Autore: Redazione

  • NOAM 2026 11-15 NOVEMBRE – Save the date

    NOAM 2026 11-15 NOVEMBRE – Save the date

    Siamo felici di annunciare le date ufficiali del NOAM Faenza Film Festival 2026!

    Come ogni anno ci prepariamo ad accogliere registi, artisti e pubblico con proiezioni, anteprime e masterclass. Il 2026 inaugura una novità: quella di COUNTRY IN FOCUS, ovvero un paese che per l’edizione sarà oggetto di approfondimento, e che è stato individuato nel Messico.

    Segnate le date in agenda: il NOAM torna dal 11 al 15 novembre 2026.

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  • Membri ufficiali AFIC

    Membri ufficiali AFIC

    Siamo molto felici di annunciare che il NOAM Faenza Film Festival è ufficialmente entrato a far parte di AFIC – Associazione Festival Italiani di Cinema.

    AFIC nasce come polo di aggregazione di quelle manifestazioni cinematografiche italiane che riconoscono l’importanza e il valore di far parte di un network informativo che sia anche luogo di scambio ed elaborazione progettuale.

    Per il NOAM questo ingresso rappresenta un passo importante di crescita, dialogo e visione condivisa. Segniamo questa data come l’inizio di un percorso sempre più ampio, ambizioso e aperto al futuro del cinema e dei festival.

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  • Filmeeting APS: i contributi pubblici ricevuti nel 2024

    Filmeeting APS: i contributi pubblici ricevuti nel 2024

    Elenco dei contributi pubblici ricevuti – Anno solare 2024

    Filmeeting APS è l’ente organizzatore di NOAM Faenza Film Festival e di tanti altri progetti di seguito illustrati. La seguente pubblicazione è da intendersi come rispettosa in termini di trasparenza della normativa vigente in materia di comunicazione dei contributi pubblici ricevuti dall’ente. 

    • 23/01/2024 – Comune di Cotignola – “realizzazione Rassegna Cinematografica su Nevio Casadio” – €1.175,00
    • 29/01/2024 – Unione dei Comuni Della Bassa Romagna – “Realizzazione Laboratorio Estivo La Bella Estate a Cotignola” – €4.900,00
    • 30/01/2024 – Unione dei Comuni della Bassa Romagna – “Organizzazione e Realizzazione Evento Cinematrografico nell’ambito Del Sonora Radio Fest 2023” – €2.500,00
    • 27/03/2024 – Unione della Romagna Faentina – “contributo Per Noam Faenza Festival (Faenza)” – €2.800,00
    • 24/04/2024 – Regione Emilia-Romagna – “Bando Youz Officina Fondi Riconducibili all’accordo Geco 11” – €23.750,00
    • 26/04/2024 – Regione Emilia-romagna – “Bando GPT Giovani Per Il Territorio: La Cultura Che Cura” – €3.571,43
    • 15/05/2024 – Unione dei Comuni Della Bassa Romagna – “Acconto Iniziativa Ingranaggi Festival Edizione 2024” – €15.850,00
    • 31/05/2024 – Unione dei Comuni della Bassa Romagna – “co-progettazione e co-realizzazione del progetto denominato Sonora Fest 2024” – €29.092,00
    • 19/07/2024 – Agenzia Italiana per la Gioventù – “codice Progetto: 2024-1-ka154-0215277” – €26.000,00
    • 08/08/2024 – Comune di Cotignola – “Cinegiro Servizio Organizzazione Rassegna di Cinema all’aperto” – €732,50
    • 16/09/2024 – Comune di Cotignola – “Contributo di saldo per il servizio di organizzazione della rassegna cinematografica di Cinema all’aperto Cine-giro” – €732,50
    • 03/10/2024 – Dg Cinema Int Ind Cin Audio It – “piano Scuola Progetti Di Rilevanza Territoriale B2-acc” – €34.216,00
    • 06/11/2024 – Comune di Cotignola – “cotignyork Citta’ Dei Bambini-realizzazione Evento Musicale Per Ragazzi” – €500,00
    • 03/12/2024 – Unione dei Comuni Della Bassa Romagna – “assicurazione Anno 2024 Progetto Avvistamenti Radio Sonora” – €600,00
    • 17/12/2024 – Comune di Alfonsine – “rassegna Cinematografica Estiva 2024 Rassegna Cinema Estivo Per Bambini 2024” – €1.840,00
    • 17/12/2024 – Comune di Alfonsine – “rassegna Cinematografica Estiva 2024 Rassegna Cinema Estivo Per Bambini 2024” – €1.840,00
    • 17/12/2024 – Unione dei Comuni della Bassa Romagna – “progetto Uploader-radio Sonora” – €1.100,00
    • 18/12/2024 – Comune di Lugo – “Contributo per iniziativa Noam a Lugo: Torna il cinema Nordamericano 2024” – €5.712,00
    • 20/12/2024 – Unione della Romagna Faentina – “NOAM Faenza Film Festival Faenza” – €2.560,00
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  • The Theory of Everything

