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  • American Graffiti

    American Graffiti

    American Graffiti, rappresentazione dell’adolescenza americana degli anni ’60

    American Graffiti nasce nel 1973 dalla mente di George Lucas e diviene un classico intramontabile del cinema americano degli anni ’70. Il film è ambientato nel 1962 e, con una narrazione parallela, racconta di un gruppo di adolescenti della classe media americana mentre trascorrono l’ultima notte dell’estate prima di iniziare l’avventura dell’università, in un momento storico in cui i giovani americani stavano vivendo un periodo di grande sconvolgimento sociale e politico.

    Il film si pone come un ritratto affascinante dell’America degli anni ’60, con una colonna sonora che include alcune delle canzoni più iconiche dell’epoca. Nonostante in alcuni momenti la musica sembri quasi essere usata come sostituto della narrazione, piuttosto che come elemento integrante della storia, essa riesce comunque a celebrare ed immortalare sensazioni ed emozioni di quell’America travagliata. Lucas ha saputo infatti catturare l’atmosfera dell’epoca con grande maestria, grazie anche alla fotografia e alla sceneggiatura ben curata, che lo contraddistinguono anche nelle opere future, fino a considerarlo, ancora oggi, come uno dei registi dall’impatto più profondo nel mondo del cinema contemporaneo. La fotografia del film è notevole, con una ricostruzione accurata e una rappresentazione autentica della cultura giovanile dell’epoca.Il cast del film è composto da un gruppo di giovani attori che hanno dato vita a personaggi memorabili e autentici. Tra questi spiccano i volti noti di Richard Dreyfuss, Ron Howard e Harrison Ford.

    Nonostante le sue imperfezioni, American Graffiti resta un film di fondamentale importanza nella cultura americana e continua, ancora oggi, ad influenzare la cultura popolare, alimentando quel sogno sempre vivo di un’America accogliente e ricca di opportunità, sempre capace di sorprendere ed affascinare. È un’opera che va apprezzata per i suoi pregi e criticata per i suoi difetti, per comprendere appieno il suo impatto culturale e storico, ma che sicuramente ha contribuito in modo imponente alla creazione di un ideale di libertà che ancora oggi anima ed ispira la cultura occidentale.

    A cura di Alessandro Benedetti

     

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  • Il laureato (The Graduate)

    Il laureato (The Graduate)

    Una seconda gioventù

    Benjamin Braddock è il rampollo di un’agiata famiglia della borghesia americana. Tornato a casa dopo aver finito il college, è tallonato dai parenti e dagli amici dei genitori, tutti curiosi di sapere cosa abbia in mente per il suo futuro. Alle prese con le aspettative degli adulti e con la torrida estate che lo separa dal suo avvenire, Ben trova conforto nella figura della signora Robinson, la moglie del socio di suo padre, con la quale inizia una relazione clandestina. L’incomunicabilità con l’amante e la conoscenza della figlia dei Robinson, Elaine, lo porteranno in rotta di collisione con la vecchia generazione.

    La pellicola uscì in America nel dicembre 1967, pochi mesi dopo Gangster Story, e quasi due anni prima di Easy Rider – nettamente il più esplicito dei tre –, assieme ai quali si pose come espressione della controcultura, nonché dello stile dell’emergente New Hollywood. A restituire il clima di impossibilità comunicativa tra le generazioni sono le musiche di Simon & Garfunkel, che rendono palpabile l’alienazione di Ben, interpretato da un debuttante Dustin Hoffman. Nonostante tutto gridi «rivolta giovanile», a partire dal contesto cinematografico del periodo, fino alla stessa tagline del film, che recita «Questo è Benjamin. È un po’ preoccupato per il suo futuro», non siamo ancora propriamente nel Sessantotto.

    Infatti è stato da molti osservato come la figura di Ben non sia propriamente quella di un rivoluzionario, ma quella di un giovane che “semplicemente” ambisce al libero arbitrio. Nella stessa direzione va soprattutto il personaggio della signora Robinson. Anzi, si potrebbe asserire che al netto dell’età – fattore ovviamente non trascurabile – sia lei la vera e propria protagonista del film, cercando di incarnare lo spirito della pellicola. È lei, infatti, a cercare più di tutti una seconda gioventù, che possa liberarla da quel mondo maturo in cui era dovuta entrare anzitempo, data una gravidanza in giovane età. È paradossale come la figura maggiormente rivoluzionaria in un film che apre le porte al 1968 sia quella di un adulto: il film costruisce una parabola coerente e verosimile a quello che è un rapporto giovanile tradizionalmente inteso, fatto da corteggiamento, sesso, primi screzi e gelosia. Che per lei e per il suo sogno ci sia ancora uno spiraglio?

