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    Ed Wood

    Ed Wood: l’arte è per tutti!

    Tim Burton racconta la storia di Edward D. Wood Jr., considerato il peggior regista della storia del cinema. Il suo Ed Wood è a tutti gli effetti uno straordinario omaggio alla settima arte, alla voglia di fare cinema esprimendo totalmente sé stessi con convinzione, dedizione e passione.

    Edward D. Wood Jr sbarca a Hollywood pieno di sogni e di tante idee da realizzare ma si ritrova presto a dover fronteggiare l’ardua ricerca di finanziatori disposti a produrre i suoi film. Johnny Depp, alter-ego del regista californiano, veste meravigliosamente i panni di un estroverso sognatore alla ricerca del successo addentrandosi tra le spaventose, inquietanti e orrorifiche mura che circondano gli Studios della Paramount.

    Il film si colloca perfettamente nella filmografia di Tim Burton, che si avvale sempre di uno stile gothic-horror. In Ed Wood, però, trova spazio un contenuto piuttosto profondo rispetto ad altre sue opere: il vero horror, sembra volerci dire il regista, è la nuda e cruda realtà che ci circonda. Una realtà colma di uomini abbietti e approfittatori che contrastano ogni forma di diversità, in cui l’arte viene spesso sottomessa dall’industria; una realtà piena di uomini fragili che soffrono la solitudine e che sfogano il dolore nell’abuso di droghe.

    Una realtà davvero inquietante, dove però non dobbiamo dimenticare che il conflitto esistenziale degli esseri umani consiste proprio nell’affrontare con dignità le iniquità della vita. Infatti, il nostro Ed si sente liberissimo di manifestare la propria diversità: è un eterosessuale a cui piace indossare anche abiti femminili (emblematica la scena in cui, mostrandosi vestito da donna, provoca uno shock alla sua compagna rivelando la sua nuova sceneggiatura autobiografica,).

    D’altronde non si lascia nemmeno abbattere dai “no” dei produttori, bensì continua a trovare soluzioni per convincerli a finanziare i suoi film, girando oltretutto con pochissimi mezzi e con effetti speciali raffazzonati. Fino ad arrivare all’incontro con Bela Lugosi, una star considerata decadente e perduta, interprete del celebre conte Dracula. Edward scorge in lui un conservato bagliore di energia ancora inespressa: l’attore ha ancora molto da offrire al pubblico nonostante debba convivere con la solitudine, la noia, la perdita di un amore, la dipendenza dalle droghe e tutti gli orrori della vita reale. Splendide le scene in cui lo strepitoso Bela Lugosi si cala nella parte recitando i copioni scritti da Ed e con voce profonda fa tremare lo spettatore il quale, muto e a bocca aperta, non può far altro che stupirsi della sua intensità emozionale.

    Tim Burton racconta il peggior regista della storia del cinema e lo fa con un film tecnicamente impeccabile, soprattutto per la splendida fotografia in bianco e nero. Edward D. Wood Jr produceva Z movie (a basso budget e di dubbio spessore artistico) e Tim Burton coglie questo spunto narrativo per farne un film di seria A riuscendo benissimo nell’intento di dare valore a questo contrasto. Johnny Depp e un cast in stato di grazia contribuiscono a donarci un film perfetto, in cui tutti i comparti tecnici funzionano a meraviglia.

    Allo spettatore verranno i brividi per la bellezza inconfutabile di Ed Wood. Questa volta non ci sono fantasmi, cavalieri senza testa o spose cadavere, bensì l’uomo fragile. L’uomo con una smodata passione per il cinema, l’uomo che si dedica totalmente all’arte senza forse essere in grado di comporla in maniera esemplare. L’uomo a cui piace vestirsi da donna e che non ha paura di mostrare la bellezza della diversità, la sua vena di follia creativa, l’autenticità nel manifestare sempre sé stessi.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Beetlejuice

    Beetlejuice

    Morte, e quindi?

    Felici e affiatati, i coniugi Maitland (Alec Baldwin e Geena Davis) muoiono nelle prime scene del film a causa di un tragico incidente, salvo poi tornare, da fantasmi, nella loro adorata casa venduta nel frattempo ai Deetz. I due spiriti instaurano sin da subito un rapporto con la giovane Lydia che, a differenza dei genitori, riesce a vederli in un’amicizia tanto solida che, in preda alla disperazione, la ragazza cercherà addirittura di raggiungerli meditando il suicidio. I coniugi defunti cercano in tutti i modi di cacciare dalla loro casa gli orridi vivi che la abitano, ricorrendo agli aiuti più disparati e soprattutto rivolgendosi al disgustoso Beetlejuice (Michael Keaton), letteralmente tradotto “succo di scarafaggio”, un demone specializzato in quelli che definisce “esorcismi di viventi”. In modo divertente, amorevole e brillantemente confusionario la coppia ci prende per mano per portarci in un aldilà come non lo avremmo mai immaginato.

    Beetlejuice è il secondo lungometraggio della carriera di un giovane e giocoso Tim Burton, premiata agli Oscar per il miglior trucco e, non a caso, è proprio trucco la parola chiave di questo lavoro. Trucchi sono, ad esempio, quelli degli sposi che cercheranno di spaventare i nuovi inquilini, con risultati discutibili giocati in chiave comica. Trucchi sono quelli del malefico Beetlejuice che cerca di ingannare Lydia per rimanere per sempre nel mondo dei vivi. Trucchi sono quelli della famiglia Deetz, che vuole in tutti modi lucrare sulla tragica vicenda che hanno potuto sfruttare a loro vantaggio. Trucchi poi sono quelli escogitati dagli scenografi che per creare l’effetto fantastico e immancabilmente riconoscibile di Burton, tenendo a mente i trentatré anni che ci separano dalla loro produzione del film, risultano ancora oggi brillanti ed efficaci. E poi, anche se è quasi superfluo nominarli, i trucchi veri e propri (il trucco e parrucco direbbero a Cinecittà) che sono valsi a Ve Neill, Steve LaPorte e Robert Short la statuetta più ambita.

    In pieno stile burtoniano, dietro al trucco, al fantastico, allo strambo c’è un messaggio molto più profondo: la sua personale visione della morte. Come ci si può accorgere durante la visione del film, separare vivi e morti all’interno della sua opera non è semplice. Nei gesti, nelle parole e nella presenza scenica essi sono perfettamente identici, non c’è un confine, una differenza sostanziale. C’è solo una iniziale diffidenza degli uni nei confronti degli altri, una separazione di luoghi che va via via affievolendosi nel corso del film fino ad annullarsi del tutto nelle ultime sequenze. Cos’è dunque la morte per Burton? Dolore e pianto probabilmente, ma non una divisione o la causa della fine di un rapporto. Vivi e morti sono sottoposti alla stessa noiosa burocrazia (basti pensare all’ufficio a cui si rivolgono i Maitland), allo stesso straziante dolore (per i morti rappresentato dalla sequenza della reincarnazione negli abiti da sposi) e anche alla stessa, seppur non completa, gioia dell’esistenza.

    A cura di Agnese Graziani

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