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  • A Glitch in the Matrix

    A Glitch in the Matrix

    A Glitch in the Matrix: come cervelli in una bacinella

    «Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta, è molto semplice» – dice il regista Christof, interpretato da Ed Harris in The Truman Show (1998). Vale a dire che prendiamo per vero ciò che viviamo con i nostri cinque sensi, la realtà che ci è dato conoscere. A Glitch in the Matrix scardina questa sicurezza e la semplicità che ne deriva, sondando l’abisso della teoria della simulazione, ovvero il pensiero secondo il quale quella che viviamo ogni giorno possa essere un costrutto creato ad hoc da un’altra esistenza nascosta, superiore, demiurgica, proprio come Christof nel film di Peter Weir.

    Tra i riferimenti di The Truman Show c’era, ovviamente, l’opera e il pensiero di uno dei padri della distopia moderna, Philip K. Dick, la cui conferenza del 1977 a Metz funge come scheletro saggistico per il documentario di Rodney Ascher, sofferta riflessione sull’impossibilità di trovare un mondo originale che attesti il suo non essere una copia, uno sguardo cerebrale al baratro della riflessione umana, alla possibilità di percepire il proprio percepire, considerarsi come assenza e mancanza, come negazione di sé.

    Cosa ci dà la certezza che quella in cui viviamo sia la realtà o, meglio, l’unica realtà? Autori, studiosi e persone comuni intervengono dialogando via webcam. La loro immagine computerizzata, mediata da un filtro, sussunta in avatar e in identità fittizie, si mescola a tante altre immagine ricreate o riutilizzate: computer-grafica, filmati d’archivio, Google Earth, cinema primitivo, reenactment e animazione digitale in stile Jon Rafman. Sono immagini che non necessitano del mondo, della ripresa dal vero (sempre delegata a frammenti su YouTube), perché ricreate o già attuate in passato. È in questo modo che questo documentario coglie l’assenza dell’originale sia nel contenuto, che nella forma.

    Questo approccio dietrologico e riflessivo alla materia è un tratto che connota anche i lavori precedenti di Ascher (The Nightmare, Room 237) ma qui l’indagine filosofica e antropologica del regista americano è un’occasione per riflettere su come oggi intendiamo il mondo, le relazioni sociali e, soprattutto, la solitudine. Se siamo sempre più raffinati e precisi nel simulare la realtà nell’ambito audiovisivo e video-ludico, allora non possiamo escludere di essere noi stessi delle simulazioni sopraffine, perché non abbiamo e non possiamo avere esperienza di altro, proprio come i prigionieri del mito della caverna di Platone.

    Chiamando a raccolta filosofia, fisica quantistica e immaginario popolare, A Glitch in the Matrix gioca con il confine della nostra incredulità, pungola le nostre certezze, raccontando l’ignoto e ponendoci in una posizione di spettatore avvincentemente scomoda. Le supposizioni dei soggetti ripresi aprono un varco inquietante sullo straniamento che le immagini, oggi sempre più immersive, attuano sugli individui: immagini che, riproducendo la realtà, finiscono – soprattutto dopo l’avvento del digitale – per farne parte. Guardando alle origini del pensiero, le elucubrazioni di quest’opera complessa si basano su un tratto peculiare della nostra attualità: la progressiva e incalzante avanzata tecnologica, la possibilità di ricreare mondi sempre più simili al nostro. Ma sarebbe un errore grossolano pensare a A Glitch in the Matrix come un film di mera teologia tecnologica, perché la sensazione netta, alla fine della visione, è quella di un racconto sull’identità. È l’essere umano il protagonista di questo affresco fatto di impulsi visivi smaterializzati e di immagini disinnescate, la sua alienazione, il suo desiderio di fuga da un’esistenza così complicata, da far supporre che nulla di quello che ci circonda sia reale, persino la morte.

    A Glitch In the Matrix ha il merito di mettere il pubblico davanti a sé stesso e di combattere l’anestesia percettiva in cui siamo immersi ogni giorno, senza dare soluzioni certe, ma accontentandosi del suo andamento interrogativo per scuotere chi guarda. Perché potremmo essere “cervelli in una bacinella”, innestati nella statuina più piccola di una matrioska infinita, un insieme di codici senza carne incapaci di distinguere la verità, o ancora peggio, di darle un significato.

