Categoria: Approfondimenti

  • La freccia azzurra

    La freccia azzurra

    La freccia azzurra: una favola per tutti

    Ambientato nella notte fra il cinque e il sei gennaio, La freccia azzurra di Enzo D’Alò, tratto dall’omonimo racconto di Gianni Rodari, è una favola poetica che rispecchia l’immaginario popolare dell’epifania. Il film, il primo lungometraggio dello studio di animazione Lanterna Magica, che costò ai suoi autori quasi quattro anni di lavoro, è un racconto delicato e tenero, un omaggio alla ricca immaginazione dei bambini.

    La storia ruota attorno a Francesco, un povero orfano che, nonostante la giovanissima età, è costretto a lavorare per aiutare la famiglia. Mentre tutti gli altri bambini attendono con ansia i doni della Befana, Francesco sogna di poter ricevere in regalo il treno giocattolo Freccia azzurra. La Befana però, costretta a letto da una strana influenza, delega il suo assistente, il signor Scarafoni (doppiato dal magnifico Dario Fo), a consegnare i doni la notte del sei. Ella non sa che Scarafoni, avido di danaro, ha accettato, dietro un lauto compenso, solamente gli ordini dei bambini di famiglie abbienti, gli unici, secondo l’assistente, che possono permettersi una lunga lista di balocchi. I giocattoli del negozio, promessi ai bambini ricchi, decidono dunque di boicottare i piani di Scarafoni e di concedersi solamente ai bambini puri di cuore, sinceri, che possano avere cura di loro. La storia, intrecciandosi con altre sottotrame riguardanti le peripezie di Francesco, termina con i giocattoli della Befana, animati per le strade del paese, a casa dei singoli bambini meritevoli.

    La natura del film di D’Alò lo rende fruibile sia a un pubblico più piccolo, incantato dalla bellezza dell’animazione e dall’immaginario favolistico della narrazione, sia ad un pubblico adulto, capace di leggere in profondità e di far emergere il significato di questa piccola storia di Natale. Fra un “voglio questo” e “voglio quello”, le richieste dei bambini più viziati fanno eco a quell’aspetto consumistico e capitalista che si manifesta sotto le festività: fra gli addobbi natalizi, le luci colorate e le città in festa, la smania di consumo pervade anche le menti più piccole portando i bambini a volere senza desiderare, a possedere senza amare. Per questo motivo D’Alò, come Rodari prima di lui, si sofferma su quei valori che le feste natalizie dovrebbero incarnare: bontà, amore, altruismo, fiducia, verità.

    Tutti queste virtù ci vengono restituite attraverso la ferma volontà dei giocattoli, già ingannati dal signor Scarafoni, di donarsi a chi desidera, non colleziona, a chi sogna con coraggio, non con superbia. Il messaggio viene veicolato in maniera semplice e puntuale anche grazie al tipo di animazione, lontano dalle produzioni disneyane, che D’Alò, qui alla sua prima opera, decide di mettere in scena. Il tratto grafico è di assoluta caratura, morbido e delicato, così come lo sono i colori. Inoltre, la narrazione è accompagnata da una squadra di doppiatori di altissimo livello (come il già citato Dario Fo) e da una bellissima colonna sonora di Paolo Conte, nella quale sono presenti le versioni strumentali di Il miglior sorriso della mia faccia e Vita da sosia.

    Il team di Lanterna Magica, grazie all’ottimo riscontro di critica e pubblico, produce negli anni successivi altri importanti film d’animazione. Accorciando i tempi di produzione, in soli due anni esce al cinema La gabbianella e il gatto, questa volta tratto dal racconto di Luis Sepúlveda. Anche quest’opera, considerata la pellicola d’animazione italiana di maggior successo commerciale, è caratterizzata da quello stile inconfondibile che ha reso Francesco e i giocattoli della Befana riconoscibili al grande pubblico. La freccia azzurra però, all’interno della produzione artistica di Enzo D’Alò, rimane il suo vero capolavoro stilistico e narrativo, capace di ritagliarsi un posto non solo nella storia del cinema italiano, ma anche nel panorama d’animazione mondiale.

