Randi

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  • Cromosoma X

    Cromosoma X

    Cromosoma X: un viaggio a metà

    Durante una pausa, tre colleghi si scambiano commenti maliziosi sulla nuova assunta. Infastiditi da un gruppo di protesta femminista stanziato fuori dal loro palazzo, aprono la finestra e una molotov rosa viene gettata dentro l’ufficio. Uno di loro, colpito dal fumogeno, inizia uno strano e terrificante viaggio onirico. Forte di una prima esperienza illuminante, la regista di Cromosoma X realizza un’opera paradossale, in cui la sferzante sottigliezza delle immagini si scontra con l’ingombrante fisicità della parola.

    Lucia Bulgheroni aveva realizzato nel 2018 il suo primo corto in stop-motion. Una prima volta folgorante, nove minuti di frenesia, per dare libero sfogo alla propria vena artistica e a tutte le sue ispirazioni. Inanimate era un inno all’animazione, in cui le potenzialità del mezzo riuscivano ad essere sfruttate con grande intelligenza: cura ai dettagli degna di una grande produzione; estroso utilizzo fisico di elementi astratti, normalmente “disegnati” sulla pellicola; perfetta contestualizzazione di un mondo chiaramente fittizio, grazie all’uso per contrasto di immagini reali; potere evocativo lasciato quasi interamente alla componente visiva. Evidenti le riprese a Tim Burton o all’animazione di Charlie Kaufman, al quale si può certamente ricondurre il tessuto cerebrale dietro il film.

    Cromosoma X è indubbiamente figlio di Inanimate, che sembra superare in tutti gli ambiti. Rimane la fresca dinamicità che lega gli ambienti del corto, il quale però vive di una maggiore fluidità nell’animazione. Ben più accentuati gli echi burtoniani, che nella prima parte della sequenza onirica risultano ampliamenti visibili nella costituzione della città e dei suoi abitanti, chiari riferimenti ad A Nightmare Before Christmas e a La sposa cadavere. A simulare l’esperienza del sogno è anche la concatenazione degli scenari e la loro costruzione: interessante l’utilizzo di materiali variegati per l’animazione, tra scene diverse ma anche all’interno dello stesso quadro.

    A troncare la realisticità del sogno, o meglio dell’incubo, è la costante presenza della parola. La totale potenza delle immagini – ampiamente dimostrata con Inanimate – viene smorzata dalla voce narrante, che si frappone tra il contenuto e lo spettatore. Quello che, normalmente, dà valore a ciò che vediamo durante il sonno, è la distanza da percorrere che separa il sognatore dal sognato: è l’interpretazione, più meno complessa, del momento onirico, che lo rende così evocativo. Allo stesso modo, la narratrice impedisce la comunicazione più diretta e impressionante del contenuto, portando lo spettatore a focalizzarsi su una – seppur meravigliosa – facciata esterna, ad arrestare la demonizzazione delle figure, lasciandoci sulla soglia del mero del prestigio tecnico.

    Da un lato, Cromosoma X è una prova di grande talento e, in particolare, data la giovinezza artistica della regista, di una spiazzante “naturalezza” nella costruzione di scenari straordinari per la loro efficacia comunicativa. Dall’altro, è proprio un peccato di gioventù a tenere ancorato il film, forse il timore di non essere abbastanza chiaro. Si tratta di una di quelle opere, riuscite a metà, che valgono comunque la pena di essere viste, aspettando che l’autrice trovi ulteriore confidenza e ci delizi con i suoi prossimi lavori. Magari, come si vocifera, con un lungometraggio.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • Le mosche

    Le mosche

    Le mosche e la noia nell’arte

    Durante il corso della storia l’arte si è configurata anche come un mezzo per combattere la noia, sperimentando soluzioni che non trascurassero l’intrattenimento dei fruitori. Tuttavia, per una serie di motivazioni, a un certo punto, sia nella letteratura, sia nel cinema, la noia è diventata un tema ricorrente, come se si sentisse l’esigenza di rappresentarla, quasi andando contro l’idea stessa di intrattenimento. In questa stessa direzione si muove Le mosche, di Edgardo Pistone.

