Tag: Commedia

  • Good Bye, Lenin!

    Good Bye, Lenin!

    Oltre la Storia

    Immaginate di essere nati nella Germania dell’Est alla fine degli anni Sessanta: poco prima di voi è nato il Muro di Berlino con tutto quello che questo comporta. Contemporaneamente alla vostra venuta al mondo, lo scontro ideologico tra capitalismo e comunismo si è inasprito più che mai e finite per crescere in un clima di scontro e diffidenza. Tutto sommato, però, la cosa non vi sta così stretta: a mala pena ve ne accorgete, siete bambini, avete una bella famiglia, grandi sogni e speranze per il vostro futuro. Ma poi una dirompente crepa squarcia la vostra esistenza: vostro padre scappa con un’altra donna al di là del Muro, abbandonandovi ad Est con una madre depressa e una manciata di sogni infranti.

    È la storia Alex e si avvicina il fatidico ottobre 1989: passano gli anni, le giornate sono monotone, ma, ancora una volta, è riuscito a trovare un equilibrio in quella monotonia. Ciò che non sa è che nell’arco di qualche mese la sua vita verrà stravolta. La madre, che nel frattempo ha sposato la causa socialista con tutta sé stessa, viene colpita da un infarto ed entra in coma. Di lì a poco il Muro di Berlino cade, il socialismo viene sconfitto e il capitalismo invade ogni angolo della vita. Stanno crollando le certezze di una vita e il mondo in cui si è cresciuti, ma il 1989 sta anche per finire, un nuovo decennio è alle porte e tutto attorno urla, sbraita ed impone il cambiamento. Otto mesi dopo la nuova sfida: il risveglio inaspettato della madre.

    Alex non rimugina troppo sul da farsi, ha le idee chiare: fare di tutto per far credere alla donna che non sia cambiato nulla di significativo durante il suo letargo, se non piccole cose quali il suo fidanzamento e il cambio di partner della sorella. Il partito socialista ha continuato ad affermarsi indisturbato, non senza qualche novità (significativo che la coca-cola venga presentata come una bevanda sovietica con chiara ironia). Alex, dunque, con l’aiuto della fidanzata e della sorella, cerca in tutti i modi di tenere in vita per la madre la Repubblica Democratica Tedesca, con una tenerezza quasi disarmante: con l’arrivo del capitalismo è infatti impossibile trovare i prodotti che si mangiavano abitualmente, ma Alex si inventa qualsiasi stratagemma pur di camuffare i nuovi cibi con quelli vecchi arrivando a frugare nella spazzatura. Le strade, i muri, le case e i vestiti vengono radicalmente modificati dall’arrivo dell’occidente. Il castello di bugie regge fino a che la madre, un giorno, esce di casa trovandosi davanti una Belino completamente nuova, ma soprattutto è protagonista di una delle scene più iconiche del film: la statua di Lenin che fluttua nell’aria, che quasi sembra guardarla e tenderle la mano; il suo sguardo, anche se la voce non parla, urla Good bye, Lenin!.

    Becker riesce impeccabilmente a trasporre sul grande schermo il sentimento di straniamento e di disorientamento vissuto dagli abitanti della Germania dell’Est in quegli anni. Dobbiamo ricordarci, infatti, che la Storia è fatta di eventi e gli eventi sono fatti dalle persone e dalle relazioni tra di esse. Quello che fa la pellicola, dunque, è accompagnarci con delicatezza ed ironia a scoprire le sfaccettature, a tratti drammatiche, di questo evento, narrato sempre e solo come la vittoria del capitalismo o la vittoria dell’Occidente. Qui, invece, tocchiamo con mano ciò che questo ha significato per le persone, per la loro quotidianità, per chi stava di là di quel Muro.

    A cura di Agnese Graziani

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  • Frances Ha

    Frances Ha

    Frances Ha: la vita è un compromesso

    Una ragazza bionda corre per le strade di Chinatown accompagnata dalle note di Modern Love di David Bowie, schiva i passanti con leggerezza ed esegue qualche piroetta davanti allo stupore della gente. L’omaggio alla scena cult di Rosso sangue di Carax diventa l’esplosione parossistica della gioia di Frances, che è al settimo cielo perché si è appena trasferita a casa di Benji e Lev, due giovani artisti che vivono in un bell’appartamento newyorkese. A Frances sembra di aver trovato un nuovo angolo di Paradiso dopo essere stata abbandonata da Sophie, l’amica con cui aveva condiviso tutto fin dagli anni del college.

