Autore: Redazione

  • Qual è l’ultimo libro che hai visto? Percorsi tra cinema e letteratura contemporanea 

    Qual è l’ultimo libro che hai visto? Percorsi tra cinema e letteratura contemporanea 

    Guardando un film ti è mai capitato di pensare “questo mi ricorda tantissimo un libro che ho letto”? O, al contrario, di chiudere un romanzo convinto che sarebbe perfetto sul grande schermo?

    Qual è l’ultimo libro che hai visto? è un nuovo progetto che unisce due grandi passioni: il cinema e la letteratura. A metà tra un cineclub e un bookclub, gli incontri nascono con l’idea di rendere conviviale il connubio tra film e libri: ognuno dei partecipanti potrà dire la sua e condividere le proprie impressioni.

    La biblioteca si occupa della selezione letteraria, l’associazione Filmeeting di quella cinematografica. Cosa ne uscirà ancora non lo sappiamo, ma partiamo da un tema caldo: l’amore.

    Per il primo appuntamento consigliamo caldamente la lettura di Cuore l’innamorato di Lily King e la visione di Past Lives di Celine Song. Se arrivate preparati ci divertiamo di più a parlare d’amore.

    Un’avvertenza: il focus non sono i film tratti da libri, ma film e libri che trattano lo stesso argomento.

    Calendario degli incontri

    • Venerdì 25 settembre 2026, ore 19.00
    • Venerdì 20 novembre 2026, ore 19.00
    • Venerdì 22 gennaio 2027, ore 19.00

    Ingresso libero. 

    A cura di Giorgia e Andrea.

    Informazioni
    giorgia.plachesi@romagnafaentina.it — 0546 691711

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  • Il regista messicano Alonso Ruizpalacios al NOAM Faenza Film Festival 2026: è il Premio alla Carriera della quarta edizione

    Il regista messicano Alonso Ruizpalacios al NOAM Faenza Film Festival 2026: è il Premio alla Carriera della quarta edizione

    Il regista messicano Alonso Ruizpalacios al NOAM Faenza Film Festival 2026: è il Premio alla Carriera della quarta edizione.
    In coincidenza con il primo “Country in Focus” dedicato al Messico, il festival del cinema indipendente nordamericano NOAM di Faenza celebra uno degli autori più originali della sua generazione con una retrospettiva completa dei suoi film, una masterclass e la premiazione, in programma domenica 15 novembre 2026.

    Il NOAM Faenza Film Festival annuncia con entusiasmo che il Premio alla Carriera della sua quarta edizione sarà assegnato ad Alonso Ruizpalacios, regista e sceneggiatore messicano tra i più acclamati e riconoscibili del cinema contemporaneo. La manifestazione, prima e unica in Italia interamente dedicata al cinema indipendente del Nord America (Stati Uniti, Canada e Messico), tornerà nelle sale della città romagnola dall’11 al 15 novembre 2026, accogliendo come ogni anno registi, artisti e pubblico con proiezioni, anteprime e masterclass.

    La presenza di Ruizpalacios si lega in modo naturale alla grande novità dell’edizione 2026: il “Country in Focus”, un paese eletto a oggetto di approfondimento per l’intera edizione, che quest’anno è stato individuato nel Messico. Dando particolare priorità ai film provenienti da quel paese, il festival intende restituire la ricchezza e la vitalità della sua cinematografia contemporanea, di cui Ruizpalacios è oggi una delle figure di punta a livello internazionale.

    Durante i giorni del festival, all’autore sarà dedicata una retrospettiva completa dei suoi film, che culminerà con la masterclass e la cerimonia di premiazione di domenica 15 novembre 2026.

    Un autore tra cinema e teatro
    Alonso Ruizpalacios (Città del Messico, 11 settembre 1978) è regista e sceneggiatore attivo tanto nel cinema quanto nel teatro. Formatosi in regia teatrale e recitazione al Foro Teatro Contemporáneo sotto la guida di Ludwik Margules, si è poi diplomato alla Royal Academy of Dramatic Art (RADA) di Londra (1999-2002), primo messicano a conseguirvi il Bachelor of Arts in Acting. Ha esordito nel formato breve con Café Paraíso (2008), premiato con l’Ariel, riconoscimento cui è seguito un secondo Ariel per El último canto del pájaro cú (2010).

