Categoria: Recensioni

  • La fattoria dei nostri sogni (The Biggest Little Farm)

    La fattoria dei nostri sogni (The Biggest Little Farm)

    The Biggest Little Farm: storia di un sogno

    John e Molly Chester coltivano pomodori sul terrazzino della loro casa a Santa Monica. Lui è un cameraman che gira il mondo per realizzare documentari sugli animali; lei una chef con un blog di cucina. Il loro sogno è quello di fondare una fattoria che sia completamente in armonia con la natura, e di certo qualche piantina in vaso non può soddisfare un desiderio così ambizioso. L’occasione giusta si presenta quando i due sono costretti a trasferirsi perché il loro cane Todd, che hanno appena accolto in casa, disturba l’intero vicinato con guaiti senza fine.

    Mossi dalla giusta dose di incoscienza e grazie al contributo non meglio definito di alcuni investitori, John e Molly possono finalmente dedicarsi al loro progetto. Sotto la guida di Alan York, esperto di agricoltura tradizionale, i due coniugi vogliono dar vita a una realtà che si svincoli dalle consuete monocolture e il cui obiettivo principale sia raggiungere il massimo livello di biodiversità, restituendo linfa a più di duecento ettari di terreno deserto. Perché ciò accada, bisogna piantare quasi un centinaio di diversi alberi da frutto e allevare decine e decine di volatili, di ovini e di suini. Se poi si riusciranno a bilanciare le necessità della fattoria con quelle della fauna selvatica, anche gli animali che un tempo popolavano quelle zone sarebbero potuti ritornare.

    Una primavera dopo l’altra, la fattoria di John e Molly sembra trasformarsi in un novello Eden. L’illusione di un paradiso restaurato svanisce però quando si scontra con la realtà. E anche le stesse intenzioni che avevano animato il progetto, una volta disilluse, non bastano più. Come le piaghe d’Egitto, una serie di calamità funesta la piccola realtà agricola: l’attacco dei coyote che fanno strage dei volatili; l’invasione delle lumache che banchettano con le foglie degli agrumi; l’infestazione di roditori che divorano le radici degli alberi. A ciò si sommano la morte di Alan, portato via da un cancro aggressivo, e la siccità che arde la California.

    John rinuncia all’idea che la sua fattoria dovesse auto-regolarsi quando spara al coyote che stermina le sue galline: con l’animale muore anche una parte di quelle convinzioni sul potere di un idealismo senza compromessi. Però è ancora valido l’insegnamento di Alan: ogni flagello può essere affrontato con una combinazione di osservazione e di creatività. Se i cani vengono addestrati per difendere non più solo gli ovini ma anche i volatili, per esempio, i coyote inizieranno a cacciare i roditori, di cui a loro volta si ciberanno anche i reintrodotti rapaci.

    Apricot Lane farms negli anni è diventata una realtà che attira turisti da ogni parte del mondo, coltiva oltre duecento varietà di vegetali e alleva ogni tipo di animale da cortile. John e Molly sono stati in grado di creare un intreccio vitale di complessità e di varietà, che ha avuto bisogno di tempo per assestarsi, ma che ora è il pilastro fondamentale su cui si regge la loro attività.

    Girato in otto anni, il documentario di Chester ha il pregio di raccontare una storia vera che commuove e coinvolge con i suoi chiaroscuri. Nonostante i toni edificanti e ottimistici, infatti, il film non scade quasi mai in un elogio bucolico acritico, mostrandoci anche le difficoltà di un’impresa che ha i tratti dell’utopia. La lezione più importante che possiamo cogliere è però quella di non trincerarsi dietro a idealismi senza compromessi. Non si può infatti vivere in piena armonia con la natura, ma bisogna collaborarci con un buon livello di «disarmonia sostenibile», così come hanno imparato, a loro spese, anche John e Molly.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Il presidente del Borgorosso Football Club: un ritratto esasperato del calcio di provincia

    Il presidente del Borgorosso Football Club: un ritratto esasperato del calcio di provincia

    Il presidente del Borgorosso Football Club:

    Il calcio, pur essendo lo sport più seguito al mondo, non ha una gran tradizione cinematografica: sono poche, infatti, le pellicole degne di nota sul mondo del pallone, come Fuga per a vittoria, la trilogia Goal!, oppure i nostrani l’Allenatore nel palloneIl campione e L’uomo in più, diretto da Paolo Sorrentino. In questo filone, se così lo si può chiamare (variando dal comico al drammatico, passando per l’autoriale), si colloca Il presidente del Borgorosso Football Club, pellicola del 1970 diretta da Luigi Filippo D’Amico.

