Autore: Alessandro Benedetti

  • Non è un paese per vecchi

    Non è un paese per vecchi

    Non è un paese per vecchi: Un capolavoro che sfida gli stereotipi

    Non è un paese per vecchi è una straordinaria opera cinematografica che si distingue per la sua profondità, il suo realismo crudo e il suo impegno nel trattare temi complessi. Diretto con maestria dai fratelli Coen, il film offre una prospettiva avvincente sulla natura umana e sfida
    gli stereotipi del genere.

    Ambientato nel sud-ovest degli Stati Uniti, segue le vite di tre personaggi principali: Llewelyn Moss (Josh Brolin), un cacciatore che si trova coinvolto in una situazione pericolosa dopo aver trovato una valigetta piena di soldi proveniente da uno scambio di droga andato male;
    Anton Chigurh (Javier Bardem), un assassino spietato con una personalità enigmatica e una strana devozione per la casualità; infine, lo sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), un uomo anziano che cerca di comprendere il caos e la violenza che circondano la sua
    comunità.

    La recitazione di Josh Brolin, Javier Bardem e Tommy Lee Jones è semplicemente superlativa. Brolin offre un’interpretazione convincente del protagonista Llewelyn Moss, riuscendo a trasmettere una gamma completa di emozioni, dalla determinazione all’angoscia. Bardem è straordinariamente inquietante nel ruolo di Anton Chigurh, un personaggio che incarna la violenza fredda e priva di rimorso. Jones, nel ruolo dello sceriffo Ed Tom Bell, offre infine una performance magistrale, dando vita a un personaggio che riflette sulla fragilità dell’esistenza e sulle sfide morali che affronta.

    La regia dei fratelli Coen è un’esemplificazione della loro maestria nel creare atmosfere coinvolgenti e tensione palpabile. La scelta delle inquadrature, l’uso sapiente della luce e delle ombre e l’impiego di pause suggestive contribuiscono a creare un’atmosfera inquietante che si insinua nello spettatore. La colonna sonora minimalista e le location nel sud-ovest degli Stati Uniti aggiungono un elemento di autenticità e intensità all’esperienza cinematografica complessiva.

    Non è un paese per vecchi va oltre l’azione e il thriller, esplorando tematiche profonde e filosofiche. Il film solleva domande sulla casualità, la moralità e il destino, invitando il pubblico a riflettere sulle scelte e sulle conseguenze. Attraverso il personaggio dello sceriffo Bell, il film esplora il senso di impotenza e disorientamento che può derivare da un mondo violento e senza apparente giustizia. La trama si svolge in modo non convenzionale, evitando cliché e rischiando di lasciare domande aperte nello spettatore, spingendolo a
    interrogarsi sulle complessità della condizione umana.

    L’aspetto tecnico è impeccabile. La fotografia, curata con maestria da Roger Deakins, cattura l’essenza della terra desolata e conferisce al film una bellezza affascinante nonostante la violenza che si svolge sulla scena. La sceneggiatura, basata sul romanzo di Cormac McCarthy, si distingue per la sua nitidezza, i dialoghi intensi e i monologhi che toccano temi filosofici e morali. La mancanza di una risposta definitiva alle domande sollevate durante il film potrebbe lasciare un senso di incompiutezza, non offrendo una chiusura soddisfacente per tutti i fili narrativi, ma aprendo a scenari soggettivi.

    Non è un paese per vecchi è un’opera cinematografica straordinaria che richiede una visione attenta e riflessiva. La combinazione di recitazione superba, regia magistrale e temi profondi la rendono un capolavoro del cinema contemporaneo. I fratelli Coen dimostrano ancora una volta la loro abilità nel creare un’esperienza coinvolgente e stimolante per gli spettatori che cercano un film che va al di là dei confini del genere e che offre una prospettiva complessa sulla condizione umana.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • American Graffiti

    American Graffiti

    American Graffiti, rappresentazione dell’adolescenza americana degli anni ’60

    American Graffiti nasce nel 1973 dalla mente di George Lucas e diviene un classico intramontabile del cinema americano degli anni ’70. Il film è ambientato nel 1962 e, con una narrazione parallela, racconta di un gruppo di adolescenti della classe media americana mentre trascorrono l’ultima notte dell’estate prima di iniziare l’avventura dell’università, in un momento storico in cui i giovani americani stavano vivendo un periodo di grande sconvolgimento sociale e politico.

