Autore: Alessandro Randi

  • How to Blow Up a Pipeline

    How to Blow Up a Pipeline

    How to Blow Up a Pipeline: storia di cinema

    Per scrivere la biografia di Lord Mountbatten, avendo quest’ultimo un carattere tutt’altro che accomodante, lo storico inglese Philip Ziegler attaccò un post-it sulla scrivania e ci scrisse sopra “Ricordati che era un grande uomo”. Ecco, nello scrivere approfondimenti di cinema, spesso si commette l’errore di voler discutere delle tematiche trattate, più che della qualità della pellicola. How to Blow Up a Pipeline è un prodotto che da questo punto di vista può trarre in inganno, perché solleva questioni morali al contempo attuali (il cambiamento climatico) ed eterne (è giusto usare la violenza come strumento di protesta?). Tuttavia, questo non è un trattato filosofico, tanto meno politico: è la recensione di un film, perciò ci limiteremo a questo.

    Uscito nel 2022 negli Stati Uniti, How to Blow Up a Pipeline è un classico prodotto indipendente americano. Indipendente perché presenta le caratteristiche di quel tipo di cinema: attori mai visti prima; regista mai sentito nominare; casa di produzione ancor più sconosciuta. E ora non venite fuori bofonchiando: «Beh… io Daniel Goldhaber lo conoscevo…». Avete capito benissimo cosa intendiamo: non sono conosciuti dalle grandi masse. Americano perché solo negli Stati Uniti possono svilupparsi così tante e così intriganti pellicole indipendenti. La loro storia cinematografica (e non solo) ha dimostrato più volte quanto questo genere di cinema possa sfondare al botteghino e/o diventare un cult.

    L’opera di Goldhaber è ispirata ad un saggio omonimo, scritto dall’attivista e saggista Andreas Malm. La tesi del ricercatore è che, essendo il capitalismo non più sostenibile di fronte al problema climatico, sia necessaria una rivoluzione che nasca da proteste violente contro i simboli del sistema. Ora, che la tesi sia condivisibile o meno, il film riprende fedelmente queste tematiche e le affronta con serietà e impegno. I protagonisti sono soggetti borderline (dal punto di vista giudiziario), che hanno intenti seri, che lottano per quello in cui credono, che sia giusto o meno. Ci vengono presentati coralmente, senza che nessuno emerga sugli altri. Ognuno ha il suo ruolo e le sue responsabilità. Poi, man mano che il film avanza, ci viene raccontata la storia di ognuno di loro. Questo fa in modo che da semplici volti essi diventino umani, persone in carne e ossa, con un passato spesso turbolento e gravose difficoltà da sopportare.

    Cinematograficamente, il film è ricco di riferimenti a pellicole importanti: la struttura generale ricorda molto quella di Reservoir Dogs, con un inizio in medias res; la presentazione dei singoli personaggi tramite flashback; il tradimento finale di uno dei membri. In altre parole, se la storia non fosse totalmente diversa, si direbbe che sia lo stesso film. È anche presente una scena in cui uno dei protagonisti, ferito, soffre e geme sui sedili posteriori di una macchina, mentre chi guida cerca di affrettarsi e di placare le sue preoccupazioni. Anche qui: se i due protagonisti fossero stati Mr. White e Mr. Orange, saremmo senza riserve nell’opera di Tarantino.

    Come non pensare a Breaking Bad quando il regista ci mostra queste terre aride e deserte e poi un primo piano di provette e becher? L’unica differenza è che qui non siamo ad Albuquerque, ma nel mezzo del Texas. D’altra parte, alcuni frame possono ricordare There Will Be Blood ma, al di là della cornice, non ci sono riferimenti espliciti. Mentre si attende l’esplosione, possiamo osservare diversi primi piani che aumentano il pathos seguendo la lezione del triello de Il Buono, il brutto, il cattivo. Insomma, se queste sono le premesse, l’opera non può non essere accattivante. In più, è anche affidabile: perché, alla fine, spiega veramente come far saltare un oleodotto.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Notte Fantasma

    Notte Fantasma

    Notte Fantasma: film di nicchia

    Avete presente quando, guardando un film, vi pervade la strana sensazione di aver già visto quel volto da qualche parte? Vi date di gomito con chi vi sta a fianco e gli dite: «Ma quello lì è quello di…?», e lui vi risponde: «Ma chi?». «Dai, quello lì… il protagonista… dov’è che l’ho già visto?», e trascorrete la successiva ora e mezza a rimuginare su tutto ciò che avete visto nella vostra vita, fino a quando… eureka! E vi alzate scattanti dal divano gridando: «Ecco chi è! È quello di Romanzo Criminale!». Ad alcuni capita anche al cinema, completamente dimentichi della presenza di altre cinquanta persone all’interno della sala. A essere oggetto del dibattito interiore dello spettatore, questa volta, è Edoardo Pesce, il cui nome probabilmente continua a risuonare anonimo, perciò, per farci capire, sfrutteremo un cliché: Edoardo Pesce a.k.a. uno dei due fratelli Buffoni della serie Romanzo Criminale.