    The Theory of Everything

    The Theory of Everything: il multiverso nel passato

    1962. Il giovane Johannes Leinert (Jan Bülow) si reca con il suo supervisore (Hanns Zischler) a un congresso di fisica presso l’Hotel Esplanade nelle Alpi svizzere. Uno dei relatori principali del congresso è uno scienziato iraniano pioniere di meccanica quantistica. In attesa del suo arrivo, Johannes si innamora di una pianista Jazz. Sembra filare tutto liscio quando misteriose sparizioni e spaventosi ritrovamenti danno il via a un climax di mistero da cui sarà impossibile (o quasi) uscirne.

    The Theory of Everything è un film piuttosto enigmatico, che confonde lo spettatore tra realtà e finzione. I temi legati al multiverso e alla possibilità dell’esistenza di infiniti universi paralleli in cui sono presenti altre versioni di noi stessi sono inseriti in maniera originalissima. Per questo motivo risulta interessante vedere delle discussioni oggi attualissime ambientate nel passato, fotografato magnificamente in un efficace bianco e nero che alimenta il senso di spaesamento e di paura.

    Al suo secondo lungometraggio, il regista tedesco Timm Kröger dimostra sapientemente una padronanza del mezzo cinematografico, muovendosi agevolmente tra un genere a l’altro. Infatti, The Theory of Everything risulta un miscuglio ben riuscito che cambia diversi registri: dalla fantascienza, al dramma, fino ad arrivare all’horror dalle venature hitchcockiane.

    Dopo gli eventi misteriosi svoltisi sulle Alpi svizzere, Johannes viene ospitato in una trasmissione tv poiché ha deciso di pubblicare un libro sulle vicende accadute, che il conduttore scambia ragionevolmente per finzioni. Il giovane protagonista, scosso, tormentato e incapace di giungere a delle risposte certe, scrive questo romanzo e si rintana nella finzione proprio perché le persone rifiutano di riconoscere e di indagare sulle verità che ha scoperto su quel luogo, in cui la gente muore, riappare e scompare di nuovo. Un’importante riflessione sull’incapacità di credere alla realtà dei fatti; sulla possibilità di estrarre delle verità sulla vita dalla finzione stessa, come accade con la letteratura e il cinema (esilarante il momento in cui Johannes assiste a un adattamento cinematografico italiano del suo romanzo che banalizza e romanticizza fin troppo la vicenda). Sembrerebbe, però, che solo chi raggiunge il successo sia degno di essere letto, visto e quindi ascoltato, ma poi in fondo mai compreso.

    Se fin troppa confusione narrativa rischia di rendere completamente spaesato lo spettatore, si riesce comunque a godere di un’opera splendida dal punto di vista visivo e sonoro. The Theory of Everything è un’opera sui falsi ricordi e sui fantasmi che si nascondono dietro alla nostra Storia. Per dirla con le parole del regista: «Tutto è pensato come in un sogno, con venature ora eccentriche ora divertenti, e come un omaggio al cinema del passato: è un po’ come se Hitchcock, Lynch e tanti altri autori, conosciuti o dimenticati, facessero l’amore sul tappeto della hall di un vecchio albergo».

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Una terra promessa (Bastarden)

    Una terra promessa (Bastarden)

    Bastarden: l’epopea di una terra promessa

    Alla mostra del cinema di Venezia Nikolaj Arcel, per la sua prima volta al Lido, si presenta in concorso con l’adattamento cinematografico del romanzo Kaptajnen og Ann Barbara, scritto da Ida Jesse (2020).