    Il film è ambientato nel fittizio paesino di Borgorosso, le cui strade sono in realtà quelle di Lugo e di Bagnacavallo, dove un funzionario del Vaticano interpretato da Alberto Sordi, tale Benito Fornaciari, riceve in eredità dal padre la squadra cittadina, che è ad una vittoria dall’approdo in serie D. Benito, tutt’altro che appassionato di calcio, inizia l’esperienza presidenziale col piede sbagliato: il Borgorosso perde e deve salutare il sogno promozione. Quando la sua squadra verrà ripescata, il presidente dovrà ricostruirla con grandi investimenti, cercando di riconquistare il favore della folla, e finendo per rimanere anch’egli preso dalla loro passione per il bel giuoco.

    L’opera è una commedia con poche pretese che tuttavia riesce spesso a strappare qualche sorriso. Nonostante le premesse, vi sono due aspetti de Il presidente del Borgorosso Football Club degni di essere approfonditi. Il primo è in realtà quasi scontato. Rimanendo in ambito calcistico, si dice spesso che «un giocatore non ti vince le partite da solo», tuttavia avere un top player in rosa può aiutare: in quello che è un film in generale alquanto mediocre, Alberto Sordi riesce, al netto della sceneggiatura, a rendersi memorabile nei panni di Benito Fornaciari, catturando l’essenza del presidente di una squadra di categoria inferiore, del cosiddetto «calcio di provincia», che ha dedicato corpo e anima a qualcosa, come una squadra di calcio, che ai più tutto questo sacrificio non lo vale. Così, seppur con intento parodistico, Il presidente del Borgorosso Football Club porta in scena diversi personaggi che chi ha militato nei campi meno blasonati ha sicuramente incontrato: l’allenatore luminare che vuole «la revolución calcistica», il calciatore sempre fuori forma con la fama da fenomeno, i tifosi che si improvvisano tecnici della nazionale e così via.

    Ed è proprio questo il secondo aspetto del film da considerare, ossia la sua capacità, nonostante sia una commedia molto leggera, di rappresentare la realtà. Il presidente del Borgorosso Football Club è un ritratto esasperato del calcio di provincia, con i suoi soggetti e le sue stranezze. Si potrebbe argomentare che ogni commedia prende necessariamente spunto dalla realtà, tuttavia ciò che sorprende dell’opera in questione è la sua efficacia coniugata alla sua leggerezza: in un’epoca come la nostra dove la commedia leggera è completamente distaccata dalla realtà, a volte ambientata su Marte, è interessante vedere un esempio contrario.

    In conclusione, Il presidente del Borgorosso Football club è un film senza alcuna pretesa, che tuttavia riesce nell’intento di far ridere gli spettatori grazie all’interpretazione di Alberto Sordi, ma anche di fargli vivere, seppur tramite il filtro della parodia, il calcio di provincia. Poi certo, vedere “Albertone” gridare a squarciagola sugli spalti del Muccinelli di Lugo fa un suo effetto.

    A cura di Francesco Colombo

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  • Il sale delle lacrime (Le sel des larmes)

    Il sale delle lacrime (Le sel des larmes)

    Il sale delle lacrime: l’amore giovane

    Il regista Philippe Garrel, tornando su un tema a lui caro e senza risultare ridondante, sceglie di raccontare ancora nel suo cinema la tematica dell’amore giovanile. Le passioni della giovinezza presenti ne Il sale delle lacrime offrono infatti la possibilità di riflettere in merito ai rapporti relazionali (d’amore e non solo) della contemporaneità.

    Luc si reca a Parigi per sostenere un esame di ammissione con lo scopo di entrare in un’accademia di falegnameria piuttosto rinomata. Alla fermata dell’autobus incontra una ragazza, Djemila, e la convince a uscire la sera stessa. Dai loro sguardi si scorge l’improvviso ardore nato tra i due. Luc deve però tornare presto al suo paese, dove lavora in una bottega con suo padre, e le promette che si sarebbero rivisti presto. Sulla strada per casa si imbatte in Geneviève, una vecchia fiamma, e inizia con lei una storia d’amore che implicherà una brusca decisione nella sua vita.

    Nella società di oggi è facile venire travolti da uno stile di vita ad alta velocità, in cui ci si ritrova immersi più o meno inconsapevolmente. Tutto è estremamente rapido: il consumo dei beni usa e getta, i bombardamenti di informazioni in circolazione cui siamo sottoposti e persino la durata effimera dei nostri rapporti. Sebbene il film non metta a fuoco nello specifico una vita all’insegna del consumismo, Luc appare pervaso da una certa frenesia che gli impedisce di assaporare quel senso dell’attesa. Egli è privato della pazienza necessaria per consolidare le relazioni umane, specialmente quando si tratta di una storia d’amore.

    Vivendo inoltre in un mondo in cui tutto si trasforma velocemente, si tende a cambiare, con la stessa facilità, anche ciò che non funziona. Al primo problema si passa oltre, si cercano nuovi inizi, nuove persone, nuovi amori. Luc, per esempio, trova conforto nella ritrovata Geneviève, sensuale e vorace, perfetta per colmare le mancanze riscontrate con Djemila, che è invece timida e insicura. Perciò è evidente come l’immaturità delle passioni giovanili porti all’incomprensione di cosa sia il vero amore, in quanto, spesso, si preferisce vivere le relazioni fuggendo dalle difficoltà per ritrovare un certo benessere egoistico.