    C’è un altro spunto che la serie qui sopra citata ci offre, prima di passare al film. È un racconto di Francesco Montanari, cioè il Libanese, che, in un’intervista ha parlato delle difficoltà avute dopo il successo di Romanzo Criminale. Nemmeno un provino per i successivi otto anni, perché tutti i produttori ritenevano impossibile scindere il suo volto da quello del boss della Banda. Ma, effettivamente, che fine hanno fatto gli altri? Vinicio Marchioni si è dato al teatro e solo dopo molti anni è tornato sul grande schermo; Alessandro Roja ha avuto più successo, è vero, ma nessun ruolo è paragonabile al Dandi; Daniela Virgilio? Non pervenuta. Marco Bocci? Non pervenuto. Così come tanti altri e tra questi tanti altri finisce, inesorabilmente, anche Edoardo Pesce.

    Il film inizia allo stesso modo di Sulla mia pelle. Si ha proprio la sensazione di trovarci di fronte ad una pellicola analoga e quindi si è un po’ delusi, perché appunto non è nulla di nuovo. Tuttavia, suona un po’ strano vedere un attore che ha interpretato un membro della Banda della Magliana in Romanzo Criminale e Giovanni Brusca ne Il Cacciatore fare il poliziotto. E infatti, il film si rivela totalmente diverso da quello su Stefano Cucchi. Diventa un vero e proprio thriller, in cui l’agente mostra sempre maggiori segni di squilibrio e quella che iniziava come una storia vera si trasforma rapidamente in un racconto da film. Edoardo Pesce ha un tempismo nelle battute eccezionale, da attore che proviene direttamente dalla strada e che conosce perfettamente il modo di dialogare di un romano. Il suo coprotagonista Yothin Clavenzani è ancora un po’ immaturo e manca in alcuni casi di espressività, ma è bravo a mostrare l’incertezza sul da farsi in alcune occasioni. La regia è innovativa, particolare per il cinema italiano: molti piani sequenza, molti frame sfocati, tanti primi piani, diversi dolly.

    Il film è, tutto sommato, una visione piacevole. Forse non vincerà a Cannes, però rimane qualcosa di particolare ed inesplorato nel panorama cinematografico italiano.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Monty Python’s Life of Brian

    Monty Python’s Life of Brian

    Life of Brian: And now for something completely different

    Nel maggio del 2023 è esplosa una piccola polemica ai danni di John Cleese, ex membro dei Monty Python. Il comico, che all’età di 200 anni recita nei teatri per pagare gli alimenti alle sue due ex mogli ancora in vita, aveva espresso la volontà di portare in scena Life of Brian, film che realizzò nel lontano 1979, quando di anni ne aveva solo 100. Oggetto della polemica è la celeberrima scena in cui Stan (Eric Idle) esprime il suo desiderio di essere donna perché vuole avere dei figli e Reg (John Cleese) gli risponde fulminandolo con: «Ma non hai l’utero! Dove si dovrebbe sviluppare il feto? Lo vuoi tenere in un barattolo?!». Chiaramente,Cleese non ha alcuna intenzione di privarsi di battute del genere e come al solito la querelle, iniziata come una questione di stato, è terminata nel giro di tre giorni. Nondimeno, si tratta solo dell’ultima disputa riguardo Life of Brian.

    John Cleese ed Eric Idle hanno raccontato che l’idea iniziale girava attorno a un tredicesimo apostolo che arrivava sempre cinque minuti in ritardo a causa della moglie voluttuosa. Per questo carnale motivo, il poveraccio si perdeva tutti i miracoli del Signore: dalla resurrezione di Lazzaro, alla trasformazione dell’acqua in vino, alla cura dei lebbrosi. Tuttavia, l’idea dei Python fu accantonata perché, a detta loro: «Era troppo difficile rendere comica una figura come Gesù». La scelta cadde quindi sul vero Messia: Brian! Ma questo evidentemente non era chiaro ai produttori a cui fu proposto il film, perché si rifiutarono tutti difinanziarlo, non comprendendo che, se un film è ambientato nello stesso momento e nello stesso luogo in cui operava Gesù, ma non riguarda Gesù, non riguarda Gesù. Il nome del fondatore del cristianesimo, infatti, non è mai pronunciato nel film. Sì, appare due volte, ma da lontano e per soli due secondi. Nondimeno, quei due secondi bastavano e avanzavano per condannare alla non esistenza Life of Brian: il film non s’aveva da fare e i Pythonerano sicuri di dover abbandonare l’idea, quando Eric Idle ne parlò con George Harrison, ex chitarrista dei Beatles, il quale apprezzò così tanto il racconto che decise di finanziarlo. Quando gli chiesero perché avesse preso quella decisione, Harrison rispose con un goffo: «I wanted to see the film». In altre parole, pagò il biglietto del cinema più costoso di sempre: quattro milioni di sterline, ipotecando la casa di Friar Park. Non è finita qui, perché le reazioni furono altrettanto ostili. A livello istituzionale, sia chiaro, perché a livello di pubblico il film fu un successo clamoroso, tant’è che, in Inghilterra, dove alcuni comuni ne permisero la visione e altri no, i cittadini organizzarono dei veri e propri pullman da una città all’altra.

