Autore: Alessandro Randi

  • L’esercito delle 12 scimmie (Twelve Monkeys)

    L’esercito delle 12 scimmie (Twelve Monkeys)

    L’esercito delle 12 scimmie: un gioiello da recuperare

    Se, prima di sedersi davanti alla televisione, una persona si mettesse delle cuffie antirumore e facesse partire L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam, dalla prima immagine comprenderebbe comunque il genere del film. Ispirata al cortometraggio francese La jetée, del 1962, la pellicola è ambientata nel 2035, quando ciò che rimane del genere umano è forzatamente segregato nel sottosuolo a causa della pervenuta invivibilità in superficie. Infatti, nel 1996 l’umanità fu colpita da un violentissimo virus che ne decimò la popolazione. Per poterne studiare le cause, più e più volte vengono spedite unità in superficie con il compito di osservare il degrado presente e prelevare diversi campioni.

    Ma non solo: nonostante la forzata reclusione nei profondi meandri terrestri, gli studi scientifici hanno fatto diversi progressi. Questo conduce a tentativi che non si limitano al curare, ma contemplano anche il prevenire; avendo scoperto la possibilità di viaggiare nel tempo, spesso alcuni uomini forzatamente volontari vengono spediti nel 1996 per individuare chi sia stato il responsabile di quella violenta pandemia. È proprio in questo caso che incontriamo il nostro protagonista, James Cole, impersonato da un abile Bruce Willis, selezionato da Gilliam proprio per la sua dicotomia «uomo forte dallo sguardo sofferente». Cole viene spedito senza troppi complimenti prima nel 1990, a causa di un errore dello staff di ricercatori. Nonostante ciò, Cole può comunque iniziare a prendere familiarità con il mondo esterno, incontrando personaggi che poi risulteranno decisivi per il racconto. Quando poi il tiro viene corretto ed egli viene spedito nel 1996, può intervenire in fretta. È opinione comune, nel 2035, che a causare quell’enorme disastro sia stata non la natura, bensì la mano dell’uomo e, più dettagliatamente, il fantomatico “Esercito delle 12 scimmie”. Alla visione, si noterà che questa teoria pseudo-complottista sia sufficientemente fondata.

    Il film è entrato nell’immaginario collettivo per diverse ragioni. In primis, per le valide prove attoriali al suo interno: siamo negli anni ’90 e Bruce Willis sta cavalcando l’onda di Hollywood. È desiderato da molti registi, gira centinaia di film ed è uno dei rappresentanti della nuova generazione. Ancora: il film è arricchito da un semisconosciuto Brad Pitt. Ora, forse semisconosciuto è eccessivo. Ma, senza dubbi, prima del 1996 Pitt veniva chiamato dai registi solo perché era il volto più bello in circolazione. L’esercito delle 12 scimmie, d’altra parte, gli fornisce la possibilità di mostrare anche le sue capacità attoriali, che, come sappiamo, sono di sublime qualità. La difficoltà nell’interpretare Jeffrey Goines è impersonare uno schizofrenico. Anche la parlantina velocizzata richiede una profonda capacità attoriale. Ed è proprio sulla recitazione di Brad Pitt che arriva uno dei tanti aneddoti: infatti, Terry Gilliam ha affermato che per aiutare l’attore nei movimenti gli ha proibito di fumare per molto tempo. E, per quanto debba aver sofferto di astinenza, Pitt dovrebbe ringraziare il suo regista: L’esercito delle 12 scimmie è infatti l’ultimo gradino di una ascesa fulminea: nel giro di pochi mesi erano usciti nelle sale Intervista col vampiro, Vento di passioni e Seven.

    Ma è proprio sullo stile registico che il film guadagna quel punto in più. Di pellicole distopiche e fantascientifiche Hollywood ne ha sempre sfornate. È chiaro che più le case di produzione hanno soldi, più si possono sbizzarrire con effetti speciali e ambientazioni fantasiose. Ma il sistema di ripresa è frutto delle abilità del regista, non delle disponibilità economiche della casa produttrice. Ed ecco che Gilliam ci regala inquadrature di sbieco, oblique, inclinate e primi piani eccessivamente vicini al volto degli attori. Ma non alla Leone, dove questi sono eleganti e creano suspense. No: la telecamera sembra proprio infilata in bocca ai protagonisti, tanto da provocare una vera e propria scomodità nello spettatore. E, quando si deve rendere l’idea di un futuro invivibile e minaccioso, è giusto che il regista cagioni questo fastidio. In questo modo Bruce Willis sembra costantemente sotto effetto di psicofarmaci, che, più o meno, è quello che succede al suo personaggio; Brad Pitt è addirittura costretto a rinunciare a parte del suo fascino, assumendo anche lui le somiglianze di un pazzo omicida da cui ti allontaneresti volentieri. L’unica con cui la telecamera si prende un attimo di tregua è Kathryn Railly, impersonata da un incantevole Madeleine Stowe, che rappresenta la pace portata al cuore del disperato James Cole.

    Insomma, L’esercito delle 12 scimmie è un ottimo prodotto da vedere anche dai non amanti del genere. Un po’ per il cast, un po’ per la regia, e, perché no, anche per la trama, dal momento che è ambientato nel 2035 e, visto l’andazzo generale, non è da escludere che finiremo a vivere tutti sottoterra.

