Categoria: Recensioni

  • Waiting for the Barbarians

    Waiting for the Barbarians

    Waiting for the Barbarians: ingiustizia al potere

    A causa delle ben note vicissitudini giudiziarie di Johnny Depp, da qualche anno il suo talento è stato ostracizzato dal jet set hollywoodiano. Waiting for the Barbarians è una delle poche produzioni ad averlo accolto e lui (come d’abitudine), ha contribuito abilmente ad un’opera differente, ma attuale. Essa presenta una forte polemica storica, in cui il colonialismo occidentale viene posto sulla sedia dell’imputato e giudicato colpevole.

    Il film si apre in quella che in Grecia si sarebbe definita una “città-stato”, avente un massimo di duecento cittadini e governata da un “magistrato” (Mark Rylance) che applica le regole del buon senso più che le leggi statali. Si tratta di un governatore che conosce personalmente i suoi concittadini, che chiacchiera con loro amichevolmente e che punisce paternamente i trasgressori. Tuttavia, l’arrivo del colonnello Joll (Johnny Depp) cambia le carte in tavola. Il forestiero entra in città su una carrozza che incute timore e indossa degli inediti occhiali da sole, che disorientano la folla. A differenza delle semplici uniformi locali, Joll veste una divisa blu fiammante che ne evidenzia immediatamente l’estraneità culturale.

    In poco tempo, l’armonia all’interno del villaggio svanisce. Con la spocchia tipica dei conquistatori, prima Joll, poi i suoi sottoposti, mettono in pratica i classici mezzi da Chiesa del ‘600: tortura, confessioni travisate, uccisioni sommarie, pena di morte. In più, un rudimentale ma efficace utilizzo della propaganda, che si potrebbe sintetizzare così: «Il potere ha un nemico: i barbari. Questi si stanno armando contro di noi. Il nostro compito è sconfiggerli prima che ci attacchino». In verità, i cosiddetti “barbari” erano solo qualche tribù nomade, che per definizione si sposta e vive alla giornata. Nondimeno, i proclami iniziano ad avere effetto. Vengono spettacolarizzate le torture e tra la popolazione inizia a serpeggiare l’odio e l’invidia. Rimasto l’unico baluardo del vecchio mondo, il magistrato cercherà di difendere fino all’ultimo il proprio operato e la propria gente.

    La prova attoriale di Mark Rylance è magistrale. Poche volte l’attore si era visto nel ruolo principale di una pellicola così popolare. Eppure, ha saputo sopportare il peso di un’opera che basava il suo successo principalmente sulle capacità attoriali del protagonista. Il suo sguardo ha saputo trasmettere emozioni profonde, come malinconia, amore, rabbia e senso dell’onore. La fotografia del regista colombiano Ciro Guerra, al primo film in lingua inglese, è spettacolare. Il messaggio del film, che poi è quello del romanzo omonimo da cui è stata prodotta l’opera, è una forte critica contro il potere e un’amara provocazione storica. Infatti, la trama è facilmente riconducibile al colonialismo occidentale del XIX secolo, quando (e ormai è acclarato), ci siamo comportati in modo tutt’altro che elegante.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon)

    Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon)

    Il mondo in uno sguardo

    Una soggettiva confusa ci trapianta fin dai primi istanti nel corpo di Jean-Dominique Bauby al momento del risveglio in ospedale dopo un ictus. Siamo gli unici a poterlo sentire parlare e pensare, come fossimo anche noi, come lui, vittime della sindrome locked-in e come se la macchina da presa stessa fosse ingabbiata in una visione limitata e asfissiante, un cineocchio svuotato delle sue possibilità, disabile.

    Il corpo del protagonista si trasforma pian piano in un tempio dell’immaginazione e della memoria, in una mappa per costruire la sua biografia, un racconto che diverrà un libro, che diverrà un film. Una storia vera. L’occhio sinistro di Jean-Dominique sarà d’ora in avanti la sua unica forma di espressione, di linguaggio, e il solo mezzo di interazione tra l’infinitezza della sua interiorità e il mondo circostante.

    Attraverso l’intreccio di volti che ci guardano da vicino, luoghi di un passato non nostro e una voce narrante introspettiva e paziente, veniamo guidati nel “viaggio immobile” dell’ex caporedattore di Elle, in un film che a tratti ritorna sceneggiatura. Le parole sostituiscono le azioni, il corpo in cui c’eravamo incarnati esce da sé stesso per vagare dov’è già stato o dove non potrà mai andare.