    Mads Mikkelsen torna in scena nei panni dell’ex capitano Ludvig Kahlen che, nel 1755, si prefigge l’obiettivo di bonificare la temuta e arida brughiera danese per fondare una colonia in nome del re Frederik V ed ottenere il titolo nobiliare che tanto desidera. Una missione apparentemente impossibile per cui verrà schernito dalla maggior parte dei consiglieri di corte, i quali la approveranno solo perché non richiede finanziamenti. Kahlen si ritrova quindi solo nell’impresa e, come se non bastasse, il crudele feudatario di zona Frederik de Schinkel crede che quelle terre gli appartengano.

    La narrazione, che risulta semplice, lineare e talvolta scontata, segue i canoni del genere western: l’eroe, il cattivo, una terra da conquistare, un popolo avverso (in questo caso i barbari) ed una figura femminile forte (Ann Barbara, interpretata da Amanda Collin). Ogni personaggio in scena è ben caratterizzato; il regista ci mostra l’eroe come un uomo coraggioso e determinato, freddo e quasi inespressivo, interessato esclusivamente ai propri interessi e scopi personali. Un protagonista con cui inizialmente si fa fatica ad empatizzare, perché la sua arroganza prevale su ogni suo pregio, ma che siamo comunque in grado di apprezzare per la sua umanità.

    Nikolaj non vuole mostrarci un eroe invincibile ma un uomo che, seppur d’onore, è disposto a tutto per ottenere il suo titolo nobiliare. Un uomo che vuole ordine e disciplina ma che spesso si imbatte nel caos, grazie a cui impara, finalmente, ad abbandonarsi alle emozioni, aiutato anche dai personaggi femminili presenti nell’ambiente domestico. Il villain, invece, è il classico ragazzino viziato, figlio di un ricco nobile e abituato ad ottenere tutto ciò che vuole con qualsiasi mezzo abbia a disposizione. Non conosce nemmeno la fatica e il sacrificio, perché la fortuna che eredita comodamente era già stata conquistata dal padre.

    Mads Mikkelsen si rivela per l’ennesima volta un attore straordinario, capace di far trasparire, tramite un semplice sguardo, le emozioni di un protagonista adiaforo. Al suo fianco non si può non notare la magistrale interpretazione di Amanda Collin, che porta in scena un personaggio femminile deciso, materno e vendicativo. A fianco degli eccezionali

    Ricco di tematiche ancora purtroppo attuali, Bastarden si rivela un film sì dai toni classici, duro e crudele, ma da cui è difficile distogliere lo sguardo.

     

    A cura di Sarah Vaia

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  • Adagio

    Adagio

    Adagio: storia di riscatto e redenzione

    Adagio è una pellicola che trasuda lo spirito di una Roma che non si conosce abbastanza, quella periferica e malfamata, dove la criminalità è all’ordine del giorno. Stefano Sollima porta avanti il filone cinematografico romano tipico della poetica del regista, che richiama il genere poliziesco degli anni ’70 e che lo rende immediatamente riconoscibile al pubblico. Ripercorrendo la linea tracciata con Suburra e con la serie Romanzo criminale, Sollima, questa volta, si spinge maggiormente nella costruzione di un racconto che non metta in luce i personaggi criminali come meri delinquenti incalliti ma che si riveli intimo e amaro, con esseri umani – padri e figli – impegnati a fare i conti con le proprie ferite, e che alla fine sono ancora capaci di riscattarsi e redimersi.

    Il protagonista è Manuel (Gianmarco Franchini), un ragazzo di sedici anni che convive e si prende cura dell’anziano padre (Toni Servillo). La vita precaria di Manuel cambia irreversibilmente quando rimane vittima di un ricatto da parte di tre poliziotti corrotti. Da quel momento, infatti, l’adolescente è costretto a intraprendere un percorso che lo porterà a scoprire una verità sprezzante sul mondo e su chi da sempre lo circonda. Ciononostante, questa esperienza si rivelerà essere, per il protagonista, loccasione per crescere. Manuel, per fuggire ai poliziotti, chiederà aiuto a Paulniuman (Valerio Mastandrea) e al Cammello (un irriconoscibile Pierfrancesco Favino), due vecchie conoscenze del padre ed ex membri temibili, anche se ormai vecchi e sciupati, della Banda della Magliana. Questo fatale incontro si rivelerà salvifico per entrambe le parti, anche se in modi diametralmente opposti. In uno scenario sovrastato da alti palazzi grigi e affollati e da un’afa estiva asfissiante (che Sollima restituisce a noi spettatori in maniera tangibile), dove sembra dominare solo violenza e perdizione, sopravvive ancora una possibilità, anche per i ‘‘dannati’’, di riscattare e preservare la propria umanità.