    Il film si pone come un ritratto affascinante dell’America degli anni ’60, con una colonna sonora che include alcune delle canzoni più iconiche dell’epoca. Nonostante in alcuni momenti la musica sembri quasi essere usata come sostituto della narrazione, piuttosto che come elemento integrante della storia, essa riesce comunque a celebrare ed immortalare sensazioni ed emozioni di quell’America travagliata. Lucas ha saputo infatti catturare l’atmosfera dell’epoca con grande maestria, grazie anche alla fotografia e alla sceneggiatura ben curata, che lo contraddistinguono anche nelle opere future, fino a considerarlo, ancora oggi, come uno dei registi dall’impatto più profondo nel mondo del cinema contemporaneo. La fotografia del film è notevole, con una ricostruzione accurata e una rappresentazione autentica della cultura giovanile dell’epoca.Il cast del film è composto da un gruppo di giovani attori che hanno dato vita a personaggi memorabili e autentici. Tra questi spiccano i volti noti di Richard Dreyfuss, Ron Howard e Harrison Ford.

    Nonostante le sue imperfezioni, American Graffiti resta un film di fondamentale importanza nella cultura americana e continua, ancora oggi, ad influenzare la cultura popolare, alimentando quel sogno sempre vivo di un’America accogliente e ricca di opportunità, sempre capace di sorprendere ed affascinare. È un’opera che va apprezzata per i suoi pregi e criticata per i suoi difetti, per comprendere appieno il suo impatto culturale e storico, ma che sicuramente ha contribuito in modo imponente alla creazione di un ideale di libertà che ancora oggi anima ed ispira la cultura occidentale.

    A cura di Alessandro Benedetti

     

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  • Atlas

    Atlas

    L’arrampicata di Allegra per raggiungere la vetta più ripida: riscoprire sé stessa

    Allegra è una ragazza vivace, spensierata e vitale, che trascorre il suo tempo a Lugano circondata da amici con cui condivide la sua più grande passione, ovvero l’arrampicata in montagna. Oltre che nella propria famiglia, Allegra ritrova una seconda casa nel ragazzo Benni, nell’amica di sempre Sofia e nel suo ragazzo, Sandro. Le escursioni frequenti esauriscono in poco tempo le mete del Canton Ticino da esplorare e, infiammato dall’adrenalina, il gruppo di amici decide di spingersi oltre, avventurandosi in una spedizione estrema in Marocco, nei monti dell’Atlante.

    Quando gli amici che la accompagnavano rimangono vittime di un attentato terroristico, quella che Allegra voleva essere una spedizione memorabile e coraggiosa si trasforma nell’incubo più doloroso della sua vita. Nonostante l’impotenza e l’innocenza di Allegra di fronte all’accaduto, quanto successo diviene per lei un mostro che la annienta, alimentando il senso di colpa che la logora nella sua solitudine.

    La perdita straziante degli amici, il senso di colpa ed il lungo percorso di riabilitazione, fisico e non solo, compongono un dialogo melodico con le contrapposizioni di Allegra, complici la protezione di una comunità, un padre che vede con sospetto l’esterno e la storia Arad, che con la sua musica e le sue cicatrici rappresenta la possibilità di ripensare il pregiudizio.