    Il corto, ambientato in un quartiere non specificato della periferia napoletana, apre una finestra nella vita di una comitiva di quattro ragazzi, che combattono ogni giorno contro l’asfissiante noia della quotidianità. Uno dei loro passatempi preferiti è giocare con Cirobello, un signore con evidenti problemi di salute mentale. Durante uno di questi giochi, però, le cose non andranno per il verso giusto e i ragazzi si troveranno a dover fronteggiare le conseguenze delle proprie bambinesche scorribande.

    Al netto della trama non particolarmente ispirata e di alcune scelte registiche discutibili, in soli 15 minuti Le mosche riesce a catturare la noia con una grande sensibilità, rendendola forse la vera protagonista del corto quasi a discapito degli attori. Mentre i quattro ragazzi si aggirano per le strade del capoluogo partenopeo, e le loro fidanzate li aspettano speranzose, entrambi i gruppi sono tremendamente, incredibilmente annoiati, e cercano in tutti i modi di passare il tempo. E seppur il macguffin della storia sia appunto il loro rapporto con Cirobello, ciò che veramente colpisce è l’atmosfera placida del racconto. Seppur vada probabilmente inteso come una rappresentazione della realtà periferica napoletana, il corto ha qualcosa che va oltre la critica sociale.

    La rappresentazione della noia è stata un cruccio dell’arte per un paio di secoli oramai: si pensi a Joyce, con la sua opprimente quotidianità in Gente di Dublino; a Moravia, con La noia; oppure nel cinema a Bergman, che in Persona esplora anche questo tema, o a Paterson, di Jim Jarmusch. È sempre un problema rappresentare un sentimento così lontano dal senso stesso dell’intrattenimento, ma così vicino ai suoi spettatori, i quali sono tali proprio per fuggirlo; è particolarmente più difficile nel cinema, essendo esso più legato all’evasione di altre forme artistiche: intrattenere è, dalla sua nascita, parte fondamentale della settima arte, e risulta difficile pensare a un film in cui manchi completamente questa componente.  Pistone ne Le mosche decide di raccontare la noia senza forzature, sottintendendola fino alla fine, quando i suoi personaggi parleranno espressamente di «passare il tempo»; diventa tutta una questione di atmosfera, un’atmosfera che è sì circoscritta alla situazione particolare dei personaggi, ma che gli spettatori possono capire proprio perché è nella natura dello spettatore essere in cerca di qualcosa che possa aiutare a rifuggirla, questa noia.

    Perciò, quella che è un’opera di critica sociale, con i suoi errori e i suoi problemi, riesce a relazionarsi con lo spettatore nonostante la sua probabile distanza dai fatti narrati su schermo. In meno di un quarto d’ora, Pistone riesce a mettere in scena quella che è una storia “napoletana”, ma che può essere capita, almeno in parte, da ognuno di noi.

    A cura di Francesco Colombo

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  • Lo specchio del presente: il cinema come chiave per interpretare la contemporaneità

    Lo specchio del presente: il cinema come chiave per interpretare la contemporaneità

    Lo specchio del presente: il cinema come chiave per interpretare la contemporaneità

    Si è concluso con successo il progetto proposto e gestito da longtake nell’ambito del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola: un’iniziativa, totalmente gratuita, dedicata a Scuole Primarie e Secondarie di Primo e Secondo Grado della Lombardia, che ha visto coinvolti oltre 600 ragazze e ragazzi.

    Un obiettivo ambizioso: promuovere un percorso finalizzato a una lettura e interpretazione più consapevole delle immagini del cinema e dell’audiovisivo che fungano da stimolo per riflettere sul passato, sul presente e sul futuro, fornendo strumenti innovativi per imparare ad analizzare il cinema, e qualunque audiovisivo, per creare letture nuove, originali e personali attraverso cui meglio comprendere il mondo in cui viviamo

    Il progetto ha offerto quindi stimoli per interpretare e vivere con un nuovo senso critico, e una nuova passione, le immagini che scorrono sul grande e piccolo schermo, così da costruire una riflessione su temi sempre più rilevanti e attuali, quali la sostenibilità ambientale, la diversity e l’inclusione sociale.

    Ad ogni scuola sono stati proposti: un percorso formativo sull’ABC del cinema a cura di un formatore esperto; la visione, introdotta e commentata da un relatore esperto, di opere audiovisive inerenti alla tematica proposta; un workshop di approfondimento sulle opere visionate: un laboratorio per mettersi alla prova, realizzando dei prodotti come risultato del percorso. 

