Categoria: Recensioni

  • La mazurka della santa, del barone e del fico fiorone

    La mazurka della santa, del barone e del fico fiorone

    La mazurka del barone: quando una prostituta viene scambiata per una santa

    La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone è uno di quei film che, se non ci fosse internet, si troverebbe solo su Iris, Rai Movie o Rai 5 in una serata di zapping. Nessuno, di sua sponte, lo acquisterebbe, ammesso che sia reperibile un dvd. L’opera si perde tra le tante altre in cui prendono parte Ugo Tognazzi e Paolo Villaggio. Tuttavia, nonostante sia un lungometraggio di fattura modesta, in qualche modo riesce a sorprendere lo spettatore, con una profondità del tutto inaspettata.

    In principio fu una leggenda. Correva l’anno 726 d.C., quando «il mangia rane» Liutprando, a comando delle sue truppe, assediò la penisola italica. Nel suo cammino di devastazione, la città romagnola di Bagnacavallo ebbe particolare sfortuna, perché nell’attraversarla il re longobardo era particolarmente di buon umore. Infatti, estasiato dalla bellezza di una delle abitanti, la afferrò come il leone fa con la gazzella e insieme ai gregari ne approfittò. La povera donna, in seguito all’evento sventurato, si arrampicò su un albero di fico, dove prima partorì e poi morì. Da quel momento, l’albero fu considerato dagli abitanti locali luogo sacro, tanto da essere meta di pellegrinaggi per i successivi 1300 anni.

    C’è un però. Quando, in vista delle Olimpiadi tedesche del 1936, il Duce Benito Mussolini dovette selezionare i giovani balilla da mandare a rappresentare la nazione, scelse tra gli altri tale Anteo Pellacani, bagnacavallese, corridore eccellente destinato a far parlare di sé. Come segnale di buon augurio, i suoi compaesani pensarono di farlo salire sul fico poco prima della partenza, così da essere protetto dalla Santa durante le sue imprese olimpiche. Caso, fortuna, fato o provvidenza di Dio vollero che, appoggiando il piede su uno dei rami del fico, Anteo cadesse e si spezzasse la gamba. Le Olimpiadi saltarono. Ma la più grande disgrazia per il giovane fu l’accorciamento di circa dieci centimetri dell’arto e la conseguente claudicanza fino alla morte. Da questo evento sfortunato, Anteo (Ugo Tognazzi) scatenò tutta la sua violenza contro il prossimo, sentendosi condannato al disonore eterno e ai rimpianti.

    Ormai invecchiato e incattivito dalla emarginazione sociale, passò la vita a fare i dispetti agli altri. A un certo punto tentò anche di rapire il Papa, con il quale ebbe un intenso rapporto epistolare fatto di maledizioni e scomuniche reciproche. Era temuto da tutti e considerato una vipera. Dal canto suo, gran parte del suo odio era riservato a quel fico, maledetto per lui e sacrosanto per tutti. Tentò quindi di assoldare un artigiano munito di sega rotante e impersonato da un improbabile Lucio Dalla, ma questo si rifiutò perché, a suo dire, l’albero lo avrebbe salvato dal tifo. Cercò di bombardarlo chiedendo aiuto ad un ex aviatore che si credeva D’Annunzio, ma anche in questo caso ebbe poco successo. Solo con l’Apparizione della Santa, il barone Anteo sarebbe cambiato profondamente.

    Nel frattempo, Paolo Villaggio interpreta un piccolo magnaccia che controlla due prostitute. Come questa avventura si possa intrecciare con quella del barone, si può spiegare solo tramite un grande fraintendimento: una delle donne era, infatti, molto simile alle rappresentazioni della Santa.

    La comicità di Tognazzi, e lo si vede anche da tanti altri film, in primis Amici Miei, è amara. Non è priva di pensieri, è ricca di malinconia, il che lo rende un autore totalmente sui generis. La pellicola ruota sostanzialmente attorno a lui, e se nella prima parte è bravissimo a fare il permaloso, nella seconda la sua espressione è tipica dell’uomo disperato, di chi si rende conto di aver sbagliato la propria vita, conferendo al film un valore ben al di sopra di quello effettivo. Per il resto, rimandiamo al paragrafo di apertura: non è il film migliore del mondo, anzi. Forse è anche giusto che ci si dimentichi della sua esistenza. Ci sono centinaia di pellicole italiane migliori. Però… c’è sempre un però: si può perdere un Tognazzi del genere? Non crediamo.