    Sollima in questo film accentua il simbolismo: i continui blackout che attraversano la città – su cui si concentra la cinepresa – sembrano voler dar tregua e respiro alla violenza dilagante, così come l’incendio apocalittico che apre il film e che vediamo avanzare nella Città Eterna, portando con sé le sue proprietà rigeneratrici. In chiusura del film, una pioggia di cenere cade sulla città e chiude circolarmente la narrazione, lasciando presagire a una rinascita, come la fenice, a una possibilità per tutti i personaggi di cambiare il corso della propria esistenza, lentamente, senza fretta, adagio. Nonostante il film risulti tecnicamente imperfetto e talvolta ridondante di simbolismi, si apprezza il fatto che il regista Stefano Sollima abbia voluto tingere per la prima volta il genere noir, suo marchio di fabbrica, di una sfumatura più intima, sentimentale, dove il discorso generazionale si intreccia a quello personale, di formazione e di riscatto umano.

    A cura di Margherita Benati

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  • Margini

    Margini

    Quando la musica supera i margini

    «Uno deve acchiappa’ e anda’ via». Sono le parole di Jacopo, uno dei membri della band protagonista del film Margini, uscito nel 2022 per la regia di Niccolò Falsetti e presentato alla 79ª mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. I tre musicisti vivono a Grosseto, nei primi anni duemila, in un’atmosfera soffocante fatta di desolazione e prigionia dello status quo. Come unico obiettivo, sfondare nel mondo del punk rock.

    La musica non è solo una valvola di sfogo, ma anche un modo per eludere dei margini fin troppo stringenti. Infatti ognuno di loro ha una vita che li costringe a rispettare i ranghi, in una militaresca quotidianità in cui conta ogni centesimo guadagnato: Edoardo vive con sua madre, in un’eterna adolescenza che lo relega a un ruolo subordinato, mentre Michele dovrebbe supportare economicamente moglie e figlia, che con il suo entusiasmo genuino alimenta e visualizza i sogni del padre. Solo Jacopo è scisso tra una prospettiva migliore, fare definitivamente parte dell’orchestra in cui prova con il suo violino, o appoggiare i sogni sbilenchi dei suoi amici.

    Il punk rock è un genere complesso, stridente, non a caso la cittadina non è preparata a contenerlo. Sfugge alla comprensione dei più; le note si insinuano nei pertugi e cozzano tra loro. È necessario un gesto forte, rivoluzionario, per acquistare visibilità: organizzare un concerto e invitare un famoso gruppo americano come ospite principale. L’impresa ha la veste di un risveglio culturale più che un desiderio di gloria. Rimpolpare i confini stanchi in cui si protraggono le giornate di provincia. Tuttavia non c’è solo la musica: è necessario prenotare una sala, affittare la strumentazione adatta, coinvolgere il pubblico. L’unica cosa certa è la locandina della serata, i famosi disegni di un certo Zerocalcare, guest star impalpabile, che si prestano a una rivisitazione rock.

    Per il locale, la situazione è più complessa. Dopo aver distrutto la sala del patrigno di Edoardo con una rabbia viscerale, atavica, che si confà alla dissoluzione interna di una perdita di prospettive, i tre si trovano in serie difficoltà. Michele investirà tutti i suoi risparmi per pagare il volo degli americani, il loro pantagruelico pranzo tra vino toscano e tortellini ripieni; Edoardo verrà cacciato di casa e dormirà in macchina, uno stile underground portato al parossismo come conseguenza delle sue azioni. Jacopo deciderà di allontanarsi, mentre aspetta un treno nell’ultima scena che lo vede come protagonista. La sua assenza funge da monito per gli abitanti di Grosseto, acchiappare e andare via: l’unica regola capace di creare un varco.