    La trama, di per sé, non è nulla di eccezionale: Brian, giovane che odia i romani, fa parte di un’organizzazione terroristica e viene catturato dai centurioni. Riesce a scappare, si finge un predicatore, ma, a differenza degli altri profeti, viene creduto e diventa “Il Messia”. Quindi gli tocca scappare anche dalla folla, ma vieneinspiegabilmente catturato dai centurioni e messo in croce. Fine del film. Non disperate: non è per la trama che si guarda Life of Brian, anzi; ha talmente poco peso che noi, per averla riassunta, non ci sentiamo nemmeno in colpa. Sono, d’altra parte, i singoli episodi che fanno il film: ogni trenta secondi c’è una scena di una caratura intellettuale che è tipica dell’umorismo inglese. Temi talmente al di fuori dal nostro immaginario che a nessun italiano verrebbe in mente di poterci scherzare. C’è veramente qualcuno di noi che pensa di far ridere correggendo il latino di qualcun altro? Assolutamente no, ma quando il centurione corregge Brian per non aver declinato correttamente il vocativo e il locativo, è oltremodo ridicolo e divertente. Il solito problema dei MontyPython è che, doppiati, il 70% del loro umorismo viene meno. I giochi di parole non si possono tradurre, perciò vanno perduti. Ma non solo: essendo tutti studenti di Oxbridge, la loro caratura linguistica è di alto livello; quindi si deve conoscere veramente bene l’inglese per poterli capire.

    Per concludere: guardatelo (possibilmente in lingua originale con sottotitoli in inglese) perché è senza tempo, più attuale che mai e fa ridere in un modo completamente diverso rispetto alla classica commedia nostrana. In altre parole, come direbbero loro: «And now for something completely different».

    A cura di Alessandro Randi

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  • Top Gun: Maverick

    Top Gun: Maverick

    Top Gun: il ritorno degli anni ’80

    Quando Top Gun venne proiettato la prima volta, il Muro di Berlino doveva ancora cadere, Maradona vinceva il suo primo e unico Mondiale, Tarantino faceva ancora il dipendente alla Video Archives e Quei Bravi Ragazzi doveva ancora uscire. Insomma, tantissimo tempo fa. Già dal primo fotogramma di Top Gun: Maverick, si viene catapultati indietro nel tempo. È un ritorno degli anni ’80, dei suoi cliché, dei protagonisti che fanno a gara di mascolinità, del doppiaggio con le solite frasi fatte, del tipo: «Ragazzo, non sei poi così male».

    Eppure, tutto questo perde di significato, paradossalmente, grazie al personaggio di Tom Cruise. Maverick, il soprannome di Pete Mitchell, non è più uno dei due maschi Alpha del primo film. Non può più esserlo, perché è più vecchio, più esperto, ha le occhiaie per ciò che ha affrontato e per aver visto un amico morire in combattimento. Quindi sin da subito ci vengono messe a confronto queste due situazioni: da una parte, i Maverick e gli Ice del momento, cioè Jake Seresin (Glen Powell) e Bradley Bradshaw (Miles Teller), che si sbeffeggiano come bambini dell’asilo. Dall’altra, il vero Maverick che li osserva meditando sul passato. Il protagonista, che ha vissuto la propria vita in conformità con il soprannome, che in inglese significa “anticonformista”, è denigrato da tutta la Marina Americana, poiché spesso la sua sregolatezza superava il suo genio. D’altra parte, quest’ultimo esisteva ed esiste ancora: nessuno guida i caccia come lui, nessuno conosce a fondo gli strumenti e i trucchi del mestiere come lui. Insomma, è bravo, e, all’interno della Marina, pur turandosi il naso, questa cosa viene riconosciuta. Per questo motivo torna a To Gun: per insegnare alle nuove generazioni. Tuttavia, questo ritorno è un bicchiere amaro per Maverick, perché significa che tutti i ricordi con cui ha vissuto negli ultimi trent’anni tornano in vita.

    Se la malinconia assale Pete “Mav” Mithcell, anche lo spettatore non ne è esente. Persino chi, nel lontano 1986, non c’era ma ha recuperato il primo Top Gun più tardi, non può far altro che apprezzare le capacità artistiche di non ripetersi, di ricreare e, allo stesso tempo, di reinventare le emozioni della prima pellicola. Un’assenza eccellente c’è: Kelly McGillis nei panni di Charlie, l’astrofisica di cui si innamora Maverick nel primo film. Joseph Kosinski ha provato a motivarne l’assenza avvalendosi di scuse estemporanee. La realtà dei fatti è però amaramente espressa dalla stessa McGillis in una sua dichiarazione: «Sono vecchia, sono grassa e dimostro esattamente l’età che ho». Anche Ice, interpretato da Val Kilmer, dimostra esattamente l’età che ha, soprattutto se si inserisce in un film con Tom Cruise e Jennifer Connelly. Tuttavia, il vecchio Kilmer interpreta il suo ruolo di factotum, emozionando i fan del primo film. In sostanza, non illudiamoci: Top Gun: Maverick è un prodotto classico di Hollywood esattamente come lo era il primo. Non è uno di quei film che fanno riflettere, meditare, che ti segnano nel profondo. Però è un bel film, perché, tutto sommato, a Hollywood, quando vogliono, i film li sanno fare bene.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Palm Trees and Power Lines

