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  • Pier Paolo Pasolini – Una visione nuova

    Pier Paolo Pasolini – Una visione nuova

    L’altro Pasolini

    È possibile riuscire a scandire le tappe del Pasolini cinematografico nel giro di poco più di un’ora? Questa è la sfida che si pone Giancarlo Scarchilli, alla sua ottava direzione in carriera. Il documentarista romano ripercorre un tratto di storia del nostro cinema e della nostra cultura, cercando di ricostruire il genio che ha scosso l’Italia, attraverso la folgorante – e in alcuni casi intima – mediazione di chi lo ha conosciuto e chi sta continuando a conoscerlo.

    Pasolini è sicuramente una delle figure di intellettuale più complesse del secolo scorso. È quindi scontato dire che il documentario, per la sua ridotta portata, non si configuri come un mero riassunto di eventi, ma cerchi di trovare un lato ancora non affrontato del poeta bolognese. È proprio questo il concetto di Visione Nuova che è riportato nel titolo. Scarchilli sceglie di percorrere la via del Pasolini scopritore di talenti: una
    strada certamente non trafficata attualmente, ma che, come si vedrà, è stata attraversata da molti in passato. Basterebbe pensare a Bernardo Bertolucci, che passa da poeta ad aiuto regista, prima di spiccare il volo verso più alte vette, e Franco Citti, imbianchino divenuto sceneggiatore e regista. Pasolini è il motore del loro cambiamento.

    Il documentario si struttura come un mosaico di interventi, una collezione di aneddoti e di testimonianze. Più che un racconto è un ritratto indiretto, che viene costruito gradualmente attraverso le esperienze vissute dai suoi collaboratori e “discepoli”. Scarchilli è assai abile a decentralizzare la figura dell’intellettuale, lasciando trapelare dalle bocche altrui lati umani poco conosciuti, e contemporaneamente rendendo la sua immagine un leitmotiv onnipresente ma non ingombrante. Viviamo il Pasolini semplice e genuino che incontrò Citti, il rigido mecenate che stroncò Ultimo tango a Parigi di Bertolucci, l’amico che Laura Betti protesse per tutta la vita. Ascoltiamo Vincenzo Cerami, Ennio Morricone, e Carlo Verdone. Ma ascoltiamo l’eco della sua influenza anche ai giorni nostri. Matteo Anastasi, giovane studioso, lo descrive come «una coscienza che non si è mai spenta», affermazione che rende meglio di tutte il carattere polarizzante e inestinguibile della sua influenza sull’Italia e sul nostro modo di vedere le cose.

    Se da un lato la costituzione “a più voci” rende il documentario dinamico, dall’altro questa celerità risulta a volte eccessiva, legata in particolare al basso minutaggio che si concede la pellicola. Se non si conosce già la storia e il pensiero del poeta si rischia di saltare alcuni passaggi, dal momento che la natura frammentaria dell’opera impone un andamento non lineare, nonostante la scansione in capitoli. La velocità con cui viene trattata la quantità di informazioni potrebbe essere fraintesa per superficialità, forse acuita da qualche celebrazione di troppo, giustificata ma in alcuni casi fine a sé stessa.

    Di certo si tratta di un’opera non per tutti e non di immediata comprensione. Il punto di forza è però la capacità di far emergere proprio quello spirito che sembra trapelare lateralmente dagli incontri con Pasolini, afferrabile ma difficilmente spiegabile. La forma e il contenuto fungono da innesco, da ponte, in grado di spaziare tra ieri e oggi, tra opera ed eredità del simbolo e dell’uomo Pier Paolo Pasolini.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • Machan – La vera storia di una falsa squadra

    Machan – La vera storia di una falsa squadra

    Machan: la partita della vita

    Ventitré giocatori di una squadra che non esiste, l’emigrazione, le scelte difficili: Uberto Pasolini mette in campo un fatto di cronaca realmente accaduto nel 2004 analizzandolo attraverso temi psicologici e sociali, con uno sguardo da docufilm.

    La povertà e la disoccupazione spingono i protagonisti a lasciare il proprio Paese, lo Sri Lanka, per cercare migliori opportunità e condizioni di vita. L’allontanamento dalle proprie radici diventa per alcuni una liberazione, per altri una perdita di identità. Il concetto stesso di identità è infatti il fulcro del film: la fatica di costruirsi un ruolo, di darsi un obiettivo e di trovare un luogo a cui appartenere, in senso fisico o metaforico.

    E quale luogo è migliore di uno spazio inventato, un gruppo, una squadra sportiva? Composta da un cameriere, un venditore di arance, un becchino, un truffatore e altri improbabili membri, nasce la nazionale di pallamano dello Sri Lanka con lo scopo di ottenere un visto per l’estero e una nuova prospettiva di vita. La regia riesce così ad affrontare tematiche importanti con la giusta ironia, senza melodrammi: un debutto che funziona bene e strappa un sorriso.