    Le due ragazze si collocano ai poli opposti del globo eppure è come fossero «uguali ma coi capelli diversi». Frances è un’aspirante ballerina scarmigliata, teneramente goffa e impacciata mentre Sophie lavora nell’editoria e ha una routine scandita dalle email che le arrivano sul cellulare. L’una partecipa completamente della vita dell’altra e la loro quotidianità è scandita da gesti complici e rituali: dormono persino nello stesso letto, a patto che Frances si tolga i calzini che ha tenuto su tutto il giorno, perché Sophie questo proprio non riesce a tollerarlo. Insieme progettano la loro vita proiettandosi in un futuro in cui entrambe sono affermate ma sempre insieme.

    E tuttavia questo sembra non essere destinato ad accadere. L’esistenza si mette in mezzo coi suoi imprevisti e i suoi capovolgimenti. Sophie lascia l’appartamento che condivideva con Frances e i fili così fitti e stretti che sembravano legarle iniziano a farsi più radi e allentati. L’aspirante ballerina perde il suo centro di gravità e inizia a turbinare da una parte all’altra alla ricerca di qualcosa che le possa offrire un po’ di calma. Il tutto sotto il velo del bianco e nero, scelta registica che sembra conferire un senso di atemporalità alla pellicola, che sotto certi aspetti ricorda un po’ un romanzo di formazione.

    Anche se per una giovane è infatti difficile trovare un posto nel mondo, soprattutto quando tutti sembrano andare avanti e l’unica strada che ti si prospetta ti riporta indietro di anni, prima o poi le soddisfazioni arrivano. I legami con le radici profonde non si cancellano mai facilmente, le aspirazioni si traducono in buoni risultati a cui si arriva per vie alternative e alla fine, con un po’ di perseveranza, si riesce anche a trovare il proprio nido: un appartamento ancora spoglio ma con una cassetta delle lettere in cui poter finalmente inserire il proprio nome. Poco importa se Frances Halladay per intero non ci stia e debba essere troncato in Frances Ha. Nella vita a volte bisogna scendere a compromessi.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Irrational Man

    Irrational Man

    Irrational Man: il buen retiro di Woody Allen

    Conosciamo Abe Lucas (Joaquin Phoenix) attraverso la sua voce fuori campo, alternata a quella di Jill (Emma Stone), mentre i rumori del traffico si mescolano al rosso dei mattoni di un tranquillo campus universitario. La costa oceanica del piccolo Rhode Island concede a Woody Allen – e al suo protagonista – la possibilità di percorrere strade diverse, di tornare a giocare con il giallo, oscillando tra i punti di vista di due anime riflessive. Lui un noto professore di filosofia in declino psico-fisico, lei una giovane studentessa alla ricerca di un’avventura che possa farla uscire dalla monotonia del quotidiano.

    «Kant dice che la mente umana è tormentata da domande che non riesce ad ignorare, ma alle quali non riesce a dare riposta. Quindi di che cosa stiamo parlando?» La battuta, emblematica, apre il film al flusso di dubbi, tormenti interiori e senso di spaesamento di Abe nel momento in cui incontra la frivola e abitudinaria provincia americana piccolo-borghese. L’intreccio è tipico dell’ultima produzione alleniana, tutto appare chiarissimo sin dall’inizio: due uomini, due donne, un triangolo. Questa volta alla linea sentimentale si sostituisce lentamente quella del mistero, Allen gioca così con il cinema di genere provando a costruire la narrazione su un omicidio. La sensazione è quella di trovarsi però davanti a un MacGuffin che lascia il regista libero di raccontare ciò che ha più a cuore e cosa se non l’ironico viaggio nella psiche dei suoi personaggi?

