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    Le mosche

    Le mosche e la noia nell’arte

    Durante il corso della storia l’arte si è configurata anche come un mezzo per combattere la noia, sperimentando soluzioni che non trascurassero l’intrattenimento dei fruitori. Tuttavia, per una serie di motivazioni, a un certo punto, sia nella letteratura, sia nel cinema, la noia è diventata un tema ricorrente, come se si sentisse l’esigenza di rappresentarla, quasi andando contro l’idea stessa di intrattenimento. In questa stessa direzione si muove Le mosche, di Edgardo Pistone.

    Il corto, ambientato in un quartiere non specificato della periferia napoletana, apre una finestra nella vita di una comitiva di quattro ragazzi, che combattono ogni giorno contro l’asfissiante noia della quotidianità. Uno dei loro passatempi preferiti è giocare con Cirobello, un signore con evidenti problemi di salute mentale. Durante uno di questi giochi, però, le cose non andranno per il verso giusto e i ragazzi si troveranno a dover fronteggiare le conseguenze delle proprie bambinesche scorribande.

    Al netto della trama non particolarmente ispirata e di alcune scelte registiche discutibili, in soli 15 minuti Le mosche riesce a catturare la noia con una grande sensibilità, rendendola forse la vera protagonista del corto quasi a discapito degli attori. Mentre i quattro ragazzi si aggirano per le strade del capoluogo partenopeo, e le loro fidanzate li aspettano speranzose, entrambi i gruppi sono tremendamente, incredibilmente annoiati, e cercano in tutti i modi di passare il tempo. E seppur il macguffin della storia sia appunto il loro rapporto con Cirobello, ciò che veramente colpisce è l’atmosfera placida del racconto. Seppur vada probabilmente inteso come una rappresentazione della realtà periferica napoletana, il corto ha qualcosa che va oltre la critica sociale.

    La rappresentazione della noia è stata un cruccio dell’arte per un paio di secoli oramai: si pensi a Joyce, con la sua opprimente quotidianità in Gente di Dublino; a Moravia, con La noia; oppure nel cinema a Bergman, che in Persona esplora anche questo tema, o a Paterson, di Jim Jarmusch. È sempre un problema rappresentare un sentimento così lontano dal senso stesso dell’intrattenimento, ma così vicino ai suoi spettatori, i quali sono tali proprio per fuggirlo; è particolarmente più difficile nel cinema, essendo esso più legato all’evasione di altre forme artistiche: intrattenere è, dalla sua nascita, parte fondamentale della settima arte, e risulta difficile pensare a un film in cui manchi completamente questa componente.  Pistone ne Le mosche decide di raccontare la noia senza forzature, sottintendendola fino alla fine, quando i suoi personaggi parleranno espressamente di «passare il tempo»; diventa tutta una questione di atmosfera, un’atmosfera che è sì circoscritta alla situazione particolare dei personaggi, ma che gli spettatori possono capire proprio perché è nella natura dello spettatore essere in cerca di qualcosa che possa aiutare a rifuggirla, questa noia.

    Perciò, quella che è un’opera di critica sociale, con i suoi errori e i suoi problemi, riesce a relazionarsi con lo spettatore nonostante la sua probabile distanza dai fatti narrati su schermo. In meno di un quarto d’ora, Pistone riesce a mettere in scena quella che è una storia “napoletana”, ma che può essere capita, almeno in parte, da ognuno di noi.

    A cura di Francesco Colombo

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  • Shorta

    Shorta

    Shorta: il percorso palindromico di due sguardi 

    Non sappiamo molto della Danimarca contemporanea e Shorta non concede spazio a indugi. Prima di George Floyd, il “non respiro” del giovane Talib innesca la rivolta indignata del ghetto di Svalegården. Nonostante il tema sembri ricondurre a I miserabili di Ladj Ly o a L’odio di Kassovitz, lo sguardo di Ølholm e Hviid si posa altrove, sui protagonisti Jens e Mike.

    Un inizio in medias res ci fa piombare a bordo di una pattuglia di polizia nella giungla urbana della metropoli danese. È il day after, è l’inizio di una guerra senza nemico. Jens e Mike vengono accoppiati perché antitetici: se il primo è esile, silenzioso e riflessivo, il collega è scurrile, impulsivo e soprattutto incurante dell’altro. Entrambi però erano presenti nella notte in cui Talib veniva pestato ed entrambi sono chiamati ora a prender posizione. Mike cerca lo scontro, cerca un bersaglio e lo trova in Amos (Tarek Zayat). Ma allo scoppio delle prime rappresaglie, gli agenti si trovano in territorio ostile, nel quartiere di Svalegården, e il loro destino è ormai indissolubilmente legato a quello del ragazzo.

    A scendere in campo non sono tuttavia la polizia e le giovani generazioni di immigrati, bensì i protagonisti e il loro punto di vista. La prima sequenza del film mostra due grandi pupille disegnate da una bambina sul cemento: le prospettive antitetiche di Jens e Mike entrano continuamente in collisione, fino a un’inversione palindromica ardita ma narrativamente coerente. In un primo momento Jens evita in tutti i modi il confronto con Mike, ma all’interno del supermercato lo scontro verbale diventa inevitabile e la posizione della macchina da presa li mostra separati, intrappolati in gabbie geometriche disegnate dai frigoriferi retrostanti. La fuga, le speranze di salvezza e la cieca volontà di punire Amos portano Jens allo scontro fisico risolutivo con Mike: siamo a metà del film.

    Gli sguardi dei due personaggi da questo momento è come se si capovolgessero. Mike perde letteralmente la vista durante lo scontro e non è casuale che ritrovi la luce conoscendo la famiglia di Amos. Tra le mura domestiche, Mike e Abia si trovano nuovamente inquadrati entro i perimetri rigidi di due porte, separati da un muro apparentemente invalicabile. Il movimento verso la terza porta, quella di uscita, avviene però in contemporanea in un incontro-scontro che simboleggia visivamente l’inizio del nuovo percorso per l’agente.

    Jens, al contrario, inizia a vacillare proprio nel momento in cui perde la fede nuziale che lo lega alla moglie. Assieme ad Amos cerca di uscire dal quartiere-labirinto, finendo però con una pistola puntata alla tempia. Se Mike aveva avvisato il collega sulla sensazione di impotenza di quella situazione, la reazione successiva e istintiva di Jens segna il punto conclusivo dell’arco di trasformazione dei due personaggi. Al termine di questo viaggio su binari paralleli e contrapposti, Mike è ancora sicuro delle proprie posizioni e difende le buone intenzioni del collega, Jens invece si perde definitivamente decidendo di andare incontro al cruento destino che crede di meritare.

    Ølholm e Hviid iniziano e chiudono in maniera rapida, ritmata e soprattutto coerente. La loro proposta di cinema è più vicina agli States che non alla compagine francese, ma non per questo Shorta risulta più debole nell’invito a riflettere sulle drammatiche tensioni dell’Europa contemporanea.

    A cura di Andrea Valmori

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