    Purtroppo, le luci della ribalta e il ruolo da protagonista non le appartengono. Non è tanto Ben a rubarle la scena ma è il Tempo stesso, che le presenta il ragazzo come suo araldo, prima di chiuderle definitivamente la porta in faccia. L’aspetto temporale domina la pellicola esternamente, lasciando presagire l’imminenza del Sessantotto, che concede ormai solo l’illusione di potersi riavvicinare alla gioventù; ma domina anche internamente. Se la relazione tra la Robinson e Ben è costruita da tempi dilatati e dinamiche coerenti, quella tra lo stesso Ben ed Elaine – che porta all’isteria della madre, in un’ambivalenza di protezione e gelosia – è costruita solo in virtù del contrappasso. Il loro amore non ha giustificazioni, viene alimentato dalle opposizioni della signora Robinson e si manifesta nel colpo di fulmine più meccanico e studiato mai visto. La loro unione avviene perché lo necessitano i tempi che corrono, ma non per questo non ha una sua potenza.

    Ciò che ha determinato il successo della pellicola, e che soprattutto ne ha conservato l’effetto, è stata la capacità di parlare non solo ad una generazione in senso culturale – quella degli anni Sessanta all’epoca – ma in maniera specifica di rivolgersi ad una generazione in senso strettamente anagrafico. La lunghezza d’onda con cui comunica il film sono studiate per essere captate appieno solo da una certa fascia di pubblico, ma a prescindere dalle coordinate spazio-temporali – e in modo specifico culturali – dello spettatore. La pellicola vive di una giovinezza perpetua, portando a compimento l’utopia generazionale della signora Robinson. Nichols continua ancora – e soprattutto – oggi a chiamare nuove leve ad un’indipendenza e solidarietà spontanea e sovversiva, non avulsa da quell’inconsapevolezza che lascia intravvedere nel finale, attraversi i sorrisi inscrutabili dei ragazzi.

    A cura di Alessandro Cricca

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  • Il gusto del sakè (Sanma no aji)

    Il gusto del sakè (Sanma no aji)

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    Ozu: Il gusto del sakè è amaro

    Ultimo titolo della filmografia di Ozu, il film si presenta come una malinconica riflessione sul cambiamento e sullo scorrere incessante del tempo. Entriamo di soppiatto nelle machiya (case di città giapponesi) di alcune famiglie e sentiamo appena la morbidezza del tatami sotto i piedi, dopo aver lasciato le scarpe all’ingresso. Diciassette anni dopo la sconfitta della Seconda Guerra, il Giappone è un Paese alla ricerca di una nuova identità. Avvertiamo però una sottile nostalgia del passato accompagnata da una lucida consapevolezza di doverlo lasciare alle spalle.

    I personaggi sono quasi sempre ripresi frontalmente: ci confessano paure, desideri, speranze, ricordi e qualche volta cedono alla loro incapacità di accettarli.  Interessante e significativa la contrapposizione tra diverse generazioni e la loro percezione spazio-temporale: le giovani donne stanno ora sostituendo le proprie priorità, la famiglia appare più disgregata e le città assumono sembianze nuove. Il tutto, vissuto con apparente rassegnazione, ha in realtà l’elegante pacatezza dei turbamenti interiori, nascosti agli altri ma vivi in sé stessi. Ozu ci racconta un rifugio nei o dai propri ricordi, ciò a cui ci affidiamo quando la realtà intorno a noi si trasforma e quando non siamo ancora pronti ad affrontarla fino in fondo. I cambiamenti importanti portano sempre delle microfratture dell’anima, soprattutto quando si tratta di allontanamenti: di una figlia, di un amore, della giovinezza. Il punto di vista è quello di un padre che percepisce l’avanzare della solitudine e della vecchiaia, scandita da sospiri, sguardi melanconici e sorrisi spenti. I figli “crescono solo per poi lasciarti”, è il ciclo della vita.

    E infatti di un ciclo si tratta: il titolo originale Sanma no aji, in realtà, fa riferimento al samna, il pesce spada autunnale che negli anni ’60 per i giapponesi era simbolo della vita familiare e della quotidianità. Verso settembre viene pescato e offerto a tutti durante le sagre celebrando così il rito di passaggio dall’estate all’autunno. Ma noi, ora, ricordando la tenerezza del volto di Michiko, i racconti di un vecchio professore e l’inno della marina riecheggiare in un locale, possiamo lasciarlo nuotare ancora un po’ e indugiare in una intima e nostalgica estate.

    A cura di Emma Onesti[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

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