    Niccolò Castelli, alla sua prima prova da regista in un palcoscenico di respiro nazionale, decide di raccontare la storia di Allegra partendo dalla sua Lugano, dove è nato e cresciuto, per esplorare tramite gli occhi della protagonista una realtà esotica e misteriosa, metafora di un viaggio interno incompiuto e doloroso. La sua narrazione, drammatica e cupa, si concentra sul volto della protagonista – Matilda De Angelis, tanto giovane quanto celebre e talentuosa – inseguendola letteralmente nel corso della narrazione, spesso con una camera a mano, e scrutandone tutte le diffidenze, paure e insicurezze, restituendo allo spettatore un ritratto serio e appassionante.

    L’esperienza di Castelli alla regia, seppur limitata e ancora acerba, incontra il suo talento e restituisce una realizzazione tecnica notevole, celebrata in particolare dalla fotografia e dal montaggio, che arricchiscono la componente drammatica. Le sequenze di arrampicata, paesaggistiche e descrittive, regalano momenti intensi, da brividi, dipingendo nel film una sacralità della natura che riflette il tormento di Allegra, tanto fragile quanto affascinante.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • I padroni della notte (We Own the Night)

    I padroni della notte (We Own the Night)

    Guardie e ladri di padre in figlio

    In una lotta continua fra bene e male, dove giusto e sbagliato si contrappongono in modo netto e spietato, è il grado di separazione fra Bobby Grusinsky ed il fratello Joe a diventare il vero protagonista. Ed è così che i figli di un vice-capo di polizia rigido e severo, allergico alla vita spensierata e irresponsabile del figlio Bobby, orgoglioso e affezionato alla carriera militare e devota del figlio Joe, vedono i loro i destini e caratteri diversi incrociarsi per dare vita a una vicenda coinvolgente.

    Bobby è un giovane, ribelle e selvaggio, responsabile di un locale newyorkese tanto alla moda quanto sospetto per via dei loschi affari che lo rendono fulcro dello spaccio della grande mela degli anni Settanta. Il conflitto fra i due fratelli è sempre sul punto di scoppiare, alimentato dalla rabbia che divide li divide: Bobby, anticonformista e ribelle, in una lotta emotiva continua contro il padre e in competizione per perenne con il fratello, insegue un’approvazione familiare che fatica ad avere, e che lo relega al ruolo di nemico fra le mura domestiche.

    I padroni della notte racconta con vigore di amore e di morte, di famiglia, di fratelli e fratellanza, di padri e di figli, di legami di sangue che nel sangue verranno spezzati, e che per il sangue torneranno a essere uniti. Di fiducia, di aspettative, di dovere e di tradimento. James Gray racconta la sua New York, la città in cui è cresciuto, sotto i riflettori di una storia poliziesca che riprende a pieno lo stile narrativo di Friedkin o Scorsese, restituendo un’immagine stereotipata ma efficace della criminalità della Grande Mela. Una storia dal risvolto scontato, quasi banale, ma capace comunque di appassionare, riservando colpi di scena inaspettati e apprezzabili.

    Nonostante una narrazione ricca di pathos, Gray riesce con successo ad esaltare il peso dei silenzi e dei piccoli gesti, preferendoli al dinamismo a tutti i costi. Romanticismo, fratellanza, onore ed orgoglio si mescolano in una cornice piovosa, scura e profonda di una New York criminale e violenta, ma che non si risparmia mai dall’essere palcoscenico delle più profonde vicende umane.

    A cura di Alessandro Benedettti

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  • Foxcatcher – Una storia americana

    Foxcatcher – Una storia americana

    Il dolore di un’amicizia, il dramma di chi voleva tutto, perdendo sé stesso

    Foxcatcher, come accade in tante storie cinematografiche, racconta di un’amicizia, della sua evoluzione e delle sue conseguenze. Il sentimento più nobile e puro raccontato in questo film nasconde però la disamina di una follia, un dramma sportivo che tinge di orrore le pagine della cronaca nera, la storia di un moderno Icaro, che voleva volare toccando il cielo ma brucia nella sua mitomania. Un’amicizia totalizzante, feroce e sincera, un’amicizia dolorosa e vera.