    Il vero problema che sembra affliggere Abe è la mancanza di aria, l’incapacità di poter prendersi la libertà di tornare a vivere: «Non riesco a scrivere perché non riesco a respirare». Dopo una carriera lunga e pressoché ininterrotta con spesso un film all’anno, l’impressione è che Allen decida di staccarsi dal suo doppio, divertendosi nell’elaborare una fantasia rimasta inespressa. Irrational Man potrebbe rappresentare quindi un momento di svago, la fuga verso un buen retiro non lontano dalla sua New York e meno funambolico delle precedenti avventure europee.

    Il percorso dei due protagonisti ricorda un cerchio piuttosto che una spezzata. Distratti da performance attoriali strepitose, da un raro senso del ritmo e dalla morbosa curiosità di addentrarci nell’imprevedibile instabilità dell’uomo, finiamo per non accorgerci che tutto in Irrational Man ha una chiusura che corrisponde a un inizio. La svolta del film, come era stato per Psycho, arriva a metà: su quella costa rocciosa, immersi nella natura di un passaggio nitido, al di fuori del tempo, Abe pian piano scompare e l’unica voce che rimane è quella che riporta il regista al punto di partenza.

    A cura di Andrea Valmori 

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  • Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited)

    Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited)

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    Verso il Darjeeling

    Flauti e strumenti a corda pizzicati, poi un veloce zoom in avanti: sul Treno per il Darjeeling riusciamo a salire per un pelo, a differenza dello sfortunato Bill Murray. Peter Whitman (Adrien Brody) cammina attraverso variopinte carrozze costipate e raggiunge i fratelli Jack (Jason Schwartzman) e Francis (Owen Wilson). Ad attenderli un viaggio spirituale per l’India nord-orientale.

    «Dobbiamo tornare a essere fratelli come eravamo una volta, ritrovare noi stessi e ripristinare un legame», «questo viaggio deve essere un percorso spirituale in cui ciascuno di noi va in cerca dell’ignoto per capirlo meglio», «dobbiamo aprirci completamente e accettare qualsiasi cosa anche se sarà dolorosa o sconvolgente». Nella sequenza iniziale c’è già tutto il cinema di Wes Anderson: rapidi movimenti di macchina, personaggi ironici e disillusi, simmetria nella composizione spaziale  unita a palette cromatiche dalle tinte pastello. Il tragitto verso il Darjeeling si rivela essere fin da subito un’esperienza da vivere piuttosto che da comprendere. Dolci tè zuccherati, potenti antidolorifici e cibi speziati, il viaggio dei fratelli Whitman procede per elencazioni perfettamente calcolate come gli itinerari del fido Brendan.

    Se in Rushmore Max Fischer viveva l’assenza di una figura materna, sia I Tenenbaum sia Le avventure acquatiche di Steve Zissou hanno messo in scena una ribellione paterna. The Darjeeling Limited, nome del treno e titolo originale del film, prosegue coerentemente in questa sfiducia verso genitori e adulti, figure incapaci di responsabilità che ricadono così sui più piccoli. È Francis a frasi carico dei fratelli che, ora adulti, si ribellano al controllo di chi li conosce fin troppo bene. Anderson costruisce man mano un atipico road movie alla ricerca di un’evanescente Anjelica Huston, dove la riscoperta della famiglia coincide con quella di sé stessi.

    Indimenticabile per colori e musiche, Il treno per il Darjeeling è tra i film meno visti del regista proprio per la sua incredibile leggerezza. La sottrazione di peso è rappresentata dalla piuma di pavone, ritenuta indispensabile per la preghiera e significativamente variopinta. La gamma cromatica si muove tra il bianco dell’India e il nero di New York, nello spettro di colori che dividono il lutto orientale da quello occidentale. Come un treno capace di perdersi pur viaggiando sulle rotaie, anche noi spesso «dobbiamo ancora capire dove siamo».