    La quiete della prova attoriale di Mathieu Amalric è quindi accompagnata da soggettive sfocate dalle lacrime o da inquadrature volutamente tagliate male per rappresentare visivamente l’impossibilità di muovere la testa di un uomo che vediamo a malapena e di cui seguiamo soprattutto il rapporto con alcune figure femminili, reali o immaginarie che siano: l’ex moglie, le infermiere, la nuova compagna, l’imperatrice Eugenia…

    Lo aiutano a esprimersi, a comunicare, a scrivere e a diventare una versione moderna del personaggio di Noirtier de Il Conte di Montecristo, descritto da Dumas come «un cadavere con degli occhi vivi». L’assenza stessa del corpo è ciò che ci fa maggiormente percepire la fisicità di questo film, scandito da un montaggio ritmico ed efficace nel restituire l’universo interiore di Jean-Dominique con una forma cinematografica autoriflessiva e quasi sensoriale.

    Lo scafandro esiliato negli abissi, senz’aria, sprofonderebbe in un deserto sommerso se non riuscisse a tramutarsi in farfalla, seppur di breve vita, grazie all’arte e ai ricordi. La malattia diviene luce e liberazione attraverso il gesto creativo della scrittura e alla fine possiamo percepire anche noi in lontananza il battito di ali di quella farfalla come la pulsazione di un cuore ancora vivo; una dichiarazione d’amore alle parole che rimangono dopo di noi.

    A cura di Emma Onesti

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  • Traffic

    Traffic

    Traffic e la padronanza del linguaggio cinematografico di Soderbergh

    Per quanto gli Oscar non siano indice del valore o dell’importanza di un film, vincerne quattro di solito è garanzia di qualità, e non fa eccezione Traffic di Steven Soderbergh. Regista eccentrico che non ha paura di osare, nella sua carriera ha alternato pellicole sperimentali a basso costo, come il chiacchierato The Girlfriend Experience, noto per l’impiego dell’attrice pornografica Sasha Grey nel ruolo della protagonista, a opere ad alto budget con cast corali ed attori affermati, quali Ocean’s Eleven o Magic Mike. Soderbergh ha dimostrato di saper fare veramente tutto: che sia un film sullo spogliarello o heist movie, girarlo non è un problema. Nella sua prolifica carriera non poteva mancare quindi un poliziesco come Traffic, il quale si occupa di sviscerare il fenomeno della cosiddetta guerra alla droga, seguendo parallelamente tre storyline distinte: la prima ambientata in Messico si occupa di seguire due poliziotti nella loro caccia al cartello di Tijuana; la seconda è incentrata sulla vicenda di due agenti sotto copertura di San Diego; la terza segue infine la parabola del nuovo capo del dipartimento antidroga, sia in ambito familiare, con la dipendenza della figlia, che istituzionale.

    Soderbergh dimostra qui una straordinaria competenza tecnica, sapendo mettere in scena situazioni ed emozioni diverse con grande precisione. Il regista il linguaggio del cinema lo sa parlare bene e in Trafficnon si fa problemi a dimostrarlo: ogni inquadratura, ogni movimento, è studiato ad hoc. L’esempio più lampante è anche la caratteristica che ai più ha fatto storcere il naso, ossia il costante oscillare della cinepresa, il cosiddetto effetto shaky camera che ha di recente preso piede nel cinema d’azione. Il regista non lo usa per dare movimento, bensì per darci l’impressione di essere lì, prima nella Casa Bianca con Michael Douglas, poi in macchina con Benicio del Toro a pattugliare le strade di Tijuana. Una scelta del genere, in linea puramente teorica, dovrebbe però cozzare con il viraggio effettuato sulle sequenze ambientate in Messico e a Washington, che appaiono rispettivamente arancione e blu. Il viraggio è un processo chimico che veniva utilizzato per rendere la pellicola più stabile, affinché si rovinasse meno col passare del tempo; ad oggi, tuttavia, se si utilizza questa pratica è per fini meramente estetici.

    Per quanto il realismo della ripresa mossa sia in netto contrasto, concettualmente, con l’artificiosità del viraggio, i due elementi si sposano perfettamente per un motivo molto semplice: sono entrambi strumenti per far sentire più coinvolto lo spettatore. Soderbergh, con mestiere, sceglie di tingere la pellicola di arancione quando osserviamo i fatti in Messico, e di blu quando ci mostra i fatti di Washington, più nello specifico quelli riguardanti la storyline della ragazza interpretata da Erika Christensen, la figlia del giudice Wakefield, alias Michael Douglas. Il motivo della scelta è presto detto: l’arancione serve a comunicare un calore quasi opprimente, assimilabile alla situazione spinosa dei protagonisti messicani, mentre il blu è il colore della tristezza, emozione che certamente si addice al racconto della dipendenza da stupefacenti.

    I due elementi servono quindi a trasmettere qualcosa di preciso allo spettatore: il primo a farlo sentire con i personaggi, il secondo a farlo sentire come i personaggi. È una soluzione raffinata, per un film appartenente a un genere come il poliziesco che, solitamente, non si lascia andare a particolari espressioni di estro cinematografico. Per questo motivo Traffic è, seppur al netto di un ritmo lento che può non piacere, una grandissima lezione di cinema, e perciò merita sicuramente di essere visto.