    Il film del regista Bennett Miller – già noto al grande pubblico per l’opera Moneyball – vuole raccontare una storia vera ma caduta nel dimenticatoio moderno, quella dei fratelli Schultz, Mark e David. Cresciuti nell’America del dopoguerra, i giovani Schultz sono campioni olimpionici, campioni della lotta libera. Il miliardario John Du Pont, un fanatico di sport, nota i giovani per il loro talento e decide di investire sul loro futuro per iniziare il progetto – nutrito dal suo ego – di realizzare una squadra sportiva americana capace di competere con atleti di tutto il mondo.

    Dove Moneyball era una perfetta parabola hollywoodiana sulla volontà umana capace di superare ogni ostacolo, Foxcatcher è la storia di due anime in pena, persone solitarie e complessate incapace di rapportarsi al prossimo a un livello considerato accettabile dalla società. Una vicenda apparentemente innocua, apparentemente edificante, ma che nasconde sfumature cupe di avidità, mitomania, crudeltà, spietatezza.

    Al contrario di Moneyball, dove lo sport è protagonista ma in modo trionfale, questa volta Miller si avventura alla regia di una storia drammatica, a tratti ingiusta, dove i personaggi – interpretati da un cast stellare e impeccabile – riescono a comunicare con loro spettatore grazie al loro “non-detto”. È proprio l’assenza di palesamento delle emozioni che si riesce ad entrare in empatica connessione con lo stato d’animo dei fratelli Schultz, in cui si riesce a scavare nella mente malata di Du Pont.

    Mark Schultz è un uomo silenzioso, imperturbabile ed enigmatico, probabilmente vittima di depressione e imprigionato da un vortice di negatività. È l’epifania di Du Pont a cambiare completamente la vita, le ambizioni e le speranze di Mark, che ritrova nello sport e nella figura paterna di DuPont un’ancora di salvezza. Schultz si sente esaltato, celebrato e finalmente apprezzato come mai prima da quello che lui stesso definisce un «padre mancato», amato in modo incondizionato come mai gli era successo prima. L’intervento salvifico di Du Pont non nasconde però la sua anima tormentata, ferita da disturbi psichici e profondamente sola, abbandonata. Il loro rapporto è l’anima del film, una narrazione che ruota esclusivamente attorno a questo rapporto duale e totale, che porta lo spettatore a chiedersi, assistendo agli eventi, che cosa possa dividere e lacerare un rapporto così vero e profondo, fino allo strenuo.

    Un film corposo, fisico e imponente, rappresentato in modo esemplare dalla regia di Miller, sempre rigorosa e precisa, simile a quanto già visto in Moneyball. La fotografia, ovattata e satura, regala un’atmosfera tipica della stagione post guerra americana. Un film interessante quanto denso, non privo di errori ma ugualmente appassionante e avvincente, premiato da un cast eccezionale che non delude ma al contrario esalta la narrazione.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Sir Gawain e il Cavaliere Verde (The Green Knight)

    Sir Gawain e il Cavaliere Verde (The Green Knight)

    L’epica del cavaliere errante, il coraggio dell’eroe

    The Green Knight è la trasposizione cinematografica dell’omonimo poema cavalleresco del XIV secolo. Una storia del folklore britannico, per la precisione gallese ed inglese, che rivive le gesta di Gawain, nipote di Re Artù, incauto giovane che coraggiosamente accetta la sfida del Cavaliere Verde, una figura misteriosa ed inquietante, a metà tra un essere umano ed un arbusto. Il duello che lega i due in una sfida eterna consiste in un accordo: il Cavaliere Verde si lascerà colpire dal giovane Gawain, a patto che egli ad un anno di distanza faccia lo stesso. Una volta che Gawain decide di accettare questa sfida, inizia per lui un lungo peregrinare verso la Cappella Verde alla ricerca del cavaliere.