    Palm Trees and Power Lines

    Palm Trees and Power Lines: mai farsi dare un passaggio da uno sconosciuto

    Epitome del film indipendente, Palm Trees and Power Lines è stato presentato al Sundance Festival, dove ha vinto per la miglior regia. Opera prima della regista Jamie Dack, protagonista sconosciuta di una bravura incalcolabile, la pellicola ci comunica la sua indipendenza al primo fotogramma: siamo negli Stati Uniti, in una città non specificata che rimane al di fuori delle più grandi e delle più rinomate, e la protagonista, Lea, è una ragazza di soli diciassette anni, che sta affrontando proprio quel momento dell’adolescenza in cui ci si sente soli contro il mondo. Esce con gli amici, che non considera veramente tali, si esclude dalle conversazioni perché non la divertono e non la interessano, anche se non sappiamo se la sua apatia sia genuina o frutto di snobismo. A casa ha un rapporto freddo con la madre, che è distratta, egocentrica, troppo accondiscendente e superficiale: a diciassette anni Lea può uscire senza avvisare, rimanere fuori la notte senza avvertire, controbattere a piacimento senza conseguenze.

    Ma se c’è un’esattezza che esce dalla bocca di Tom, il ragazzo che appare nella vita di Lea e che la seduce, è che la protagonista mostra un’intelligenza superiore ai suoi coetanei. Del resto, una certa profondità d’animo non può esistere senza anche una profondità di intelletto: non ci si può interrogare sulla vita se non ci si rende conto di averne una, no? Tuttavia, la ragazza è, purtroppo, profondamente inesperta e necessiterebbe di una guida. Che in teoria ci sarebbe, la madre, se non fosse in tutt’altre faccende affaccendata. E quindi Lea si perde di fronte a questo sconosciuto, che di anni ne conta trentaquattro e di nome fa Tom, di cui non si sa nulla, a parte il fatto che guida un pickup american-style, cioè quelli che sono eccessivamente-tutto: grandi, costosi, brutti e inutili.

    E a questo punto riaffiora alla mente l’iconica battuta di Aldo Raine in Bastardi Senza Gloria: «Quando senti una storia troppo bella per essere vera, non è vera». E anche se, nel film di Tarantino, la verità espressa da Raine è per una volta surclassata dalla risposta di Hans Landa: «Vero, ma di tanto in tanto, nelle pagine della storia, il fato si ferma a guardarti e ti tende la mano», in questo caso, possiamo con certezza affermare che il fato non si è fermato a tendere la mano a Lea. Tom la corteggia, la riempie di complimenti, non spinge mai sull’acceleratore, anzi: si comporta come un suo coetaneo, come uno alle prime armi. Lei cade in amore e si affranca dalla sua vera vita, che per quanto non la soddisfacesse, era comunque la realtà.

    Jamie Dack, regista al primo lungometraggio, ci racconta una storia che purtroppo è frequente, soprattutto a causa dei livelli di emancipazione della gioventù statunitense. Il racconto non è tratto da alcuna storia e per questo motivo potrebbe essere quella di centinaia, se non migliaia di ragazze non ancora maggiorenni. Il film ha una fotografia molto accattivante, che ci immedesima nello stato d’animo di Lea, interpretata da una sconosciuta Lily McInerny, che è di una bravura abbacinante: la sua espressività, risaltata paradossalmente dal non averne una, dall’essere sempre impassibile, è tipica della stragrande maggioranza degli adolescenti. Ma, in quelle poche volte in cui sorride, è così autentica da farci capire davvero le sue potenzialità. Se dovessimo trovare una nota negativa, potremmo dire che il film, del 2022, presenta le classiche caratteristiche delle pellicole sue contemporanee. La storia è più o meno già vista; uno sfruttamento/perversione sessuale ci deve essere, sembra, quasi per contratto. Insomma, Palm Trees non è un capolavoro, ma sicuramente ha messo in evidenza diversi talenti, i cui nomi speriamo di sentire anche in futuro.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Exposing Muybridge

    Exposing Muybridge

    Exposing Muybridge: il Caravaggio fotografo

    La storia di Eadweard Muybridge (per comodità scegliamo l’ultimo dei tanti nomi che ha avuto) rassomiglia alle tante biografie dei personaggi che hanno fatto la storia: egli è infatti tenace, dispettoso, permaloso, possessivo, arrogante e geniale. Il campo in cui ha eccelso e che ha rivoluzionato è conosciuto, tendenzialmente, solo dagli addetti ai lavori, nonostante ognuno di noi abbia, al giorno d’oggi, la possibilità di fruire delle sue invenzioni quotidianamente. Parliamo della fotografia, un’arte in grado di cambiare per sempre la storia umana: non sappiamo realmente che volto avessero Napoleone, Michelangelo o Dante. Dobbiamo affidarci ai loro ritratti. Ma dal 1835, la vita dell’uomo è stata sconvolta da questa nuova possibilità di vedere il mondo. E se il 1835 si può considerare una rivoluzione come l’invenzione della stampa da parte di Guttenberg nel 1453, allora l’influenza di Muybridge nel mondo della fotografia si può paragonare a quella di Aldo Manuzio.