    A cura di Davide Biolatti

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  • Free Fall

    Free Fall

    Free Fall: non basta aver ragione, bisogna avere anche qualcuno che te la dia

    Tom è un giovane operatore finanziario che lavora per una banca londinese. I suoi colleghi, più navigati e cinici, lo sbeffeggiano duramente perché il giorno precedente ha fatto diversi errori, perdendo un numero spropositato di sterline. Dall’ufficio si affaccia anche il capo, che gli consiglia di stare attento, perché errare è umano, perseverare è diabolico: insomma, se sbagli anche oggi, quella è la porta. Tom è nervoso, anche perché la mattinata non va come dovrebbe: il bilancio è ancora in rosso, e non di poco. Sono le 13:46, le mani sono tra i capelli. Un collega riparte con gli insulti, un altro cerca di tirargli su il morale. Nulla di strano, del resto: al massimo Tom verrà licenziato, ma cosa vuoi che sia? Sai quanti Tom sono passati e quanti se ne sono andati? Sono cose che capitano, a volte va bene, a volte va male. Il mondo fuori continua ad andare avanti.

    Eh no, quella mattina, il mondo fuori non continua ad andare avanti. Se a Londra sono le 13:46, a New York sono le 08:46, e quel giorno data 11 settembre 2001. E alle 08:46 di New York dell’11 settembre 2001, il mondo smette di essere quello che è stato fino alle 08:45 ed entra in una nuova fase. A Londra, gli impiegati vengono distratti da una notizia dell’ultim’ora: la Torre Nord del World Trade Center è stata colpita da un aereo, non si sa se commerciale o di linea, in pieno giorno. Il cielo è limpido e privo di nuvole, ma in tutto il pianeta ancora si pensa sia solo un incidente. Tom inizia ad avere i suoi dubbi: possibile che, con un cielo così, un pilota si abbassi tanto da andare a scontrarsi contro un grattacielo? Ricordiamo che gli aeroplani volano tendenzialmente tra gli 8.500 e i 12.000 metri da terra, mentre il World Trade Center si alzava da terra di “soli” 417 metri. No, no: qualcosa non torna. Tom fa un paio di chiamate, tutte a conoscenti che vivono su suolo americano, possibilmente nei pressi di New York. Da queste poche fonti, viene a sapere che la no fly zone è su tutta Manhattan. «È un attacco terroristico», pensa immediatamente, «dobbiamo scommettere contro il mercato e vendere tutto». «What the fuck are you talking about?» è la mite risposta del capo quando Tom gli comunica la sua intuizione. Ma dopo un po’ di insistenza, riesce a convincerlo e la squadra si mette al lavoro: in pochi minuti vendono tutti i titoli che hanno e il bilancio scende sempre giù, fino a quando non scoccano le 09:03. Essendo le telecamere di tutto il mondo già puntate sul WTC, questa volta l’attacco è in diretta internazionale. Dal lato sinistro dello schermo, entra in campo un aereo, che a tutta velocità si scaglia contro la Torre Sud. È uno shock totale. Da quel momento non ci sono dubbi: si tratta di un attacco terroristico a tutti gli effetti. Tom aveva ragione, il capo gliel’ha data e il mercato crolla.

    Molto spesso, l’impressione che si ha dei cortometraggi è figlia di pregiudizi. «Come si può raccontare una storia in 15 minuti?», è l’immediata idea che nasce nella mente dello spettatore. Nondimeno, se si riflette, concentrare tutto lo sforzo in un tempo così breve richiede grandi capacità, perché ogni secondo è essenziale e non può essere sprecato. Tenenbaum, regista francese di Free Fall, ispirandosi ad una storia vera, è abilissimo a creare suspense, a dare l’idea di un tipico ambiente lavorativo composto da maschi alpha, e a rendere lo spettatore così coinvolto dal racconto da parteggiare per Tom. Infine, come se non bastasse, trova il tempo di tirarci un pugno nello stomaco con l’ultima telefonata, che Tom riceve da uno di quei conoscenti che aveva chiamato in precedenza. Il suo nome è Freddie, si trova sulla Torre Sud. «È caldissimo qui… sono steso per terra… la gente sta cominciando a saltare giù… non riesco a respirare… è caldo… caldissimo… sto per morire!»
    A cura di Alessandro Randi
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  • Tre Piani

    Tre Piani

    Tre piani: la casa del nostro Io

    Nanni Moretti, giunto al suo tredicesimo film, trae il racconto di Tre piani dall’omonimo romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, i cui tre piani del titolo, che compongono la palazzina abitata dai protagonisti, sono una chiara metafora della tripartizione della personalità individuale teorizzata da Freud: l’essere umano sarebbe infatti composto da Io, Es e Super-Io.