    A cura di Alessandro Randi

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  • Ritratto della giovane in fiamme (Portrait de la jeune fille en feu)

    Ritratto della giovane in fiamme (Portrait de la jeune fille en feu)

    Ritratto della giovane in fiamme: la forza dell’intersezione tra forme artistiche diverse

    Il cinema è un medium incredibilmente versatile, ed all’interno di un’opera cinematografica possono confluire altre forme artistiche, come la musica, la fotografia, o la scrittura. In Ritratto della giovane in fiamme, in particolare, la regista Céline Sciamma si lascia influenzare dalla pittura e con maestria imprime sulla pellicola immagini ed effetti solitamente associati alla tela.

    Marianne è una pittrice incaricata da una contessa di realizzare il ritratto di Heloise, sua figlia, ma di nascosto, ossia fingendosi una dama di compagnia, per osservare la ragazza e poterla poi disegnare a memoria. Marianne la riempirà di sguardi durante le loro passeggiate, fino a riuscire a completare il ritratto. Heloise, saputa la verità, non la prenderà bene, convincendo la pittrice a rifare il ritratto daccapo per trascorrere più tempo assieme, stavolta senza la sorveglianza della madre. Le due, sole se non per la presenza di una serva, finiranno per intraprendere una storia d’amore che sanno avere i giorni contati: concluso il ritratto, infatti, Marianne dovrà andarsene.

    Ciò che fa sì che un’opera con questo soggetto, con diversi spunti interessanti ed originali ma indissolubilmente legato alla tradizione dei film drammatico-sentimentali, possa essere considerato un capolavoro, è l’originale messa in scena, in cui pittura e cinema si legano con una forza mai vista prima.

    Nella pellicola si lascia infatti molto potere alle immagini: le battute sono pochissime per un film di due ore, ed i primi dieci minuti ne sono completamente privi. Per tutto lo svolgersi della vicenda, il vero motore della trama sono i piccoli dettagli, come gli sguardi fuggitivi delle due protagoniste o le brevi pause tra una frase e l’altra, piuttosto che gli avvenimenti stessi. Spesso infatti non è ciò che è stato detto in una scena ad essere importante, ma ciò che non viene detto. Basti pensare al momento in cui Heloise chiede a Marianne se abbia mai conosciuto l’amore: quello che veramente colpisce della scena non è tanto la risposta affermativa della pittrice, quanto gli sguardi di entrambe, che per un attimo si incrociano per poi allontanarsi. Un altro esempio lampante è dato nella prima parte della pellicola: Marianne osserva i bozzetti realizzati per il ritratto e si sofferma su uno in particolare che raffigura le labbra di Heloise. Protagonista della scena non è l’avvenimento, ma le sue sottintese motivazioni, che in questo caso sono, probabilmente, sia la difficoltà da parte della pittrice di cogliere il sorriso della ragazza, sia la sua oramai malcelata attrazione nei suoi confronti.

    Oltre a questi dettagli, legati comunque all’immagine in movimento, la direzione della fotografia prende ispirazione dall’ambito più prettamente pittorico. In questo senso, già una delle prime scene del film ci offre un esempio perfetto: la cinepresa indugia, per almeno mezzo minuto, su Marianne, seduta davanti al fuoco, nuda, con le due tele di fianco al camino ad asciugarsi. L’equilibrio compositivo è evidente, come d’altronde la posa statica e i giochi di luce e di ombre che vanno a crearsi. Il film è pieno di scene del genere, che grazie ai colori limpidissimi e ai contorni chiari, netti, dati dalla direzione di Claire Mathon (che ha lavorato anche alla fotografia di Spencer), potrebbero essere incorniciate ed esposte in una galleria d’arte. Non si tratta solo di fotogrammi, però: la regia si sofferma infatti su particolari e situazioni in cui i personaggi si pongono in maniera tale da creare un incredibile equilibrio, senza tuttavia mai scadere nell’artificialità.

    Un’altra forma d’arte che svolge un ruolo importante nella pellicola è certamente la musica, ma non per la sua presenza. Il film ne è infatti quasi completamente privo, e spesso si sentono solo rumori ambientali, che siano il crepitio del fuoco, o il fragore delle onde, o il cigolio delle assi del pavimento. La musica compare solo in tre scene, importantissime, e solo un brano è originale: un coro eseguito a cappella da una decina di popolane attorno ad un falò. Il canto delle ragazze risulta estremamente emozionante, tanto per i personaggi quanto per il pubblico, considerando, oltre alla sua straordinaria intensità, il fatto che arriva dopo un’ora di film quasi completamente senza musica.