    Girato in bianco e nero per accentuare contenutisticamente una mancata presenza di colore all’interno dei rapporti umani, Il sale delle lacrime risulta un film godibile soltanto a tratti, nonostante i dialoghi siano realistici e ben scritti. In una scena di ballo, una delle più azzeccate del film, Luc balla sfrenato con una ragazza svelando tutta la sua indole passionale e carnale nei confronti della donna. Essa lo induce a provare forti emozioni positive e, al contempo, è in grado di infondere dubbi esistenziali, incertezze e incomprensioni.

    «Luc era preoccupato dall’idea che l’amore potesse non esistere», rivela una voce fuori campo. «Se avesse chiesto a sé stesso se conosceva il vero amore, si sarebbe sentito obbligato a dire di no». La frase racchiude tutto il sentimento e il senso de Il sale delle lacrime: amore, desiderio, dolore.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Little Joe

    Little Joe

    La cosa da Questo mondo

    Little Joe è un grazioso fiore di color rosso vermiglio con capacità terapeutiche. Realizzato dalla biologa e coltivatrice Alice con l’aiuto del collega Chris, è progettato per essere fisicamente in grado di donare felicità a chiunque voglia prendersene cura, tramite l’inebriante profumo. A causa del regime di alterazione genetica a cui è stato sottoposto durante la sua creazione, subisce però un’inaspettata mutazione. La protagonista, sulla scia del successo, tuttavia non riesce – o non vuole – rendersene conto. Le numerose scelte stilistiche, condite da alcune scene speculari, testimoniano come il film attinga pienamente al repertorio della fantascienza anni ‘50, in particolare da La cosa da un altro mondo(1951) o, soprattutto, da L’invasione degli ultracorpi (1956). Nella morsa tra le centrifughe spinte thriller – desunte dal primo film – e l’ansiogena pressione centripeta – presa dal secondo -, il film della Hausner si differenzia dagli altri due in base alla natura del suo piccolo epicentro vegetale.

    La forza di Little Joe è quella di affidarsi ad una solidissima struttura narrativa, realizzata a partire da un’ottica originale. Nella normalità dei casi lo scenario da cui prendono vita film di questo tipo è pseudo-apocalittico: un’entità apparentemente innocua, che riesce a infiltrarsi all’interno di un contesto umano spesso negligente, finisce per gettare nel caos i protagonisti e la loro società. Ne La cosa e ne L’invasione le entità hanno un comportamento totalmente distruttivo nei confronti delle comunità con cui entrano in contatto: o l’uomo si difende o l’invasore lo prevale, non c’è spazio per la conciliazione. Questa forte tendenza alla conflittualità nasce senza ombra di dubbio proprio dalla natura dell’antagonista – alieno in entrambi i film citati –, percepito istintivamente come minaccia esterna, strettamente legata alla natura del proprio film. In particolare, ne L’invasione degli ultracorpi, sono ben delineati gli spettri del recente periodo di caccia alle streghe anticomunista in America, che inquadrano il generale contesto di sfiducia e inquietudine per la modernità.

    Si può dire certamente che un inquietante pessimismo per il futuro aleggi anche tra le inquadrature di Little Joe, ma è meno smaccatamente politico e sociale (almeno non direttamente), ripiegando sul non rinviabile problema ambientale che affligge il nostro tempo. Little Joe è fin dal principio un araldo di Madre Natura, soggiogata allo sfruttamento umano, ma non del tutto inerme. Questa novità tematica per il genere si accompagna a quella che è la differenza più netta tra la pianta e gli antagonisti del secolo scorso: Little Joe non è un “nemico” esterno ma interno. Il fatto di essere un elemento naturale tanto quanto l’uomo gli permette un conflitto meno netto con gli altri personaggi. Nel suo tentativo di (re) colonizzazione si dà spazio più alla persuasione – incessante ma pacifica – che alla violenza istantanea. Il suo approccio alla società è nettamente più conciliatorio e sembra trasformarsi quasi in un rapporto filiale con l’uomo, anche in virtù del concetto di legame affettivo che è una delle premesse del film. Alla componente distruttiva della “cosa” o degli “ultracorpi” sembra accostarsi almeno apparentemente un approccio costruttivo.