    A cura di Matteo Bonfiglioli

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  • The Mauritanian

    The Mauritanian

    The Mauritanian: fantasmi a stelle e strisce 

    Al tramonto un uomo cammina a piedi nudi su una spiaggia, mentre appaiono in primo piano barche variopinte e si alzano progressivamente suoni di tamburi. «Mauritania, novembre 2001, due mesi dopo l’11 settembre». È così che Kevin MacDonald decide di presentarci Mohamedou Ould Slahi (Tahar Rahim): una persona spensierata che vive felicemente con la propria famiglia. Sono gli attimi antecedenti al dramma, momenti di canti, balli e visite inaspettate. L’uomo saluta la madre con il sorriso e le rivolge un ultimo sguardo attraverso lo specchietto retrovisore, dallo stesso punto di vista scorgiamo subito dopo gli occhi dell’avvocatessa Nancy Hollander (Jodie Foster).

    Ci siamo spostati negli Stati Uniti ed è il febbraio del 2005, Mohamedou è detenuto nella prigione di Guantanamo da quattro anni in quanto persona collegata a Bin Laden, senza tuttavia essere mai stato formalmente accusato. La Hollander si interessa al caso dopo aver notato incongruenze troppo evidenti da poter passare inosservate e decide così di prendere le difese del «presunto reclutatore dell’11 settembre». Il caso appare spinoso, ma non riesce a comprendere come il governo statunitense possa aver violato per settecento prigionieri trattenuti a Cuba l’habeas corpus, ovvero il principio che tutela l’inviolabilità personale, una delle colonne portanti del diritto anglosassone. Sul fronte opposto siede però un avversario altrettanto determinato, il tenente colonnello Stuart Couch (Benedict Cumberbatch), desideroso di trovare giustizia per la morte dei colleghi rimasti uccisi durante gli attacchi.

    Dopo l’eccellente lavoro su documentari come One Day in September e Touching the Void, MacDonald decide di raccontare nuovamente una storia realmente accaduta nell’unica maniera in cui questa volta era possibile farlo e cioè attraverso un impianto realista e una puntuale attinenza alle fonti. La denuncia delle violenze che si sono protratte lungo quattordici anni di detenzione arriva direttamente dalla vittima che, con un libro di memorie (Guantanamo Diary, 2015), ha trovato il coraggio di consegnare alla pagina scritta il racconto di fatti al limite del credibile.

    Come Xavier Dolan, Wes Anderson e altri grandi cineasti d’oltreoceano, il regista ricorre al cambio di formato per proporre qualcosa di nuovo, sia sul fronte visivo che emozionale. Grazie infatti all’incalzante doppio filo su cui si muove la narrazione, dalle vicende giudiziarie ai ricordi scritti sulle lettere alla Hollander, il formato cambia e stringendosi porta lo spettatore a vivere con il protagonista il ricordo dei settanta lunghi giorni di tortura. Efficaci effetti distorsivi sono ottenuti attraverso suono e luce, cercando di riprodurre in maniera mimetica il dramma vissuto da Slahi, in cui i ripetuti abusi sessuali e le diverse forme di violenza psicologica sono solo alcuni dei tasselli che compongono un quadro realmente allarmante.

    La Mauritania dell’incipit e dell’explicit appare come il luogo della libertà, la casa in cui ritrovare la vita, di contro alla paradisiaca Guantanamo che ossimoricamente si trasforma in un inferno di bugie e depistaggi. Con audacia MacDonald racconta i settecento di Guantanamo attraverso Slahi, denunciando alcune delle più gravi ingiustizie perpetrate dal governo statunitense in anni recenti. Un cast in stato di grazia consente al film di inserirsi con forza e coerenza entro il filone di battaglie giudiziarie che, negli ultimi anni, sono passate dalla cronaca statunitense al grande schermo (nel 2020 Richard Jewell e Il processo ai Chicago 7) e che ci consentono di osservare la crescente sfiducia verso le istituzioni di una nazione in evidente crisi identitaria.

    A cura di Andrea Valmori 

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