    A cura di Alessandro Randi

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  • The Walk

    The Walk

    The Walk: il giusto omaggio ad una storia incredibile 

    In The Walk, il momento più emozionante arriva senza dubbio dopo circa un’ora e trentacinque minuti. In quell’istante, Joseph Gordon-Levitt, che interpreta Philippe Petit, sta camminando su un filo teso tra le Twin Towers accompagnato da Per Elisa di Beethoven, il tutto sommato al panorama mozzafiato di New York. È la realizzazione del sogno del famoso funambolo, ma è anche il risultato di un climax durato sostanzialmente un’ora e mezza e accelerato nella parte finale del film. Quest’ultima non a caso risulta la più avvincente: il regista Robert Zemeckis ci mostra l’ideazione e la realizzazione del piano. Infatti, Petit non aveva alcun permesso per recarsi sul tetto di New York e pretendere di camminare da una torre all’altra. Tutto venne realizzato in completo anonimato e i protagonisti erano consapevoli che nel migliore delle ipotesi sarebbero finiti dietro le sbarre.

    La prima parte del film, invece, è dedicata alla crescita di Philippe in Francia, dove sin da bambino si appassiona al funambolismo e ai giochi di prestigio. Sicuramente, se si divide la pellicola in due, non si può dire che i primi quarantacinque minuti siano coinvolgenti come i secondi. I dialoghi sono una mistura di inglese e francese che al posto di immedesimare lo spettatore, lo disorienta. Si cerca più volte la risata, trovandola in ben poche occasioni. Non molto accattivante è il personaggio di Papa Rudy, personificato da un Ben Kingsley senza colpe, che rispecchia lo stereotipo del direttore di circo giramondo di cui non si conoscono le origini. Anche lo stesso Philippe Petit è molto scontato, raffigurando il tipico artista testardo e incapace di accettare consigli.

    D’altra parte, l’immagine di Parigi, sempre ricca di artisti in cerca di ispirazione o di personalità borderline, è senza dubbio corretta: la capitale francese non si può non considerare un melting pot di talenti. La regia e la fotografia sono piacevoli, così come il gioco tra il bianco e nero e il colorato che troviamo all’inizio. Si possono ritenere esagerati alcuni stereotipi americani sui francesi e alcuni stereotipi sugli americani che hanno stereotipi sui francesi, ma, dal momento che non si calca troppo la mano, risultano in realtà godibili. Gordon-Levitt rende perfettamente omaggio a Philippe Petit, che tra l’altro ha allenato di persona l’attore. Tutto sommato, The Walk è una pellicola gradevole e ben diretta, ma non un capolavoro. Non che questo importi: ogni tanto, guardarsi un bel film a lieto fine è quello che ci vuole. In questo caso, tuttavia, non per chi soffre di vertigini.

    A cura di Alessandro Randi 

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  • Fellini degli spiriti

    Fellini degli spiriti

    Fellini degli spiriti: cento anni dopo ed è ancora così attuale

    Al termine del 2019, quando incoscienti e inconsapevoli andavamo incontro all’annus horribilis, i telegiornali nazionali iniziarono a pubblicizzare un grande evento dedicato a Federico Fellini tenuto nella sua Rimini, in occasione dei cento anni dalla nascita. Per quella circostanza, la città romagnola si sarebbe ornata a tema per omaggiarlo. Poi una pandemia mondiale ha deciso di stravolgere i piani e tutto è andato diversamente. Tuttavia, però, qualche luce è rimasta accesa: è il documentario Fellini degli Spiriti, diretto da Anselma Dell’Olio, in cui sono stati raccolti filmati di repertorio, spezzoni di cinema felliniano e interviste a conoscenti, amici, attori e registi che hanno ammirato e studiato l’opera di Fellini.

    Il ritratto che emerge del regista è, in realtà, quello che ci aspettavamo. Già Alberto Sordi, grandissimo amico di Fellini, dipinse questo riminese come un sognatore, che voleva fare il cinema da quando aveva vent’anni e che era ancor prima autore di tantissime frottole: «È un grandissimo bugiardo, forse il più bugiardo del mondo. Però, oh… Federico c’ha ‘na capoccia così!’» e questa descrizione è confermata dal documentario.

    Dall’opera emerge un uomo amante della psicologia, in particolare di Carl Gustav Jung, di cui apprezzava gli approfondimenti esoterici e alchimistici, che a dirla tutta esulavano abbastanza dal carattere scientifico della psicoanalisi. Ed in fondo era proprio questo che affascinava Fellini: il paranormale. Fondamentale in questo senso la conoscenza di Gustavo Rol, sensitivo italiano in grado di compiere vere e proprie prodezze extrasensoriali, da cui Fellini si faceva abbindolare. Ora, senza entrare nel merito della questione, sappiate che secondo Piero Angela quest’uomo era un ciarlatano. De gustibus.

    Al termine del documentario, anche i più scettici, coloro che non hanno mai capito i suoi film (ma che si vergognano a dirlo), muteranno idea iniziando a comprendere la filosofia del cineasta. La rappresentazione di viaggi onirici, al confine tra la psicoanalisi spicciola e il mondo fantastico, può suggerire una lettura diversa della sua filmografia, smettendo per una buona volta di cercarne il significato e fermandosi a contemplarla.