    La risposta dell’uomo ad una minaccia così mimetica è ovviamente peculiare. La tipica sensazione di costante terrore e pericolo viene avvolta da una nebbia di scolorita incertezza, che permane durante tutto l’arco del film, almeno agli occhi dei protagonisti della vicenda. Perché se allo spettatore è palese come in realtà Joe stia alterando in modo artificioso i legami tra i personaggi e azzerando la loro possibilità d’azione, i diretti interessati non hanno mai una testimonianza concreta del cambiamento, tanto meno una prova che possa dimostrarlo. Ma ciò che effettivamente impedisce ad Alice e agli altri di prendere posizione nei confronti della pianta è il suo funzionamento: tutti i personaggi – anche se sotto gli influssi di Joe – testimoniano come previsto uno stato di aumentata serenità dopo il contatto col fiore. Il vegetale si è limitato a guidare manualmente gli uomini fuori da una condizione di tumultuosa reiterazione della vita, in realtà già artificiosa di suo: la società del pre-Joe non è infatti molto lontana da quella del post.

    Lo stile di manovra egemonica del fiore non deve fare pensare ad un fine diverso da quello dei suoi corrispettivi. Volendo, ciò che comporta è una sentenza ben più severa. Classicamente la conclusione della vicenda veniva percepita dallo spettatore secondo la stessa logica dei protagonisti della medesima: in particolare molto spesso coincideva con un monito teso alla prudenza, per scongiurare una fine vicina e degradante per l’uomo. Facile da esemplificare il finale (originale) de L’invasione, con il protagonista in una fuga disperata che lanciava come ultimo un «You’re next» allo spettatore, mettendolo in guardia dall’omologazione forzata a cui la nuova civiltà del ‘900 andava incontro.

    In Little Joe abbiamo invece una duplice visione: alla tradizionale percezione dei protagonisti – che questa volta è ben più di un monito – se ne affianca una solamente relativa allo spettatore. La regista ci posiziona perfettamente a metà tra le due prospettive: è assecondabile la tragicità di una imminente sconfitta umana, ma allo stesso tempo si ha un assaggio della posizione di Joe, o meglio della Natura. Il suo intervento porta alla rimozione della pesante responsabilità di autodeterminazione della vita, ma allo stesso tempo spinge l’umanità verso una sorta di felicità primordiale. I protagonisti rinunciano alla propria – dubbia – emotività e rimettendo Joe al centro del loro mondo. L’azione della pianta finisce con l’essere identificata anche da uno spettatore “umano” come un’opera di giustizia – giustificata dai modi e dal principio difensivo di questi –, ben lontana dagli illeciti soprusi degli ultracorpi. In quest’ottica cambia anche la visione della disgrazia umana: l’avversione verso una Natura in ripresa non è più caratterizzata dal terrore, ma dall’irritazione, la stessa che si avverte negli impotenti volti dei protagonisti. Quella di chi viene privato della libertà d’azione, a prescindere che poi si sia soliti esercitarla correttamente.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • My Missing Valentine

    My Missing Valentine

    My Missing Valentine: le discrepanze temporali di una rom-com atipica

    Quanti aggettivi si sprecano per San Valentino. Può essere funny, come ce lo hanno cantato Frank Sinatra, Chet Baker o Julie London. Può essere bloody se avete il gusto per lo slasher o per i dischi di Kevin Shields e compagnia. Per qualcuno può essere anche lonely, al punto da avere la tentazione di cancellarlo direttamente dal calendario. Non con una penna, badate, ma con un vero e proprio buco temporale. Chen Yu-hsun, regista e sceneggiatore di My Missing Valentine, per aver avuto proprio questa idea: realizzare la prima rom-com ambientata a San Valentino, senza il giorno di San Valentino.

    Se la cosa vi ha lasciato perplessi allora pensate a cosa deve provare la povera impiegata postale Hsiao-chi (Patty Lee): andata a dormire la notte del 13 febbraio, dopo un magico primo appuntamento col ragazzo dei suoi sogni, si risveglia la mattina del 15 privata dal giorno più importante della sua vita e con una vistosa e dolorosa scottatura. È così che facciamo la sua conoscenza, quando si reca infuriata in una stazione di polizia a denunciare la scomparsa del suo giorno degli innamorati, davanti a un perplesso ufficiale. Diversi flashback – abituatevi: questo è un film sul tempo e la sua percezione – ci raccontano qualcosa di lei: Hsiao-chi da sempre vive la vita con frenesia, al punto da anticipare di qualche secondo tutte le reazioni, che sia svegliarsi prima dell’allarme o ridere a una battuta prima della punchline. Siccome la vita va veloce (e se non ci si ferma un attimo si rischia di vederla scorrere via, come ci insegna il saggio Ferris Bueller dell’omonimo film) la timida Hsiao-chi non ha mai avuto il tempo di dedicarsi all’amore; certo finché nella sua vita non compare l’istruttore di fitness Liu (Duncan Chow), che la invita a passare insieme il giorno di San Valentino. Flashforward al risveglio la mattina del 15… certo a Hsiao-chi servirebbe una lezione di lentezza, ma qui si esagera. Forse dovrebbe imparare dallo strano personaggio (Liu Kuan-ting, già premiato per il notevole A Sun) che ogni giorno si reca all’ufficio postale a spedire lettere, leccando il francobollo con l’intensità di una lumaca in slow motion. A Tai, autista di autobus, è l’opposto di Hsiao-chi: è talmente lento che sembra riuscire a fermare il tempo. Quando A Tai si presenta un’ultima volta da Hsiao-chi, rosso come un peperone e con un occhio nero, la ragazza inizia a sospettare che dietro alla scomparsa di San Valentino possa esserci lo zampino del timido autista. E chi è stato a scattarle quella foto in spiaggia che troneggia nello studio fotografico locale?