    A cura di Francesco Colombo

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  • Accordi & disaccordi (Sweet and Lowdown)

    Accordi & disaccordi (Sweet and Lowdown)

    Un chitarrista scordato

    Gli anni ’30, la Grande depressione, la musica jazz: quella di Accordi & disaccordi è un’America che respira sigarette, frequenta i club di periferia e culla artisti con dubbia integrità morale. Emmet Ray è uno di loro, suona la chitarra – jazz, rigorosamente – ma spesso non si presenta agli spettacoli per cui è pagato; o, se lo fa, è ubriaco. È il secondo chitarrista più bravo al mondo, sopra di lui solo Django Reinhardt, lo zingaro francese che venera e odia al tempo stesso. Egocentrico, vanesio, nevrotico, con problemi di alcool, soldi e donne, capace di trovare un equilibrio e un posto nel mondo solo quando ha in mano la sua chitarra, Emmet rappresenta genio e sregolatezza, il perfetto artista di baudelairiana memoria.

    Woody Allen racconta l’incerta biografia di questo musicista fittizio, e lo fa giocando con tutti gli elementi che ha a disposizione: la forma narrativa, un finto documentario in cui Allen stesso – in quanto davvero esperto di jazz – interviene insieme a un critico e uno storico della musica, per raccontare ciò che si sa di questo Emmet Ray; il soggetto, la storia di un chitarrista mai esistito che ricalca però la storia vera di Django Reinhardt, a sua volta presente come leitmotiv nella pellicola; il titolo, Accordi & disaccordi, che si rifà tanto alla terminologia musicale, quanto alla dicotomia del protagonista, costantemente in bilico tra il successo artistico e la decadenza esistenziale.

    Non un cliché entra nella pellicola di Allen: Emmet Ray è un genio dannato con traumi infantili, problemi emotivi e paura dell’amore, eppure ogni minima traccia di retorica viene spazzata via dalla tipica cinica comicità del regista, che spesso si colora di toni pirandelliani. È infatti un sorriso amaro quello che spunta davanti agli appuntamenti grotteschi del protagonista, che porta le sue signore nelle discariche a sparare ai topi, o sui binari a guardare i treni. Inebriato dal suo genio, Ray non vede che il proprio piacere, e le donne di cui si circonda servono solo a soddisfare il suo ego smisurato. Rifugge l’amore, perché rovina gli uomini e incatena gli artisti, ma così facendo non fa altro che limitare la propria creatività. Non affronta i suoi fantasmi, perché riesce a guardare solo la propria magnificenza, ma la sua nevrosi lo rende vulnerabile a tal punto da bruciare i vestiti di scena e la falce di luna costruita al solo scopo di accontentare le sue manie di grandezza.

    Nell’America della Grande depressione non c’è spazio per il successo, e la crisi economica sembra permeare anche l’animo delle persone. Nevrastenici, sereni solo all’apparenza, pervasi da un senso di solitudine, Emmet Ray e i personaggi che lo circondano sembrano usciti dai quadri di Hopper, da Hattie, la lavandaia muta che si innamora del chitarrista, a Blanche, la ricca scrittrice che psicanalizza gli uomini per trarne soggetti per i suoi libri. Una solitudine che raggiungerà il punto più alto nel momento in cui Ray prenderà atto della propria condizione di miserabile: isolato nella torre d’avorio in cui si era auto innalzato, non aveva capito di essere umano. La nuova presa di coscienza, la sofferenza, il bisogno d’amore, trovano il loro sfogo nell’amata chitarra, spezzata dall’ira di un attacco isterico. Di Emmet Ray, ci dicono gli intervistati, da lì in poi si seppe poco, ma ciò che è sicuro è che abbia inciso due dischi prima di scomparire nel nulla. Pare siano i più belli della sua carriera; al livello, si dice, di quelli di Django Reinhardt.

    A cura di Margherita Ceci

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  • Enter the Void

    Enter the Void

    Enter the Void: nel tunnel di un’anima

    «Io voglio fare un film che dia alla gente che assumeva LSD le allucinazioni di quella droga, ma senza allucinazioni. Io non voglio somministrare realmente LSD, io voglio fabbricare l’effetto di quella droga»: così dichiarò in un’intervista un regista controverso come Alejandro Jodorowsky riassumendo la percezione che voleva trasmettere al suo pubblico. Un’idea di cinema che potrebbe essere paragonata anche al modus operandi di Gaspar Noé. Perché Enter the void è senza ombra di dubbio una delle esperienze cinematografiche più allucinatorie e psichedeliche prodotte finora.

    Oscar e sua sorella Linda vivono nell’abbagliante Tokyo, dove le luci a neon alimentano l’atmosfera stupefacente delle vicende che coinvolgono i personaggi. Oscar è uno spacciatore vittima dell’abuso di droga, Linda una spogliarellista in un night club. Una notte la polizia sta per incastrare Oscar, il quale viene tragicamente ferito da un colpo di pistola. Il suo spirito, a cavallo tra la vita e la morte, ripercorrerà vertiginosamente le tappe fondamentali della sua vita. Gaspar Noé, regista e sceneggiatore, esprime tutta la sua libertà artistica anche grazie a un oneroso budget che ha permesso notevoli virtuosismi e scelte stilistiche azzeccatissime per restituire un’esperienza estremamente sensoriale.