    Le sorti del concerto rimangono dubbie fino all’ultimo, la tensione palpabile tra Edoardo e Michele che esaurisce pian piano ogni risorsa. In un emblematico grido di guerra, pochi giorni prima dell’evento, Michele suona violentemente la batteria sul terrazzo, tra fili di panni stesi come inquilini curiosi che partecipano allo spettacolo. «Basta, hai rotto», gli intima uno di loro in carne ed ossa, vestaglia e giornale alla mano. È questa la provincia, con la sua implacabile pretesa di silenzio.

    La realizzazione materiale del concerto sarà una sorpresa, trionfo di corpi che si scatenano a ritmo, in una stanza minimal e polverosa in cui pestano i piedi gli appassionati. La band americana attirerà seguito e consenso, Jacopo e Michele relegati ai margini organizzativi di un supporto, però, indispensabile. La loro esibizione privata avviene in macchina, il giorno successivo, quando cantano a squarciagola una canzone di Massimo Ranieri trasmessa in radio. Come si chiamava il cantante, Michele, Marco? Non indovinano subito ma non importa, perché loro sono rimasti nei margini, ma hanno scavalcato confini.

    A cura di Alessia Mangone

     

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  • Mediterraneo

    Mediterraneo

    Mediterraneo – Un cult fuori dal tempo

    1941. Otto militari italiani sbarcano sull’isola greca di Mefisti col compito di presidiarla. Sono un gruppo di sbandati, di richiamati: Lorusso (Diego Abatantuono) ha combattuto nella Campagna d’Africa ed è diventato sergente; Colasanti (Ugo Conti) si occupa delle comunicazioni radio e vive nell’ombra del sergente; i fratelli Munaron (Memo Dini e Vasco Mirandola) non sono mai scesi dalla montagna e non sanno nuotare; Strazzabosco (Gigio Alberti) è un alpino che si è portato dietro Silvana, la sua amata asina; Noventa (Claudio Bisio) è un disertore che vuole solo tornare a casa dalla moglie; Antonio Farina (Giuseppe
    Cederna) è al servizio del tenente Raffaele Montini (Claudio Bigagli), che ha dovuto lasciare il posto di professore di ginnasio per guidare la truppa.

    Ognuno di loro è in fuga – consapevolmente o meno – e insieme intraprendono un viaggio che non si ferma con lo sbarco sull’isola greca di Mefisti, ma che prosegue anche durante la loro permanenza. Un viaggio in balìa delle onde, perché non sempre puoi essere padrone del tuo destino, «a volte si ubbidisce al destino e basta».

    Quella che inizialmente sembrava un’isola deserta, infatti, si rivela essere viva e accogliente e i soldati, tagliati fuori dal mondo esterno, finiscono per immergersi nei paesaggi e nella cultura locale per riscoprire sé stessi. Anche le loro paure, come quella del nemico in agguato o quella di nuotare, vengono lavate via dai giochi, dagli amori e dalla spensieratezza.

    Gabriele Salvatores – guidato dalla sceneggiatura di Enzo Monteleone – è un maestro nella caratterizzazione dei personaggi e lo dimostra nelle sequenze dove il gruppo è riunito, in cui mette in scena le interazioni migliori, molte delle quali sono diventate iconiche e fanno ormai parte della cultura popolare (in primis le battute di Abatantuono, qui in uno dei suoi ruoli migliori). Con le prime carrellate negli accampamenti il regista ci mostra le personalità e le diverse sensibilità dei personaggi, ognuno con le sue peculiarità, mentre più tardi, nella scena della pipa con il “fumo dell’oblio” di Aziz, mette in scena la riscoperta di loro stessi, il loro cambiamento. La consapevolezza che l’Italia ha voltato loro le spalle, li ha abbandonati, e che l’ideologia fascista è fallace e dannosa.

    Anche la guerra che è in corso là fuori diventa fumosa. Mefisti è un luogo fuori dal tempo, tanto che nessuno si accorge degli anni che passano. Solo un pilota italiano che atterra sull’isola per caso può informare il gruppo sull’andamento del conflitto: gli alleati sono diventati nemici, e i nemici sono diventati alleati. Ma non solo, l’Italia adesso è divisa in due e c’è grande fermento, ci sono tante possibilità e «si possono fare anche un sacco di soldi». Quando finalmente una nave inglese li riporterà a casa, però, scopriranno che l’Italia non è il Paese pieno di opportunità che aveva dipinto il pilota.