    In particolare:

    • Per le Scuole Secondarie di primo grado Clemente Baroni (Istituto Comprensivo di Carugate), Alberelle (Istituto Comprensivo Orchidee di Rozzano) e le Scuole Primarie dell’Istituto Comprensivo Casa del Sole di Milano l’oggetto del percorso è stato la Sostenibilità ambientale: “noi tutti abbiamo delle responsabilità verso l’ambiente che ci circonda. Dobbiamo esserne consapevoli, avere fiducia nella nostra capacità di incidere sulla realtà, impegnandoci a dare il nostro contributo per prenderci cura del nostro pianeta per il benessere di tutta la comunità”. A conclusione del percorso le ragazze e i ragazzi hanno realizzato disegni e recensioni che rappresentano lo storyboard di uno dei film visti. Ecco uno degli articoli pubblicati sul sito della scuola: https://www.icorchidee.edu.it/ 
    • Per gli Istituti d’Istruzione Superiore Statale “G. Parini” e Fondazione Luigi Clerici, Ente di formazione professionale di Lecco l’oggetto del percorso per questi due Istituti è statio Mafia ed economia. Come risultato è stata fatta un’installazione, aperta alla cittadinanza e alle scolaresche del territorio in occasione del 21 marzo, giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Il percorso è stato anche pubblicato nelle news del dito istituzionale Cinema per la Scuola: https://cinemaperlascuola.istruzione.it/il-progetto-lo-specchio-del-presente-per-riflettere-sulla-mafia/.
    • Per il Liceo Artistico Modigliani di Giussano il tema del percorso è stato Diversità e inclusione sociale: “Comprendere le problematiche dei problemi di diversità non è sempre semplice, perché spaziano dal razzismo al sessismo, dall’omofobia all’età, passando per culture ed esperienze diverse”. A conclusione del percorso, le ragazze e i ragazzi hanno realizzato delle videorecensioni pubblicate sul canale YouTube di longtake.

     

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  • Funny Games

    Funny Games

    Funny Games: ti va di giocare?

    Una famiglia si sta dirigendo nella propria casa di villeggiatura in riva al lago per trascorrere le vacanze. Paul e Peter (Michael Pitt e Brady Corbet), due giovani ragazzi dalle facce d’angelo e dai modi apparentemente educati, si presentano alla loro porta chiedendo inizialmente favori da gentili vicini di casa, giungendo al culmine con una sconvolgente proposta: «Scommettiamo che tra dodici ore sarete tutti morti?».

    Come Gus van Sant fece un remake identico di Psycho di Alfred Hitchcock, un capolavoro già perfetto così, anche Michael Haneke dirige un remake shot-for-shot rispetto al suo primo film del 1997, ambientato questa volta negli U.S. e arricchito dall’interpretazione di un cast statunitense in ottima forma (i coniugi sono interpretati da Naomi Watts e Tim Roth). Un’opera claustrofobica arenata tra le mura di una villa, luogo simbolo dell’universo borghese, in cui il regista ci mostra con minuzia i dettagli dei gesti ripetitivi della quotidianità lasciando spazio a sprazzi di realismo, senza virtuosismi registici da capogiro, chiaramente funzionali al contenuto e allo stile del film. Una quotidianità che viene spazzata via dall’accurata quanto insensata violenza praticata dai giovani ragazzi, come ci viene suggerito dal suggestivo incipit in cui Naomi Watts e Tim Roth ascoltano in auto musica classica. Sul finire della scena, lo spettatore viene infatti spaventato dall’ingresso prepotente della traccia sonora metal Bonehead dei Naked City (inserita extra-diegeticamente), che ne alimenta il contrasto mettendoci in guardia dall’inquietante escalation di ultra-violenza gratuita (la campagna pubblicitaria del film lo promosse coraggiosamente come Arancia meccanicacontemporaneo).

    Funny Games non è forse un film semplice e scontato come può apparire. Lo spettatore è direttamente interpellato da Paul che sembra essere a conoscenza della sua natura fittizia come personaggio del film, a cui piace giocare in modo sadico con la povera famiglia e con noi spettatori; abbatte la quarta parete e guarda in camera più di una volta. Ci mette per di più in ginocchio, ci fa sentire passivi e impotenti a tal punto da percepire un’assenza di empatia nei soggetti martoriati.