    Lo spettatore rimane letteralmente assuefatto da una proposta visiva che riproduce incredibilmente trip e viaggi mentali di un realismo surreale e di un surrealismo realistico. Sembrerebbe un paradosso, ma l’utilizzo preponderante della soggettiva e di numerosi piani sequenza permettono di definire questo film come cinema puramente sperimentale, totalmente immersivo, e soprattutto molto credibile per quanto riguarda il viaggio di un’anima incastrata in un limbo. Infatti, sono note le vicende legate alle interviste raccolte dallo stesso regista, in ascolto di persone rimaste in coma, le quali hanno raccontato di esperienze palpabili vissute nei meandri della propria mente prima del risveglio.

    In questo tunnel vorticoso, Oscar ripercorre insieme allo spettatore gli eventi più tragici e floridi della sua vita, legati alla perdita dei genitori in un incidente stradale, ma anche connessi all’amore eterno, indissolubile, sanguigno con sua sorella Linda, consolidatosi proprio grazie a questa sofferenza condivisa. Le tematiche che il regista vuole imprimere sul grande schermo si fanno, dunque, piuttosto chiare: l’amore e la morte. Una morte che sembra acquisire un senso ultimo grazie alle semplici, e mai banali, manifestazioni d’amore donate agli altri, malgrado un’esistenza oscura, sofferente, estremamente confusionaria. È inevitabile perdere la propria innocenza nel mondo dipinto da Gaspar Noé in cui l’uomo affoga nei propri peccati e spesso rimane incastrato nella morsa stringente della droga, destabilizzato da continui conflitti esistenziali.

    D’altronde anche nel suo ultimo film Vortex, presentato a Cannes nel 2021, con una straordinaria prova attoriale di Dario Argento, Noè rimarca l’idea della morte, di un ritorno al proprio passato da dove si fatica a fuggire, dal presente tragico, il tutto tenuto ben saldo da un amore che aleggia sempre nell’aria e che ci conferisce speranza. Per citare una battuta proprio di Vortex, «il cinema è come un sogno». A conferma del fatto che il suo è un cinema di corpi, dove lo spettatore sognante si immedesima perfettamente nei suoi personaggi, li incarna, sentendosi così incredibilmente attivo nell’esperienza visiva, grazie alla maestria di un regista discutibile ma indubbiamente capace di maneggiare il mezzo audiovisivo. Per questo motivo, non è tanto importante quanto Gaspar Noé divida la critica internazionale, bensì quanto i suoi film risultino sempre interessanti, estremi e coinvolgenti a tal punto da far fatica a distogliere lo sguardo dallo schermo. La verità, infatti, è che in pochi di voi vorranno risvegliarsi dai sogni di Gaspar Noé!

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Dracula di Bram Stoker (Bram Stoker’s Dracula)

    Dracula di Bram Stoker (Bram Stoker’s Dracula)

    Anti-nosferatu, ultimo vampiro, primo Dracula

    Normalmente, nosferatu, vampiro e Dracula, sono quasi sinonimi, nel senso che i primi due sono termini generali, idealmente rappresentati dal terzo. Nel cinema sono invece tra figure ben distinte. La prima viene ricondotta ad una tradizione filmica prettamente tedesca, in cui i protagonisti sono raccapriccianti creature della notte, dannatamente tangibili, che diventano metafore del male e portatori della peste del mondo. La seconda, evanescente spirito folkloristico di origine rumena, ma “naturalizzato” americano che – al contrario – si fa nel concreto uomo e diventa, paradossalmente, edonismo. A discapito di queste due secolari tradizioni del grande schermo, il primo film che porta davvero in scena Dracula è quello di Coppola, in quanto ponte imprescindibile tra la visione cinematografica e quella cartacea.

    Il requisito che lo definisce come tale è ovviamente discrezionale nei confronti dei due filoni appena descritti: si tratta del primo adattamento fedele alla sinossi del libro di Stoker, anche se con una leggera quanto fondamentale aggiunta. Prima di entrare nel vivo della storia, il regista ci trasporta nella Transilvania del XV secolo: qui il principe Vlad, paladino cristiano, torna al proprio castello dopo aver sconfitto la minaccia ottomana in Romania. Al suo arrivo trova la moglie – interpretata da Winona Ryder, che solo dopo conosceremo come Mina Harker – morta suicida, tratta in inganno dai nemici del marito che le avevano falsamente annunciato la caduta del consorte. La Chiesa proclama la dannazione eterna per la ragazza e il cavaliere rinnega il suo Dio.