    La sua filmografia comprende quattro lungometraggi, tutti passati per la Berlinale. Con l’opera prima Güeros (2014), girata in bianco e nero, ha vinto il premio per la Miglior Opera Prima al Festival di Berlino 2014 e l’Audience Award al Festival di San Sebastián, per un totale di oltre quaranta riconoscimenti internazionali; il film ha inoltre conquistato cinque Premi Ariel (tra cui Miglior Film, Regia e Opera Prima) alla 57ª edizione del massimo premio del cinema messicano. È seguito Museo (Museo – Folle rapina a Città del Messico) (2018), interpretato da Gael García Bernal e ispirato al celebre furto al Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico, che gli è valso l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura alla Berlinale 2018. Con Una película de policías (A Cop Movie) (2021), ibrido tra documentario e finzione sul sistema di polizia messicano, ha ottenuto l’Orso d’Argento per lo straordinario contributo artistico (montaggio) alla Berlinale 2021 e l’Ariel come miglior documentario. Il suo quarto film, La cocina (Aragoste a Manhattan) (2024), interpretato da Raúl Briones e Rooney Mara e ispirato alla pièce The Kitchen di Arnold Wesker, è stato presentato in concorso alla Berlinale 2024.

    Il pubblico italiano ha potuto conoscere da vicino il suo cinema nel 2025: La cocina (Aragoste a Manhattan) è uscito nelle sale italiane il 5 giugno 2025, distribuito da Teodora Film. Sul versante seriale, Ruizpalacios ha diretto alcuni episodi di Narcos: Messico e, più di recente, gli ultimi tre episodi (10-12) della seconda e conclusiva stagione di Andor, la serie dell’universo di Star Wars, usciti in blocco su Disney+ il 13 maggio 2025.

    La retrospettiva, la masterclass e la premiazione
    Come da tradizione del NOAM, il Premio alla Carriera si accompagna a una retrospettiva completa dedicata all’ospite d’onore, che consentirà al pubblico faentino di riscoprire sul grande schermo l’intero percorso di Ruizpalacios, da Güeros a La cocina (Aragoste a Manhattan). Il momento culminante sarà domenica 15 novembre 2026, quando il regista terrà una masterclass pensata appositamente per la manifestazione, cui seguirà la cerimonia di premiazione. Come per tutti i riconoscimenti del festival, il premio consiste in un’opera in ceramica realizzata a mano dall’artista faentino Andrea Salvatori, secondo le tradizionali tecniche ceramiche che hanno reso Faenza celebre nel mondo.

    Nelle edizioni precedenti il Premio alla Carriera è stato assegnato al regista italiano di stanza a Los Angeles Andrea Pallaoro (prima edizione, 2023), al regista statunitense Tim Sutton (seconda edizione, 2024) e alla regista newyorkese Eliza Hittman, Orso d’Argento a Berlino 2020 (terza edizione, 2025).

    Il festival

    Il NOAM Faenza Film Festival è la prima e unica manifestazione in Italia interamente dedicata alla promozione del cinema e della cultura del Nord America – Stati Uniti, Canada e Messico – con particolare attenzione alla produzione indipendente. Il nome NOAM è l’abbreviazione di NOrd AMerica. La rassegna, giunta nel 2026 alla quarta edizione, è organizzata dall’associazione non profit Filmeeting APS, il cui staff è composto da giovani uniti dalla passione per il cinema; la direzione artistica è affidata ad Andrea Valmori e quella organizzativa a Gian Marco Magnani, con Marco Lovisato responsabile della programmazione. Il festival articola la propria programmazione in più sezioni – tra cui NOAM Concorso, NOAM Extra, NOAM Classic, NOAM Special (dedicata a retrospettive e tributi, incluso il Premio alla Carriera), NOAM Anteprima e le competizioni per cortometraggi NOAM Lab – e affianca alle proiezioni incontri, masterclass ed eventi speciali, coinvolgendo sale e spazi culturali della città e del territorio dell’Emilia-Romagna. Nelle edizioni precedenti la manifestazione ha goduto del patrocinio e del sostegno di istituzioni e partner del territorio.