    Fellini voleva volare sopra il mondo, navigando tra le nuvole, contemplando il cielo e la terra. Ma dal momento che lui non poteva farlo, lo ha fatto fare ai suoi personaggi. Dal documentario emerge, infatti, una forte vena autobiografica. La stessa che si può riscontrare sia ne La Strada (in cui le affinità con il protagonista erano talmente profonde da farlo cadere in depressione), sia in Amarcord, nei I Vitelloni e nello stesso 8½. E poi il rapporto con la moglie, che amò profondamente per cinquanta lunghi anni nonostante l’avesse diretta nella maggior parte dei suoi film. Nel 1994, la notte in cui la donna morì, una sua compagna di reparto raccontò di aver visto in sogno Federico Fellini che era venuto a riprendersela. Insomma, come si dice in questi casi, fu la chiusura del cerchio.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Il buco (El hoyo)

    Il buco (El hoyo)

    Il buco: la dimostrazione che il socialismo non può funzionare

    Da quando le produzioni Netflix hanno abbandonato il puro scopo commerciale e hanno iniziato a investire i loro capitali nel cinema d’autore, tra il catalogo della piattaforma si possono trovare diverse perle, alcune finite, purtroppo, nel dimenticatoio. La pellicola di Gaztelu-Urrutia, Il buco, si è subito guadagnata un posto nei cuori della critica e secondo noi non ha mancato di influenzare la serie dell’anno Squid Game (sempre prodotta da Netflix). Entrambe le opere mostrano infatti scenari distopici, in cui la filosofia politica viene presa e applicata in maniera fortemente realistica.

    In un’atmosfera claustrofobica, il protagonista Goreng, interpretato da Iván Massagué, apre gli occhi in una prigione costruita su più piani, chiamati livelli, e con un buco al centro in cui ogni giorno viene fatto passare una piattaforma stracolma di cibo. In questo modo, chi si trova al primo livello ha tutta la tavola a disposizione, chi si trova all’ultimo non mangia niente. Considerando che si cambia livello casualmente ogni mese, diciamo che la dea bendata può salvarti o rovinarti la vita. Per condire il tutto con un po’ di pepe, ogni prigioniero condivide la stanza con un’altra persona. Secondo le idee dell’amministrazione (così vengono definiti i brillanti padri di questo penitenziario), se ogni galeotto si limitasse a consumare la propria porzione, i più sfortunati avrebbero comunque la possibilità di consumare un pasto e di sopravvivere. Tuttavia, quando l’uomo viene messo di fronte alla morte, o peggio alla sopravvivenza, la collaborazione è l’ultima cosa a cui pensa. Ad un certo punto, una delle impiegate dell’amministrazione decide di scendere lei stessa nella prigione per provare l’esperienza. Per giorni si sgola nel tentativo di un semplice gesto di altruismo degli altri carcerati. Niente: solo le minacce di  Goreng, che si ritrova in cella con lei, riusciranno ad aver presa nella mente di chi sta sotto di loro. Quasi a dimostrare che il socialismo può essere solo imposto, ma non sgorgherà mai spontaneamente dai cuori degli uomini. Ciò che questo film, con una metafora paradossale, ci fa intendere è che l’uomo non è buono, non solo, anche se fossero tutti buoni, ne basterebbe uno solo cattivo per spezzare gli ingranaggi della macchina.

    Alla fine della vicenda, è proprio con il bastone (letteralmente) che  Goreng arriva ad un passo da sfamare anche l’ultimo recluso. Un giorno, trovandosi al livello sei, un posto piuttosto invidiabile dove potrebbe sfamarsi del cibo appena uscito dalla cucina, decide di utilizzare il tavolo come un ascensore (che, come tale, si muove tra i livelli) e visitare i meno fortunati che si trovano più in basso e fare in modo che ognuno mangi solo la propria porzione. E, in questa discesa infernale, si imbatte nei più atroci delitti che un essere vivente possa compiere per sopravvivere: atti di cannibalismo, tortura, mutilamento, omicidio, fino al mero vampirismo. Lui stesso rischia di soccombere, ma imperterrito continua la sua missione, convinto che se una pietanza tornerà intatta alla cucina, chi comanda capirà allora che tutti hanno mangiato.

    La morale, tuttavia, è semplice: gli uomini, che siano poveri o ricchi, hanno (e hanno sempre avuto) voglia di menar le mani. Lo vediamo nei libri di storia e questo film non fa altro che confermarlo. Per secoli si è cercato di capirne il motivo, ma l’unico forse veramente pregnante lo possiamo ricondurre a Freud: in ognuno di noi c’è un desiderio di piacere ed uno di dolore. È il cosiddetto principio di morte, che lo psicanalista aveva brillantemente teorizzato dopo aver assistito ai disastri della Prima guerra mondiale. L’opera si chiama Al di là del principio di piacere; se vi capita, leggetelo.

    A cura di Alessandro Randi 

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  • Diaz – Don’t Clean Up This Blood

    Diaz – Don’t Clean Up This Blood

    Diaz, ovvero cosa succede quando lo stato di diritto scompare

    «Ma che è successo veramente a’ Diaz?» «La più grossa stronzata d’a vita nostra. ‘Na macelleria messicana…». Questo dialogo è tratto dal film A.C.A.B. – All Cops Are Bastards, e a pronunciare quelle parole è Mazinga, personaggio interpretato da Marco Giallini. La Diaz è una scuola di Genova diventata tristemente famosa per quello che successe durante il G8 del 2001. Durante l’incontro dei più importanti rappresentanti del mondo, la città ligure fu teatro di scontri sanguinosi e fatali per tre giorni, dovuti principalmente alla sottovalutazione delle proteste, alle politiche economiche intraprese all’epoca dai partecipanti al G8 e alla criminalità di alcuni individui.