    Nonostante la pellicola proceda secondo la versione tradizionale di Stoker, è sempre più chiara la deriva romantica presa dal film: Coppola fa tesoro delle atmosfere gotiche e orrorifiche del romanzo, ma si diverte a sovvertirle, per la legge del contrappasso. Keanu Reeves è un Jonathan Harker che passa dall’essere vittima compatita a inerme spettatore di un amore mai suo, paradossalmente “impreziosito” dall’insipida prova dell’attore canadese. Antony Hopkins è un Van Helsing deviato e assuefatto dal desiderio sessuale. Il personaggio di Mina – finalmente scissa da Lucy, qui vista come volto della lussuria – è per la prima volta sposa consciamente innamorata di un Dracula molto dandy e infelicemente romantico, che trova la sua ragion d’essere nell’eterna speranza di riunirsi alla consorte. Proprio questo aspetto riesce allo stesso tempo a chiarificare definitivamente l’ambiguità principale del percorso cinematografico americano.

    Il vampiro di Bela Lugosi in Dracula (1931) è affascinante e dotato di uno sguardo sovrannaturale, nei fatti e nel carisma del suo interprete, in grado di fare sue le donne. Il conte di Christopher Lee in Dracula il vampiro (1958) vede nella loro “conquista” un’ossessione morbosa, e rispecchia l’ideale iconografico del “bello e dannato”, incarnando uno pseudo-James Dean dell’Est-Europa. Nella realtà dei fatti è però difficile giustificare le loro azioni, dal momento che nell’unione con la vittima l’aspetto sessuale non persiste, forse a causa di un’analogia con il personaggio cartaceo. La versione di Stoker, infatti, risulta obiettivamente ambigua, mostrando sia una natura umana che una bestiale, ma senza sbilanciarsi né verso l’una né verso l’altra.

    A rappresentare appieno questo dualismo è nuovamente Coppola. Se da una parte si può considerare come definitiva espressione del Dracula uomo il raggiungimento di un vampiro “a stelle e strisce” in chiave erotica e sessuale; dall’altra, il Dracula bestia trova riscontro nella divergenza rappresentativa con la visione europea. Mentre il vampiro sceglie – al di fuori di pochi tratti – di perseguire solo la dimensione umana, il nosferatu unisce magistralmente le due nature: questa è una bestia orripilante, schiva, chiusa nella sua espressione asettica, nel suo corpo spinto al limite della definizione di uomo. È costretto in questa forma e non potendo evolvere né in una direzione né nell’altra, diventa pura essenza, una metafora. Oldman è una “mummia” corrosa dal tempo, che si mostra uomo affascinante ma anche lupo e vampiro. Due espressioni distanti ma complementari della visione amorosa che è alla base della pellicola: l’una manifestata dall’eleganza romantica, l’altra dalla lussuria più sfrenata e dalla brutalità più efferata.

    Se si guarda la pellicola, la regia, il trucco, i costumi e gli effetti visivi artigianali – seppur magistrali – non fanno di questo film un capolavoro. Preso come tale, in realtà, quasi non vale niente: una storia romantica come se ne sono viste tante, inutilmente barocco e forse addirittura kitsch. L’opera di Coppola è una creatura paradossale, non comprensibile dall’interno, per quante volte la si riguardi provando a trovare angolazioni differenti. Il lavoro di un regista “totale”, che si annichilisce e decide di guardare all’esterno, trovando la sua forza nel dialogo con la Storia. In questo senso passa da opera minore – come troppi gli hanno imputato – a cinema esclusivo e raffinatissimo.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • Il filo nascosto (Phantom Thread)

    Il filo nascosto (Phantom Thread)

    La maledizione della prima donna

    Per strutturare la sua nuova love story, Paul Thomas Anderson decide di partire dall’atmosfera gotica e misteriosa con la quale Alfred Hitchcock avvolse il suo capolavoro del 1940, Rebecca – La prima moglie; un film dove l’amore tra i due protagonisti veniva ostacolato dall’emergere, sempre più concreto, dei segreti legati alla defunta “prima moglie” del ricco ed aristocratico Maxim de Winter. Anche Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) nasconde i suoi pensieri ed il suo passato. Esso non giace però tra le pareti della sua dimora, ma tra le mura fortificate che proteggono il suo corpo: i suoi abiti. All’interno dei vestiti che realizza vi sono semplici frasi, piccole formule magiche, mentre all’interno di quelli che indossa, all’altezza del cuore, il feticcio del fantasma che lo tormenta e lo coccola: la madre.

    È un film di segreti e maledizioni Il filo nascosto. Quella che ruota attorno all’abito nuziale e, ancor di più, quella che costringe il protagonista stesso ad essere uno “scapolo impenitente”. Nei fatti invece è l’ossessione edipica nei confronti della defunta madre ad influenzare la sua vita, i rapporti con tutte le donne che lo circondano e, in maniera ancora più evidente, con le sue amanti.  L’insofferente sorella ha provato, come poteva, ad occupare quel ruolo ma solo Alma (Vicky Krieps) sembra essere determinata a prendersi cura totalmente del corpo e della mente del suo amato. Lo vediamo sin dal primo incontro tra i due.