    I condòmini di una palazzina di Roma vengono sconvolti da un terribile fatto: Andrea, il figlio ubriaco di Vittorio (Nanni Moretti), investe sotto casa un’anziana signora. L’incipit del film si rivela un geniale escamotage narrativo per svelare tutte le falle nascoste dietro le finestre di tre appartamenti. Il perturbante freudiano dice che gli eventi più traumatici della nostra vita avvengono proprio tra le quattro mura di casa. Tre piani, infatti, è un film incentrato sul racconto di disagi, incomprensioni, eventi tragici e dinamiche familiari complicate. Queste vengono raccontate dallo stesso regista, il quale, ritagliatosi una parte minore ma non meno importante, sceglie di concentrarsi sul racconto degli altri.

    Il film è diviso in tre atti, in cui l’azione narrativa prosegue di cinque anni, coprendo così un arco temporale che dura dal 2010 al 2020, capace, quindi, di svelare alcune dinamiche sociali della contemporaneità. Astuta e scaltra la scelta della collocazione fisica degli inquilini: Nanni Moretti abita all’ultimo piano della palazzina, rappresentazione metaforica della componente censoria della nostra personalità, cioè il Super-Io. Lucio, invece, vive al piano più basso, quello più profondo della nostra psiche, più recondito, l’Es, raffigurando così la difficoltà di resistere agli impulsi: sarà infatti colui che non riuscirà a gestire alcune situazioni della propria vita, facendo prevalere pregiudizi e voglie sessuali, senza riuscire a frenarli o reprimerli. Monica reprimerà invece fin troppo la sua necessità di aiuto e di affetto, arrivando a soluzioni drastiche.

    Le storie dei condòmini si intrecciano tra loro, ma mantengono un livello di attrazione equilibrato, poiché nessun personaggio prevale sull’altro. Nanni Moretti si conferma nuovamente intenzionato al racconto di storie di natura psicoanalitica, conferendo al cinema l’autorità di mezzo utile a mostrare e ad analizzare istanze di vita vissuta. Il regista continua, infatti, a sostenere la tesi che il cinema aiuti in qualche modo a comprendere l’uomo nonostante la sua complessità impossibile da semplificare.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Mia madre

    Mia madre

    Il cinema è mia madre

    Due fratelli, Margherita e Giovanni (Margherita Buy e Nanni Moretti), devono affrontare la malattia della propria madre, un’insegnante di latino in pensione, ricoverata in ospedale. Margherita è una regista che sta girando un film sulla perdita del lavoro e dell’identità, mentre deve fare i conti con sé stessa e con il suo modo di trattare le persone intorno a lei. Il personaggio incarna la ricerca della vita oltre il cinema e intorno ad esso, gli imprevisti che ci riportano alla concretezza del reale: le bollette che non si trovano, la casa allagata, i compiti di latino, la malattia e infine la morte.

    Mia madre è un film intimo e universale, costruito sulla dialettica tra due parti dell’io, quella dell’attore e quella del personaggio, che riflette sul fare cinema e sul non farlo. Non a caso anche i protagonisti si chiamano come i loro interpreti, in una costante enunciazione della messa in scena, che paradossalmente invita ad una partecipazione emotiva ancora più coinvolgente.

    Un’altra questione centrale nell’economia della narrazione è quella linguistica che si snoda su più livelli: il latino che la madre di Moretti davvero insegnava a scuola e che invece la nipote fa fatica a comprendere, e la lingua italiana del film di Margherita che mette in difficoltà un attore e personaggio americano (John Turturro), lo stesso che dirà «Cinema is a shit job, I want to go back to reality».

    La madre rappresenta le radici, il latino, da cui la nostra lingua proviene e si evolve; la comunicazione risulta però sempre impegnativa e confusa; vengono lasciate lacune narrative che enfatizzano la crisi del personaggio di Margherita, che non riesce a stare al passo col presente ed è incapace di affrontare i problemi della quotidianità. Il finale, sicuramente toccante ma non imprevedibile, è anche uno spiraglio di speranza: esiste un domani, un lascito, un dopo che arriverà ugualmente e che non possiamo fare a meno di aspettare e immaginare.