    Il merito di Exposing Muybridge è quello di riportare alla luce la storia di questo vero e proprio artista, che non usava né lo scalpello né la penna, ma uno strumento del tutto nuovo, che lui stesso svilupperà esponenzialmente. Il documentario ha un’andatura praticamente cronologica: si parte dalla nascita, avvenuta nel 1830, in un paesino sul Tamigi. Infatti, i Muggeridge (vero nome della famiglia del nostro affezionatissimo) trasportavano carbone dalla periferia al centro di Londra, praticando una di quelle attività tanto utili nell’Inghilterra vittoriana. Ma Edward non era portato per queste attività: nel documentario si racconta di quando, ancora infante, disse perentorio alla nonna: «Mi farò un nome che ricorderanno tutti, o non sentirai mai più notizie di me». Ora, come tante di questi aneddoti, non sappiamo se il virgolettato sia vero, ma sicuramente è verosimile, conoscendo la testardaggine di Muybridge.

    A vent’anni molla tutto e va a San Francisco. Farsi Londra-San Francisco a quell’età, nel 1850, non era come farlo adesso. Niente aeroplani, si andava per nave e in condizioni sanitarie eufemisticamente non del tutto ottimali. E, soprattutto, San Francisco non era quella città spettacolosa che è ora: era una landa desolata, dove le strade erano attraversate solo dalle balle di fieno, come nei Western. Tuttavia, il North-West degli Stati Uniti presentava paesaggi incontaminati di una bellezza ineffabile. Il nostro Muybridge li esplora tutti: Utah, Arizona, California, Oregon. Viene addirittura spedito in Alaska, che da pochi anni era stata venduta dai Russi agli Americani, diventando il primo fotografo a ritrarre le famiglie indigene.

    Per quanto bravo, però, il suo destino non era quello di fotografare i paesaggi. Il suo genio viene infatti notato da un famoso impresario e senatore statunitense, Leland Stanford, uno di quelli che ha tappezzato gli Stati Uniti di rotaie e ferrovie e che poteva benissimo essere rappresentato in C’era una volta il West di Sergio Leone. Stanford aveva la passione per i cavalli, ma non riusciva a togliersi dalla testa un dubbio che lo teneva sveglio la notte: «Quando il cavallo corre, alza tutti e quattro le zampe o una è sempre a terra?». Lo chiese a Muybridge, a cui dei cavalli fregava ben poco, e l’artista, dopo aver preparato degli intrugli che rasentavano l’alchimia, predispose le macchine fotografiche in ordine davanti a un muro bianco e rivoluzionò il mondo della fotografia, scattando le prime istantanee in sequenza. Poi, con l’introduzione dello zoopraxiscopio, anticipò i Lumière di una ventina d’anni, fornendo, per la prima volta, l’illusione del movimento.

    Insomma, con una biografia con elementi che lo avvicinano alla figura di Caravaggio, cioè a un criminale di prima categoria, ma di un livello artistico celestiale, Muybridge influenza ancora oggi registi e artisti. Exposing Muybridge rende omaggio al suo genio, riconoscendone però i profondissimi limiti caratteriali. Ma ricordatevi: tutte le volte che vedrete un cavallo, una persona o un qualsiasi essere animato correre parallelamente ad una telecamera in un film, guardatevi indietro, e toglietevi un immaginario cappello in onore del Caravaggio fotografo.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Silence

    Silence

    Il lato spirituale di Martin Scorsese

    Molto spesso non ci si rende conto della vastità della filmografia di Martin Scorsese. Quando si sente il suo nome, i primi pensieri vanno a capolavori del calibro di Toro Scatenato, Taxi Driver, Quei Bravi Ragazzi, Cape Fear, Shutter Island e The Wolf of Wall Street. Nondimeno, il regista conta all’attivo ben venticinque lungometraggi, spesso dai titoli sconosciuti al grande pubblico. Qualcuno tra i non addetti ai lavori potrebbe dire che un film dal titolo L’ultima tentazione di Cristoporta la firma del regista italo-americano? Non ne siamo così sicuri. Però, se si ha il desiderio di immergersi nelle pellicole meno conosciute, si potranno trovare tematiche che fanno comprendere l’enorme ecletticità del regista. Tra queste, la sua fede cristiana.

    Anche Silence, almeno in Italia, uscì al cinema senza fare rumore. Prendiamo, per un attimo, la pellicola successiva, The Irishman. Per l’uscita di quest’ultimo, l’attesa era spasmodica. Le prime immagini giravano su internet già due anni prima: da De Niro con le scarpe rialzate per sembrare più alto, a Joe Pesci che parla un italiano masticato per testimoniare la sua provenienza sicula. Insomma, il pubblico sapeva tutto di quel film. Chiaramente, si tratta di case di produzione diverse, di generi diversi, di attori diversi, eccetera, eccetera. Tuttavia, non pensiamo ci sia mai stato un regista della caratura di Scorsese che presentasse una disuguaglianza così grande nel clamore per ogni pellicola.

    Come accennato, Silence si colloca in un trittico cristiano, preceduto da L’ultima tentazione di Cristo e Kundun, che porta alla creazione di una leoniana Trilogia della fede, in cui si narrano le difficoltà di mantenere la propria religiosità di fronte al male.