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  • Filmeeting APS è community partner de “La Villa by Giffoni Hub” alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

    Filmeeting APS è community partner de “La Villa by Giffoni Hub” alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

    Filmeeting APS sarà community partner de La Villa by Giffoni Hub, il progetto firmato Giffoni Innovation Hub in occasione della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

    L’iniziativa torna quest’anno negli spazi delle Giornate degli Autori, a Villa Zavagli, storica dimora degli anni ’30 sul Lungomare Guglielmo Marconi al Lido di Venezia, a pochi passi dallo storico Hotel Excelsior. Un luogo che unisce cinema, cultura e networking, ospitando presentazioni, proiezioni e momenti di incontro tra professionisti dell’industria creativa e culturale, artisti e talenti dello spettacolo.

    Con questa partnership, Filmeeting APS amplia il proprio impegno nel costruire connessioni tra nuove generazioni e il grande palcoscenico internazionale del cinema, portando la propria voce all’interno di un ecosistema che negli anni ha saputo distinguersi per qualità delle proposte e capacità di generare impatto reale, culturale e sociale.

    Un ulteriore passo nel percorso di crescita della nostra associazione, che continua a costruire relazioni con i principali attori del panorama cinematografico nazionale e internazionale. Per tutte le informazioni: https://venezia.giffonihub.com/

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  • Birdman

    Birdman

    – Se non avessi paura, cosa vorresti farmi?

    – Ti toglierei gli occhi dalla testa e li metterei al posto dei miei per guardarmi attorno, così potrei vedere questa strada come la vedevo alla tua età. –

    Con questa frase, Mike Shiner (Edward Norton), descrive la sua carriera da attore in una Broadway moderna, in cui lui si ritrova per sostituire uno degli attori nello spettacolo di Riggan Thomson (Michael Keaton), un ex attore di Hollywood che, dopo il grande successo ottenuto interpretando il supereroe Birdman, decide di darsi al teatro; ma per portare a termine l’intero spettacolo, Riggan andrà incontro a diversi problemi imprevisti, in parte dati dal complicato rapporto con sua figlia e la costante voce del suo alter ego, Birdman, che lo condizionerà per tutto il film.

    Alejandro González Iñárritu è regista, produttore e sceneggiatore di questo incredibile capolavoro che in un semplice piano-sequenza, mostra e racconta la vita e i problemi di un attore nel mondo di oggi, nel quale, un uomo come Riggan Thomson non conta nulla, come gli ribadisce la figlia Sam in un loro dialogo.

    Il cast straordinario vede attori come Michael Keaton nel ruolo del protagonista, Emma Stone nel ruolo della figlia Sam, Zach Galifianakis che interpreta il produttore dello spettacolo e l’avvocato di Riggan ed Edward Norton nel ruolo dell’egocentrica star del cinema Mike Shiner.

    Il cast, tuttavia, non è l’unica cosa impressionante di questo film, infatti, avendo un budget di appena 17 milioni di dollari, Birdman è riuscito a incassare oltre 103 milioni vincendo 4 Oscar per la regia, la fotografia, la sceneggiatura e come miglior film, dando prova del fatto che non sono necessari costosissimi set o effetti speciali per realizzare un film di successo, ma ciò che importa veramente è la storia che si vuole raccontare e il suo significato.

    Birdman, con il suo messaggio di critica alla fama e all’ego delle celebrità nel mondo del cinema e con la sua storia commovente, merita di essere riconosciuto come uno dei capolavori di Iñárritu, che con questo film conquista la prima ma non ultima statuetta come miglior regista (“The Revenant – Redivivo” nel 2016).