    A cura di Emma Onesti

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  • Big

    Big

    Big: il ritorno della periferia romana

    Tra i registi della capitale la periferia romana ha qualcosa di malinconico e magico. Molto spesso è utilizzata come sfondo per le loro opere: si vedano Garrone, Caligari, i fratelli D’Innocenzo e il capitolino di adozione Pier Paolo Pasolini. Ma se per il friulano il discorso è più complesso, in quanto ultimo grande artista della nostra storia, capace di spaziare dal romanzo alla pittura, dalla poesia al cinema, per gli altri si possono trovare tanti elementi in comune: il primo è appunto il richiamo ad Accattone; poi la mancata possibilità di elevazione sociale dei protagonisti, la loro condanna a vivere alla giornata e infine il destino di essere considerati la feccia della società. Anche sul piano cinematografico ci sono diversi punti di vicinanza: il richiamo neorealista, il mare sullo sfondo, il vernacolo romano a sottolineare la totale mancanza di educazione dei personaggi.

    Daniele Pini, regista (non a caso) romano, nato nel 1987, nel cortometraggio Big riprende molte peculiarità già viste e le condensa in 12 minuti. Matilde, la protagonista, vive con lo zio, che la maltratta pesantemente, offendendola e, in alcuni casi, alzando anche le mani. Lei, tutti i giorni, si dirige in spiaggia con un metal detector per cercare qualche tesoruccio nascosto da vendere poi in un banchetto. Chiaramente si rimediano pochi soldi, ma le alternative scarseggiano. Tuttavia, i soprusi dello zio iniziano a varcare più volte il limite e, quando questo succede, chiunque, anche un’anima pia come Matilde, trova il modo di vendicarsi.

    La denuncia sociale è piuttosto marcata: ormai sono passati 50 anni dall’uscita di Ragazzi di vita prima e di Accattone poi, ma il sillogismo sembra non essere cambiato di una virgola: se nasci nelle borgate, le vie di uscita rappresentano lo 0,1%. È chiaro che una personalità introversa come quella di Matilde ha più possibilità di essere sopraffatta dalle difficoltà della vita. Se, per esempio, la paragoniamo ai due protagonisti di Non essere cattivo (ultimo film di Caligari), Vittorio e Cesare, questi sono più propensi a diventare criminali e a sfogare il loro disprezzo verso la società tramite la rabbia e la delinquenza. Tuttavia, Pini vuole comunque fornirci un elemento di speranza con Luccio, l’amico che ogni giorno si precipita da Matilde e che, in termini danteschi, si definirebbe “figura” della speranza di cambiare. Non a caso, è l’unico a cui Matilde rivolge la parola.

    La fotografia è ben fatta: l’utilizzo delle luci indica la presenza di un tecnico capace, e infatti il contrasto tra colori, in particolare di sera, dove spicca l’intensa illuminazione da interno nei volti dei protagonisti, è ben orchestrato. C’è anche tempo per un sapiente utilizzo della suspense: quando Matilde fa un ritrovamento importante, il regista ci fa capire la straordinarietà del momento solo dalla sua espressione, senza rivelare l’identità dell’oggetto. Anche il lento e inesorabile avvicinamento dello zio allo zainetto è un capace gioco di tensione, che, per quanto breve, fa incuriosire lo spettatore.

    Big è un cortometraggio ben eseguito: il regista è riuscito a gestire i tempi ristretti facendo provare allo spettatore emozioni contrastanti. Tantissimi autori, è bene ricordarlo, hanno iniziato il loro percorso con questi tipi di produzione, Sorrentino su tutti. Sarà anche per Daniele Pini il preludio a una grande carriera?

    A cura di Alessandro Randi

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  • Cromosoma X

    Cromosoma X

    Cromosoma X: un viaggio a metà

    Durante una pausa, tre colleghi si scambiano commenti maliziosi sulla nuova assunta. Infastiditi da un gruppo di protesta femminista stanziato fuori dal loro palazzo, aprono la finestra e una molotov rosa viene gettata dentro l’ufficio. Uno di loro, colpito dal fumogeno, inizia uno strano e terrificante viaggio onirico. Forte di una prima esperienza illuminante, la regista di Cromosoma X realizza un’opera paradossale, in cui la sferzante sottigliezza delle immagini si scontra con l’ingombrante fisicità della parola.

    Lucia Bulgheroni aveva realizzato nel 2018 il suo primo corto in stop-motion. Una prima volta folgorante, nove minuti di frenesia, per dare libero sfogo alla propria vena artistica e a tutte le sue ispirazioni. Inanimate era un inno all’animazione, in cui le potenzialità del mezzo riuscivano ad essere sfruttate con grande intelligenza: cura ai dettagli degna di una grande produzione; estroso utilizzo fisico di elementi astratti, normalmente “disegnati” sulla pellicola; perfetta contestualizzazione di un mondo chiaramente fittizio, grazie all’uso per contrasto di immagini reali; potere evocativo lasciato quasi interamente alla componente visiva. Evidenti le riprese a Tim Burton o all’animazione di Charlie Kaufman, al quale si può certamente ricondurre il tessuto cerebrale dietro il film.