    Siamo in Giappone del XVII secolo, in un periodo che, secondo la storiografia giapponese, è definito Tokugawa. Il Padre gesuita Cristóvão Ferreira (Liam Neeson), partito dal Portogallo per professare il Verbo del Signore in ogni angolo della terra, è messo eufemisticamente a dura prova dalle sevizie e torture perpetrate ai cristiani dalle autorità giapponesi. Due giovani Padri, Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver), cresciuti sotto l’ala protettiva di Ferreira, decidono di partire per la terra del Sol Levante quando le lettere di Ferreira si interrompono. La loro missione iniziale è quella di cercare la loro guida, accertarsi che non sia morto o che non sia stato torturato dalle autorità, ma appena sbarcati in Giappone, si imbattono in un piccolissimo villaggio di cristiani, che predicano in gran segreto la religione proibita. La gioia negli occhi della piccola comunità alla visione dei due giovani Padri è indescrivibile, così come la preoccupazione in quelli dei due portoghesi al racconto delle torture che si possono subire se si viene scoperti. I racconti su Ferreira sono frammentati: la maggior parte della gente non sa nulla, alcuni lo hanno incontrato tanti anni prima, ma la voce che gira è che abbia abiurato e ora sia sposato con figli. Rodrigues e Garupe non ci credono, o meglio, non vogliono crederci, perché se anche la loro Guida Spirituale ha perso la fede, che speranza hanno loro? Molto presto, anche il piccolo villaggio verrà scovato e messo a ferro e fuoco, con torture e uccisioni disumane; tuttavia, i due Padri scopriranno che la loro religiosità è tutt’altro che vacillante; anzi, è la loro unica salvezza.

    Per ambientazione, ordine religioso dei protagonisti ed epoca storica, il film può risultare molto simile a Mission, il capolavoro di Roland Joffré, che raccontava il viaggio missionario di alcuni gesuiti in America Latina. Nondimeno, con lo sviluppo della storia, ci si rende conto che Silence è un film molto più intimo e spirituale, quasi un dialogo interiore dello stesso regista, che tenta di mettere alla prova la sua fede mostrando le spietate cattiverie di un tempo, al posto di provarle sulla sua pelle. Il talento di Andrew Garfield è la vera sorpresa attoriale del film, perché, se anche lo spettatore arriva a porsi delle domande, è grazie alla sua bravura e alla sua espressività. Infatti, per prepararsi al ruolo, l’attore si buttò corpo ed anima nello stile di vita gesuita, perdendo addirittura 18 Kg. Anche Adam Driver è irriconoscibile per la sua macilenza, avendone persi ben 22. Driver, all’inizio del film sempre in coppia con Garfield, piano piano è ripreso sempre meno, fino a sparire totalmente, per poi tornare in una scena emotivamente straziante. D’altra parte, una cosa che sorprende è l’apparente distacco che crea Scorsese con la fotografia: le autorità giapponesi non vengono rappresentate come il male assoluto, anche se quello che fanno è il male assoluto. L’idea che muove l’Inquisitore e i Samurai è che il Giappone non è terra per il cristianesimo. Fine della storia. E, conoscendo la determinazione nipponica, l’approccio che ne consegue è storicamente molto accurato.

    Insomma, se avete tempo, aprite la filmografia di Scorsese, chiudete gli occhi e con l’indice puntatene uno a caso. Vi assicuriamo che non sarà mai una perdita di tempo. Anzi, perché non provate a partire proprio da Silence?

    A cura di Alessandro Randi

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  • La mazurka della santa, del barone e del fico fiorone

    La mazurka della santa, del barone e del fico fiorone

    La mazurka del barone: quando una prostituta viene scambiata per una santa

    La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone è uno di quei film che, se non ci fosse internet, si troverebbe solo su Iris, Rai Movie o Rai 5 in una serata di zapping. Nessuno, di sua sponte, lo acquisterebbe, ammesso che sia reperibile un dvd. L’opera si perde tra le tante altre in cui prendono parte Ugo Tognazzi e Paolo Villaggio. Tuttavia, nonostante sia un lungometraggio di fattura modesta, in qualche modo riesce a sorprendere lo spettatore, con una profondità del tutto inaspettata.

    In principio fu una leggenda. Correva l’anno 726 d.C., quando «il mangia rane» Liutprando, a comando delle sue truppe, assediò la penisola italica. Nel suo cammino di devastazione, la città romagnola di Bagnacavallo ebbe particolare sfortuna, perché nell’attraversarla il re longobardo era particolarmente di buon umore. Infatti, estasiato dalla bellezza di una delle abitanti, la afferrò come il leone fa con la gazzella e insieme ai gregari ne approfittò. La povera donna, in seguito all’evento sventurato, si arrampicò su un albero di fico, dove prima partorì e poi morì. Da quel momento, l’albero fu considerato dagli abitanti locali luogo sacro, tanto da essere meta di pellegrinaggi per i successivi 1300 anni.

    C’è un però. Quando, in vista delle Olimpiadi tedesche del 1936, il Duce Benito Mussolini dovette selezionare i giovani balilla da mandare a rappresentare la nazione, scelse tra gli altri tale Anteo Pellacani, bagnacavallese, corridore eccellente destinato a far parlare di sé. Come segnale di buon augurio, i suoi compaesani pensarono di farlo salire sul fico poco prima della partenza, così da essere protetto dalla Santa durante le sue imprese olimpiche. Caso, fortuna, fato o provvidenza di Dio vollero che, appoggiando il piede su uno dei rami del fico, Anteo cadesse e si spezzasse la gamba. Le Olimpiadi saltarono. Ma la più grande disgrazia per il giovane fu l’accorciamento di circa dieci centimetri dell’arto e la conseguente claudicanza fino alla morte. Da questo evento sfortunato, Anteo (Ugo Tognazzi) scatenò tutta la sua violenza contro il prossimo, sentendosi condannato al disonore eterno e ai rimpianti.