    Il film di Daniele Vicari ha lo scopo di trasformare le parole delle sentenze giudiziarie in immagini. In particolare, approfondisce il blitz avvenuto nella scuola Diaz, occupata dai manifestanti il 21 luglio 2001. La pellicola ha una cornice, cioè la Genova di quei giorni, con proteste pesanti, e un primo piano, in cui è posta la narrazione di quella serata infernale. In più, adotta uno stile narrativo che tendenzialmente colpisce molto lo spettatore: mostra sempre lo stesso episodio da punti di vista differenti.

    La polizia, animata da un senso di rivalsa dovuta agli accadimenti dei giorni precedenti, irrompe nella scuola su ordini dei superiori. Entrati con la forza, gli uomini si trasformano in bestie e iniziano a manganellare tutto ciò che vedono. I protestanti, trasfigurati in prede impaurite, alzano le mani sopra la testa nella vana speranza che un moto di umanità si manifesti negli aggressori. Ovviamente, questo non avviene. I manganelli volano e il sangue scorre in tutte le direzioni. All’interno della scuola erano presenti anche giornalisti, massacrati come bestie da macello, un povero anziano di Rifondazione Comunista, che si trovava nell’istituto forse per ricordare i vecchi tempi, ma senza dubbio senza intenzioni nocive. Successivamente gli accadimenti verranno paragonati ad una “macelleria messicana”, ma, parafrasando Montanelli: «Fossi messicano mi offenderei». Le scene sono crude e spietate. La violenza è prolungata e l’intero film è decorato da una patina di oscurità, che spinge ad alzare al massimo la luminosità del computer, se quello è il dispositivo su cui lo si sta guardando, e rimanere insoddisfatti comunque. Al termine del blitz, ci si chiede come sia possibile che non sia morto nessuno. In più, si rimane ancora più disorientati dalle azioni successive, in cui la violenza si tramuta da fisica a morale: i poliziotti cercano qualsiasi oggetto possa essere usato come arma, aggiungono due molotov trovate in altra sede e le mostrano ai cronisti, pensando che questi ultimi siano scemi e non vedano i corpi dilaniati portati via dall’ambulanza ad un passo da loro.

    Infine, gli episodi in caserma, in cui i manifestanti arrestati tramite pretesti, vengono torturati durante i verbali. Infernale la scena nei bagni, dove una magistrale Jennifer Ulrich, che interpreta una delle tante ragazze all’interno dell’istituto, viene presa in giro dai poliziotti mentre sanguina dai genitali. A quel punto, il sentimento dello spettatore è diviso tra rabbia e rassegnazione. Molte delle critiche fatte al film riguardano l’approfondimento dei fatti della Diaz e il disinteresse per gli altri accadimenti di quei giorni. Noi diciamo: scelte registiche. Può un autore porre la lente di ingrandimento su quello che vuole? Se non fosse così, tanto vale far calare dall’alto ciò che si deve e non si deve filmare. Vicari assicura che tutte le due ore di film siano ispirate dalla lettura delle sentenze definitive che hanno provato a mettere ordine in quel disordine. Quelle sentenze della corte di Cassazione ci dicono che Francesco Gratteri, che nel frattempo era diventato capo del dipartimento centrale anticrimine della Polizia, è stato condannato a 4 anni; gli stessi per Giovanni Luperi, vicedirettore Ucigos ai tempi del G8, in seguito capo del reparto analisi dell’Aisi. Tre anni e 8 mesi a Gilberto Caldarozzi, che in quegli di processi era diventato capo servizio centrale operativo. Il capo della squadra mobile di Firenze Filippo Ferri è stato condannato in via definitiva per falso aggravato, a 3 anni e 8 mesi e all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. In parte convalidata (3 anni e 6 mesi) anche la condanna a 5 anni per Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto mobile di Roma, essendosi prescritto il reato di lesioni gravi la cui presenza aveva portato alla condanna da 5 anni in appello. Infine, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato che l’operato della Polizia di Stato alla Diaz “debba essere considerato come tortura”.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Welcome

    Welcome

    Welcome: quando il cinema influenza la politica

    Nel 2009 uscì in Francia un film che fece molto discutere, fino a portare a disegni di legge, proposte di referendum e tanto altro. Il titolo è Welcome e parla di un giovane ragazzo iracheno intenzionato ad attraversare la Manica a nuoto e raggiungere l’Inghilterra. Per la cronaca, la distanza tra Calais (città francese dove è ambientato il film) e Dover (città inglese) è di trentatré chilometri; un percorso piuttosto arduo da fare a nuoto, soprattutto se si aggiungono le correnti provenienti dall’Atlantico e l’acquadel Mare del Nord, che si aggira tendenzialmente intorno ai dieci gradi.

    Bilal è un ragazzo di diciassette anni che scappa dalla guerra che sta devastando il suo paese: l’Iraq. Affrontato a piedi tutto il territorio dalla madrepatria fino alla Francia, una volta a Calais, la traversata per l’Inghilterra potrebbe sembrare a quel punto una difficoltà nemmeno troppo insormontabile. Insomma, Bilal è sostanzialmente arrivato. In più, ricordiamoci che, nel caso non riuscisse a raggiungere il Regno Unito, comunque si troverebbe in Francia e più in generale in Europa: non certo paesi in macerie a causa della guerra. Tuttavia, fallito il primo tentativo per motivi sfortunati, Bilal non demorde e si mette in testa di arrivare a Dover (e poi a Londra) a nuoto.