    Ritratto della giovane in fiamme è un’opera peculiare, che, al netto di un soggetto non senza qualche luogo comune, riesce a sorprendere con una messa in scena estremamente originale e coniuga il cinema con la pittura, dando inoltre un’estrema importanza alla musica, dosata col contagocce durante tutta la pellicola.

    A cura di Francesco Colombo

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  • Memory Box

    Memory Box

    Memory Box: una memoria dolorosa

    Montreal. Mentre una tempesta di neve infuria nelle strade, Alex e sua nonna Téta preparano degli involtini di foglie di vite per la cena di Natale, in attesa che arrivi Maia, la madre della ragazza. Qualche candela accesa illumina le stanze con una luce soffusa. «Gli uomini si giudicano dal modo in cui mangiano le foglie di vite» – commenta Téta – «chi ne trangugia due alla volta è un ingordo egoista che non rispetta il nostro impegno». Un cenone come tanti altri. Una famiglia come tante altre: un padre che ha lasciato la moglie e si è rifatto una vita altrove, una figlia adolescente e una mamma sola che faticano a trovare un giusto equilibrio nel loro rapporto.

    La condizione di precarietà familiare è messa a soqquadro dall’arrivo di uno scatolone pieno di ricordi, consegnato proprio nella giornata di Natale. Proviene da Beirut e porta con sé un passato lontano che ha lasciato ferite mal rimarginate sulla pelle di Téta e di Maia, scappate dal loro paese a causa della guerra che lo aveva funestato negli anni Ottanta. Nonostante la madre vieti alla figlia di frugare tra i resti della propria storia, Alex inizia a ispezionare il contenuto della scatola e ci trova fotografie analogiche, audiocassette e diari che sua mamma aveva scritto per l’amica Liza, fuggita dal Libano ai tempi del conflitto per trasferirsi in Francia, e recentemente venuta a mancare.

    Ogni operazione di ricostruzione della memoria altrui comporta sempre un certo tasso di violenza e di invasività, eppure consente la meravigliosa possibilità di portare alla luce i ricordi di un passato altrimenti sepolto. I negativi delle fotografie prendono vita grazie alle registrazioni dei nastri e il film ci riporta indietro nel tempo e dall’altro capo del globo, nel Paese dei cedri: il paesaggio lunare di una capitale sventrata; la prima storia d’amore di Maia; suo padre, preside virtuoso spezzato dalla barbarie della guerra; il desiderio di voler vivere la propria giovinezza che si scontra con la cruda realtà. Muovendosi dal particolare di un microcosmo di una famiglia, il film racconta infatti il dramma universale di uno dei tanti conflitti che ha tormentato il Medio Oriente.

    Per quanto doloroso possa essere, per ricucire i fili della propria storia passata, bisogna prima districare le matasse di quelli del presente, imparando a condividere con le persone che amiamo ciò che abbiamo sepolto dentro di noi. Tuttavia, molto spesso, l’esito di tale procedimento è lontano dalla verità. Il vero si mescola infatti al falso, i ricordi si alterano e ognuno presenta una propria versione di quanto è successo. Anche questo, però, fa parte del processo di costruzione della propria memoria e dell’identità familiare, come hanno dimostrato con attenzione e senso della misura i due registi di Memory Box.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Nour

    Nour

    Una vicenda umana 

    Una bandiera italiana sfilacciata sventola con veemenza al vento, poi il calare della notte dove è la luce della luna a rivelare i corpi di chi sta lottando per la sopravvivenza e di chi purtroppo non ce l’ha fatta. Sono queste le immagini scelte da Maurizio Zaccaro per aprire Nour, alle quali fa seguito la voce inconfondibile di Sergio Castellitto: “Ho visto di tutto, qui, a Lampedusa”.

    La figura di Pietro Bartolo di nuovo, dopo Fuocoammare di Gianfranco Rosi, al centro di un lungometraggio che racconta Lampedusa, la sua isola in cui tanto crede. La sua missione, non tanto lavorativa ma più umanitaria, è quella di aiutare i tanti, troppi, migranti che ogni giorno “vivono per pagarsi la morte”, arrivando in Italia con la speranza di un futuro diverso. Tra le tantissime persone che passano, il medico incontra Nour, una ragazzina siriana reduce da un passato familiare complicato e in cerca della madre, rimasta nella terra d’origine. Il nome della piccola che significa “luce” dà il titolo al film, indicando la scelta di speranza e umanità che Zaccaro sceglie e che viene rafforzata dalla convincente performance di Linda Mresy, notata dal regista nel cortometraggio Bismillah diretto da Alessandro Grande nel 2018.