    Michael Haneke riporta sul grande schermo un interessante ragionamento su realtà e finzione, sul loro mescolarsi fino ad arrivare a confondersi, soprattutto nella caotica contemporaneità mediatica. Ma la vera domanda è: perché fare un remake identico?

    La discussione più curiosa e costruttiva nasce soffermandosi proprio sul motivo per cui il regista austriaco abbia voluto girare un remake negli Stati Uniti (firmato “Funny Games US” nei titoli di testa iniziale). Probabilmente perché si strappano molti biglietti, verrebbe da pensare. Eppure, la scelta va ben oltre la motivazione puramente commerciale e sembra anzi collegarsi al ricordo di uno dei momenti più oscuri dell’umanità: l’attentato dell’11 settembre. Mediaticamente parlando, l’attentato alle Torri Gemelle, è stato il primo attacco terroristico a essere trasmesso in diretta tv e ripreso dai primi dispositivi video a portata della gente comune (telecamere, cellulari), permettendo ai cittadini in fuga di filmare il terribile accaduto. In molti dichiararono: «Sembrava di essere in un film!».

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Sacrificio (Offret)

    Sacrificio (Offret)

    Tarkovskij e gli ultimi spettri

    Alexander (Erland Josephson), un attore in pensione, sta festeggiando il suo compleanno con amici e parenti, quando assistono al terribile annuncio in Tv: un attacco nucleare disintegrerà la terra. Sarà forse la fine dell’umanità, o meglio la fine dell’uomo, quell’uomo che continua a fare i conti con la propria vita, tra incubi, tra azione e pensiero, intento ad ottemperare al dovere della paternità, arduo compito che deve far germogliare frutti maturi.

    Nell’incipit Alexander pianta un albero secco e spoglio con suo figlio come ultimo gesto paterno, la consegna di un compito, di un dono, di un motivo per cui vivere, come se gli stesse consegnando il senso stesso della vita. Sembra che Alexander veda questo triste albero avvizzito come un’opera rigorosa e già compiuta, a tal punto da dire: “Bello no? Come un Ikebana giapponese?”. L’ikebana (significa letteralmente “fiore vivente”) è l’arte orientale basata su composizione floreali, inizialmente nata a scopo religioso e mantenuta nel tempo come un’espressione artistica. E qui in merito alla fede, al tema religioso, di carne al fuoco ne abbiamo tanta. La fede fa paura! La religione incute timore, e come dargli torto. Chi non è mai rimasto impressionato di fronte a un dipinto religioso, non soltanto per la sua bellezza pittorica, bensì per il contenuto macabro espresso dallo stesso? La religione è un fenomeno che induce lo spirito al tormento, poiché spinge l’uomo verso le domande ultime che ne provocano, quindi, un’angoscia esistenziale. Infatti, i titoli di testa mostrano il dipinto de L’adorazione dei magi di Leonardo Da Vinci da cui traspare immenso fascino e, al contempo, restituisce una sensazione gravemente angosciosa.

    Definito come il film testamentario di Tarkovskij (afflitto da una lunga malattia), su un uomo che, come tutti, indugia prima della morte, tra dubbi esistenziali, rimorsi, peccati e affossato da quella paura dello spirito di cadere nel vuoto eterno. Questo sentimento di morte provoca uno stato di allucinatoria pazzia – rappresentato da sequenze oniriche impressionanti – che spingerà Alexander ad offrirsi in sacrificio davanti a Dio, rinunciando a tutti i suoi averi e ai suoi affetti, pur di salvare l’umanità. Inquadrature fisse a piani sequenza fanno da padroni alla scena, infatti, Tarkovskij usa appositamente un’impostazione molto teatrale ma carica di tensione emotiva, proprio per il desiderio di omaggiare un maestro dei Kammerspiel come Ingmar Bergman. Sacrificio viene girato aGotland, un’isola del Baltico, in Svezia, location molto cara a Bergman, presente anche sul set con l’amico Tarkovskij per supportarlo in questo suo ultimo film, a cui ha partecipato anche lo storico direttore della fotografia Sven Nykvist che ancora non si smentisce, per l’evidente capacità di conferire una potenza travolgente delle immagini, attraverso la luce, sia nelle scene in bianco e nero che a colori: una fotografia stilisticamente perfetta che alimenta il contenuto del film, una luce in grado di evidenziare i sussulti dell’anima. La casa in fiamme nel finale è un sublime esempio della capacità registica mastodontica di Tarkovskij.