    In realtà, per quanto ne sappiamo, il canale della Manica a nuoto è attraversabile, solo che possono riuscire nell’impresa sportivi allenati, ben muniti e soprattutto seguiti dal team. In più, durante la competizione il passaggio di traghetti e navi merci viene interrotto: si pensi nuotare in mare aperto e vedere passare a fianco un colosso grande quasi come il Titanic.

    Bilal inizia a frequentare la piscina di Calais per allenarsi all’impresa e subito viene rimproverato da un istruttore: Simon Calmat. Parliamo del classico uomo di mezza età che vive la vita per metà arrabbiato perché non è diventato niente e l’altra metà depresso per lo stesso motivo. Appena divorziato dalla moglie, l’unica cosa che solleverebbe Simon sarebbe una morte veloce e indolore. Non importa quando: solo veloce e indolore. Non essendosi mai guardato intorno, non si è mai accorto che la sua città pullula di immigrati, fino a quando uno di loro non capita proprio in una delle sue vasche. Senza affetti e disincantato, Simon rivela subito al ragazzo, senza mezzi termini, quanto sia folle l’idea. Tuttavia, rimane stupito dalla tenacia del giovane, il quale, un po’ per ingenuità adolescenziale, ma soprattutto perché al di là della Manica si trova la sua fidanzata (ed ecco perché la Francia non basta), è sempre l’ultimo ad uscire dalla piscina e sempre il primo ad entrarci.

    Aiutando il giovane però, Simon inciampa in una legge bizzarra che è tuttora in vigore in Francia: il favoreggiamento di clandestini, cioè coloro che aiutano gli immigrati non a uscire dal paese, ma semplicemente ad ambientarsi in Francia. È proprio per questo che il film, da noi quasi sconosciuto, ha suscitato così tanto clamore in patria. Alla sua uscita, il regista Philippe Lioret partecipò addirittura ad un dibattito con il ministro dell’immigrazione d’allora, Éric Besson, nel famosissimo show Ce soir ou jamais. In più, il parlamentare Daniel Goldberg introdusse una proposta di depenalizzazione, senza però avere successo.

    Insomma, la pellicola, oltre ad essere più attuale che mai, ha scosso e scuote ancora oggi l’opinione pubblica, il che, per una democrazia è sempre un bene. Onore a Philippe Lioret.

    A cura di Alessandro Randi

     

     

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  • Halloween – La notte delle streghe (Halloween)

    Halloween – La notte delle streghe (Halloween)

    Halloween: il film che condannò il genere horror alla mancanza di logica

    Per chi non lo sapesse, Halloween è il film alla base di tutta la cinematografia horror dagli anni ’70 in avanti. Per questo motivo, un appassionato del genere non può prescindere dal guardarlo. Sarebbe come se un amante dei classici non conoscesse l’Iliade o l’Odissea. Diretto da John Carpenter senza fondi, tant’è che la protagonista, Jamie Lee Curtis, guadagnò solo 8.000 dollari, la pellicola fu accolta dal pubblico positivamente, fino ad incassare ben 70 milioni.

    Tante sono le citazioni e tante le scene che poi saranno riprese da altri registi. Il film, per esempio, si apre con l’omicidio di una ragazza, che, come potrete immaginare appunto perché è diventato un cliché, stava avendo un rapporto sessuale. In più, cosa che ritroveremo anche in Scream, il primo personaggio ha letteralmente vita breve: appare, viene ucciso e scompare. Sempre in questa scena iniziale e iniziatica, la casa all’interno della quale l’omicida vuole entrare ci viene presentata dal suo punto di vista, con un piano-sequenza in soggettiva, e l’omicidio viene commesso indossando la maschera di un clown. Altro particolare diventato un classico: la casa diventa disabitata e, per gli abitanti della città, stregata.

    Ma il punto centrale è probabilmente la totale mancanza di logica. È una cosa su cui si è spesso dibattuto: all’interno dei film horror, i protagonisti non usano mai la logica. Sembra quasi che sia la vittima a cercare il suo angelo della morte: Laurie, la protagonista, durante la notte di Halloween sente dei rumori strani provenienti dalla casa dell’amica e, al posto di fare la cosa più ovvia, cioè chiamare la polizia, che fa? Va a controllare da sola. Una volta arrivata sulla soglia, ovviamente, non accende la luce. Poi, nella lotta contro l’assassino, lo disarma per due volte, e in entrambi i casi lascia il coltello per terra, al posto di tenerselo stretto. Infine, gira sempre le spalle al pericolo, tanto che lo spettatore, spazientito, finisce per inveire contro il televisore, urlando: «Ma allora te le cerchi!»

    D’altra parte, notiamo che lo stesso Carpenter ha saccheggiato a sua volta da altre opere: in primis, il movimento del coltello nell’omicidio iniziale è lo stesso che troviamo in Psyco di Hitchcock; poi un tocco autoreferenziale, o meglio un segno premonitore: durante la notte di Halloween, Laurie e Tommy, il bambino a cui fa da babysitter, guardano The Thing from Another World, prodotto da Howard Hawks. Lo stesso Carpenter girerà, nel 1982, un film chiamato The Thing, ispirandosi proprio all’opera di Hawks. Infine, la presenza stessa di Jamie Lee Curtis è un richiamo a Psyco, dal momento che Carpenter la scelse per scopi puramente commerciali dopo aver scoperto che era la figlia di Janet Leigh: «Far recitare Jamie Lee sarebbe stata una grande pubblicità per il film perché sua madre aveva recitato in Psyco».