    Un film di grande sensibilità ed eccellente per la fotografia di Fabio Olmi, figlio di Ermanno (maestro e carissimo amico di Zaccaro) caratterizzata da lunghe e suggestive inquadrature e silenzi profondi che ci portano a immedesimarci tanto con il medico quanto con la giovane ragazza, condividendo con lei ansie e paure ma anche la grandissima forza di reagire. Quello che colpisce di più è forse però il fatto che Nour siano completamente assenti colpevolizzazioni o accanimenti: come confessa Bartolo, infatti, nessuno sa veramente con chi prendersela. Anche i personaggi negativi sono ritratti con rispetto e non viene mai assunta la posizione moralista che sarebbe stato sin troppo semplice assumere.

    Ed è proprio qui forse che il regista vuole arrivare, portando a riflettere sul fatto che, in fondo, siamo noi i primi a girarci dall’altra parte davanti a una richiesta d’aiuto. Nour non rifiuta o banalizza la complessità e l’intima drammaticità della storia che racconta preferendo una via delicata, tenue e dialettica nell’inoltrarsi in una delle frontiere, morali e fisiche, più calde della contemporaneità.

    A cura di Alice GiussaniAndrea Valmori

     

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  • I padroni della notte (We Own the Night)

    I padroni della notte (We Own the Night)

    Guardie e ladri di padre in figlio

    In una lotta continua fra bene e male, dove giusto e sbagliato si contrappongono in modo netto e spietato, è il grado di separazione fra Bobby Grusinsky ed il fratello Joe a diventare il vero protagonista. Ed è così che i figli di un vice-capo di polizia rigido e severo, allergico alla vita spensierata e irresponsabile del figlio Bobby, orgoglioso e affezionato alla carriera militare e devota del figlio Joe, vedono i loro i destini e caratteri diversi incrociarsi per dare vita a una vicenda coinvolgente.

    Bobby è un giovane, ribelle e selvaggio, responsabile di un locale newyorkese tanto alla moda quanto sospetto per via dei loschi affari che lo rendono fulcro dello spaccio della grande mela degli anni Settanta. Il conflitto fra i due fratelli è sempre sul punto di scoppiare, alimentato dalla rabbia che divide li divide: Bobby, anticonformista e ribelle, in una lotta emotiva continua contro il padre e in competizione per perenne con il fratello, insegue un’approvazione familiare che fatica ad avere, e che lo relega al ruolo di nemico fra le mura domestiche.

    I padroni della notte racconta con vigore di amore e di morte, di famiglia, di fratelli e fratellanza, di padri e di figli, di legami di sangue che nel sangue verranno spezzati, e che per il sangue torneranno a essere uniti. Di fiducia, di aspettative, di dovere e di tradimento. James Gray racconta la sua New York, la città in cui è cresciuto, sotto i riflettori di una storia poliziesca che riprende a pieno lo stile narrativo di Friedkin o Scorsese, restituendo un’immagine stereotipata ma efficace della criminalità della Grande Mela. Una storia dal risvolto scontato, quasi banale, ma capace comunque di appassionare, riservando colpi di scena inaspettati e apprezzabili.

    Nonostante una narrazione ricca di pathos, Gray riesce con successo ad esaltare il peso dei silenzi e dei piccoli gesti, preferendoli al dinamismo a tutti i costi. Romanticismo, fratellanza, onore ed orgoglio si mescolano in una cornice piovosa, scura e profonda di una New York criminale e violenta, ma che non si risparmia mai dall’essere palcoscenico delle più profonde vicende umane.

    A cura di Alessandro Benedettti

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  • La mosca (The Fly)

    La mosca (The Fly)

    La mosca: il ronzio fastidioso di un uomo ossessionato dal progresso

    La trasformazione del corpo è uno dei principi su cui si fonda il cinema di David Cronenberg. Il suo film La mosca è un capolavoro assoluto: è horror, è fantascienza ma probabilmente è anche un film sull’amore, un amore tragico che non riesce a consolidarsi a causa dei soliti egoismi tremendamente umani, del nostro ego spropositato, il quale tradisce ogni buon sentimento che vale la pena di essere vissuto più di ogni altra cosa!