    Nel 1953 il critico cinematografico Renzo Renzi pubblica sulla rivista «Cinema Nuovo» un breve soggetto dal titolo L’armata S’Agapò. Il soggetto è per un film che avrebbe dovuto raccontare le gesta dei soldati italiani in Grecia, soprannominati “S’agapò” (“ti amo” in greco) per i loro rapporti con la popolazione locale. I militari italiani, però, nel periodo che va dalla fine del 1940 al 1943, non si limitarono a giocare a calcio sulla spiaggia o a provarci con le donne greche, ma furono anche autori di stragi e violenze. L’armata S’Agapò fu ritenuto lesivo dell’onore militare, e per la sua pubblicazione Renzo Renzi e Guido Aristarco (il direttore di «Cinema Nuovo») vennero accusati di vilipendio e condannati da un tribunale militare rispettivamente a sette e sei mesi di reclusione. Pena che, fortunatamente, non dovettero scontare per benefici di legge. Si tratta di un episodio gravissimo, specchio di un’Italia che nel Dopoguerra non è riuscita a ripulire gli organi statali dalle vecchie figure fasciste e che le parole di Lorusso nel finale riescono a inquadrare perfettamente: «Non ci hanno lasciato cambiare niente. E allora gli ho detto: “Avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice”. E sono venuto qui».

    A cura di Dario Marchiani

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  • Cortometraggi Eclettica

    Bicchèri di Federico Fasulo

    Spesso è difficile perdonare; a volte lo è ancora di più a causa di una parola di troppo ed una conseguente umiliazione pubblica. Dopo aver involontariamente offeso il marito di fronte ad amici durante una festa, la padrona di una dimora signorile si troverà costretta a fare i conti con un dilemma: come chiedere scusa?

    Regista, sceneggiatore e produttore milanese, Federico Fasulo si è diplomato alla Met Film School di Berlino nel 2016 con il cortometraggio Art for Art’s Love ed in seguito ha scritto e diretto altri tre corti: Will There Be Enough Water?, Dorsia (presentato alla decima edizione dell’Asti Film Festival e premiato per la Miglior Regia) e Bicchèri. Quest’ultimo corto, presentato nel 2023 in vari festival cinematografici italiani ed internazionali (Capitol City Film Festival, Videoconcorso Francesco Pasinetti, Cinemadamare, Dalmatia Film Festival), si interroga su come possa essere riconquistata la fiducia perduta. Girato in un raffinatissimo palazzo catanese, Bicchèri riesce nell’intento di raccontare – nella difficoltà di un tempo molto limitato – una storia completa, incorniciando nelle sue riprese la figura di una donna sulle cui spalle gravano i pezzi di una relazione dal futuro incerto.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

     

     

    Forgive us our trespasses di Lorenzo Maria Chierici

    I cittadini di Birmingham si ricordano bene cosa avvenne nella serata del 21 Novembre 1974: tre bombe vennero piazzate in tre differenti punti della città, ma solo due di queste esplosero, uccidendo alcuni civili e ferendone molti altri. Non tutti, però, immaginano i retroscena di un
    attacco così violento: i dieci minuti cardine antecedenti alle esplosioni, le scelte compiute all’ultimo minuto ed i ripensamenti dell’ultimo secondo.

    Dopo aver diretto nel 2018 il suo primo cortometraggio Eve ed aver girato nel 2019 Nelle Tue Mani, prodotto da Rai Cinema (selezionato in oltre 35 festival a livello globale), il regista e produttore Lorenzo Maria Chierici decide di portare davanti alla telecamera due storie mai raccontate, le ragioni di un padre e di un figlio in lotta contro un potere troppo forte per combatterlo da soli. In Forgive us our trespasses, mentre le voci di giornalisti presentano i sentimenti dell’epoca, filmati d’archivio vengono alternati a scene di finzione, intrecciando la Storia di una nazione alle vicende di uomini comuni ma straordinariamente coraggiosi.