    My Missing Valentine è un film adorabile, di quelli che vedi con un sorriso beota dal primo all’ultimo dei suoi ben 119 minuti di lunghezza. A contribuire alla sua durata è un’elaborata costruzione in tre atti, che ci portano prima nel mondo di Hsiao-chi e poi in quello di A Tai, sottolineando gli opposti e gli elementi in comune dei due protagonisti, per poi virare con decisione nel mondo del realismo magico, perdendo un po’ di ritmo. Se il personaggio di Hsiao-chi è naturalmente piacevole e affettuoso, anche grazie alla bravura e spontaneità di Peggy Lee, quello dell’autista è più controverso, e nelle mani di un attore meno talentuoso di Liu Kuan-ting sarebbe potuto essere anche piuttosto ripulsivo. I protagonisti mettono spesso una pezza ai punti deboli di una commedia non sempre pronta a misurarsi con un concetto alto come la manipolazione temporale, e il regista è molto bravo a gestire il ritmo delle gag nei momenti più divertenti. Aleggia su un film un velo di nostalgia e malinconia che durante la visione sembra un po’ stonare col registro generale dell’opera, ma che a conti fatti la differenzia da altri prodotti simili, con i quali My Missing Valentine condivide comunque quasi tutti gli stereotipi.

    A non mancare per il film di Chen Yu-hsun sono stati il plauso di critica e pubblico, unanimi nel lodare una commedia romantica godibile e diversa dalle altre. Successo certificato dall’ingente bottino accumulato ai Golden Horse Awards, le massime onorificenze tributate al cinema in lingua cinese: My Missing Valentine ha vinto i premi per il miglior film, regia, sceneggiatura e persino effetti speciali. In Italia lo abbiamo apprezzato al Far East Film Festival – e dove se no? – dove ha vinto il Black Mulberry Award, assegnato dal pubblico. Se vi capitasse l’occasione di vederlo al cinema non perdetela: segnatevi il giorno sul calendario e incrociate le dita che non sparisca.

    A cura di Marco Lovisato

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  • Old Henry

    Old Henry

    Old Henry: il ritorno di una leggenda del Far West

    Il western, malgrado non sia più un genere mainstream come lo era stato in passato, non smette di regalarci film emozionanti e molto validi. Genere sul viale del tramonto, rimane perfettamente adatto a rivelare la natura dell’America e del popolo americano, di ieri e di oggi. Genere edificante del cinema statunitense, è capace di rappresentare l’indole della sua gente – come ha puntualizzato l’attore Tim Blake Nelson durante un’intervista: «Noi americani siamo individualisti per natura, desiderosi di voltar le spalle alla legge».

    La storia di Henry (interpretato da Tim Blake Nelson, noto per le sue collaborazioni con i fratelli Coen) è quella di un padre che, insieme al figlio e al cognato, dedica la sua vita alla gestione di un ranch per ottemperare ai suoi doveri di contadino. È un vedovo e un padre di famiglia che nasconde un passato misterioso. Non vuole più fare i conti con i pericoli del mondo esterno, preferendo invece il controllo dello spazio limitato attorno al suo ranch, circondato da meravigliose distese di campi di grano.

    Quando padre e figlio vedono all’orizzonte un cavallo bianco senza padrone pensano si tratti di un brutto segno. Henry trova un uomo svenuto, in fin di vita, e una borsa piena di soldi; vorrebbe lasciare stare, ma è una persona cambiata e non può lasciare morire un uomo. Un presunto sceriffo, capo spietato di una banda di rapinatori, e i suoi aguzzini sono sulle tracce di quella borsa. Per Henry e suo figlio Wyatt sarà l’inizio di una catena di pericoli da affrontare.

    È evidente che, per quanto il film abbia uno sviluppo tendenzialmente classico e tradizionale, esso si ponga come un western atipico, centrato sulla chiusura, piuttosto che sull’apertura, verso la scoperta di nuovi orizzonti. Proprio per questo motivo, la messinscena semplicissima e spoglia presenta poche location e pochi volti, rispetto a ciò a cui i film di genere ci hanno abituato. Non per questo motivo la pellicola deluderà le aspettative dello spettatore, poiché le sequenze d’azione e le sparatorie, frutto di una buonissima prova registica di Potsy Ponciroli, sono girate in modo abile, in grado di elevare il grado di coinvolgimento, esibendo una violenza cruenta capace di intrattenere e di divertire.