    Al centro delle vicende troviamo Seth (Jeff Goldblum), un uomo ossessionato dall’idea di rincorrere il progresso tecnologico. La sua mente – ancor prima dell’incidente scatenante che trasformerà il suo corpo – andrà in contro a un cambiamento; una mente avvelenata dall’esigenza di dare vita a un’invenzione rivoluzionaria: il teletrasporto. Seth si innamora di una giornalista (Geena Davis), la quale inizialmente è incuriosita dalla scoperta del teletrasporto, su cui vorrebbe scrivere un articolo che le cambierebbe la vita in termini di carriera e di successo. Poi, in realtà, viene sedotta da quell’uomo, così affascinante e pieno di buoni propositi relazionali. Durante una serata come tante altre però, la rabbia e la gelosia mescolate all’ebbrezza dell’alcol portano Seth a commettere un terribile errore: sottoporsi personalmente al teletrasporto prima dei dovuti accertamenti. La conseguenza? Il suo corpo si trasformerà lentamente in una mosca gigante.

    I nostri protagonisti si muovono all’interno di ambienti cupi, tendenzialmente freddi, amplificati espressivamente da una splendida fotografia e da una messinscena azzeccatissima nella sua estrema semplicità. Il climax sale e cresce vertiginosamente, come un decollo aereo, affrontando le varie tappe della mutazione del corpo corporale di Seth sostenuta da un trucco di un livello notevolissimo per l’epoca, a tal punto da aggiudicarsi il premio Oscar.

    La mosca è una sorta di metamorfosi kafkiana, poiché lo spettatore non si distacca emotivamente da Seth, non lo ripudia e non lo condanna, anzi ne prova un’immensa e struggente pietà. Come nel racconto di Kafka, Seth si arrampica sulle pareti fino al soffitto cercando vie di fuga, prendendo consapevolezza di un cambiamento irreversibile. La sua coscienza si indebolisce sempre più a causa di quello che ha perso nella sua vita umana: l’amore e il sentirsi amati. Quello di Cronenberg non è un film soltanto sulla perdita del corpo, bensì sulla perdita dell’uomo, della sua identità formata da materia e anima. L’anima distrutta da un mondo confusionario dove l’a-moralità della società porta al perseguimento di uno stile di vita illusorio. L’ideale contemporaneo di voler raggiungere a tutti i costi il successo, la convinzione di avere le stesse possibilità di un Dio e, infine, l’idea di volersi sostituire a Dio portano l’individuo a una dolorosa auto-distruzione.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Ed Wood

    Ed Wood

    Ed Wood: l’arte è per tutti!

    Tim Burton racconta la storia di Edward D. Wood Jr., considerato il peggior regista della storia del cinema. Il suo Ed Wood è a tutti gli effetti uno straordinario omaggio alla settima arte, alla voglia di fare cinema esprimendo totalmente sé stessi con convinzione, dedizione e passione.

    Edward D. Wood Jr sbarca a Hollywood pieno di sogni e di tante idee da realizzare ma si ritrova presto a dover fronteggiare l’ardua ricerca di finanziatori disposti a produrre i suoi film. Johnny Depp, alter-ego del regista californiano, veste meravigliosamente i panni di un estroverso sognatore alla ricerca del successo addentrandosi tra le spaventose, inquietanti e orrorifiche mura che circondano gli Studios della Paramount.

    Il film si colloca perfettamente nella filmografia di Tim Burton, che si avvale sempre di uno stile gothic-horror. In Ed Wood, però, trova spazio un contenuto piuttosto profondo rispetto ad altre sue opere: il vero horror, sembra volerci dire il regista, è la nuda e cruda realtà che ci circonda. Una realtà colma di uomini abbietti e approfittatori che contrastano ogni forma di diversità, in cui l’arte viene spesso sottomessa dall’industria; una realtà piena di uomini fragili che soffrono la solitudine e che sfogano il dolore nell’abuso di droghe.

    Una realtà davvero inquietante, dove però non dobbiamo dimenticare che il conflitto esistenziale degli esseri umani consiste proprio nell’affrontare con dignità le iniquità della vita. Infatti, il nostro Ed si sente liberissimo di manifestare la propria diversità: è un eterosessuale a cui piace indossare anche abiti femminili (emblematica la scena in cui, mostrandosi vestito da donna, provoca uno shock alla sua compagna rivelando la sua nuova sceneggiatura autobiografica,).