    A cura di Andrea Valmori

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  • Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)

    Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)

    Dramma della gelosia (tutti i particolari in critica)  

    Un calcinculo in mezzo alle macerie, Monica Vitti che balla in un vestito bianco a fiori masticando un chewing gum, anelli di totani fritti e pizze a forma di cuore: il melodramma popolare di Scola affronta gli anni ‘60 con finezza ed ironia. A Roma, tra la spazzatura e la lotta politica, si consuma un triangolo amoroso che ha già tutte le caratteristiche tipiche della regia matura del suo autore. Si tratta di un racconto costruito su più strati temporali e visivi, narrato dai suoi stessi personaggi: Oreste (Mastroianni), muratore romano, Adelaide (Vitti), giovane fioraia con “la tempesta nel cuore”, e Nello (Giannini), pizzaiolo toscano. Cosa accade quando tra i tre si insinua una gelosia ossessiva?

    La sindrome di Otello è qui rappresentata dal ronzio del moscone che sentiamo continuamente intorno al personaggio di Oreste: la mosca diventa il simbolo dell’impurità, dei pettegolezzi e della colpa. L’uomo viene infatti accecato dal tormento fino a perdere il senno e a compiere un delitto, enunciato fin dalle prime inquadrature. Adelaide, invece, cerca di fronteggiare la situazione facendo appello al proprio desiderio di indipendenza, coerente con gli ideali della società sessantottina che sta attraversando, e tentando di conciliarlo con l’indole romantica che la contraddistingue. Passa dallo struggimento interiore degno dei romanzi russi più tragici a una rivendicazione femminista della propria individualità. Sul lettino dello psicanalista si interroga sulla sua incapacità di scegliere e lasciare definitivamente uno dei due amanti: “Di che natura è il mio male? Ho avuto un trauma? Sono sotto shock? È un disturbo neurovegetativo? O è perché sono mignotta?” È infatti la sua voce che fin dalla prima sequenza ci racconta l’accaduto, mentre le malinconiche musiche di Armando Trovajoli accompagnano le immagini attraverso ricostruzioni, testimonianze e flashback. Ci chiede se abbiamo mai amato o sofferto per amore e perché restiamo a guardare come i passanti curiosi per la strada. Ma noi continuiamo a guardare perché questa tagliente commedia esprime senza fronzoli le dinamiche disfunzionali e irrazionali della coppia e dell’amore, che sono sempre più attuali.

    Sfruttando il classico ménage à trois (il film esce otto anni dopo Jules e Jim di Truffaut), Scola ci porta a riflettere proprio sulla difficoltà di trovare alternative al sistema della coppia che induce molto spesso a insoddisfazioni. Ad un dramma, per l’appunto; quello della modernità tipico delle commedie all’italiana, che guardano alla società dell’epoca con sorrisetti sarcastici e amari. Cinquant’anni dopo cos’è cambiato?Sicuramente non la cronaca né i sentimenti umani, ma nemmeno la forma narrativa e la struttura del film risultano troppo invecchiate agli occhi di uno spettatore contemporaneo. Ed è proprio la commistione tra un dispositivo di messa in scena decisamente particolare e il ricordo di un’Italia del passato a rendere questa commedia indimenticabile.

    A cura di Emma Onesti

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  • Café society

    Café society

    La vita: una commedia scritta da un sadico

    Il primo amore non si scorda mai, i sogni sono sogni e la musica jazz è sempre una buona scelta. E in effetti è proprio il jazz il vero protagonista di questo film: romantico, malinconico, spensierato, estremamente versatile, perfetto per un bicchiere di vino tanto quanto per un martini dry.

    Il jazz – notoriamente amato dal regista – è onnipresente, ci accompagna per tutto il film prendendoci per mano e mostrandoci quanto la vita sia imprevedibile e meravigliosamente banale. Quando arriva a Hollywood, Bobby è un giovane newyorkese pieno di sogni che non ha ancora ben capito chi è e chi vuole diventare; qui, sotto il sole della California, conosce il suo primo amore, Veronica detta “Vonnie”. La vuole sposare, portarla a New York, ma lei sceglie il suo capo: Phil Stern, agente delle star del cinema, zio di Bobby e amante di Vonnie già da tempo. Ironia della sorte, era stato proprio lui a presentarla al nipote.