    La regia sceglie volutamente di non mostrare campi lunghissimi per rimirare le sconfinate praterie, le valli, i deserti. Perché il contenuto che viene approfondito in Old Henry non tanto è la confusione spirituale di uomini che si ritrovano a vagare senza regole per immensi spazi “vuoti”, bensì il suo cuore risiede nel rapporto tra padre e figlio; i rapporti familiari che si svolgono all’interno delle mura di casa. Henry vuole proteggere suo figlio costringendolo a una reclusione insensata ma il male non può essere evitato. Il male non è un fenomeno distruttibile; è un fenomeno che bisogna essere in grado di combattere, in ogni occasione. Ci si può allontanare da esso, ma troverà sempre il modo di venirci a scovare.

    Il risultato di Old Henry è quello di un western crepuscolare e ben congeniato che attinge da personaggi noti nel vecchio West, come Billy the Kid. Henry nasconde un segreto a tutti, anche a suo figlio. Non si tratta di menzogne o di falsità, ma di aver raccontato soltanto una parte di verità. Un segreto come ce l’abbiamo tutti, un segreto che rappresenta la nostra intimità e il dolore profondo per ciò che si è commesso in passato: «Non credo nella redenzione, ma nel potere consolatorio di crescere un figlio», dirà il nostro protagonista esternando al pubblico tutto l’amore, la bellezza e il grande coraggio di diventare un genitore, padre di famiglia, malgrado questo mondo ostile e violento.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Mai raramente a volte sempre (Never Rarely Sometimes Always)

    Mai raramente a volte sempre (Never Rarely Sometimes Always)

    L’odissea di una donna in un’America sempre più antiabortista

    Mai raramente a volte sempre è un film fatto di silenzi. Gli stessi che ricevono le donne quando chiedono aiuto o rispetto. Autumn e Skylar – le giovani protagoniste di questo intenso viaggio – capiscono fin da subito che possono contare solo su loro stesse per far fronte agli ostacoli che la vita riserva. Uno di questi è una gravidanza inaspettata, forse l’incubo peggiore per una minorenne nell’America di Trump.

    La regista Eliza Hittman mette in scena un dramma crudo e asciutto, quasi un documentario, sul tortuoso itinerario che una ragazza deve compiere per effettuare un aborto legalmente assistito. Nonostante l’operazione si effettui in un paio di giorni, il dispendio di tempo, denaro e soprattutto energie che si celano dietro di essa è notevole. Autumn passa per la piccola clinica del suo paese dove sbagliano a conteggiarle le settimane di gravidanza (un dato particolarmente importante quando si deve effettuare un aborto che deve essere eseguito entro i primi 3 mesi) e tentano di dissuaderla dall’opzione di abortire mostrandole un video dal feroce titolo: The hard truth. Affronta poi un estenuante viaggio dalla Pennsylvania fino allo stato di New York perché solo lì può terminare la sua gravidanza senza l’autorizzazione di un adulto. Finalmente nella clinica, Autumn riesce ad intravedere la luce in fondo al tunnel, ma ancora non sa che dovrà affrontare un ultimo difficile passaggio: il questionario sulla sua vita privata a cui dovrà rispondere con «mai, raramente, a volte, sempre».

    L’aborto non è un problema morale, ma politico-economico. A dimostrarlo sono i fatti: nel lontano Medioevo il corpo delle donne era il corpo delle donne e non della medicina. Le prime leggi che vietano il ricorso all’aborto non risalgono infatti a quel periodo – al quale si fa spesso ricorso quando si criticano le scelte politiche attuali al grido di «Bentornati nel Medioevo» –, bensì all’epoca dei lumi quando il biopotere diventa strategia di governo della popolazione. Quando in Italia entra in vigore il “Codice Rocco”, si parlava dell’aborto come «un reato contro la stirpe, punito in nome del benessere demografico». Recentemente, il ribaltamento della storica sentenza “Roe v Wade” negli Stati Uniti, che elimina le tutele costituzionali sul diritto di aborto, è stato giustificato come un intervento volto a garantire le tutele dei minori, ma, di fatto, è solo una scusa per combattere il sempre più basso tasso di natalità delle popolazioni occidentali e le sempre più consistenti ondate migratorie. Secondo recenti studi sulle scelte delle donne eterosessuali tra i 18 e i 55 anni che dichiarano di non voler diventare madri, risulta che la maggior parte di loro ha un buon livello d’istruzione, redditi medi e un codice etico personale che include i valori dell’ecologia, dell’ambiente e della sostenibilità. L’elemento morale è solo una copertura per avere dalla propria parte la Chiesa e tutti i suoi seguaci e per impedire alle donne di scegliere cosa fare con il proprio corpo, in nome del prodotto che portano in grembo. Non a caso, uno degli slogan più gettonati delle associazioni pro-vita è: «Operiamo nel nome di chi non può parlare». Esso rimuove l’esistenza di donne capaci di parola e autogestione del corpo e si auto-delega alla rappresentanza di chi parola non ha perché non è neppure mai nato. Ai feti sono concessi dei super diritti molto superiori a quelli di chiunque altro. Incolpare le donne assolve i governi e gli altri organi competenti da costi extra, dal bonificare l’ambiente al combattere la povertà, al fornire cure sanitarie efficienti e prevenzione per tutti.