    Cromosoma X è indubbiamente figlio di Inanimate, che sembra superare in tutti gli ambiti. Rimane la fresca dinamicità che lega gli ambienti del corto, il quale però vive di una maggiore fluidità nell’animazione. Ben più accentuati gli echi burtoniani, che nella prima parte della sequenza onirica risultano ampliamenti visibili nella costituzione della città e dei suoi abitanti, chiari riferimenti ad A Nightmare Before Christmas e a La sposa cadavere. A simulare l’esperienza del sogno è anche la concatenazione degli scenari e la loro costruzione: interessante l’utilizzo di materiali variegati per l’animazione, tra scene diverse ma anche all’interno dello stesso quadro.

    A troncare la realisticità del sogno, o meglio dell’incubo, è la costante presenza della parola. La totale potenza delle immagini – ampiamente dimostrata con Inanimate – viene smorzata dalla voce narrante, che si frappone tra il contenuto e lo spettatore. Quello che, normalmente, dà valore a ciò che vediamo durante il sonno, è la distanza da percorrere che separa il sognatore dal sognato: è l’interpretazione, più meno complessa, del momento onirico, che lo rende così evocativo. Allo stesso modo, la narratrice impedisce la comunicazione più diretta e impressionante del contenuto, portando lo spettatore a focalizzarsi su una – seppur meravigliosa – facciata esterna, ad arrestare la demonizzazione delle figure, lasciandoci sulla soglia del mero del prestigio tecnico.

    Da un lato, Cromosoma X è una prova di grande talento e, in particolare, data la giovinezza artistica della regista, di una spiazzante “naturalezza” nella costruzione di scenari straordinari per la loro efficacia comunicativa. Dall’altro, è proprio un peccato di gioventù a tenere ancorato il film, forse il timore di non essere abbastanza chiaro. Si tratta di una di quelle opere, riuscite a metà, che valgono comunque la pena di essere viste, aspettando che l’autrice trovi ulteriore confidenza e ci delizi con i suoi prossimi lavori. Magari, come si vocifera, con un lungometraggio.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • Le mosche

    Le mosche

    Le mosche e la noia nell’arte

    Durante il corso della storia l’arte si è configurata anche come un mezzo per combattere la noia, sperimentando soluzioni che non trascurassero l’intrattenimento dei fruitori. Tuttavia, per una serie di motivazioni, a un certo punto, sia nella letteratura, sia nel cinema, la noia è diventata un tema ricorrente, come se si sentisse l’esigenza di rappresentarla, quasi andando contro l’idea stessa di intrattenimento. In questa stessa direzione si muove Le mosche, di Edgardo Pistone.

    Il corto, ambientato in un quartiere non specificato della periferia napoletana, apre una finestra nella vita di una comitiva di quattro ragazzi, che combattono ogni giorno contro l’asfissiante noia della quotidianità. Uno dei loro passatempi preferiti è giocare con Cirobello, un signore con evidenti problemi di salute mentale. Durante uno di questi giochi, però, le cose non andranno per il verso giusto e i ragazzi si troveranno a dover fronteggiare le conseguenze delle proprie bambinesche scorribande.

    Al netto della trama non particolarmente ispirata e di alcune scelte registiche discutibili, in soli 15 minuti Le mosche riesce a catturare la noia con una grande sensibilità, rendendola forse la vera protagonista del corto quasi a discapito degli attori. Mentre i quattro ragazzi si aggirano per le strade del capoluogo partenopeo, e le loro fidanzate li aspettano speranzose, entrambi i gruppi sono tremendamente, incredibilmente annoiati, e cercano in tutti i modi di passare il tempo. E seppur il macguffin della storia sia appunto il loro rapporto con Cirobello, ciò che veramente colpisce è l’atmosfera placida del racconto. Seppur vada probabilmente inteso come una rappresentazione della realtà periferica napoletana, il corto ha qualcosa che va oltre la critica sociale.