    Lui è un uomo egocentrico, affamato, un non-uomo, un bambino, certo molto forte, aggraziato, alto e geniale, ma pur sempre un bambino. Vorace come il personaggio di un manga giapponese (Goku, Naruto, Rufy, ecc.), divora una quantità di cibo del tutto insignificante per lui che, in realtà, si ciba di cose ben più importanti, i sentimenti delle persone che gli stanno accanto. Lei invece è semplice, con un po’ di pancia (come piace a lui), amorevole e, soprattutto, attentissima a soddisfare i suoi bisogni. Accetta immediatamente di togliersi il rossetto e i vestiti, di concedere il proprio corpo e le proprie misure.

    È solo però nel momento in cui l’interesse di Woodcock nei suoi confronti sembra svanire, nella stessa maniera in cui si è dissolto con le sue precedenti amanti, che emerge un altro dei segreti a lungo celati, in piena vista, da Paul Thomas Anderson. Ella infatti nasconde una natura forse ancor più individualista della sua controparte. Il suo desiderio di entrare totalmente nel mondo del suo amato è ossessivo e senza scrupoli. Se all’inizio dimostra il suo amore mostrando un infinito rispetto per il suo lavoro da stilista e togliendo a forza un suo vestivo da una donna che, a detta loro, non se lo meritava, successivamente decide addirittura di avvelenarlo per fargli comprendere che egli ha bisogno delle sue cure e del suo amore. È proprio in quel momento che Alma riesce definitivamente ad avvicinarsi, sostituendo lo spettro della madre. Esso appunto non viene scacciato, la maledizione non è cancellata, il “vissero felici e contenti” rimane impensabile. Sono cambiati gli attori ma non i ruoli.

    Qui, contrariamente a ciò che accade nell’ultimo, simile per certi versi, film di Paul Thomas Anderson, Licorice Pizza (2021), il finale non segna un’evoluzione personale dei due protagonisti ma solo quella del loro rapporto di coppia, la quale si reggerà adesso, su un equilibrio tanto sottile, quanto pericoloso. Parallelamente, se la coppia formata da Maxim de Winter e la nuova signora de Winter possono, dopo aver abbandonato ogni legame con “la prima moglie”, costruire un futuro insieme, ne Il filo nascosto, la nuova coppia di sposi non ha guarito le ferite del loro passato, ma le ha solo lenite, con il veleno.

    A cura di Enrico Nicolosi

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  • Salvatore – Il calzolaio dei sogni (Salvatore – Shoemaker of Dreams)

    Salvatore – Il calzolaio dei sogni (Salvatore – Shoemaker of Dreams)

    L’arte di modellare le scarpe (per massaggiare i piedi)

    Partendo dall’autobiografia di Salvatore Ferragamo, Luca Guadagnino crea una sinfonia di immagini, di voci, di suoni, di luoghi e di ricordi, allo scopo di tenere viva la memoria del “calzolaio dei sogni” e, soprattutto, delle sue idee sulla moda che, al contrario di come se le immaginava, ormai vivono solo all’interno di un mondo elitario, mentre il resto è dominato e soffocato dall’industria del “fast fashion”.

    Nel 1994 Quentin Tarantino, trasgredendo tutte le regole di sceneggiatura e di buon costume immaginabili, introduceva Jules Winnfield e Vincent Vega, i due iconici personaggi di Pulp Fiction, mettendo in scena un dialogo sulla forza seduttiva del massaggio ai piedi. Per Tarantino i piedi sono una componente fortemente erotica del corpo femminile e il massaggio di essi, un preludio ad un rapporto che, per forza di cose, diventerà fisico e carnale. Nello scoprire che il giovanissimo Salvatore Ferragamo già all’età di sette anni avesse un interesse smodato nei confronti degli arti inferiori (sia femminili che maschili), lo spettatore cerca subito di declinare quella curiosa ossessione secondo le conoscenze e i pensieri che la società stessa ha imposto.

    Considerati inferiori, non solo per posizione ma anche per importanza, grazie al genio di Salvatore Ferragamo essi diventano, per la prima volta, la materia prima di un’artista, lo scultore per eccellenza del ventesimo secolo. Non è un caso che uno dei suoi più grandi traguardi, l’invenzione della zeppa, sia nato a partire dall’ispirazione di un materiale del tutto innovativo, il sughero. Egli però scelse questo materiale sia per motivi estetici che per quelli, ben più pragmatici, legati alla sua incredibile leggerezza. In lui infatti si può riscontrare quella dicotomia presente in figure come Leonardo Da Vinci, sempre tese tra ispirazione puramente artistica ed estro inventivo che, tramite lo studio profondo dell’anatomia, concede all’intera umanità nuovi mezzi per affrontare la vita di tutti i giorni.