    Presentato nel 2022 al Roma Independent Film Festival (RIFF) nella sezione National Short Competition, il corto è stato successivamente inserito nella sezione Panorama del Festival Los Angeles – Italia 2023.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

     

    Il dio dei gatti è immortale di Riccardo Copreni

    Si dice che l’amore sia cieco e, ne Il dio dei gatti è immortale, questo detto diviene senza età. Aco, il giovane protagonista, prova dei forti sentimenti per la coetanea Cate, la quale è però adirata con lui per delle ragioni passate, oltre ad essere triste per la scomparsa del suo gatto Syd. Per riconquistare la ragazza amata, Aco promette di ritrovare il felino, iniziando un’avventura in compagnia dell’amico Cesare/Podo: riuscirà nella sua impresa e nel suo romantico intento?

    Riccardo Copreni è un giovanissimo regista e produttore italiano; nato nel 1998, nel 2020 si è diplomato alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti e, in questi ultimi anni, ha diretto una serie di cortometraggi che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali. È inoltre tra i fondatori di Eclettica, «un collettivo artistico di giovani professionisti dell’audiovisivo milanesi» composto da «registi e producer che lavorano a cavallo tra la pubblicità e il cinema, specializzandosi nella produzione di cortometraggi d’autore con una connotazione di genere e l’ambizione di interloquire con il pubblico». Il dio dei gatti è immortale è ambientato in un paesino del Nord Italia non meglio definito e il protagonista è attore di un’avventura di stampo classico: ha una missione, un fedele aiutante e deve superare degli ostacoli e delle prove. Gli avversari della storia però, sono anche gli amici: capaci solo di esprimersi in maniera sboccata e schiavi di una mascolinità tossica, i membri della cricca, prima di aiutare Aco nella ricerca, lo derideranno per i suoi sentimenti e lo ostacoleranno.

    Aco si sente schiacciato quindi tra le emozioni forti che prova per Cate e le aspettative del suo gruppo, dove vige l’immagine dell’uomo insensibile che deride le donne. Con le parole dello stesso regista: «Il tentativo di “beccare” il gatto è quello anche di ingabbiare dei sentimenti che sono nuovi per Aco e che, in qualche modo, egli stesso vuole cercare di domare». Alla fine, infatti, nonostante tutto, il protagonista uscirà da questa avventura in parte vittorioso e più capace di accettare il suo amore.

    Uscito nel 2023, il cortometraggio è stato selezionato da vari festival nazionali ed internazionali, vincendo il premio come miglior cortometraggio del Los Angeles, Italia film festival.

    A cura di Andrea Fiori

     

    Vae victis di Andrea Sbarbaro

    Vae victis (“guai ai vinti”) avrebbe detto il capo dei Galli Brenno ai romani che si erano arresi, costringendoli a pagare più oro. Vae victis ha tatuato la protagonista dell’omonimo cortometraggio sulla schiena, pronta a mostrarlo a chi si accanisce su di lei. La cinepresa indugia su un viso tumefatto, spaventato, preoccupato, e invita a chiederci che cosa sia successo a questa donna. Ma quelle cicatrici non sono – forse – frutto di una violenza brutale e gratuita, ma di uno sport, la boxe, e quella preoccupazione non viene – forse – da problemi personali, ma da un’imminente competizione. La vincerà oppure mostrerà il tatuaggio sperando che l’avversario sia clemente?

    Andrea Sbarbaro, classe 1998, è un giovane regista e montatore dell’hinterland milanese che, dopo un diploma in architettura, ha frequentato la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti, terminando i suoi studi nel 2020. Ha esordito nel 2018 con il cortometraggio Hypochondria con cui ha ottenuto una serie di riconoscimenti internazionali, fa parte del collettivo Eclettica e, nonostante la giovane età, nel 2021 ha diretto Giovanni Storti e Teresa Acerbis ne L’impianto umano. In Vae victis, girato in piano sequenza, ci sono rabbia, paura e tensione, a cui si accompagna un senso di disorientamento, evidenziato da un’inquadratura che, ruotando, confonde lo spettatore. La stessa donna, infatti, è disorientata, sente il bisogno di sfogarsi uscendo dallo spogliatoio ed abbracciando il suo allenatore. E lo spettatore, portato inizialmente a sospettare che le cicatrici e l’ambientazione siano il preludio di una situazione drammatica e pericolosa, alla fine si sente rincuorato nel vedere lo sguardo deciso della protagonista che, accompagnata da un crescendo musicale, si prepara al combattimento.