    D’altronde non si lascia nemmeno abbattere dai “no” dei produttori, bensì continua a trovare soluzioni per convincerli a finanziare i suoi film, girando oltretutto con pochissimi mezzi e con effetti speciali raffazzonati. Fino ad arrivare all’incontro con Bela Lugosi, una star considerata decadente e perduta, interprete del celebre conte Dracula. Edward scorge in lui un conservato bagliore di energia ancora inespressa: l’attore ha ancora molto da offrire al pubblico nonostante debba convivere con la solitudine, la noia, la perdita di un amore, la dipendenza dalle droghe e tutti gli orrori della vita reale. Splendide le scene in cui lo strepitoso Bela Lugosi si cala nella parte recitando i copioni scritti da Ed e con voce profonda fa tremare lo spettatore il quale, muto e a bocca aperta, non può far altro che stupirsi della sua intensità emozionale.

    Tim Burton racconta il peggior regista della storia del cinema e lo fa con un film tecnicamente impeccabile, soprattutto per la splendida fotografia in bianco e nero. Edward D. Wood Jr produceva Z movie (a basso budget e di dubbio spessore artistico) e Tim Burton coglie questo spunto narrativo per farne un film di seria A riuscendo benissimo nell’intento di dare valore a questo contrasto. Johnny Depp e un cast in stato di grazia contribuiscono a donarci un film perfetto, in cui tutti i comparti tecnici funzionano a meraviglia.

    Allo spettatore verranno i brividi per la bellezza inconfutabile di Ed Wood. Questa volta non ci sono fantasmi, cavalieri senza testa o spose cadavere, bensì l’uomo fragile. L’uomo con una smodata passione per il cinema, l’uomo che si dedica totalmente all’arte senza forse essere in grado di comporla in maniera esemplare. L’uomo a cui piace vestirsi da donna e che non ha paura di mostrare la bellezza della diversità, la sua vena di follia creativa, l’autenticità nel manifestare sempre sé stessi.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Rififi (Du rififi chez les hommes)

    Rififi (Du rififi chez les hommes)

    Rififi: la decostruzione della figura del ladro gentiluomo

    Quando Rififi e Rapina a mano armata uscirono nelle sale a poco più di un anno di distanza, in pochi capirono che stava nascendo un genere destinato alla ribalta; Jules Dassin, appena cacciato da Hollywood, si dovette trasferire in Francia, dove accettò di dirigere un film a basso costo tratto da un romanzo sulla malavita. Sotto il nome di Du rififi chez les hommes, questo sarebbe passato alla storia come un capostipite del polar francese, nonostante il budget ridotto e il cast tutt’altro che stellare, con lo stesso Dassin a interpretare il ruolo di Cesare “il marsigliese”. L’heist movie, il cinema del “colpo grosso”, ha quindi una data di nascita ufficiale: il 14 aprile 1955.

    La trama è semplice: Tony, detto “il laureato”, esce di prigione. Scarcerato per buona condotta, si abbandona subito al gioco d’azzardo. L’amico Jo, dopo averlo ringraziato per non aver confessato la sua complicità, gli propone un colpo alla famosa gioielleria parigina Mappin’ & Webb. Nonostante qualche iniziale titubanza, Tony accetta, e la squadra si forma: lui, Jo, il loro amico Mario e Cesare “il marsigliese”, esperto scassinatore. Il film si concentra sulla preparazione dell’audace furto, rappresentato in una scena di quasi mezz’ora, stracolma di tensione e mancante, al contrario, di musica o voci. Conclusasi la rapina, i criminali devono occuparsi delle conseguenze, prima fra tutte il fatto che un criminale della zona, tale Pierre Gruterre, rivale in amore di Tony, sappia della loro colpevolezza e voglia ricattarli.

    Riguardandolo oggi, si rimane sorpresi per molte ragioni, prima fra tutte la modernità della messa in scena. Tutti o quasi gli stilemi del genere sono bene in mostra in Rififi: la costruzione della tensione, la preparazione del colpo, la banda un po’ improvvisata con un leader carismatico come Tony. Questo incarna perfettamente la figura del ladro gentiluomo, ma anche quella del ladro intelligente, dotato sia di un piano che di un rigido codice morale. Rifacendosi tanto ad Arsenio Lupin quanto a Fantômas, Dassin dà vita ad un personaggio stereotipico all’apparenza, ma ben costruito e sfaccettato. Il regista, nonché sceneggiatore, si spinge addirittura oltre: per quanto questa figura (a cui, a oggi, ci si può riferire proprio col nome di Rififi) fosse ancora nuova al tempo, quantomeno per il cinema, Dassin la decostruisce, la smonta, la mette completamente a nudo davanti allo spettatore con una memorabile scena all’interno del cabaret del già citato Gruterre. Qui, la stessa Magali Noël, che qualche anno più tardi interpreterà Fanny ne La dolce vita, si esibisce in una performance canora. Il brano dà il titolo, nonché la chiave di lettura, all’intero film: Rififi, appunto.