    Il jazz, il cinema, il cliché amoroso: in questa prima metà di film c’è già abbastanza Woody Allen, ma lui ci tiene a portare anche la riflessione sulla vita, ennesima sua cifra stilistica. E così, Bobby affranto e col cuore spezzato se ne torna a New York, inizia a lavorare nel night club di suo fratello e pian piano fa decollare il locale, facendolo diventare il punto di riferimento per lo svago notturno della “cafè society” newyorkese.

    Sono passati anni dall’esperienza in  California, Bobby è un uomo affermato, si è sposato – ironia della sorte – con una donna di nome Veronica, da cui ha avuto una bambina. I sogni della California non ci sono più, sostituiti dalla realtà della vita: una situazione esistenziale, quella dei sogni giovanili che finiscono per lasciare il posto ad una vita diversa da come ce la si era immaginata, che la fotografia rimarca in modo sublime. Le luci e i colori pieni di vita e di energia di Hollywood lasciano il posto alle atmosfere soffuse, notturne e cupe di New York. Anche la musica cambia, il jazz perde il ritmo allegro e diventa più lento, malinconico, sofisticato.

    E poi, all’improvviso, torna il passato, e al night club si presenta Phil accompagnato da una Vonnie profondamente cambiata. Eppure, nonostante i cambiamenti, nonostante gli anni, le emozioni passate tra lei e Bobby lasciano ancora qualche traccia. Assistiamo così ad un riavvicinamento tra i due, timido, riservato, limitato. Non ci sono pazzie d’amore o dichiarazioni gridate al mondo; c’è piuttosto un forte sentimento mescolato al ricordo di un tempo che è finito e che non può più tornare. Nessuno dei due stravolge il proprio matrimonio per rincorrere un amore del passato, a cui viene concesso soltanto un veloce bacio.

    Eppure, il film si chiude, probabilmente, con i due protagonisti lontani che pensano l’uno all’altra.  “La vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo”, dice Bobby quando rivede Vonnie. Il cinismo nichilista tipico di Woody fa capolino in questi dialoghi, dove “l’amore non ricambiato uccide in un anno più gente della tubercolosi”, “anche nessuna risposta è una risposta” e se “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo un giorno ci azzeccherai”.

    Café society è una commedia, esattamente come la vita secondo Bobby, e in effetti Café society ci racconta proprio la storia di una vita. Una vita come tante, dove i sogni giovanili si ridimensionano in un’esistenza diversa da quella che ci si aspettava, e dove il primo amore lascia emozioni tanto forti da durare per sempre. Nella storia di Bobby tutti si possono riconoscere, perché tutti hanno un ricordo che ogni tanto affiora dal passato riportando a galla emozioni sepolte. Ma sono ricordi lontani, che non possono trovare spazio nella vita di oggi se non in pochi intimi momenti ritagliati ed estrapolati dalla realtà. Perlomeno, ci si può sempre consolare col jazz:

    «Le piace la musica jazz?»

    «Alle due del mattino?»

    «A qualunque ora del mattino!»

    A cura di Margherita Ceci

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  • Rushmore

    Rushmore

    Rushmore: la comfort zone delle certezze

    Per Max Fischer, un quindicenne brillante, la Rushmore è tutto. Pur non eccellendo nelle discipline scolastiche, trova all’interno dell’istituto uno spazio per esprimere sé stesso e la sua genialità attraverso club extrascolastici e opere teatrali scritte di suo pugno.

    La Rushmore è il punto fermo di Max, il suo posto felice, perché sa che all’interno di quella scuola troverà sempre il modo di dar sfogo alla sua genialità ed è attorno a questo che costruisce la sua realtà: tutto il resto è sospeso, fuori dalla sua vita, pragmaticamente inesistente. Dunque, è qui che deve sorgere la domanda: cos’è davvero la Rushmore per Max? Un luogo nel quale è felice, perché sicuro di sé stesso. Il problema sorge però dal fatto che è un luogo limitato, ha confini ben precisi, il rischio non esiste e così Max Fischer può rimanere sempre staticamente sé stesso. Per quanto continuamente in cerca di nuovi stimoli, non c’è mai un reale passo avanti o indietro. Fino a quando Max è alla Rushmore essa resta la sua comfort zone, un luogo dove ha trovato la sua dimensione e dalla quale non intende andare oltre. Non si parla dunque di un vero e proprio amore per la scuola, quanto più di una ricerca e un bisogno di certezze. Non è un caso quindi che solo l’amore vero e folle per la signorina Cross, senza che lui se ne accorga, riuscirà a svegliarlo da questo torpore e lo porterà a venir espulso dalla Rushmore.