    Le sue scarpe infatti, oltre ad aver segnato l’immaginario cinematografico attraverso le gambe e i piedi di tutte le più grandi dive del cinema classico, americano e non solo, rappresentano un simbolo di emancipazione femminile che, indirettamente, segnerà un’evoluzione nello strettissimo rapporto tra immagine femminile e moda. Per far ciò, egli rimase fedele allo scopo che sin da sempre lo ha motivato nella sua arte e che segnerà una vera e propria rivoluzione nella moda: esaltare la bellezza estetica del piede senza compromettere la comodità della scarpa.

    Se in alcune culture antiche, quali l’induismo e il buddismo, il calzolaio è visto come una figura mistica, capace di costruire scarpe magiche (delle quali abbiamo esempi pure nella cultura occidentale come la scarpa di cristallo di Cenerentola o le scarpette rosse di Judy Garland ne Il mago di Oz) che ci danno la possibilità di essere un’altra persona da noi stessi, l’immensa comodità, unita al valore estetico delle scarpe di Ferragamo ci hanno insegnato che la moda, più che permetterci di essere qualcun altro, ci consente di essere, senza compromessi, noi stessi.

    Per veicolare la sua arte e le solidissime idee teoriche da cui nasce, Guadagnino raduna le parole di una grandissima quantità di intervistati (dai familiari, a star come Martin Scorsese) che, proprio per la loro appartenenza ad ambiti diversi tra loro, rendono l’idea della capillarità e dell’importanza del genio di Salvatore Ferragamo.

    A cura di Enrico Nicolosi

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  • The True Cost

    The True Cost

    La voce del popolo

    A partire dal disastro del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013, durante la quale più di un migliaio di lavoratori sottopagati sono morti, schiacciati dalle rovine del palazzo, The True Cost (2015) si propone di mostrare al mondo il lato oscuro e nascosto del “fast fashion”: una modalità di capitalismo sfrenato che porta alcuni dei marchi più noti della moda a realizzare profitti stellari sfruttando un capitale umano e ambientale che potrebbe risultare tragico.

    Vi è una presenza, evidente all’inizio ma che, con il passare dei minuti, sembra mimetizzarsi: è quella del regista Andrew Morgan. Egli ammette immediatamente che il suo livello di preparazione all’inizio dell’inchiesta fosse basso, basato su alcune convinzioni che nel corso del tempo sono cambiate drammaticamente. Questa scelta, come altre all’interno del film, ha uno scopo ben preciso, cercare di dialogare con un’ampia quantità di spettatori che, proprio per la sua numerosità, risulterà avere una scarsa preparazione in materia.

    Ecco che la scelta di “abbassarsi” al livello dello spettatore medio porta i suoi frutti. Esso si sente in qualche maniera legittimato a scoprire così tanto dell’industria del “fast fashion”, in così poco tempo e con così pochi sforzi. Questo però soltanto perché l’inchiesta del regista, coadiuvato dai suoi produttori, tocca soltanto la punta dell’iceberg di un problema ormai così radicato nell’economia globale da essere praticamente inestirpabile.

    Non gli si può certo imputare di non aver mostrato tutte le ramificazioni dell’industria osservata. Vari settori hanno dovuto adattarsi alla crescita vertiginosa della domanda di capi d’abbigliamento, ad un costo relativamente basso: le fabbriche nei paesi in via di sviluppo (Bangladesh, India, Cambogia e Cina) costringono la manodopera a lavorare per salari bassissimi e in condizioni pericolose; lo sfruttamento intensivo delle piantagioni di cotone costringe i contadini ad utilizzare semi geneticamente modificati, la quale hanno bisogno di essere trattati con diversi pesticidi che stanno rovinando irrimediabilmente il terreno.

    Come se non bastasse, l’immensa quantità di vestiti prodotti porta l’industria dell’abbigliamento ad essere la seconda più inquinante al mondo e a rovinare l’economia interna di alcuni paesi (come Tahiti) che, ritrovandosi tonnellate di vestiti donati dai paesi occidentali, non si sviluppano una propria economia interna ma rimangono relegati nella parte più bassa della catena produttiva.

    Andrew Morgan non risparmia neanche il settore pubblicitario, reo di aver convinto la società occidentale di avere bisogno di beni del tutto secondari o, in alternativa, che essi possano alleviare le difficoltà di vivere in una società dove i beni primari mantengono invece un costo elevato.

    Il pregio di riuscire a impressionare e coinvolgere è però, contemporaneamente, il suo difetto. Concluso il film, lo spettatore si sente abbandonato. La sua rinnovata volontà di avere un impatto sul mondo in cui vive, nel cambiare la tragica situazione, si scontra con le parole di altri intervistati che, implicitamente, sostengono che il sistema non può essere modificato in maniera sostanziale da noi consumatori ma che deve essere regolamentato dalla classe politica o da alcuni imprenditori particolarmente attenti alle condizioni dei lavoratori e del pianeta.