    Rififi «non è una parola comune, non si trova sul dizionario», canta la Noël. È un’attività che allontana l’uomo da casa, dalla sua famiglia, dalla sua ragazza; seppur sia un uomo intelligente, a suo modo amorevole, si lascia prendere da questo “rififi”, la rissa, la lotta, il crimine. Lo possiamo vedere fin dall’inizio del film, in cui tutti i personaggi sono mostrati nella loro quotidianità non come uomini malvagi, ma come padri amorevoli, mariti affettuosi e zii presenti. Il ladro gentiluomo non è cattivo, ma non resiste al brivido dell’illegalità, e ciò chiaramente impatta come appare agli occhi dei famigliari e degli amici.

    Significativo è ciò che Jo si sente dire dalla moglie, mentre Gruterre gli chiede un riscatto per la vita di suo figlio: «Perché te sei diventato un bandito, un forte, e gli altri no? Lo sai cosa penso? Sono gli altri i forti». Jo rimane incredulo davanti alle parole della moglie, non le risponde. Ad aiutare l’interpretazione giunge in aiuto un’altra scena significativa, avvenuta poco prima, ossia quella del rapimento del figlio di Jo. Il bambino viene messo in una macchina e lascia andare il palloncino che aveva in mano. La telecamera lo segue mentre sparisce nel cielo. Da un autobus, un padre redarguisce il figlio: «Vedi cosa capita quando non si sta attenti?». Ed è forse questa l’idea fondamentale che sta dietro alla pellicola: la criminalità, e più in generale il male, è sempre in agguato, e bisogna stare attenti.

    Tuttavia, questo principio sembra non valere per Tony, l’esemplare ladro gentiluomo, il quale sembra attratto, come una falena dalla luce, dal fascino del furto, della rapina: non fa in tempo ad uscire di prigione che è già immischiato in un nuovo colpo. Insomma, mentre per la maggior parte delle persone basta la cautela, altri non possono combattere la loro natura, e così il ladro gentiluomo, quello che un minuto prima uccide il proprio amico perché «sono le regole» e un minuto dopo si premura di comprare un giocattolo al nipote, non può fuggire il proprio destino.

    A cura di Francesco Colombo

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  • Red (Turning Red)

    Red (Turning Red)

    L’importanza di fare le scelte sbagliate

    «My panda, my choice» è la versione infantile del più famoso grido all’uguaglianza femminile: «My body, my choice». Red è un film rivoluzionario perché spiega alle bambine cos’è il femminismo e le avvicina alle tematiche più calde di oggi. Ma è anche un racconto più intimo che mette in luce le difficoltà di comprensione fra una madre alle prese con una figlia sulla soglia della pubertà. Invece che leggere libri sull’argomento, care mamme, guardatevi questo piccolo grande capolavoro.

    Ambientato in una temporalità precisa – un 2002 fatto di Tamagotchi e boy-band – e in una città ripetutamente esibita – lo confermano i numerosi rimandi alla foglia d’acero, simbolo della metropoli di Toronto –, seguiamo le orme della protagonista Mei attraverso tutte le fasi della sua adolescenza. Dopo le giornate a scuola e qualche marachella combinata con le sue tre amiche del cuore, la piccola torna di corsa a casa dove la sua famiglia gestisce un tempio dedicato agli antenati. Un altro tema centrale del racconto, infatti, è quello delle origini: Mei fa parte dei cosiddetti “figli di seconda generazione”, in quanto i suoi parenti sono emigrati dalla Cina in cerca di una vita migliore. Il passato però non tarda ad arrivare e irrompe nel presente sotto forma di un panda rosso gigante. Raggiunta la pubertà, fatta di ormoni e sbalzi d’umore, la protagonista si trova a dover fare i conti con un animale peloso, ingombrante, goffo e pure un po’ puzzolente. Le trasformazioni fisiche che un passaggio così importante come quello dall’infanzia all’età adulta comporta, sono sintetizzate e rese comprensibili a un pubblico di minori grazie alla metafora del buffo panda. Il film insegna, con una semplicità disarmante, che i primi ormoni non sono una bestia da addomesticare, ma che la scoperta di sé passa molto spesso da un atto creativo come un desiderio (quello di andare al concerto della band 4*Town, corrispettivo fittizio degli One Direction) o da un primo risveglio sessuale (nei confronti un ragazzo più grande di lei). Ma la metamorfosi di Mei comprende anche un altro ostacolo da superare: il distacco dall’alveo familiare e la definitiva rottura del cordone ombelicale con la madre. Ci siamo passati tutti: dalle prime bugie al diario nascosto sotto il letto, fino ad arrivare alle fughe dalla finestra della propria cameretta nel pieno della notte. Quelle dinamiche che fanno arrabbiare così tanto i genitori da credere di meritarci una punizione, sono in realtà i primi passaggi “obbligati” verso una più completa libertà. Ciò che scegliamo liberamente ed esplicitamente costruiamo sembra godere di uno statuto più alto (autoriflessivo, elaborato, sviluppato) rispetto a ciò che è considerato sicuro e scontato. È la vittoria dell’agire sul destino e Mei lo dimostra costruendosi una “famiglia elettiva” fatta di amici con i quali condividere passioni e paure che i genitori sembrano essersi dimenticati di avere.