    Ogni personaggio in questo film ha la sua Rushmore. Per Herman Blume è la relazione con la signorina Cross, come dice lui stesso durante il litigio con Max. Blume è un uomo ricco, ma sostanzialmente insoddisfatto della propria vita: due figli che non stima, una moglie che non ama più. Nell’amore, o presunto tale, la signorina Cross trova una certezza, una scappatoia dall’infelicità. Ma quella che sembrava una relazione all’apparenza semplice, corrisposta, piena, diventa solo un sogno infranto ed è lei stessa a lasciarlo non appena la questione diventa più seria. Blume, quindi, è costretto a piombare nuovamente nella sua disprezzata vita, costretto ora a doverla affrontare sul serio. La Rushmore della signorina Cross è il marito defunto. Definire comfort un lutto può sembrare azzardato, ma l’uomo che lei ha tanto amato è inequivocabilmente una certezza. Rifugiarsi nei ricordi dell’amore vissuto con lui è doloroso, ma comunque sicuro: lei lo ha amato e restano solo i bei ricordi, ricordi che non cambieranno, qualunque cosa accada. Il marito è un rifugio nel quale ripararsi mentre gli eventi della sua vita, che continua imperterrita ad avanzare, le stanno urlando di andare oltre, di superare il momento.

    Entro la fine del film tutti i nostri personaggi riusciranno, in un modo o nell’altro, a uscire dalla loro comfort zone. Per Max una tappa fondamentale è il momento in cui, riappacificatosi con Blume, gli presenterà il padre per la persona che realmente è ovvero un semplice barbiere, non il neurochirurgo che aveva fatto credere che fosse. Con questo gesto si riappacificherà non solo con Blume, ma anche con sé stesso e con le sue radici,fino a raggiungere piano piano una maturità nuova che trova la sua massima espressione nell’opera teatrale conclusiva: un vero successo che, non a caso, andrà in scena alla pubblica Groover, segnando il suo distacco definitivo dalla Rushmore. Anche il signor Blume trarrà grande vantaggio dalla pace fatta con Max: grazie a lui, infatti, si metterà nuovamente in gioco con la signorina Cross, cercando però un nuovo approccio, più sincero, più deciso, più maturo, arrivando a costruire finalmente l’acquario a lei dedicato, simbolo del passo avanti rispetto alla sua vecchia vita, inizio di un percorso che lo spingerà oltre. Anche per lui il culmine arriva in occasione dello spettacolo di Max, durante il quale riuscirà a lasciarsi alle spalle definitivamente la vecchia versione di sé stesso. Per la signorina Cross prendere le distanze dalla sua comfort zone è più difficile: il suo percorso sarà segnato dalla storia con Blume, primo amore dopo il marito, ma anche e soprattutto dalla conversazione con il suo giovane amico Max, intrufolatosi a casa sua con una scusa. Come per i due casi precedenti, vediamo l’apice del suo cambiamento nella sequenza finale (lo spettacolo è dedicato anche a suo marito) e non è un caso che Wes Anderson scelga di passare in rassegna i personaggi con un’unica lunga carrellata capace di tenere assieme tutti riappacificando gli uni con gli altri.

    E in fondo, per concludere, chi di noi può dire di non essersi mai rifugiato nella propria Rushmore? Questo film, mostra come sia possibile, aiutati dai nostri amici, lasciarsela alle spalle.

    A cura di Agnese Graziani

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  • Two Lovers

    Two Lovers

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    Two Lovers: il tema del doppio tra intimità e voyeurismo

    Un ponte sospeso, questa l’immagine che vediamo seguire alla sagoma di Leonard (Joaquin Phoenix) che si staglia in controluce sul cielo spento del mattino. Two lovers racconta di questa sospensione, di incertezze irrisolvibili e della sofferenza del trovarsi tra due estremità impossibili da conciliare.