    Il finale è l’esplosione di tutto l’amore di un padre che dona la vita grazie al suo sacrificio: il figlio di Alexander, sdraiato sotto l’albero fiorito, finalmente proferisce parola guardando verso l’alto; ed ancora ritorna l’idea dell’albero come rappresentazione della vita, un dono ricevuto, che spetta noi far fiorire, innaffiandolo tutti i giorni con costanza e dedizione. È un’opera intellettuale densa di citazioni culturali di spessore – da i discorsi esistenziali tratti da Nietzsche al teatro di Čechov – dove è presente anche il principe Myskin, personaggio de L’idiota di Dostoevskij (Alexander lo interpretò in un suo spettacolo teatrale), la storia di un uomo profondamente buono che soffre di epilessia il quale si innamora di una donna che fugge con l’uomo che la domina e la maltratta brutalmente, fino ad arrivare al terribile omicidio. Un personaggio che Dostoevskij scrisse pensando proprio a una figura salvifica che incarnasse l’idea di un uomo simile a Cristo. Non a caso, al centro del romanzo dello scrittore russo c’è un dipinto religioso che i personaggi osservano con sgomento e stupore: Il corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein del 1521. Un Cristo pelle e ossa che esprime tutta la sua debolezza umana in un corpo caduco e anoressico (lo stesso romanzo viene letto dal personaggio insonne e magrissimo de L’uomo senza sonno – The Machinist di Brad Anderson del 2004, interpretato dall’impressionante Christian Bale).

    In conclusione, Tarkovskij ci lascia con un’enorme riflessione sull’uomo in rapporto con l’arte stessa, sulla sua matrice catartica che provoca in Alexander confusione tra attore e personaggio: l’arte come caos votato a confonderci ma anche l’arte come l’unica forma possibile attraverso cui imprimere la traccia della nostra esistenza.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • 100 Years Of Adolf Hitler (100 Jahre Adolf Hitler – Die letzte Stunde im Führerbunker)

    100 Years Of Adolf Hitler (100 Jahre Adolf Hitler – Die letzte Stunde im Führerbunker)

    100 Years Of Hitler: discesa nell’inconscio nazista

    Hitler e i maggiori esponenti del regime nazista trascorrono l’ultima ora nel Führerbunker dandosi all’eccesso, all’alcol, al sesso e alle droghe: un viaggio allucinatorio tra i muri labirintici dell’inconscio nazista.

    Il regista tedesco Christoph Schlingensief, noto per l’estro sperimentale, dirige in maniera inequivocabile, con un utilizzo massiccio della macchina a mano, piuttosto prossima ai soggetti, proprio per esaltare un’espressività smisurata e spaventosa. Questo film fu girato in 16 ore in un autentico bunker della Seconda Guerra Mondiale; oltretutto, utilizzando soltanto una torcia per far luce sulla follia dei personaggi, mostrando sul muro l’ombra di uomini e donne destinati alla dannazione eterna. 100 Years Of Hitler è la prima opera della “German Trilogy” – insieme a The German Chainsaw Massacre (1990) e Terror 2000 (1992) – in cui il regista si concentra sui punti di svolta della Storia tedesca del XX secolo: la dittatura di Hitler, la riunificazione della Germania e il clima xenofobo post-riunificazione.

    La sceneggiatura è sostenuta da una forte base storica in riferimento al periodo di permanenza di Hitler nel cosiddetto Führerbunker, dove, insieme al suo segretario Martin Bormann, a Eva Braun e a Joseph Goebbels che portò anche la moglie e i sei figli, si insediò il 16 gennaio del 1945. Quindi, è proprio attraverso il realismo degli eventi che possiamo formulare la metafora: il bunker diventa il luogo dell’inconscio nel quale le anime nude sono spogliate da ogni artefatto, poiché nel sottosuolo esiste soltanto l’individuo istintivo senza inibizioni, separato da ogni tipo di ruolo sociale (padre/madre, marito/moglie, segretario, dittatore); dove, infine, viene illuminato l’Es freudiano, in questo caso piuttosto inquietante e spaventoso. Il sottosuolo non mostra Hitler come siamo stati tutti abituati a vederlo alla luce del sole, impettito e sicuro di sé nel pieno sfoggio delle sue capacità oratorie, in grado di persuadere la folla già esultante, bensì è un Fuhrer dallo sguardo impaurito, poco lucido e dalla mano tremolante (è risaputa tra gli studiosi la sua indole ipocondriaca e le sue precarietà fisiche).