    Presentato nel 2022, come altre opere del giovane regista Andrea Sbarbaro, Vae victis è entrato in concorso in numerosi festival nazionali ed internazionali tra cui l’Independent Days International Filmfestival, il Portobello Film Festival, il Festival Internacional de Cine de
    Villa de Leyva e il Villammare Film Festival.

    A cura di Andrea Fiori

     

     

     

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  • La persona peggiore del mondo

    La persona peggiore del mondo

    La persona peggiore del mondo: crescere da adulti

    L’avanzare della tecnologia ha senz’altro portato dei cambiamenti positivi nelle nostre vite: abbiamo la possibilità di connetterci con migliaia di persone da ogni parte del mondo, abbiamo accesso immediato ad ogni tipo di informazione e possiamo tenerci sempre aggiornati su ciò che accade intorno a noi. Ma negli ultimi decenni questa sovrabboddanza caleidoscopica di stimoli ha avuto delle spiacevoli ripercussioni sulla nostra capacità di concentrazione e, soprattutto, sulla nostra psiche, riempiendo la nostra mente di dubbi e inquietudini e trasformandola in un frenetico ingranaggio che non cessa mai di ruotare. La persona peggiore del mondo è la storia di una persona in cui probabilmente si può riconoscere gran parte della generazione dei Millennials (e, per molti versi, anche di quella successiva), alla costante ricerca di sé stessa e del proprio posto nel mondo; a tal proposito è particolarmente significativo il contrasto fornito da uno dei partner della protagonista, molto più grande di lei, che si è già affermato in ambito lavorativo ed è impaziente di diventare padre.

    Descritto dal regista Joachim Trier come «un coming-of-age per adulti che non sentono ancora di essere cresciuti», il film è suddiviso in dodici capitoli racchiusi tra un prologo e un epilogo: è in effetti un libro illustrato che racconta il viaggio interiore di Julie (la quale, non a caso, finirà per lavorare in una libreria), una giovane donna che fatica a trovare la propria strada e un amore che la faccia sentire pienamente soddisfatta. Passa di capitolo in capitolo con una scorrevolezza quasi disarmante, senza tornare indietro per rileggere qualche riga che forse meritava un po’ più di attenzione; a primo impatto sembra affrontare i cambiamenti con serenità e disinvoltura, dalla facoltà di Medicina a quella di Psicologia, dal corso di fotografia alla redazione occasionale di articoli attraverso cui esprime le sue idee femministe, l’unica cosa su cui non la vediamo mai vacillare. Ma i diversi momenti morti in cui si perde ad osservare la città o in cui la macchina da presa si sofferma sul suo volto riflettono, in realtà, un profondo senso di angoscia e smarrimento. Lei stessa dirà di sentirsi una mera spettatrice della sua vita, tant’è vero che spesso i suoi pensieri e le sue azioni vengono narrati da una voce onnisciente fuori campo; a peggiorare le cose c’è il compimento dei trent’anni, una soglia che sembra implicare il dovere di metter su famiglia, come hanno fatto tutte le componenti del suo albero genealogico a quell’età. Ma solo davanti alla morte ci si rende conto di avere ancora tutta la vita a disposizione: è infatti con la malattia di Aksel che Julie sembra finalmente raggiungere la terraferma dopo anni trascorsi alla deriva.

    Anche se alcuni la giudicherebbero alquanto impulsiva, è difficile non ammirare l’intraprendenza di Julie e il suo coraggio di non lasciarsi condizionare dalle aspettative della società, di mollare tutto e inseguire le sue aspirazioni indipendentemente dalla loro mutevolezza. Perché è questo che dovrebbe essere la vita: un percorso individuale, con tappe da raggiungere seguendo i propri tempi, i propri bisogni e i propri ritmi, commettendo errori e capendo così cosa potrebbe davvero renderci felici. Infatti il giudizio del regista su Julie non lascia dubbi: i suoi sbagli e le sue scelte discutibili non la rendono la persona peggiore del mondo. Solo una persona.

    A cura di Melissa Marsili

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