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  • L’esercito delle 12 scimmie (Twelve Monkeys)

    L’esercito delle 12 scimmie (Twelve Monkeys)

    L’esercito delle 12 scimmie: un gioiello da recuperare

    Se, prima di sedersi davanti alla televisione, una persona si mettesse delle cuffie antirumore e facesse partire L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam, dalla prima immagine comprenderebbe comunque il genere del film. Ispirata al cortometraggio francese La jetée, del 1962, la pellicola è ambientata nel 2035, quando ciò che rimane del genere umano è forzatamente segregato nel sottosuolo a causa della pervenuta invivibilità in superficie. Infatti, nel 1996 l’umanità fu colpita da un violentissimo virus che ne decimò la popolazione. Per poterne studiare le cause, più e più volte vengono spedite unità in superficie con il compito di osservare il degrado presente e prelevare diversi campioni.

    Ma non solo: nonostante la forzata reclusione nei profondi meandri terrestri, gli studi scientifici hanno fatto diversi progressi. Questo conduce a tentativi che non si limitano al curare, ma contemplano anche il prevenire; avendo scoperto la possibilità di viaggiare nel tempo, spesso alcuni uomini forzatamente volontari vengono spediti nel 1996 per individuare chi sia stato il responsabile di quella violenta pandemia. È proprio in questo caso che incontriamo il nostro protagonista, James Cole, impersonato da un abile Bruce Willis, selezionato da Gilliam proprio per la sua dicotomia «uomo forte dallo sguardo sofferente». Cole viene spedito senza troppi complimenti prima nel 1990, a causa di un errore dello staff di ricercatori. Nonostante ciò, Cole può comunque iniziare a prendere familiarità con il mondo esterno, incontrando personaggi che poi risulteranno decisivi per il racconto. Quando poi il tiro viene corretto ed egli viene spedito nel 1996, può intervenire in fretta. È opinione comune, nel 2035, che a causare quell’enorme disastro sia stata non la natura, bensì la mano dell’uomo e, più dettagliatamente, il fantomatico “Esercito delle 12 scimmie”. Alla visione, si noterà che questa teoria pseudo-complottista sia sufficientemente fondata.

    Il film è entrato nell’immaginario collettivo per diverse ragioni. In primis, per le valide prove attoriali al suo interno: siamo negli anni ’90 e Bruce Willis sta cavalcando l’onda di Hollywood. È desiderato da molti registi, gira centinaia di film ed è uno dei rappresentanti della nuova generazione. Ancora: il film è arricchito da un semisconosciuto Brad Pitt. Ora, forse semisconosciuto è eccessivo. Ma, senza dubbi, prima del 1996 Pitt veniva chiamato dai registi solo perché era il volto più bello in circolazione. L’esercito delle 12 scimmie, d’altra parte, gli fornisce la possibilità di mostrare anche le sue capacità attoriali, che, come sappiamo, sono di sublime qualità. La difficoltà nell’interpretare Jeffrey Goines è impersonare uno schizofrenico. Anche la parlantina velocizzata richiede una profonda capacità attoriale. Ed è proprio sulla recitazione di Brad Pitt che arriva uno dei tanti aneddoti: infatti, Terry Gilliam ha affermato che per aiutare l’attore nei movimenti gli ha proibito di fumare per molto tempo. E, per quanto debba aver sofferto di astinenza, Pitt dovrebbe ringraziare il suo regista: L’esercito delle 12 scimmie è infatti l’ultimo gradino di una ascesa fulminea: nel giro di pochi mesi erano usciti nelle sale Intervista col vampiro, Vento di passioni e Seven.