    La luce della torcia illumina la debolezza, l’orrore, la falsa coesione di un regime dittatoriale tra i più atroci della storia dell’umanità: evidenzia la meschinità dei suoi personaggi ancora inebriati da un’idea di potere, pronti a far prevalere il proprio egoismo e la propria supremazia. Il cast è molto abile a restituire, attraverso toni ironici e grotteschi, l’atmosfera claustrofobica e psichedelica durante il periodo di autoreclusione sottoterra, in un bunker simile a una sala d’attesa prima della dipartita verso l’inferno.

    La misera condizione di questi esseri “umani” è ridotta a raccapricciante esistenza animalesca: una parabola discendente volta a smascherare ipocrisia e orrore di un potere tirannico giunto agli sgoccioli. Il film si presta come un ulteriore occasione per riflettere su uno dei periodi più bui della storia dell’umanità, da una prospettiva inedita, immersi e coinvolti negli ultimi sprazzi di follia nazista.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Fratello, dove sei? (O Brother, Where Art Thou?)

    Fratello, dove sei? (O Brother, Where Art Thou?)

    Fratello, dove sei? A spasso con Ulisse e i fratelli Coen

    Ulysses (George Clooney), Pete (John Turturro) e Delmar (Tim Blake Nelson) evadono dai campi di lavoro, intenti a raggiungere un ricco tesoro per poter ricominciare a vivere. Joel ed Ethan Coen firmano una grottesca rivisitazione dell’Odissea, ambientandola nel Mississippi, durante gli anni ‘30, abbattuto dalla Grande Depressione, permeato da una mentalità razzista e ricco di tanti strambi personaggi. Fratello, dove sei? È l’ennesima conferma dell’estro estremamente innovativo dei due registi in grado di mescolare i generi in maniera geniale, passando dalla commedia, al dramma, inserendo persino momenti tipici del musical.

    Un film che potrebbe in superficie risultare leggero e godibilissimo, si rivela un concentrato massiccio di contenuti filosofici e spirituali trattati con estrema raffinatezza, avvalorati da una sceneggiatura efficace, ricca di dialoghi profondi. Tra disavventure e colpi di fortuna, i tre personaggi compiono un tortuoso cammino tra paesaggi rurali – splendidamente fotografati da Roger Deakins -, seppur il viaggio non si limiti soltanto a un moto fisico, bensì s’intuisce presto che si tratta di un percorso nell’interiorità dell’individuo. L’incipit di grande impatto mostra dei prigionieri intenti a frantumare pietre a ritmo di martello, intonando una tipica worksong (classico canto a cappella, cantato dagli schiavi delle piantagioni, da cui nascerà il jazz e il blues). Successivamente, insieme ai tre personaggi, veniamo introdotti nella storia da un vecchio cieco alla guida di un carretto che funge da indovino, nonché un richiamo immediato a Tiresia: personaggio cardine della tragedia greca condannato alla cecità, tuttavia capace di predire il futuro. Nella cultura classica, quest’archetipo assume un valore profondo, poiché, chi è privo di vista è considerato più capace di approfondire una dimensione visiva rivolta verso la propria interiorità. La dimensione uditiva, invece, è avvalorata dalla splendida colonna sonora di T. Bone Burnett.

    I riferimenti all’Odissea sono entusiasmati e originali: dalla bellissima scena dell’incontro con tre seducenti donne, fino ad arrivare alla comparsa del venditore di Bibbie, novello Polifemo, interpretato da un esilarante John Goodman. Pete e Delmar corrono incontro alla redenzione spirituale, facendosi purificare da un sacerdote nelle acque di un fiume. Scena provocatoria nei confronti di una ritualità legata alla ripetizione ridondante di un gesto fine a sé stesso, il quale potrebbe potenzialmente contribuire a un futuro saturo di buone azioni, ma che, difatti, non innesca un autentico pentimento. Dunque, senza la nostra volontà ci precludiamo la possibilità di cambiare moralmente, poiché siamo esseri contraddittori, totalmente liberi e al contempo, imprigionati dai nostri limiti mentali. Quello dei Coen è il dipinto di un mondo in cui l’individuo vive eternamente in conflitto con la società, per questo motivo, l’uomo si ritrova avviluppato in un vortice di relazioni intrattenute con la politica, con la famiglia, con la religione, con la criminalità, con l’economia e con tante altre relazioni che compongono la vita umana.