    Riccardo Bazzocchi

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  • Boris – Il film

    Boris – Il film

    Quanto costa fare un film in Italia? Precisiamo. Quanto sudore costa fare un film in Italia? Quanti rospi deve mandare giù un regista per fare un film nel nostro Paese? “Boris – Il film” ce lo racconta molto bene.

    Un regista, René Ferretti, soffocato dalla mancanza di libertà artistica nella televisione (particolarmente generalista), decide di abbandonare il lavoro di regista, ma uno degli attori lo convince a fare il salto e dirigere un vero film. Il soggetto sarà tratto dal libro-inchiesta “La casta” di S. Rizzo e G. A. Stella, pubblicato nel 2007, sulla situazione dei politici italiani intoccabili, quindi la pellicola sarà impegnata e seria, ben diversa da quelle a cui erano abituati il cineasta, gli attori e gli artigiani che lo seguivano sul lavoro.

    Tra mille difficoltà, la produzione procede, ma quando l’attore più importante del cast muore, al suo funerale vengono a galla verità sconcertanti, come la mancanza di copertura economica, precedentemente data per scontata. Così, stremato dalle mille traversie e difficoltà, Ferretti molla e cede alle richieste del pubblico e della produzione televisiva, che gli fanno modificare il soggetto rendendo il film un cinepanettone che più trash non si può. Morale della favola: tutti sono contenti (pubblico, produttori, gli attori abituati a lavorare in TV), tranne il regista e pochissimi altri suoi collaboratori, costretti a mandar giù un grandissimo rospo.

    La trama di “Boris – Il film” è interessante (nonostante sia stato realizzato a seguito dell’omonima serie TV e da questa riprenda il filo della storia) e ben costruita: i dialoghi e le battute non risultano mai banali o prevedibili e lasciano allo spettatore il sorriso beffardo sulle labbra e qualche sensazione amarognola in bocca. Il cast è lodevole: dalla piccola dei Guzzanti, Caterina (mai fuori dalle righe), al protagonista Francesco Pannofino (sempre rassicurante ed espressivo anche come regista incazzato, ma di più come regista puccioso per attirare l’approvazione dell’attrice di grido, troppo sensibile alla pressione sul set), all’attricetta terribile, Carolina Crescentini, la cagna maledetta (bravissima nel sorprendere lo spettatore con un cambio di ruolo spiazzante), a Paolo Calabresi, ad Antonio Catania, a Claudio Gioè e tanti altri volti, più o meno noti del piccolo e del grande schermo, fino ad un cameo di Nicola Piovani nel ruolo di sé stesso.

    Tutti si dimostrano molto capaci e appassionati, nonostante non siano il cast stellare di altri film italiani, ma forse proprio per questo risultano ancora più convincenti e veri, dato che hanno poi il compito per tutta l’opera di interpretare i tic proprio di quei grandi attori, registi, artisti che con le pellicole lavorano a livelli più alti o colti, come dicono loro. La fotografia, unico neo, non raggiunge vette altissime e, forse volutamente, trasmette allo spettatore la sensazione di guardare un prodotto un po’ più artigianale rispetto alle pellicole degne dei concorsi importanti (unica nomination del film è quella ai Nastri d’Argento).

    “Boris – Il film” è una pellicola che va vista se si vuole avere qualche idea sul duro mondo dello spettacolo, ridendoci e riflettendoci sopra, per uscire dalla sala con la magra consolazione che anche il cinema ha capito che dalla televisione non si scappa, soprattutto guardando alle tante serie TV che affollano le piattaforme a pagamento oggi, 15 anni dopo questo lavoro.

    Natascia Pazzi

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  • Argo

    Argo

    È una visione neutrale degli avvenimenti accaduti in Iran oppure una vittimizzazione degli invasori americani?

    Gli USA hanno messo il loro protetto Khomeini al comando dell’Iran, portando avanti un regime di violenza e carestia, il popolo si rivolta, viene assaltata l’ambasciata americana, solo in sei riescono a fuggire fino all’ambasciata canadese. Il compito dell’agente Mendez (Ben Affleck) è di riportarli a casa.