    Halloween, come tanti altri nella storia del cinema, testimonia che il vero talento non si vede quando la casa produttrice ti riempie di soldi, ma quando la casa produttrice proprio non esiste e devi scervellarti per risparmiare sui piccoli dettagli. Tutto il film è montato magnificamente, la tensione non abbandona mai lo spettatore, anche grazie all’incredibile quanto semplice colonna sonora, creata dallo stesso Carpenter. Per sottolineare la normalità all’interno dell’anormalità, le ragazze chiacchierano di sesso, parlano di feste, si lamentano dello studio, fumano canne: insomma, al giorno d’oggi Halloween rimane un buon film da guardare con gli amici, nell’omonima notte, mentre nella casa a fianco stanno uccidendo qualcuno.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Primo amore

    Primo amore

    Primo amore: anche i pazzi possono amare

    Nel 1997 uscì nelle librerie un romanzo intitolato Il cacciatore di anoressiche. Il titolo tutt’altro che rassicurante, lo diventa ancora meno quando si scopre che si tratta di un’opera autobiografica. Infatti, Marco Mariolini, di professione antiquario, decise di raccontare la sua parafilia, cioè la sua ossessione per le donne anoressiche e scheletriche. Sposato prima con tale Lucia, che pesava trentatrè chili, un numero spaventoso, tanto da rendere superfluo il dato dell’altezza, al divorzio la sua ossessione si radicalizzò. Utilizzando un sito di incontri, uscì, poco tempo dopo con Monica Calò (nascosta nel libro dietro lo pseudonimo di Barbara). Quella che incominciò fu una storia d’amore completamente malata e maniacale, dove Mariolini esercitava un vero e proprio controllo sulla donna, prendendo per lei tutte le decisioni e razionandole il cibo. L’autore ha infatti raccontato: ‹‹Volevo il controllo totale su Barbara, come se fosse stata parte di me, una mia protesi. L’avrei portata alla morte certa per denutrizione, non importandomi più niente di nulla compresa la mia stessa vita. Lei mi dava quell’illusione di completezza, sia nel corpo che nella mente, tanto mi sentivo fuso con lei e nello stesso tempo regista onnipotente della situazione››.

    Sette anni dopo, nel 2004, uscì al cinema Primo amore, lungometraggio di Matteo Garrone, liberamente ispirato da Il cacciatore di anoressiche. I protagonisti erano Michela Cescon e Vitaliano Trevisan, quest’ultimo importante drammaturgo e scrittore che ricoprì i panni di attore-sceneggiatore. Il film si apre proprio con l’incontro tra i due: questa donna dalle fattezze assolutamente normali e quest’uomo dallo sguardo torvo e inquietante; la calvizie di un Voldemort ante litteram e il naso lungo e dritto. Come se non bastasse, il dialogo tra i due parte subito male: le prime parole che escono dalla bocca di Vittorio (Trevisan) sono: ‹‹Ti immaginavo più magra››. Tuttavia, inspiegabilmente, Sonia rimane affascinata da quell’uomo cupo e misterioso. Non sa di aver appena preso la decisione peggiore della sua vita. Infatti, Vittorio è in analisi per la sua ossessione, che sa di avere e prova a curare senza successo. Il suo lavoro è umile: è un orafo a capo di un laboratorio composto da altri due lavoratori. Il business va avanti, senza infamia e senza lode. Tuttavia, man mano che l’ossessione per Sonia cresce, il lavoro passa in secondo piano, portandolo a prendere decisioni sempre più sconsiderate, fino a dover chiudere bottega.

    Nel frattempo, Sonia si mostra sempre più presa dal rapporto, dal fascino oscuro di quest’uomo, che la guarda con gli occhi freddi di chi ha passato tutta la vita a cercare di comprenderne il significato, ma è rimasto sempre a bocca asciutta. Effettivamente, il modo in cui Vittorio entra, quasi bussando, nella psiche di Sonia è alla fin fine il motivo del suo “successo”. Non è brusco, almeno all’inizio. La inganna, è subdolo, ma proprio così riesce a inculcare in Sonia il desiderio di dimagrire. La donna inizia una dieta che ha effetti immediati: infatti, la sua perdita di peso è istantanea e le sue energie non le stanno dietro. Vittorio si fa una presenza sempre più ingombrante nella sua mente: vuole vederla magra, più magra, più scheletrica. E Sonia si fa trascinare: dai quasi sessanta chili iniziali, si arriva ai quaranta chili finali.

    Le immagini sono crude e autentiche, prive di effetti speciali anche grazie allo straordinario lavoro di Michela Cescon, che per il film decide di dimagrire quindici chili seguendo una dieta. Questo modus operandi è in realtà una novità per il cinema italiano. Infatti, la concezione di trasformare il proprio corpo a seconda del personaggio da interpretare fa parte della tradizione attoriale americana; sicuramente non europea. In ogni caso, eccoci lì: ad un finale quasi thriller, con scene che, se entrasse una persona in stanza mentre state guardando il film, penserebbe sicuramente ad un film sulla Shoah. Sonia è debole, nuda e scheletrica in una stanza buia e claustrofobica. Davanti a lei si para questo uomo, vestito di nero, che effettivamente potrebbe sembrare un nazista che incute timore alle sue vittime. È lo scontro finale, che mostra cosa può compiere un essere umano una volta privato della propria dignità.