    C’è tutto questo all’interno del lungometraggio di Eliza Hittman. La critica alle politiche americane che di fatto limitano la libertà della donna in nome di una morale cristiana e perbenista, la denuncia verso un sistema sanitario efficiente che esiste solo in certi Stati, mentre tutto il resto del paese è in balia di medici pro-vita e attivisti per i diritti del feto che confondono e terrorizzano le giovani donne ancor prima di vagliare le opzioni a loro disposizione. Anche se tutto il film è raccontato attraverso gli occhi delle due protagoniste, il male gaze è ben visibile. Le figure maschili sono poche ma tutte connotate negativamente: il patrigno di Autumn è un uomo violento che non fatica a definire le donne (compresa la sua figliastra) «facili»; il datore di lavoro del supermercato è un signore viscido che molesta le sue dipendenti perché si sente in una posizione di superiorità. Persino il ragazzo conosciuto sul bus – coetaneo delle protagoniste – elargisce favori solo se è sicuro di ricevere in cambio le attenzioni di almeno una delle due. Insomma, non solo una donna deve affrontare una vera e propria odissea per poter godere di un suo diritto, ma si trova a dover fare i conti con un mondo maschile che la giudica senza nemmeno conoscere la sua storia.

    E voi, quante volte nella vostra vita vi siete sentite a disagio in una società patriarcale che pensa e agisce da uomo con la presunzione di dirvi cosa potete o non potete fare? Mai, raramente, a volte o sempre?

    A cura di Gloria Sanzogni

     

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  • Atlas

    Atlas

    L’arrampicata di Allegra per raggiungere la vetta più ripida: riscoprire sé stessa

    Allegra è una ragazza vivace, spensierata e vitale, che trascorre il suo tempo a Lugano circondata da amici con cui condivide la sua più grande passione, ovvero l’arrampicata in montagna. Oltre che nella propria famiglia, Allegra ritrova una seconda casa nel ragazzo Benni, nell’amica di sempre Sofia e nel suo ragazzo, Sandro. Le escursioni frequenti esauriscono in poco tempo le mete del Canton Ticino da esplorare e, infiammato dall’adrenalina, il gruppo di amici decide di spingersi oltre, avventurandosi in una spedizione estrema in Marocco, nei monti dell’Atlante.

    Quando gli amici che la accompagnavano rimangono vittime di un attentato terroristico, quella che Allegra voleva essere una spedizione memorabile e coraggiosa si trasforma nell’incubo più doloroso della sua vita. Nonostante l’impotenza e l’innocenza di Allegra di fronte all’accaduto, quanto successo diviene per lei un mostro che la annienta, alimentando il senso di colpa che la logora nella sua solitudine.

    La perdita straziante degli amici, il senso di colpa ed il lungo percorso di riabilitazione, fisico e non solo, compongono un dialogo melodico con le contrapposizioni di Allegra, complici la protezione di una comunità, un padre che vede con sospetto l’esterno e la storia Arad, che con la sua musica e le sue cicatrici rappresenta la possibilità di ripensare il pregiudizio.

    Niccolò Castelli, alla sua prima prova da regista in un palcoscenico di respiro nazionale, decide di raccontare la storia di Allegra partendo dalla sua Lugano, dove è nato e cresciuto, per esplorare tramite gli occhi della protagonista una realtà esotica e misteriosa, metafora di un viaggio interno incompiuto e doloroso. La sua narrazione, drammatica e cupa, si concentra sul volto della protagonista – Matilda De Angelis, tanto giovane quanto celebre e talentuosa – inseguendola letteralmente nel corso della narrazione, spesso con una camera a mano, e scrutandone tutte le diffidenze, paure e insicurezze, restituendo allo spettatore un ritratto serio e appassionante.