    Con uno stile essenziale e diretto, Pasolini (produttore di “Full Monty”) sceglie la via della leggerezza e dell’affetto verso i suoi personaggi che varcano confini e sono fiduciosi nel futuro, anche se più una volta ammettono che “sarebbe bello poter stare bene a casa nostra”. Non è sempre possibile, purtroppo, e questa storia ci lascia con una nota d’amarezza: la squadra si sfalda, l’identità si frammenta e parte in cerca di nuovi ruoli da assumere e nuovi confini da superare. E spesso, anche senza sapere le regole, bisognerà giocarsela ugualmente.

    A cura di Emma Onesti

     

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  • Still Life

    Still Life

    Se tutti fossimo come John May probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore

    «Il film è un film sulla vita, sul valore della vita degli altri, sull’importanza di essere coinvolti nella via degli altri, sull’importanza di aprire la propria vita, la nostra vita, agli altri» ha detto Pasolini in un’intervista. Probabilmente nessun’altra descrizione sarebbe più appropriata ed esaustiva di quella che lo stesso regista offre, ma forse è possibile riassumere queste righe con una parola: empatiaStill Life è infatti un film sull’importanza dell’empatia e su come essa riempia la nostra vita con qualcosa di puro e immateriale, facendoci dimenticare per una volta di non essere soli in questo mondo.

    Still life è un’espressione inglese che significa «natura morta» ed è proprio così che potremmo descrivere la vita di John May: già morta ancora prima di essere realmente vissutaMay è un impiegato comunale che vive le sue giornate avvolto da una nuvola di rigore e abitualità. La fotografia grigia che talvolta raggiunge i toni dell’asettico e la macchina da presa che si muove tanto lentamente quanto la vita del protagonista ci permettono di cogliere ogni dettaglio della sua vita, un po’ come se fossimo seduti su una panchina e ammirassimo in silenzio i passanti di una città. John May è un uomo buono, ma è anche profondamente solo, e il regista fa emergere questa condizione di solitudine attraverso i quadri Il viandante sul mare di nebbia (Friedrich) e L’assenzio (Degas). Anche i pasti che il protagonista consuma denotando la sua solitudine: una mela, un pesce appena pescato, un pasticcio di carne e una scatoletta di tonno; nello schermo non sembra esserci posto per troppi elementi insieme, e, idealmente, per più cuori che battono. Come il viandante nel dipinto di Friedrich, May è immerso nella solitudine in modo che niente e nessuno possa disturbare la quiete che lo circonda, forse non rendendosi veramente conto della sua situazione. May è un uomo solo, ma non è estraniato: la sua lentezza, pacatezza e benevolenza arrivano dritti nel cuore dello spettatore che, commosso, riesce a creare un legame emotivo con il protagonista.

    La precisione e la cura che il nostro protagonista pone nel suo lavoro non sono però apprezzate dalla società della superficialità, che, con grande indifferenza, priva May dell’unica cosa che riempie le sue giornate: il lavoro. Forse però proprio grazie al licenziamento egli scopre che esiste «ancora una vita» da poter vivere (altro traducente dell’espressione still life). Di quanto la vita sia preziosa, John May è ben consapevole; ma lui, che per anni non ha fatto altro che ricostruire in rispettoso silenzio l’identità di molti, omaggiando volti e storie che oramai erano stati dimenticati ancora prima della loro fine terrena, forse non ha mai vissuto veramente la sua vita. Probabilmente egli ha sempre cercato di riempire la sua esistenza occupandosi di quella degli altri; passava ore a cercare qualsiasi informazione che potesse essere utile a dare dignità a quelle vite ormai spezzate e facendo in modo che non fossero sole almeno durante l’ultimo commiato. Dopo il licenziamento, però, egli scopre che forse l’unica vita cui non ha ancora reso omaggio è proprio la sua. E così May parte, ricerca, muta, sperimenta, in una parola vive. Lo schermo quindi si riempie, i colori si fanno piano piano largo sulla scena e l’empatia del signor May entra nel cuore di altri protagonisti.

    In un’intervista Pasolini racconta di quanto sia potente ed efficace adottare una tecnica di ripresa lenta, che sia così in grado di cogliere particolari e sensazioni della vita di tutti i giorni, perché è solo così che può rimanere nella mente dello spettatore. Ma quest’opera rimane impressa anche grazie alla fantastica interpretazione di Eddie Marsan, attore che quando recita non pensa mai al sé come attore quanto più al personaggio che rappresenta, una sorta di «attore-non attore». In questo film Eddie Marsan è proprio questo; è un uomo qualsiasi, buono, con lo sguardo velato da una certa malinconia e solo, ma da un punto di vista puramente fisico, non spirituale, perché la vita gli ha deciso di donare un bene prezioso, ossia l’empatia.

    A cura di Sofia Quadrelli

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