    La narrazione scorre piacevolmente e l’interpretazione di Ben Affleck nei panni dell’agente Mendez è molto coinvolgente. Interessante è il lato psicologico dei sei fuggitivi e dell’agente segreto, evidenziando come l’imminente pericolo fosse una costante; tuttavia trovo che alcune scene siano troppo “all’americana”, come quando l’aereo parte inseguito da una miriade di jeep colme di iraniani armati fino ai denti. Ciononostante è molto intrigante la linea autoironica sul mondo di Hollywood e il settore cinematografico. D’altra parte ritengo che nel film venga data una visione degli iraniani come estremisti devoti alla violenza e, invece, degli americani come vittime sacrificali, quando in realtà i primi furono portati a questa reazione dall’imperialismo americano.

    Sicuramente un film ben realizzato e da vedere, tuttavia è necessaria una coscienza sul reale svolgimento dei fatti per evitare di avere una visione distorta delle cause storiche dietro gli eventi.

    Edoardo Spada

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  • Hugo Cabret

    Hugo Cabret

    Se perdi il tuo scopo è come se fossi rotto.

    Diretto dal pluripremiato Martin Scorsese e tratto dall’omonimo libro di Brian Selznick, “Hugo Cabret” ci accompagna per tutto il film con l’idea dietro questa battuta.

    Anni ‘30, Hugo (Asa Butterfield) vive nella stazione ferroviaria dove fa il custode degli orologi, costretto a nascondersi dall’ispettore della stazione che lo manderebbe all’orfanotrofio. Come unico ricordo ha un automa giocattolo che insieme al padre, morto in un incendio, aveva incominciato ad aggiustare. Ma quando farà la conoscenza di Isabelle (Chloë Grace Moretz), figlia adottiva di un giocattolaio di nome George Méliès (Ben Kingsley), la vita di Hugo si colorerà di avventure e di sogni.

    Nonostante sia il primo film 3D diretto da Scorsese, la pellicola ha un grande successo guadagnandosi cinque premi Oscar e altrettante candidature specialmente per Miglior scenografia, Migliori effetti speciali e Miglior fotografia; inoltre Martin Scorsese è premiato al Golden Globe per la Miglior regia. Lodato per la sua capacità di emozionare e celebrare la memoria visiva, il film rivive magicamente gli inizi della storia del cinema esplorando la sua magia con pellicole come “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat” dei fratelli Lumière e di “Viaggio nella luna” di George Méliès. “Hugo Cabret rimane un’opera peculiare e audace come capolavoro visivo della filmografia di Scorsese, capace di unire l’amore per la storia del cinema con la più avanzata tecnologia digitale e di trasmettere un profondo messaggio sul senso della vita.

    Tommaso Minardi

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  • Nuovo Cinema Paradiso

    Nuovo Cinema Paradiso

    ha qualcosa di magico che riesce a unire bambini sognatori, adolescenti in crisi, lavoratori con la terza media, analfabeti, donne fedeli alla casa, pescatori e persino preti.

    Salvatore, regista di successo ma insoddisfatto nella vita, decide di ritornare nel suo paese d’origine dopo la morte di un vecchio amico. Salvatore nasce nel Secondo dopoguerra a Giancaldo, paesino della Sicilia, da una madre protettiva e fedele al marito disperso in Russia. Stringerà un’amicizia con Alfredo, unico proiezionista nel cinema del suo paese. Giancaldo gli regalerà tante cose, l’amore per il cinema e per Elena, ma sarà anche il motivo per cui dovrà andare avanti con la sua vita.

    “Nuovo Cinema Paradiso” è un film di grande bellezza per via della narrazione, per le scene di Giuseppe Tornatore e per la musica d’impatto di Ennio Morricone. È un film d’informazione perché viene mostrata l’evoluzione del cinema, che passa da un piccolo mezzo per sognare, controllato e pericoloso, per via degli strumenti altamente infiammabili, a un linguaggio espressivo globale. Riusciamo a capire la Sicilia del dopoguerra, le sue opinioni e i suoi problemi.