    A cura di Enrico Nicolosi

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  • Il cigno nero (Black Swan)

    Il cigno nero (Black Swan)

    La metamorfosi del cigno: viaggio nella psiche di una ballerina, dall’età dell’innocenza alla maturità

    Le dolci note del Lago dei cigni si trasformano in un incubo ad occhi aperti per l’étoile di una compagnia newyorkese. Nina Sayers vorrebbe essere tutto ciò che sua madre non è mai riuscita a diventare: una prima ballerina. Ma le pressioni esterne e la feroce competizione tra le allieve premono sulla fragile personalità della protagonista, già minata dal morboso rapporto con la madre e con sé stessa. Nina sviluppa quindi una seconda pelle, squamosa e ispida, che coincide con il doppio personaggio che dovrà interpretare. Cigno bianco e cigno nero si fondono in lei e la conducono in un vortice di deliri e allucinazioni dal quale faticherà ad uscire.

    Il quinto lungometraggio di Darren Aronofsky ci svela il dietro le quinte di un teatro, la fatica e le sofferenze che si celano al di là del tendone del palco e che spesso vengono mascherate dal candore e dall’innocenza di una professione come quella di ballerina. La compagnia diventa una giungla dove sopravvive solo il più forte, anche a costo di passare (letteralmente) sul cadavere dei compagni. In un gioco fra prede e predatori si combatte per il posto più ambito – quello di prima ballerina – e, si sa, la guerra non risparmia nessuno. Non a caso, Nina sembra non avere amiche all’interno del gruppo. La vediamo sempre sola, a ripassare incessantemente la coreografia per paura di non risultare abbastanza agli occhi del pubblico e soprattutto del direttore, il severo Thomas Leroy. All’inizio Nina sembra essere la più adatta ad impersonare Odette, la protagonista del balletto di Čajkovskij. La parte sarebbe già sua se dovesse solo vestire i panni del cigno bianco – dolce e puro come lei è sempre stata –, ma il ruolo è complicato proprio perché richiede che ci sia anche la sua controparte Odile, il sensuale e spietato cigno nero. Nina dovrà scendere a compromessi e ad un oscuro patto con il diavolo per ottenerla. La discesa negli inferi comincia superando l’età dell’innocenza, nella quale Nina sembra vivere da sempre. La prima scena si apre nella cameretta di una bambina, tutta rosa e piena di pupazzi, e su un letto immacolato dove dorme una donna troppo grande. Fin da subito si nota la strana relazione che hanno le due donne della casa: la madre è totalmente ossessionata dalla vita della figlia e cerca di controllarne ogni aspetto; viceversa, Nina vive con la paura di deluderla e in uno stato di perenne ansia da prestazione nei suoi confronti. Questa situazione la porta a sviluppare una sorta di sindrome di Peter Pan: una condizione per cui gli adulti in fuga da una realtà dolorosa spesso si rifugiano in una regressione ai giorni spensierati e felici della fanciullezza. Se il primo atto rappresenta l’infanzia di Nina, la seconda metà del film racconta la pubertà e gli anni delle prime volte. Prima Thomas e poi la sua rivale, la bellissima ballerina Lily, la spronano a scoprire sé stessa e la vita al di fuori delle pareti della sua stanza. La portano all’estremo, da un lato facendola ingelosire con la paura di cedere la sua parte ad un’altra e dall’altro con un mix di alcol, droga e sesso. La formula funziona, tanto che il rapporto tra Nina e la madre comincia ad incrinarsi non appena la sua bambina mette il naso fuori da quella bolla che aveva meticolosamente costruito attorno a lei. Come qualsiasi adolescente, Nina si ribella e vuole prendere in mano la sua vita. Le tinte si fanno più cupe, la linea che separa la fiaba dalla vita reale si assottiglia sempre di più. Il suo corpo – stremato da tanti anni di autolesionismo e sacrifici – si sdoppia mentre il cigno nero comincia ad impossessarsi di lei. L’ultima parte del film coincide con il debutto dello spettacolo e con il raggiungimento della maturità della protagonista. La Nina che vediamo sul palco, di fronte ad una platea pronta a giudicare tutte le sue (im)perfezioni e a sua madre – la più critica di tutte –, è finalmente una donna. Forte come il demone che ha liberato dentro di sé, ma altrettanto fragile come la ballerina di cristallo del suo carillon. Quale cigno avrà la meglio?

    Il film colpisce per la forza dei suoi contrasti. Il candido mondo della danza classica si trasforma in una guerra all’ultimo plié, mentre una giovane ballerina vive dentro di sé un conflitto tra bene e male al limite dei confini dell’essere umano. Dimenticatevi la favola che vi veniva raccontata da bambini, questo Lago dei cigni è tutta un’altra storia.

    A cura di Gloria Sanzogni

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