    La rappresentazione della noia è stata un cruccio dell’arte per un paio di secoli oramai: si pensi a Joyce, con la sua opprimente quotidianità in Gente di Dublino; a Moravia, con La noia; oppure nel cinema a Bergman, che in Persona esplora anche questo tema, o a Paterson, di Jim Jarmusch. È sempre un problema rappresentare un sentimento così lontano dal senso stesso dell’intrattenimento, ma così vicino ai suoi spettatori, i quali sono tali proprio per fuggirlo; è particolarmente più difficile nel cinema, essendo esso più legato all’evasione di altre forme artistiche: intrattenere è, dalla sua nascita, parte fondamentale della settima arte, e risulta difficile pensare a un film in cui manchi completamente questa componente.  Pistone ne Le mosche decide di raccontare la noia senza forzature, sottintendendola fino alla fine, quando i suoi personaggi parleranno espressamente di «passare il tempo»; diventa tutta una questione di atmosfera, un’atmosfera che è sì circoscritta alla situazione particolare dei personaggi, ma che gli spettatori possono capire proprio perché è nella natura dello spettatore essere in cerca di qualcosa che possa aiutare a rifuggirla, questa noia.

    Perciò, quella che è un’opera di critica sociale, con i suoi errori e i suoi problemi, riesce a relazionarsi con lo spettatore nonostante la sua probabile distanza dai fatti narrati su schermo. In meno di un quarto d’ora, Pistone riesce a mettere in scena quella che è una storia “napoletana”, ma che può essere capita, almeno in parte, da ognuno di noi.

    A cura di Francesco Colombo

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  • Lo specchio del presente: il cinema come chiave per interpretare la contemporaneità

    Lo specchio del presente: il cinema come chiave per interpretare la contemporaneità

    Lo specchio del presente: il cinema come chiave per interpretare la contemporaneità

    Si è concluso con successo il progetto proposto e gestito da longtake nell’ambito del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola: un’iniziativa, totalmente gratuita, dedicata a Scuole Primarie e Secondarie di Primo e Secondo Grado della Lombardia, che ha visto coinvolti oltre 600 ragazze e ragazzi.

    Un obiettivo ambizioso: promuovere un percorso finalizzato a una lettura e interpretazione più consapevole delle immagini del cinema e dell’audiovisivo che fungano da stimolo per riflettere sul passato, sul presente e sul futuro, fornendo strumenti innovativi per imparare ad analizzare il cinema, e qualunque audiovisivo, per creare letture nuove, originali e personali attraverso cui meglio comprendere il mondo in cui viviamo

    Il progetto ha offerto quindi stimoli per interpretare e vivere con un nuovo senso critico, e una nuova passione, le immagini che scorrono sul grande e piccolo schermo, così da costruire una riflessione su temi sempre più rilevanti e attuali, quali la sostenibilità ambientale, la diversity e l’inclusione sociale.

    Ad ogni scuola sono stati proposti: un percorso formativo sull’ABC del cinema a cura di un formatore esperto; la visione, introdotta e commentata da un relatore esperto, di opere audiovisive inerenti alla tematica proposta; un workshop di approfondimento sulle opere visionate: un laboratorio per mettersi alla prova, realizzando dei prodotti come risultato del percorso. 

    In particolare:

    • Per le Scuole Secondarie di primo grado Clemente Baroni (Istituto Comprensivo di Carugate), Alberelle (Istituto Comprensivo Orchidee di Rozzano) e le Scuole Primarie dell’Istituto Comprensivo Casa del Sole di Milano l’oggetto del percorso è stato la Sostenibilità ambientale: “noi tutti abbiamo delle responsabilità verso l’ambiente che ci circonda. Dobbiamo esserne consapevoli, avere fiducia nella nostra capacità di incidere sulla realtà, impegnandoci a dare il nostro contributo per prenderci cura del nostro pianeta per il benessere di tutta la comunità”. A conclusione del percorso le ragazze e i ragazzi hanno realizzato disegni e recensioni che rappresentano lo storyboard di uno dei film visti. Ecco uno degli articoli pubblicati sul sito della scuola: https://www.icorchidee.edu.it/ 
    • Per gli Istituti d’Istruzione Superiore Statale “G. Parini” e Fondazione Luigi Clerici, Ente di formazione professionale di Lecco l’oggetto del percorso per questi due Istituti è statio Mafia ed economia. Come risultato è stata fatta un’installazione, aperta alla cittadinanza e alle scolaresche del territorio in occasione del 21 marzo, giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Il percorso è stato anche pubblicato nelle news del dito istituzionale Cinema per la Scuola: https://cinemaperlascuola.istruzione.it/il-progetto-lo-specchio-del-presente-per-riflettere-sulla-mafia/.
    • Per il Liceo Artistico Modigliani di Giussano il tema del percorso è stato Diversità e inclusione sociale: “Comprendere le problematiche dei problemi di diversità non è sempre semplice, perché spaziano dal razzismo al sessismo, dall’omofobia all’età, passando per culture ed esperienze diverse”. A conclusione del percorso, le ragazze e i ragazzi hanno realizzato delle videorecensioni pubblicate sul canale YouTube di longtake.