    Un viaggio che metterà alla prova il suo coraggio e la sua lealtà, un peregrinare che gli permetterà di incontrare una serie di personaggi fantastici. Fantasmi, ladri, volpi parlanti, seduttrici: Gawain dovrà confrontarsi con molte realtà per dimostrare il proprio valore di cavaliere. L’occhio del regista David Lowery, tuttavia, è più interessato a riflettere sull’uomo e sulle sue contraddizioni, a cosa è disposto a fare o a rinunciare pur di affermarsi agli occhi altrui.

    La fotografia di Andrew Droz Palermo lascia sbalorditi, avvolgendo lo spettatore in un gioco continuo di sfumature di verde – che richiamano idealmente il Cavaliere – in un continuo alternarsi di modernità e tradizione ancorata al contesto epico in cui si muove la storia. Così come per la colonna sonora di Daniel Hart, che si muove tra le sonorità tipiche della musica gaelica amplificando l’atmosfera fantastica del film. La regia di Lowery trae ispirazione dai classici del genere, ma ha il grande merito di trovare una sua visione chiara e riconoscibile.

    Sir Gawain e il Cavaliere Verde è sì un racconto epico cavalleresco ma è come se Lowery, consapevole delle innumerevoli modifiche, alterazioni, e cambiamenti fatti alla storia nel corso dei secoli, avesse deciso di reinterpretarli e comporre la sua versione della storia del cavaliere errante. Un cinema coraggioso che ripensa, reinventa e, quindi, si rinnova con successo.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Il colpevole (Den skyldige)

    Il colpevole (Den skyldige)

    Risolvere il passato per liberarsi del futuro

    In un centralino per le emergenze rispondere a disperate chiamate d’aiuto è all’ordine del giorno, ma ne basta una per cambiare la vita. Questo è quello che succede ad Asger Holm, agente di polizia relegato a semplice centralinista a causa di alcuni errori che hanno tormentato il suo passato. Questa punizione lo umilia nel profondo e lo porta a vivere con agitata insofferenza il ruolo di semplice intermediario, sempre consapevole delle emergenze ma mai in grado di risolverle. Questo fino a quando la chiamata disperata di una donna ne scatena l’orgoglio, telefonando per denunciare il proprio rapimento e lanciando un grido d’aiuto che viene colto ad Asger, pronto a sacrificare il rispetto del protocollo e delle regole pur di salvare la donna in difficoltà. Le sue buone intenzioni, però, si scontrano con la complessità di una storia che diviene pericolosa.

    Una sola voce narrante, un’inquadratura continua che trasmette un angosciante senso di claustrofobia, la tensione di una narrazione vivace e pulsante. È questo ciò che accade nel primo lungometraggio di Gustav Möller, regista danese sconosciuto al pubblico generalista ma abile nel confezionare una storia credibile, originale e carica di tensione. La colpa inconfessabile di Asger avvolge la storia di mistero e morbosa curiosità, un’atmosfera fredda e nordica che lascia trasparire la cultura pungente dei paesi scandinavi, legati alla cultura protestante che dedica ad ogni colpevole la giusta pena.

    La verità del film si regge in un equilibrio precario fra l’intersecarsi di diversi scenari narrativi: da un lato il dramma della donna rapita ed il suo grido d’aiuto, dall’altro il passato tormentato di Asger. Una storia che rientra per definizione nel genere del thriller e riesce ad incarnarlo in modo convincente, una pellicola riuscita, matura e interessante, una piacevole prova cinematografica insolitamente proveniente da una terra lontana dal cinema generalista ma che conquista il parere di critici e pubblico.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Siamo figli di un Padre, pronti a tutto per difenderlo

    Siamo figli di un Padre, pronti a tutto per difenderlo

    È l’Italia del 1976, del boom economico, della tv a colori, della nazionale azzurra che vince la Coppa Davis e che saluta Niki Lauda, ma è soprattutto l’Italia degli anni di piombo, del terrore mascherato e di via De Amicis. La vita del ragazzo di dieci anni Valerio viene sconvolta quando assiste all’attentato terroristico ai danni del padre, il funzionario di polizia Alfonso Le Rose, da parte di un commando di terroristi dei NAP. Proprio mentre la madre soccorre il marito ferito, Valerio incrocia lo sguardo con uno degli attentatori, che si è tolto la maschera, poco prima che muoia.