    Ma è proprio sullo stile registico che il film guadagna quel punto in più. Di pellicole distopiche e fantascientifiche Hollywood ne ha sempre sfornate. È chiaro che più le case di produzione hanno soldi, più si possono sbizzarrire con effetti speciali e ambientazioni fantasiose. Ma il sistema di ripresa è frutto delle abilità del regista, non delle disponibilità economiche della casa produttrice. Ed ecco che Gilliam ci regala inquadrature di sbieco, oblique, inclinate e primi piani eccessivamente vicini al volto degli attori. Ma non alla Leone, dove questi sono eleganti e creano suspense. No: la telecamera sembra proprio infilata in bocca ai protagonisti, tanto da provocare una vera e propria scomodità nello spettatore. E, quando si deve rendere l’idea di un futuro invivibile e minaccioso, è giusto che il regista cagioni questo fastidio. In questo modo Bruce Willis sembra costantemente sotto effetto di psicofarmaci, che, più o meno, è quello che succede al suo personaggio; Brad Pitt è addirittura costretto a rinunciare a parte del suo fascino, assumendo anche lui le somiglianze di un pazzo omicida da cui ti allontaneresti volentieri. L’unica con cui la telecamera si prende un attimo di tregua è Kathryn Railly, impersonata da un incantevole Madeleine Stowe, che rappresenta la pace portata al cuore del disperato James Cole.

    Insomma, L’esercito delle 12 scimmie è un ottimo prodotto da vedere anche dai non amanti del genere. Un po’ per il cast, un po’ per la regia, e, perché no, anche per la trama, dal momento che è ambientato nel 2035 e, visto l’andazzo generale, non è da escludere che finiremo a vivere tutti sottoterra.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Dead Man

    Dead Man

    Dead Man not smoking

    William Blake nel Far West in bianco e nero? Jarmusch racconta di un viaggio dall’est all’ovest di un “dead man”, un uomo morto, o meglio un uomo che è già morto, ma deve ancora morire. Si sa che da sempre il significato simbolico della morte non è soltanto una fine, ma una rinascita, una trasformazione interiore. Quello che il regista americano mette in scena è infatti un percorso di preparazione verso una nuova condizione dell’essere. E perché il personaggio protagonista (Johnny Depp) si chiama proprio William Blake come il famoso poeta inglese? Forse per la natura dei suoi versi volti alla ricerca della spiritualità, che possono ben rappresentare uno stadio intermedio, di cambiamento e di transizione.

    Il film inizia e si conclude con un uomo su un mezzo di trasporto, prima il treno (immancabile ferrovia che attraversa il West) e poi una canoa riempita con rami di cedro: due culture a confronto, che la regia descrive ribaltando i canoni classici del western. I colori caldi e i cowboy sono rimpiazzati da un freddo e contrastato bianco e nero e dall’inconfondibile chitarra di Neil Young che diventa una presenza indispensabile. Il personaggio che accompagna Blake nel suo viaggio quasi come un Caronte o un Virgilio è Nessuno: un indiano d’America ripudiato dalla propria gente e cresciuto in Inghilterra. È lui che lo guida verso una nuova conoscenza di sé e di accettazione della propria morte, forse di resa. William Blake passa da impiegato contabile a ricercato per omicidio per abbandonarsi infine alla morte come uomo libero, svincolato dal sogno americano che svanisce con lui su quella canoa.

    “Every night and every morn, some to misery are born. Every morn and every night, some are born to sweet delight. Some are born to sweet delight; some are born to endless night” (William Blake, Auguries of Innocence).

    Il film traccia un legame particolare tra presente e passato, tra due personaggi che si collocano oltre i confini e gli estremi dell’american dream per ricercare qualcosa di altro, di immateriale, fuori dai sistemi preordinati (religione, società, famiglia). Eloquente in questo senso la metafora del tabacco, merce di scambio preziosa e richiesta all’epoca, che però Blake non compra, non fuma, non trova finché non è disteso nella sua barca-bara e guarda il cielo. Non è più estraneo a ciò che lo circonda, non è più isolato in un vagone inospitale, ma viene cullato dall’acqua e dalla propria pace. E noi con lui fino all’ultima nota e all’ultimo frame.

    A cura di Emma Onesti

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