     

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  • Funny Games

    Funny Games

    Funny Games: ti va di giocare?

    Una famiglia si sta dirigendo nella propria casa di villeggiatura in riva al lago per trascorrere le vacanze. Paul e Peter (Michael Pitt e Brady Corbet), due giovani ragazzi dalle facce d’angelo e dai modi apparentemente educati, si presentano alla loro porta chiedendo inizialmente favori da gentili vicini di casa, giungendo al culmine con una sconvolgente proposta: «Scommettiamo che tra dodici ore sarete tutti morti?».

    Come Gus van Sant fece un remake identico di Psycho di Alfred Hitchcock, un capolavoro già perfetto così, anche Michael Haneke dirige un remake shot-for-shot rispetto al suo primo film del 1997, ambientato questa volta negli U.S. e arricchito dall’interpretazione di un cast statunitense in ottima forma (i coniugi sono interpretati da Naomi Watts e Tim Roth). Un’opera claustrofobica arenata tra le mura di una villa, luogo simbolo dell’universo borghese, in cui il regista ci mostra con minuzia i dettagli dei gesti ripetitivi della quotidianità lasciando spazio a sprazzi di realismo, senza virtuosismi registici da capogiro, chiaramente funzionali al contenuto e allo stile del film. Una quotidianità che viene spazzata via dall’accurata quanto insensata violenza praticata dai giovani ragazzi, come ci viene suggerito dal suggestivo incipit in cui Naomi Watts e Tim Roth ascoltano in auto musica classica. Sul finire della scena, lo spettatore viene infatti spaventato dall’ingresso prepotente della traccia sonora metal Bonehead dei Naked City (inserita extra-diegeticamente), che ne alimenta il contrasto mettendoci in guardia dall’inquietante escalation di ultra-violenza gratuita (la campagna pubblicitaria del film lo promosse coraggiosamente come Arancia meccanicacontemporaneo).

    Funny Games non è forse un film semplice e scontato come può apparire. Lo spettatore è direttamente interpellato da Paul che sembra essere a conoscenza della sua natura fittizia come personaggio del film, a cui piace giocare in modo sadico con la povera famiglia e con noi spettatori; abbatte la quarta parete e guarda in camera più di una volta. Ci mette per di più in ginocchio, ci fa sentire passivi e impotenti a tal punto da percepire un’assenza di empatia nei soggetti martoriati.

    Michael Haneke riporta sul grande schermo un interessante ragionamento su realtà e finzione, sul loro mescolarsi fino ad arrivare a confondersi, soprattutto nella caotica contemporaneità mediatica. Ma la vera domanda è: perché fare un remake identico?

    La discussione più curiosa e costruttiva nasce soffermandosi proprio sul motivo per cui il regista austriaco abbia voluto girare un remake negli Stati Uniti (firmato “Funny Games US” nei titoli di testa iniziale). Probabilmente perché si strappano molti biglietti, verrebbe da pensare. Eppure, la scelta va ben oltre la motivazione puramente commerciale e sembra anzi collegarsi al ricordo di uno dei momenti più oscuri dell’umanità: l’attentato dell’11 settembre. Mediaticamente parlando, l’attentato alle Torri Gemelle, è stato il primo attacco terroristico a essere trasmesso in diretta tv e ripreso dai primi dispositivi video a portata della gente comune (telecamere, cellulari), permettendo ai cittadini in fuga di filmare il terribile accaduto. In molti dichiararono: «Sembrava di essere in un film!».

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Sacrificio (Offret)

    Sacrificio (Offret)

    Tarkovskij e gli ultimi spettri

    Alexander (Erland Josephson), un attore in pensione, sta festeggiando il suo compleanno con amici e parenti, quando assistono al terribile annuncio in Tv: un attacco nucleare disintegrerà la terra. Sarà forse la fine dell’umanità, o meglio la fine dell’uomo, quell’uomo che continua a fare i conti con la propria vita, tra incubi, tra azione e pensiero, intento ad ottemperare al dovere della paternità, arduo compito che deve far germogliare frutti maturi.