    La vita di Valerio e della famiglia Le Rose viene condizionata per sempre. L’estate scaccia via i pensieri tormentati di Valerio che fugge dalla angosciosa realtà grazia all’enigmatica amicizia con Christian, quello che sembra presumibilmente essere un amico immaginario.

    La frequentazione tra Valerio e Christian diviene sempre più fitta, fino a complicare le loro vite. Valerio fugge di soppiatto dalla scuola per mostrare al suo amico più fidato la dinamica dell’incidente che ha coinvolto il padre. I genitori di Valerio sono convinti che il figlio non fosse stato testimone dell’atrocità dell’attentato e scoprono così, invece, che le immagini che ha visto lo tormentano e angosciano. Diventa quindi necessario proteggere, tutelare e salvare Valerio.

    Il film di Claudio Noce è estremamente abile nel saper ricreare con fedeltà e intensità le ambientazioni, i costumi ed i colori degli anni ’70, nel riportare in vita la memoria di un’epoca tormentata e faticosa, di un’Italia che abbraccia con intensità la ripartenza economica e sociale ma che lotta con i drammi della politica. Il film tuttavia, scenografia a parte, risulta lento e complicato, ingolfato nella narrazione e tremendamente piatto, privo di lampi di azione, intensità e curiosità. Una narrazione fedele alla storia ma vista con gli occhi fanciulleschi di un bambino. Impossibile non ammirare Favino, tra i più iconici attori contemporanei italiani, in quella che però con grande probabilità è la sua prova attoriale meno riuscita, nonostante la consacrazione ricevuta al Festival di Venezia 2020 con la Coppa Volpi come Migliore Attore.

    Padrenostro ci ricorda comunque di come siamo tutti figli di un padre, una figura monumentale nella crescita di ognuno di noi, non immune però alla paura e alla sofferenza. Alfonso Le Rose è una roccia ma anche un gigante dai piedi d’argilla, accanto al quale Valerio si sente fisicamente inadeguato ma anche desideroso di mostrarsi tanto forte da diventare per il padre un angelo custode.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • I Origins

    I Origins

    Gli occhi come linguaggio immortale dell’amore e della paura

    Ian Gray è un giovane dottorando, laureato in biologia ed affascinato dagli occhi in ogni loro aspetto, declinazione, colore e struttura. La sua ricerca scientifica, così come il suo tempo libero, sono interamente dedicati allo studio dell’evoluzione biometrica dell’occhio. Lo studio dell’occhio umano ed animale ha un obiettivo ben preciso, ovvero dimostrare l’inesistenza di Dio grazie alla ricostruzione della catena evolutiva dell’occhio stesso. Un progetto ambizioso e coraggioso che, non appena sembra essere giunto al culmine, si scontra con imprevisti dolorosi. E se gli occhi raccontassero molto più dell’anima che dell’evoluzione? La morte e la nascita si intrecciano in un turbinio di sguardi, dove la ricerca di una risposta scientifica non colma la domanda spirituale ma illumina nuovi orizzonti.

    Il film propone, in un dialogo tra due mondi comunemente ritenuti inconciliabili, quello appartenente alla scienza, caratterizzato da regole, procedure e modelli che riconoscono la verità solo come frutto di un sapere calcolabile, e quello spirituale, guidato dall’istinto umano di ricercare nella realtà le risposte alle domande dell’anima, quesiti irrisolti e difficilmente misurabili. Mike Cahill riconcilia questi mondi in modo superbo, restituendo ad entrambe le indagini autorevolezza e fiducia, senza in alcun modo attaccarle o intaccarle ma facendole cooperare verso la ricerca di un’unica strada, quella del sapere.