    L’esperienza di Castelli alla regia, seppur limitata e ancora acerba, incontra il suo talento e restituisce una realizzazione tecnica notevole, celebrata in particolare dalla fotografia e dal montaggio, che arricchiscono la componente drammatica. Le sequenze di arrampicata, paesaggistiche e descrittive, regalano momenti intensi, da brividi, dipingendo nel film una sacralità della natura che riflette il tormento di Allegra, tanto fragile quanto affascinante.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (Moonrise Kingdom)

    Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (Moonrise Kingdom)

    Come diventare il re del mondo a dodici anni

    A Summer’s End, in una casa rossa, vive una famiglia disfunzionale come tante. Suzy, la figlia maggiore, è una ragazzina solitaria e intraprendente che osserva il mondo attraverso le lenti di un binocolo, con uno sguardo ravvicinato ma fisicamente distante. Dall’altra parte (dell’isola) c’è Sam, che fa parte dei Khaki scout del campo estivo, e che, dalla morte dei suoi genitori, è passato in affido da una famiglia all’altra.

    I due sono amici di penna e programmano una fuga d’amore per stare insieme e liberarsi dallo squilibrato mondo degli adulti che li circonda e di cui a volte ricalcano goffamente i drammi esistenziali. Wes Anderson dirige così dei raffinatissimi teatrini di figurine molto umane, in una malinconica favola ambientata negli anni Sessanta e girata in Super 16mm che restituisce la magia dell’avere dodici anni e la voglia di ribellarsi, un po’ come cantava Françoise Hardy in Le Temps de L’amour:

    On se dit qu’à vingt ans / On est les rois du monde” (Si dice che a vent’anni si è il re del mondo).

    La palette e lo stile sono inconfondibilmente andersoniani, accompagnati da una punta di grottesco che fa capolino di tanto in tanto tra i colori pastello e la nostalgia. Ogni personaggio è legato a un simbolo o a una sfumatura, dagli scarabei-orecchini che Sam regala a Suzy alle maschere animalesche o all’uso del binocolo come superpotere: questo strumento consente infatti di avvicinarsi a qualcosa da cui si è o ci si sente lontani, esclusi, a qualcosa che allo stesso tempo sentiamo il bisogno di spiare.

    Il binocolo è il filtro con il quale Suzy fa esperienza della realtà, del mondo degli adulti da cui è irrimediabilmente attratta e che cerca contemporaneamente di allontanare, rifugiandosi nei libri fantasy rubati alla biblioteca comunale “solo per avere un segreto da custodire”. Un ironico e romantico omaggio alla fiaba di Peter Pan, orfano dodicenne esploratore dell’Isola Che Non C’è che mostra a Wendy tutte le meraviglie e le libertà dell’infanzia, che ritroviamo, come sempre, nel grande cinema.

    A cura di Emma Onesti 

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  • Blue Bayou

    Blue Bayou

    Che cosa significa casa?

    Antonio è un uomo di origini coreane che è stato adottato e vive nella città di New Orleans da quando è bambino. Ha alle spalle un passato pesante, fatto di violenze e di soprusi anche da parte di chi avrebbe dovuto proteggerlo: ciò lo ha costretto più volte a commettere reati per i quali ancora oggi paga le conseguenze. Nonostante questo, l’amore per Kathy e per la figlia di lei, che lui ha deciso di accogliere come se fosse sua, lo salva dal peggio: Antonio è adesso un uomo innamorato di sua moglie, ora incinta, e di sua figlia. La sua felicità, per quanto precaria e appesa al filo delle aspettative e del denaro, c’è ed è reale.

    La situazione precipita quando Antonio fa a botte con un collega poliziotto di Ace, l’ex di Kathy e padre biologico di sua figlia: dopo questo episodio viene arrestato ma, per via delle sue origini, non viene trattato come tutti gli altri. L’atteggiamento discriminatorio delle persone che si relazionano con Antonio è evidente sin dalle prime sequenze del film, ed è una denuncia più che mai chiara. Questo elemento rimane sempre presente fino a raggiungere il suo culmine proprio nella scena dell’arresto, quando Antonio viene immediatamente trasferito in custodia presso il centro per l’Immigrazione e il Controllo doganale: secondo un qualche cavillo burocratico non meglio identificato, nonostante sia stato portato in America dalla Corea all’età di tre anni e sia sposato con una cittadina americana, Antonio si ritrova improvvisamente a doversi confrontare con il pericolo dell’improvvisa deportazione dall’unico Paese che ha sempre considerato la sua casa. Così come Jessie, la figlia di Kathy, chiama Antonio papà, nonostante questo non sia biologicamente suo padre, così Antonio chiama New Orleans casa, nonostante questa non sia tecnicamente la sua casa.

    Ciò che Justin Cohn vuole silenziosamente urlare nelle sequenze di questo film è il diritto fondamentale di ogni uomo di avere una casa, intesa come luogo, fisico e non, in cui la relazione autentica fa crescere ed è basata sull’amore: quello di Kathy e Jessie per Antonio, quello di Antonio per loro e per la patria che ora gli viene negata. La narrazione è scandita e accompagnata da immagini mozzafiato degli splendidi paesaggi di New Orleans, in netto contrasto con le sequenze spente e buie dei luoghi dove questo diritto fondamentale viene negato dalla burocrazia e dall’indifferenza.

    A cura di Agnese Graziani

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