    Nell’incipit Alexander pianta un albero secco e spoglio con suo figlio come ultimo gesto paterno, la consegna di un compito, di un dono, di un motivo per cui vivere, come se gli stesse consegnando il senso stesso della vita. Sembra che Alexander veda questo triste albero avvizzito come un’opera rigorosa e già compiuta, a tal punto da dire: “Bello no? Come un Ikebana giapponese?”. L’ikebana (significa letteralmente “fiore vivente”) è l’arte orientale basata su composizione floreali, inizialmente nata a scopo religioso e mantenuta nel tempo come un’espressione artistica. E qui in merito alla fede, al tema religioso, di carne al fuoco ne abbiamo tanta. La fede fa paura! La religione incute timore, e come dargli torto. Chi non è mai rimasto impressionato di fronte a un dipinto religioso, non soltanto per la sua bellezza pittorica, bensì per il contenuto macabro espresso dallo stesso? La religione è un fenomeno che induce lo spirito al tormento, poiché spinge l’uomo verso le domande ultime che ne provocano, quindi, un’angoscia esistenziale. Infatti, i titoli di testa mostrano il dipinto de L’adorazione dei magi di Leonardo Da Vinci da cui traspare immenso fascino e, al contempo, restituisce una sensazione gravemente angosciosa.

    Definito come il film testamentario di Tarkovskij (afflitto da una lunga malattia), su un uomo che, come tutti, indugia prima della morte, tra dubbi esistenziali, rimorsi, peccati e affossato da quella paura dello spirito di cadere nel vuoto eterno. Questo sentimento di morte provoca uno stato di allucinatoria pazzia – rappresentato da sequenze oniriche impressionanti – che spingerà Alexander ad offrirsi in sacrificio davanti a Dio, rinunciando a tutti i suoi averi e ai suoi affetti, pur di salvare l’umanità. Inquadrature fisse a piani sequenza fanno da padroni alla scena, infatti, Tarkovskij usa appositamente un’impostazione molto teatrale ma carica di tensione emotiva, proprio per il desiderio di omaggiare un maestro dei Kammerspiel come Ingmar Bergman. Sacrificio viene girato aGotland, un’isola del Baltico, in Svezia, location molto cara a Bergman, presente anche sul set con l’amico Tarkovskij per supportarlo in questo suo ultimo film, a cui ha partecipato anche lo storico direttore della fotografia Sven Nykvist che ancora non si smentisce, per l’evidente capacità di conferire una potenza travolgente delle immagini, attraverso la luce, sia nelle scene in bianco e nero che a colori: una fotografia stilisticamente perfetta che alimenta il contenuto del film, una luce in grado di evidenziare i sussulti dell’anima. La casa in fiamme nel finale è un sublime esempio della capacità registica mastodontica di Tarkovskij.

    Il finale è l’esplosione di tutto l’amore di un padre che dona la vita grazie al suo sacrificio: il figlio di Alexander, sdraiato sotto l’albero fiorito, finalmente proferisce parola guardando verso l’alto; ed ancora ritorna l’idea dell’albero come rappresentazione della vita, un dono ricevuto, che spetta noi far fiorire, innaffiandolo tutti i giorni con costanza e dedizione. È un’opera intellettuale densa di citazioni culturali di spessore – da i discorsi esistenziali tratti da Nietzsche al teatro di Čechov – dove è presente anche il principe Myskin, personaggio de L’idiota di Dostoevskij (Alexander lo interpretò in un suo spettacolo teatrale), la storia di un uomo profondamente buono che soffre di epilessia il quale si innamora di una donna che fugge con l’uomo che la domina e la maltratta brutalmente, fino ad arrivare al terribile omicidio. Un personaggio che Dostoevskij scrisse pensando proprio a una figura salvifica che incarnasse l’idea di un uomo simile a Cristo. Non a caso, al centro del romanzo dello scrittore russo c’è un dipinto religioso che i personaggi osservano con sgomento e stupore: Il corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein del 1521. Un Cristo pelle e ossa che esprime tutta la sua debolezza umana in un corpo caduco e anoressico (lo stesso romanzo viene letto dal personaggio insonne e magrissimo de L’uomo senza sonno – The Machinist di Brad Anderson del 2004, interpretato dall’impressionante Christian Bale).

    In conclusione, Tarkovskij ci lascia con un’enorme riflessione sull’uomo in rapporto con l’arte stessa, sulla sua matrice catartica che provoca in Alexander confusione tra attore e personaggio: l’arte come caos votato a confonderci ma anche l’arte come l’unica forma possibile attraverso cui imprimere la traccia della nostra esistenza.

    A cura di Matteo Malaisi

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