    La pellicola è densa di emozione, pathos e sentimento, una storia drammatica che si ritorce nella continua tensione del momento. La fotografia brilla, come il film, di emozione e colore, accendendo il racconto in modo naturale e spontaneo, senza ricercare una declinazione stilistica che allontani dal racconto. Un film riuscito e interessante, capace di trasportare lo spettatore e la sua immaginazione generando una continua attenzione e passione.

    La trama porta con sé alcuni momenti irrisolti, alcuni passaggi poco chiari e forse prematuramente superati lasciando lo spettatore con il dubbio, l’insicurezza di cosa è stato e cosa avrebbe potuto essere. La narrazione corre veloce e dimentica di delineare i dettagli dei personaggi, ne trascura la storia per riportarne le emozioni. Un film vivace nonostante la sua natura drammatica, una vicenda inverosimile ma densa di speranza, un racconto tragico che apre le porte ad un nuovo modo di guardare la vita.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Contact

    Contact

    Scoprire lo spazio per ritrovare sé stessi

    Ellie Arroway è una bambina di nove anni, fin da piccola accesa dalla passione per la comunicazione via radio, interesse che le viene tramandato dal padre, Ted, che con il suo hobby colma il silenzio lasciato dalla scomparsa della moglie. Improvvisamente Ted viene colto da un malore ed Ellie, nonostante il disperato tentativo di salvarlo, deve arrendersi ad una seconda prematura tragedia. Questo trauma ingiusto la spinge a rifiutare con forza l’idea di Dio, iniziando di contro a dedicarsi con convinzione e determinazione allo studio della scienza, in particolare alle stelle ed alle forme di vita che le popolano. Lo spazio incontaminato comunica con Elly più di quanto non faccia lei stessa, nascosta dietro a domande ed enigmi indecifrabili, curiosa di scoprire il mondo ma, ancor di più, ciò che di inesplorato circonda il mondo. La fame di risposte, la curiosità e la voglia di viaggiare spingono Ellie oltre i confini dell’ignoto, in un viaggio spirituale alla ricerca di una risposta.

    Il prologo iniziale del film, un profondo e struggente racconto dell’infanzia di Ellie, lascia spazio nella narrazione a tre tempi ben definiti: l’inizio dell’ascolto dello spazio galattico; l’arrivo del messaggio della stella Vega ed infine il lancio dell’astronave. Un racconto strutturato e preciso, chiaro nella narrazione e capace di raccontare una storia complessa con dovizia di particolari, senza mai intaccare la solidità del costrutto narrativo. Un’opera pienamente riuscita a Zemeckis sotto ogni punto di vista, una confezione artistica impeccabile in un racconto avvolgente e dinamico. Concepire un film di fantascienza innovativo negli anni ’90 sarebbe stato difficile solo per l’immaginazione necessaria, saperlo poi realizzare creando ancora oggi un forte senso di stupore è un risultato sorprendente (caratteristica comune solo ai grandi, grandissimi registi).

    Ancora una volta scienza e religione si incontrano e si scontrano, ognuna delle due affila le armi per una battaglia ideologica che si esaurisce in sé stessa. Non è, come sempre, la verità a voler prediligere uno dei due metodi di ricerca ma l’unione delle due a fornire risposte concrete per gli occhi e per l’anima, per lo spirito calcolatore di Ellie e l’inguaribile amore. La soluzione proposta è che il sentimento religioso, se fondato su una fede schietta e senza etichette, non contraddice la scienza, se cresciuta irrobustita sulla libertà e sull’autocritica. Il finale della pellicola restituisce – come facilmente prevedibile – un sentimento di totale ottimismo, cieca speranza verso una scienza capace di dare risposte alle domande dell’anima. Un film riuscito, precursore nel tempo di un genere cinematografico sempre più in espansione e sempre più alla ricerca di interpreti validi.

    A cura di Alessandro Benedetti

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