    Il sentimento dello spettatore è questo, una volta terminato il film: se Primo amore fosse stato straniero, in Italia lo avrebbero visto e idolatrato tutti. Ma essendo stata girata in un ambiente molto provinciale, tant’è che gli attori enfatizzano il loro accento veneto, l’opera è passata in sordina, dimenticata, anzi, quasi mai ricordata.

    A cura di Alessandro Randi

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  • La casa di Jack (The House That Jack Built)

    La casa di Jack (The House That Jack Built)

    La casa di Jack: ovvero l’ennesima prova di stomaco di Lars von Trier

    La casa di Jack si può guardare solo in un modo: cogliendone tutti i riferimenti artistici, letterari e filosofici. Questa polarizzazione è stata perfettamente rappresentata dalla reazione del pubblico di Cannes quando il film venne presentato: metà si alzò disgustato dopo un’ora; i rimanenti gli riservarono una standing ovation. Tuttavia, parlare de La casa di Jack senza sapere chi sia il suo regista sarebbe come leggere la Commedia senza sapere che questa plurinominata Beatrice era, nella finzione letteraria, l’amata di Dante.

    Lars von Trier è un regista danese noto ai più per le sue contraddizioni, le sue fobie, le sue dichiarazioni, le sue dipendenze e le sue perversioni. Nato in una famiglia di nudisti, comunisti e atei, il piccolo Trier cresce senza essere educato: i suoi genitori, infatti, erano fermamente convinti del diritto del bambino all’autodeterminazione. Perciò, Lars si ritrovò immediatamente a dover badare a sé stesso, il che gli ha causato non poche nevrosi. Parte dell’indifferenza del padre era, in realtà, dovuta dal fatto che quel pargolo non era un suo frutto. Agonizzante sul letto di morte, infatti, la madre rivelò al futuro regista di essere il figlio di tal Fritz Michael Hartmann, noto compositore danese. Alla richiesta di spiegazioni, la donna si giustificò, esalando l’ultimo respiro e dicendo:  ‹‹Volevo dei geni artistici per mio figlio››. Se ci fermassimo qui, forse l’intera opera di von Trier troverebbe già una spiegazione.

    Crescendo, Lars iniziò a bere e drogarsi pesantemente: queste dipendenze, in realtà, lo accompagnarono fino a pochi anni fa, quando, una volta disintossicatosi, elogiò malinconicamente le proprie vecchie abitudini: ‹‹Per scrivere Dogville, sotto l’effetto di alcol e droga, ho impiegato 12 giorni. Per la sceneggiatura di Nymphomaniac, scritta da sobrio, ci ho messo 18 mesi››.

    Famoso per le sue stranezze, come il non viaggiare mai in aereo, il salire solo su auto e treni di una determinata marca e, a ogni festival, lo spostarsi per l’Europa in camper per raggiungere Cannes, von Trier soffre anche di depressione e ipocondria: non c’è un collaboratore che non l’abbia sentito lamentarsi del cancro e del tumore che in realtà non ha.

    Nel 2011, presentando il suo Melancholia a Cannes, il regista si lanciò in una serie di dichiarazioni senza senso che gettarono l’opinione pubblica e i suoi attori (che si guardarono sbigottiti chiedendosi: ‹‹Ma con chi c***o abbiamo lavorato?››) nel panico: ‹‹Cosa posso dire? Capisco Hitler. Ha fatto molte cose sbagliate, assolutamente, ma posso immaginarmelo seduto nel suo bunker, alla fine… mi immedesimo, sì, un po’››. Per poi definire lo stato di Israele “una rottura di palle” ed esternando tutta la sua ammirazione per Albert Speer, l’architetto di Hitler: ‹‹No, io voglio solo parlare dell’arte. Albert Speer mi piaceva. Era forse uno dei migliori figli di Dio… Ha avuto del talento che poteva essere utilizzato… Ok, sono nazista››. Cacciato in fretta e furia dal Festival, fu radiato per sette anni da Cannes. Il ritorno, datato 2018, fu con La Casa di Jack.

    Il film si apre con un dialogo su uno sfondo nero. Due voci discutono senza che lo spettatore sappia di chi siano. Poi, una delle due inizia a narrare cinque dei suoi incidenti, che noi comuni mortali chiameremmo omicidi. A questo punto, tutta l’oscenità tipica di von Trier entra in gioco: gli assassinii e le torture sono di una crudeltà che solo i dialoghi che le spiegano possono renderli digeribili. Si passa dal volto di Uma Thurman sfigurato da un cric, ad un corpo ridotto a brandelli perché trascinato con un furgone. Dall’uccisione di due bambini e l’esposizione dei piccoli cadaveri alla madre, al taglio dei seni di una ragazza. Tutte scene che von Trier, per la biografia di cui sopra, non ci risparmia. A questo punto, lo spettatore si trova con le spalle al muro: o lascia la sala disgustato e furibondo, o manda giù il boccone e prosegue. Nel frattempo, le due voci iniziali accompagnano tutto il film, commentando gli avvenimenti. In particolare, l’assassino ci vuole convincere che i suoi non sono omicidi, bensì opere d’arte, con continui riferimenti architettonici, pittorici, scultorei e filosofici.