    Capiamo in che cosa può credere Alfredo (Philippe Noiret), un proiezionista arreso, Elena (Agnese Nano), una ragazzina che si ribella ai genitori o Maria (Antonella Attili), una madre e in particolare quella del protagonista. Con gli occhi di Salvatore vediamo il mondo di un piccolo sognatore, quello di un innamorato e poi quello di un emigrato, costretto ad affrontare dolori e nostalgia da cui ha sempre cercato di tenersi a distanza. La realtà di “Nuovo Cinema Paradiso” è una realtà che spaventa, perché riunisce tre paure fondamentali e presenti in tutti noi, la paura del presente, del futuro e del passato. Insieme al protagonista apprendiamo che la riscoperta del passato è quella che ci insegna di nuovo ad amare.

    “Nuovo Cinema Paradiso” è uno dei tanti dizionari del cinema, fondamentali per la storia dell’evoluzione del cinema e per i suoi regali, sotto forma di emozioni. Nel film non si riscopre solo un’arte, ma anche il suo luogo di nascita, il cinema come edificazione. Questo film è importante per non dimenticare, per tenere vivo un luogo d’arte che con il tempo si sta estinguendo per via della comparsa di nuove tecnologie, come viene fatto notare anche nel film. Il film di Tornatore vince il premio Oscar come miglior film straniero nel 1990, dopo un insuccesso al botteghino, diventa un classico mondiale.

    Giuliana Lucarelli

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  • 8½

    – Eminenza, io non sono felice. –

    – Perché dovrebbe essere felice? Il suo compito non è questo. Chi le ha detto che si viene al mondo per essere felici? –

    Il dialogo appena riportato racchiude il vero messaggio dell’opera.

    Il personaggio che pronuncia la prima battuta è il protagonista stesso, Guido Anselmi, un regista in procinto di girare il suo prossimo lungometraggio: tutta la sua troupe (produttori, tecnici, attori) è pronta a iniziare con entusiasmo e curiosità. C’è solo un piccolo problema: il film in questione non esiste, o meglio, il regista non ha ancora una trama precisa in mente se non un’accozzaglia di idee confuse. È un film di fantascienza? È un racconto autobiografico? È un’opera sulla religione cattolica? La crisi creativa di Guido viene rappresentata anche attraverso sogni sul suo passato e fantasie tipicamente maschili: infatti, quale uomo non desidera essere servito e riverito da belle donne? Tra realtà e immaginazione il regista dovrà affrontare una volta per tutte i suoi dubbi e le sue paure.

    Giudicare un’opera come non è affatto semplice. Il regista è Federico Fellini, un nome noto per chiunque, anche per chi non ha mai visto un suo lavoro. È sicuramente il suo film più complesso per le varie interpretazioni che ciascuno può ricavare. È una celebrazione del cinema? Un elogio alla libertà creativa? Un bilancio finale del regista sulla propria vita? Il protagonista stesso, interpretato da Marcello Mastroianni, è un enigma, sicuramente non un modello di virtù: è indifferente ai problemi altrui, tradisce la propria moglie negando anche l’evidenza, maltratta persino la sua amante. È mosso da un unico desiderio, rivelato nella scena citata all’inizio della recensione: non cerca veramente una storia per il suo film, ma qualcosa che dia un senso alla sua vita.

    Questo bisogno di dare ordine al suo disordine (parola-chiave presente nella stessa opera) lo rende più umano, più simile a noi spettatori di qualsiasi età. Chi non ha mai avuto un momento di crisi? Il protagonista non troverà la felicità nella religione o nel cinema, ma in qualche modo riuscirà a superare il suo tormento esistenziale. Come? Bisogna arrivare alla fine del film per scoprirlo. Tra i vari personaggi secondari che ruotano attorno al regista, a mio avviso spiccano le donne: dalla moglie all’amante, dall’amica alla madre defunta, tutte lo amano e tutte soffrono per colpa sua; ognuna, a modo suo, fungerà da guida per Guido (perdonate il banale gioco di parole), fino ad arrivare al cameo di Claudia Cardinale nel ruolo di se stessa. L’attrice sarà un vero e proprio deus ex machina in una delle scene più memorabili.