    Ormai invecchiato e incattivito dalla emarginazione sociale, passò la vita a fare i dispetti agli altri. A un certo punto tentò anche di rapire il Papa, con il quale ebbe un intenso rapporto epistolare fatto di maledizioni e scomuniche reciproche. Era temuto da tutti e considerato una vipera. Dal canto suo, gran parte del suo odio era riservato a quel fico, maledetto per lui e sacrosanto per tutti. Tentò quindi di assoldare un artigiano munito di sega rotante e impersonato da un improbabile Lucio Dalla, ma questo si rifiutò perché, a suo dire, l’albero lo avrebbe salvato dal tifo. Cercò di bombardarlo chiedendo aiuto ad un ex aviatore che si credeva D’Annunzio, ma anche in questo caso ebbe poco successo. Solo con l’Apparizione della Santa, il barone Anteo sarebbe cambiato profondamente.

    Nel frattempo, Paolo Villaggio interpreta un piccolo magnaccia che controlla due prostitute. Come questa avventura si possa intrecciare con quella del barone, si può spiegare solo tramite un grande fraintendimento: una delle donne era, infatti, molto simile alle rappresentazioni della Santa.

    La comicità di Tognazzi, e lo si vede anche da tanti altri film, in primis Amici Miei, è amara. Non è priva di pensieri, è ricca di malinconia, il che lo rende un autore totalmente sui generis. La pellicola ruota sostanzialmente attorno a lui, e se nella prima parte è bravissimo a fare il permaloso, nella seconda la sua espressione è tipica dell’uomo disperato, di chi si rende conto di aver sbagliato la propria vita, conferendo al film un valore ben al di sopra di quello effettivo. Per il resto, rimandiamo al paragrafo di apertura: non è il film migliore del mondo, anzi. Forse è anche giusto che ci si dimentichi della sua esistenza. Ci sono centinaia di pellicole italiane migliori. Però… c’è sempre un però: si può perdere un Tognazzi del genere? Non crediamo.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Waiting for the Barbarians

    Waiting for the Barbarians

    Waiting for the Barbarians: ingiustizia al potere

    A causa delle ben note vicissitudini giudiziarie di Johnny Depp, da qualche anno il suo talento è stato ostracizzato dal jet set hollywoodiano. Waiting for the Barbarians è una delle poche produzioni ad averlo accolto e lui (come d’abitudine), ha contribuito abilmente ad un’opera differente, ma attuale. Essa presenta una forte polemica storica, in cui il colonialismo occidentale viene posto sulla sedia dell’imputato e giudicato colpevole.

    Il film si apre in quella che in Grecia si sarebbe definita una “città-stato”, avente un massimo di duecento cittadini e governata da un “magistrato” (Mark Rylance) che applica le regole del buon senso più che le leggi statali. Si tratta di un governatore che conosce personalmente i suoi concittadini, che chiacchiera con loro amichevolmente e che punisce paternamente i trasgressori. Tuttavia, l’arrivo del colonnello Joll (Johnny Depp) cambia le carte in tavola. Il forestiero entra in città su una carrozza che incute timore e indossa degli inediti occhiali da sole, che disorientano la folla. A differenza delle semplici uniformi locali, Joll veste una divisa blu fiammante che ne evidenzia immediatamente l’estraneità culturale.

    In poco tempo, l’armonia all’interno del villaggio svanisce. Con la spocchia tipica dei conquistatori, prima Joll, poi i suoi sottoposti, mettono in pratica i classici mezzi da Chiesa del ‘600: tortura, confessioni travisate, uccisioni sommarie, pena di morte. In più, un rudimentale ma efficace utilizzo della propaganda, che si potrebbe sintetizzare così: «Il potere ha un nemico: i barbari. Questi si stanno armando contro di noi. Il nostro compito è sconfiggerli prima che ci attacchino». In verità, i cosiddetti “barbari” erano solo qualche tribù nomade, che per definizione si sposta e vive alla giornata. Nondimeno, i proclami iniziano ad avere effetto. Vengono spettacolarizzate le torture e tra la popolazione inizia a serpeggiare l’odio e l’invidia. Rimasto l’unico baluardo del vecchio mondo, il magistrato cercherà di difendere fino all’ultimo il proprio operato e la propria gente.