    A un certo punto della vita comincia il conflitto con sé stessi e con il mondo che ci circonda. Ogni scelta che facciamo comporta delle responsabilità e una certa dose di coraggio. Quello che agli occhi degli altri – spesso i più grandi – può sembrare l’opzione sbagliata, magari è proprio la strada più difficile e, allo stesso tempo, emozionante da intraprendere. In Red tutto questo è condensato nel corpo di una tredicenne occhialuta e un po’ nerd che permette al pubblico di empatizzare con quella fase della vita da cui tutti siamo passati. Le bimbe ci potranno trovare una sorella, le madri un pezzo della loro infanzia.

    A cura di Gloria Sanzogni

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  • Rock the Kasbah

    Rock the Kasbah

    Quale altro?

    Quale può essere l’ultima occasione per Richie Lenz, un manager decaduto – e forse mai decollato – ad un passo dal fallimento definitivo? Levinson se la immagina così: un tour in Afghanistan con l’ultima cliente. Il viaggio parte in modo disastroso: un aereo di ultima classe sovraffollato, un benvenuto sotto le bombe. La sua star non regge e, dopo avergli rubato soldi e documenti, scappa a Dubai lasciandolo solo e disarmato. È così dunque che Richie è costretto ad arrangiarsi: trovare un modo per tornare indietro, dei soldi per sopravvivere e un tetto sotto cui stare. In questa mission sarà aiutato da un taxista appassionato alla cultura degli Stati Uniti e da una prostituta che vive in una roulotte: una compagnia improbabile ma fedele.

    Sin dalle premesse, questa pellicola provoca la nostra coscienza e gli stereotipi di cui, volenti o nolenti, è pieno il nostro immaginario. Ad esempio, il titolo del film, tratto da una battuta di Richie nelle prime sequenze della pellicola, è decisamente indicativo: la Kasbah non ha nulla a che fare con l’Afghanistan, bensì è un elemento che, come gli fa notare sua figlia, appartiene alla tradizione del nord Africa. Se in un primo momento la scena può suscitare il riso, poco dopo viene da chiedersi in quanti di noi spettatori sapessero effettivamente che la Kasbah non fa parte della cultura afghana: la risposta potrebbe essere scomoda nell’era dell’all-inclusive. Perché viene da pensare che ciò che è diverso da noi alla fine sia tutto uguale; che non ci siano sfumature, che per noi occidentali ciò che non è “nostro” sia solamente “non-nostro”: in che senso e per quali ragioni, non ci interessa più di tanto.

    E allora ci sono i militari americani “buoni” che proteggono i civili; i militari afghani che sparano senza senso, parlano una lingua incomprensibile a noi occidentali, odiano Broadway; gli occidentali che sanno solo parlare; i trafficanti di armi che agiscono per il “bene”; le donne afghane velate e proprietà del padre o del marito contrapposte alla prostituta americana buona e libera dagli schemi del Paese; il militare americano apparentemente senza pietà ma con la passione per la scrittura. Quanti stereotipi? Quanti luoghi comuni?

    Forse il regista, rappresentandoli tutti sul grande schermo in maniera quasi irreale – sono tutti personaggi costruiti palesemente su un modello, non su una personalità – vuole mandare un messaggio in un modo nuovo: ci mostra esattamente quello che ci aspettiamo di vedere, in una narrazione chiaramente parziale ed esterna di un mondo che nella cultura occidentale è considerato un’unica cosa, non degna di approfondimento, solo altro da noi, solo diverso. Ma tutte queste aspettative incredibilmente soddisfatte alla fine potrebbero lasciarci un interrogativo: quale altro è nascosto nel diverso che ci viene incontro?

    A cura di Agnese Graziani

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