    Il film ha ricevuto un Oscar come miglior film straniero e per i costumi, ma non sono questi i dettagli da analizzare: piuttosto si comprende quanto Fellini sia stato un vero modello ispiratore per i registi del cinema contemporaneo. Per esempio osservando le lunghe scene senza dialoghi, l’uso abile della colonna sonora curata da Nino Rota, la presenza di personaggi stravaganti, è impossibile non pensare a Paolo Sorrentino. È sicuramente un’opera che ha segnato una svolta nel cinema italiano; il ritmo lento e le diverse scene enigmatiche da decifrare potrebbero scoraggiare lo spettatore moderno abituato a film più dinamici. Tuttavia, se si continua la visione, il finale con il suo messaggio sul senso della vita ripagherà lo sforzo.

    Paola Lombardi

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  • L’occhio che uccide

    L’occhio che uccide

    Attraverso la macchina da presa del protagonista, Mark Lewis, ci trasforma negli unici testimoni dell’omicidio di una donna. Sempre seguendo l’obiettivo conosciamo un uomo timido e riservato che spera in un futuro da regista. La spigliatezza dell’inquilina Helen fa nascere in lui un interesse nuovo che va ben oltre le sue manie perverse che lo condannano fin dall’infanzia, segnata da un rapporto traumatico con il padre. Riuscirà la ragazza a interrompere la spirale di morte che Mark produce attorno a lui?

    Il film britannico presenta il titolo originale “Peeping Tom” che significa guardone, deriva dalla leggenda dell’uomo Tom che guardò di nascosto la figura di Lady Godiva cavalcare nuda per le strade di Londra, rimanendo acciecato dalla sua tanta bellezza. La malsana perversione del protagonista non nasce in modo casuale, ma dalla sua personale esperienza di terrore vissuta nel rapporto traumatico col padre in epoca infantile.

    Dai primi minuti del film veniamo come scoperti dal film stesso a guardare e a essere complici del primo omicidio compiuto da Mark e così viene introdotto il tema principale della pellicola: che rapporto abbiamo noi spettatori con ciò che ci viene mostrato al cinema?

    Come nel celebre quadro di Degas “La scuola di danza” dove il pittore guarda la scena dal buco della serratura, così ci ritroviamo a guardare l’orrore della morte attraverso l’obiettivo della sua amata macchina da presa, utilizzata per documentare il vero e proprio sguardo della morte. Morte che ancora affascina il pubblico che, come la protagonista femminile, si chiede fino al punto più estremo come abbia provocato la morte delle vittime e come mai avessero uno sguardo di puro terrore. Questo interesse morboso non ha cessato di esistere, ma ha solamente cambiato forma per diventare più accettabile agli occhi di tutti; dai programmi televisivi che monetizzano i casi di cronaca nera attraverso un linguaggio dai dettagli più macabri, ai reality dove le scene più sensuali attirano un grande interesse; in questo modo ci riscopriamo nel ruolo di “voyeur”, preoccupati di dover assistere alla scena per affermarci come lontani da essa e perfino superiori, senza in realtà saperne fare a meno.

    Il film scorre senza particolari incertezze per tutta la sua durata, grazie a una colonna sonora attinente all’ambiente buio e al clima di continua tensione. La ripresa è molto innovativa per le varie tecniche utilizzate e aiuta lo spettatore a entrare nel film a fianco del protagonista. Un film inizialmente disdegnato dalla critica inglese, diventa un cult 30 anni dopo la sua uscita e ancora stupisce per l’analisi dettagliata del profilo psicologico di un killer psicopatico che desiderava immortalare gli occhi del terrore… E tu sai qual è la cosa più spaventosa che ci sia al mondo?

    Rachele Balbi

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