    Arrivati al culmine dell’orrore, von Trier ci mostra finalmente i due interlocutori: Jack (Matt Dillon), cioè l’assassino, e Virgilio (Bruno Ganz). Sì, quel Virgilio. A parte la perversione artistica di impersonificare il poeta latino con un attore famoso, tra le altre cose, per aver interpretato Hitler, da questo momento Virgilio conduce Jack all’Inferno, riproponendo il viaggio dantesco. Dal punto di vista scenografico, inizia una delle parti più spettacolari degli ultimi anni: i due vengono inseriti nel famoso quadro di Delacroix, La Barca di Dante, attraversano i cerchi dell’Inferno e Bruno Ganz fornisce (come se ce ne fosse bisogno) un’ulteriore prova delle sue capacità attoriali (tra l’altro, l’attore morirà subito dopo il termine delle riprese). Il viaggio negli inferi conduce i protagonisti ad un ponte interrotto. Al di là, spiega Virgilio, c’è l’uscita dell’Inferno: nessuno è mai riuscito a raggiungerla. Se Jack ci riesca o meno, lo faremo scoprire al lettore, se riuscirà a superare l’Inferno per lo spettatore: cioè l’ora e mezza precedente.

    A cura di Alessandro Randi

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  • First Reformed

    First Reformed

    First Reformed: come un sassolino nella scarpa può trasformarsi in valanga

    L’incipit di First Reformed è molto simile a migliaia di altri film americani: un piccolo paese di onesti lavoratori, una chiesa riformata olandese (che non si sa bene cosa voglia dire, dal momento che gli americani hanno diviso il cristianesimo in così tante succursali che ormai se ne è perso il conto), una fede profondamente radicata tra i cittadini, un reverendo più profondo e più illuminato di altri, che assiste i propri fedeli nei loro momenti di oscurità interiore. Fatto questo elenco, potrebbe sembrare la solita bella storia che ci propina Hollywood. Tuttavia, il grigiore delle immagini, il rapporto 4:3, i movimenti di macchina e fotogrammi degni di un museo di arte contemporanea rendono l’apertura del film unica nel suo genere.

    Paul Schrader, il regista, ci mostra cose normalissime, rendendole inquiete. Una chiesa. Un quadro. Una bandiera. Un prete. Tutto avvolto da un’aura macabra. In un giorno come un altro Toller (Ethan Hawke), il reverendo in questione, tormentato dalla morte del figlio, caduto in Iraq, alle prese con un cancro e un leggero alcolismo, viene a conoscenza del calvario di un uomo, marito di una donna frequentante la chiesa, angosciato dall’imminente nascita di un figlio. Il colloquio tra i due, per ammissione dello stesso reverendo, è uno dei più deprimenti, agonizzanti e catastrofici dialoghi mai scritti in un copione. L’uomo, tale Michael Mensana (Philip Ettinger), è un ambientalista finito in prigione in Canada per diverse proteste contro l’inquinamento globale e un depresso misantropo che nella mente, di sano, ha ben poco. Schrader, evidentemente non sicuro dell’impatto dei dialoghi, decide a ragione di posizionare dietro la schiena di Mensana un computer, dove lo screensaver ci mostra il pernicioso innalzamento delle temperature dal 1960 al 2050. Come a dire: ‹‹Se non stai ascoltando, la depressione te la faccio venire lo stesso››. Toller, già in difficoltà per le problematiche di cui sopra, è madido di sudore. L’uomo davanti a lui gli sta dicendo che non ha senso, anzi, è un crimine mettere al mondo un figlio, se questo è il mondo. Rientrato a casa, annota le riflessioni sul suo diario, beve un goccio e si infila a letto, senza riuscire a prendere sonno. Con Mensana ha deciso di chiacchierare una volta al giorno, tutti i giorni, per alzare un po’ l’umore del futuro padre e magari avvicinarlo alla fede. Il giorno seguente però l’uomo non si presenta all’incontro: ‹‹Troppo impegnato al lavoro››, gli scrive. Il giorno successivo, chiede al reverendo di spostare la conversazione da casa sua ad un bosco vicino. Toller si presenta puntuale, ma Mensana è lì in anticipo: fucile a pompa sulla sinistra, cadavere sul terreno, il cervello aperto in due come quello di Kennedy.

    Da quel momento, il pensiero del reverendo si radicalizza: se all’inizio doveva essere Toller ad addolcire Mensana, con questo suicidio avviene il contrario. L’uomo di chiesa non comprende come l’essere umano sia riuscito a tradire Dio e rovinare il suo pianeta. Non capisce come si siano raggiunte queste punte di infedeltà e menefreghismo nei confronti dell’unica casa che noi, in quanto umani, abbiamo. Se quello di Mensana era deprimente, lo screensaver di Toller è umiliante: un orso polare in equilibrio su ciò che resta di un ghiacciaio, completamente pelle e ossa e in procinto di morire di fame. Le immagini, nel frattempo, si fanno più oscure: anche le giornate sembrano ricoperte da una velatura notturna. Toller scopre di avere il cancro, ma del suo corpo ormai si disinteressa. Il desiderio di salvare il mondo si trova così in perenne contrasto con l’amara realizzazione che da soli, in fin dei conti, si può ben poco. La realtà materialista che lo circonda lo affrancano sempre di più dalla società. Il film, così nichilista ed estraniante, ricorda molto Taxi Driver, il cult di Scorsese con un magistrale Robert De Niro. Per entrambe le pellicole sembra di assistere alla teoria del piano inclinato: l’umorismo disforico dei due protagonisti è la pallina posta in cima al piano e, per quanto impercettibile sia l’inclinazione, la pallina rotola giù, sempre più in basso, fino a quando non cade, cioè fino a quando non si prendono le decisioni più estreme. Il motivo della vicinanza dei due film è semplice: la sceneggiatura di Taxi Driver fu scritta da Schrader.

    -A cura di Alessandro Randi

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