    La prova attoriale di Mark Rylance è magistrale. Poche volte l’attore si era visto nel ruolo principale di una pellicola così popolare. Eppure, ha saputo sopportare il peso di un’opera che basava il suo successo principalmente sulle capacità attoriali del protagonista. Il suo sguardo ha saputo trasmettere emozioni profonde, come malinconia, amore, rabbia e senso dell’onore. La fotografia del regista colombiano Ciro Guerra, al primo film in lingua inglese, è spettacolare. Il messaggio del film, che poi è quello del romanzo omonimo da cui è stata prodotta l’opera, è una forte critica contro il potere e un’amara provocazione storica. Infatti, la trama è facilmente riconducibile al colonialismo occidentale del XIX secolo, quando (e ormai è acclarato), ci siamo comportati in modo tutt’altro che elegante.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Non essere cattivo

    Non essere cattivo

    Non essere cattivo: un accattone in più

    Fellini. Pasolini. Monicelli. Cinema italiano anni ’60. Anche Trainspotting. Taxi Driver sicuramente. Questi sono i primi riferimenti culturali che balzano all’occhio guardando Non essere cattivo. Chiaramente non è altro che la punta dell’iceberg e non potrebbe essere altrimenti quando il regista è Claudio Caligari, autore di tre soli film, ma uno più profondo dell’altro. A licenziare un’opera impiegava più o meno quindici anni e si aveva la sensazione che sapesse troppe cose, che fosse toccato nel profondo da troppe realtà. E che non riuscisse a scegliere cosa rappresentare e cosa no. Era come Federico De Roberto, che, terminati I Viceré, si preparò a realizzare quello che secondo lui sarebbe stato il romanzo della sua vita, L’Imperio, ma che alla fine non arrivò a finirlo a causa della maniacale ossessione di migliorarlo. Anche Caligari rischiò di non terminare il suo Non essere cattivo. Morì pochi giorni dopo il termine del montaggio. Se ne andò, secondo alcuni, con il disincanto dei veri Romani, sussurrando: «Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film». E invece, il terzo è arrivato.

    Ostia, 1995. Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi) sono due perdigiorno provenienti dalle borgate romane, la cui vita si potrebbe riassumere con il titolo del recente documentario dedicato al regista Caligari: Se c’è un aldilà, sono fottuto (2019). Tutto il giorno al bar con gli amici, i due tirano avanti mettendo a segno qualche colpo: un furtarello di qua, un po’ di spaccio di là. Quando possono, si drogano anche loro. Sullo sfondo c’è il mare di Ostia, che attribuisce all’atmosfera la malinconia tipica di chi vorrebbe scappare, ma non può. Ci sono delle ragazze che gravitano intorno alla banda, tra le quali una inaspettata Emanuela Fanelli, che a dire la verità si fa fatica a prendere sul serio, dal momento che interpreta la tipica “burina” romana che poi ha tanto scimmiottato nella sua carriera da comica. A un certo punto, in questa vita senza arte né parte, che non sembrava dovesse regalare cambiamenti di sorta, Vittorio comprende, un po’ per necessità, un po’ per maturità, che non si può andare avanti così. Sempre fatti, sempre sballati. Senza un’entrata fissa, quasi senza una casa. Bisogna iniziare a lavorare. Ci prova Vittorio, ci prova. Tenta anche di convincere Cesare, ma il suo amico d’infanzia non ne vuole sapere. Ecco che avviene la crisi. I due non litigano, ma dal punto di vista narrativo è qui che cambia tutto. È qui che viene fuori Accattone. Il parallelismo tra i due protagonisti è quasi esplicito. Cesare non cambia. Non ne vuole sapere.

    Ne è piena la storia del cinema di coppie che, evolvendosi uno e non l’altro, alla fine si separano. Basti pensare a Pulp Fiction, dove Jules analizza gli eventi che lo circondano e giunge al cambiamento più estremo: quello religioso. Invece, Vincent, tutte le volte che si trova in difficoltà, va in bagno, dove non a caso farà una brutta fine. Ma questo topos narrativo non viene ripreso casualmente: ritorna sempre perché è così che avviene nella vita. Caligari non si inventa storie. Riprende fedelmente le borgate. Come fece Pasolini, solo che questo le filmava negli anni ’60 e Caligari negli anni ’90. Ma, come accennato sopra, non è solo l’autore friulano a influenzare il regista. Taxi Driver di Scorsese è omaggiato da alcuni frammenti jazzistici nella colonna sonora. Amici Miei di Monicelli è ripreso nella scena in cui Vittorio chiede al figliastro di fargli leggere il tema scolastico che descrive la sua vita quotidiana.

    Insomma, le opere di Caligari vanno ben oltre la semplice visione. Sono costruite su più strati: chiaramente si può, senza impegno, guardarle e comunque goderne, ma nella parte sottostante dell’iceberg c’è tanta conoscenza e tanta cultura cinematografica. Forse è questo che lo ha condannato alla sottovalutazione: bisogna essere veri amanti del cinema per comprenderlo. Non essere cattivo rappresenta l’inaccessibilità di pellicole come queste, che dal punto di vista qualitativo dovrebbero essere tra le prime scelte del cinema italiano, ma che invece rimangono negli abissi. Quando Caligari se ne andò, sciaguratamente prima di vedere il suo film finito, Mastandrea, che deve in parte la sua carriera a lui e che era produttore della pellicola, lo commemorò rivendicandone le qualità umane e artistiche. E un anno prima, nel 2014, scrisse una lettera aperta a Martin Scorsese per chiedergli sostegno nella produzione di Non essere cattivo. Tra le parole dell’attore, si legge: «Perché il Cinema di questo signore, Claudio Caligari, merita più di quanto è stato fino a oggi. E perché lo ripeto, quanto lo ama Claudio, il Cinema, forse neanche tu, Martino».

    A cura di Alessandro Randi

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