    L’incantevole scena in cui Ulysses suona sul palco con i suoi compagni è una celata dichiarazione d’amore dei fratelli Cohen nei confronti dell’arte. L’arte prevarica ogni confine, seppur mercificata e utilizzata per scopi propagandistici, se essa realmente riesce a emozionare e a insinuarsi nel cuore delle persone, oltrepassa ogni limite umano trasportandoci, finalmente, in un territorio tutto nostro, per qualche attimo, dove probabilmente ci dimentichiamo di esistere, sia come individui che come parte di una comunità, perché è solo nel mondo dei sogni che possiamo creare qualcosa di veramente unico e personale. È anche vero però, che nelle scene finali i Coen fanno affondare ogni tipo di convinzione morale ed etica, lasciandoci inebetiti, avvolti in un’espressione condita da un sorriso amaro. Infatti, l’epilogo mostra come la famiglia, in fondo, il nostro cantuccio sicuro e confortante, dove gli affetti sono realmente qualcosa per cui vale la pena vivere e compiere sacrifici, sia un legame costrittivo a cui ci sentiamo spesso obbligati e forzati dalle convenzioni sociali, senza nascondere tutti gli impicci che la famiglia infine può recare all’individuo, perché essa è sinonimo di amore, ma l’amore è un fenomeno composto da una duplice faccia: felicità e sofferenza. D’altronde, come ci suggerisce Tiresia intendo a proseguire lungo i binari dritti del treno, la vita non è altro che un viaggio da percorrere, nonostante tutto, bisogna sempre andare avanti.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited)

    Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited)

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    Verso il Darjeeling

    Flauti e strumenti a corda pizzicati, poi un veloce zoom in avanti: sul Treno per il Darjeeling riusciamo a salire per un pelo, a differenza dello sfortunato Bill Murray. Peter Whitman (Adrien Brody) cammina attraverso variopinte carrozze costipate e raggiunge i fratelli Jack (Jason Schwartzman) e Francis (Owen Wilson). Ad attenderli un viaggio spirituale per l’India nord-orientale.

    «Dobbiamo tornare a essere fratelli come eravamo una volta, ritrovare noi stessi e ripristinare un legame», «questo viaggio deve essere un percorso spirituale in cui ciascuno di noi va in cerca dell’ignoto per capirlo meglio», «dobbiamo aprirci completamente e accettare qualsiasi cosa anche se sarà dolorosa o sconvolgente». Nella sequenza iniziale c’è già tutto il cinema di Wes Anderson: rapidi movimenti di macchina, personaggi ironici e disillusi, simmetria nella composizione spaziale  unita a palette cromatiche dalle tinte pastello. Il tragitto verso il Darjeeling si rivela essere fin da subito un’esperienza da vivere piuttosto che da comprendere. Dolci tè zuccherati, potenti antidolorifici e cibi speziati, il viaggio dei fratelli Whitman procede per elencazioni perfettamente calcolate come gli itinerari del fido Brendan.

    Se in Rushmore Max Fischer viveva l’assenza di una figura materna, sia I Tenenbaum sia Le avventure acquatiche di Steve Zissou hanno messo in scena una ribellione paterna. The Darjeeling Limited, nome del treno e titolo originale del film, prosegue coerentemente in questa sfiducia verso genitori e adulti, figure incapaci di responsabilità che ricadono così sui più piccoli. È Francis a frasi carico dei fratelli che, ora adulti, si ribellano al controllo di chi li conosce fin troppo bene. Anderson costruisce man mano un atipico road movie alla ricerca di un’evanescente Anjelica Huston, dove la riscoperta della famiglia coincide con quella di sé stessi.

    Indimenticabile per colori e musiche, Il treno per il Darjeeling è tra i film meno visti del regista proprio per la sua incredibile leggerezza. La sottrazione di peso è rappresentata dalla piuma di pavone, ritenuta indispensabile per la preghiera e significativamente variopinta. La gamma cromatica si muove tra il bianco dell’India e il nero di New York, nello spettro di colori che dividono il lutto orientale da quello occidentale. Come un treno capace di perdersi pur viaggiando sulle rotaie, anche noi spesso «dobbiamo ancora capire dove siamo».

    A cura di Andrea Valmori

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