    Conosciamo Leonard immergendoci con lui nelle acque gelide di New York, le luci dell’alba indicano la direzione per riemergere e provare nuovamente a vivere. Rientrato nell’appartamento dei genitori, la televisione parla di un gravissimo incendio divampato nel Bronx, ma nessuno sembra essere interessato a quanto stia accadendo ed è proprio nel divario simbolico tra acqua e fuoco, tra interno ed esterno che James Gray riesce a porre il doppio, l’essere “bipolari” al centro del film. Leonard vive infatti tra figure femminili antitetiche, dalla madre (Isabella Rossellini) alla ragazza che lo ha lasciato, in una distanza che si ripete nello scontro silenzioso tra Sandra (Vinessa Shaw) e Michelle (Gwyneth Paltrow). Il tema della famiglia emerge sin dal primo incontro con entrambe: se Sandra entra nell’abitazione assieme ai genitori e al fratello, invitati per cena, Leonard conosce Michelle causalmente, in fuga da casa per paura del padre. Offrendole un riparo, egli mostra il lato protettivo e responsabile che si manterrà costante nei confronti della giovane segretaria.

    I luoghi sono una possibile chiave di accesso al mondo di Leonard ed è proprio la sua camera a diventare lo spazio simbolico fondamentale. Se la porta verrà sfruttata spesso dai genitori per spiarlo, ma solo acusticamente, è la finestra che diventa via di fuga, spiraglio attraverso cui lo sguardo può correre libero. Impossibile non cogliere l’omaggio a La finestra sul cortile, finestra dalla quale Leonard guarda Michelle innamorandosi anzitutto del suo aspetto, del volto che si strucca riflettendosi sullo specchio. La ragazza è in tutto e per tutto una femme fatal, intrappolata in un altro triangolo problematico sul piano familiare, si rapporta con Leonard all’esterno, tra il cortile e il soffitto del palazzo, al contrario di Sandra che entra in scena sempre in interni. Lo sguardo del protagonista non assomiglia però a quello hitchcockiano di James Stewart, avvicinandosi piuttosto all’occhio lynchiano di Kyle MacLachlan in Velluto Blu. Al di là della presenza di Isabella Rossellini, il film di Gray torna a ragionare proprio sulla potenza erotica dell’atto di guardare, e non a caso, dopo la prima frattura con Michelle, Leonard si nasconde, tirando giù le tapparelle, mentre, nella sequenza conclusiva, la finestra è nuovamente il pertugio attraverso cui fare uscire di nascosto le valige.

    Il piano simbolico del film muove poi sugli oggetti. Leonard chiama Sandra sempre con il telefono fisso, quasi fosse il prolungamento naturale delle mura domestiche. La suoneria del cellulare si trasforma così in un canto delle Sirene, impersonificate dalla notissima Für Elise di Beethoven, ignorata da Leonard solo all’apice della relazione con Sandra. Nel ristorante sulla spiaggia egli però è come assente, incapace di accogliere l’intimità, la tenerezza dei guanti che gli vengono regalati. È su quel lungomare che torna dopo il definitivo crollo delle speranze di avere Michelle, è il luogo dove l’anello viene scaraventato via e che ci permette di tornare in acqua. La spuma ci bagna le scarpe e ci restituisce un oggetto che, venendo raccolto, segna un cambio di rotta inevitabile.

    Luoghi, oggetti e luce, ma la sequenza finale pone nuovamente l’attenzione sulla potenza dello sguardo. Leonard consegna l’anello a Sandra e piange affermando “sono felice”, la abbraccia e guarda in macchina. Il compito di interpretare quelle lacrime viene così lasciato allo spettatore, oscillando tra un’affermazione di sincera felicità e un sentimento di rassegnazione. La risposta non è data perché non rilevante, Leonard ha trovato la stabilità, l’intimità della famiglia e, riprendendo le parole rivolte a Michelle, anche lui, con il tempo, imparerà forse ad amare Sandra.

    A cura di Andrea Valmori

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