Tag: Fantascienza

  • I Origins

    I Origins

    Gli occhi come linguaggio immortale dell’amore e della paura

    Ian Gray è un giovane dottorando, laureato in biologia ed affascinato dagli occhi in ogni loro aspetto, declinazione, colore e struttura. La sua ricerca scientifica, così come il suo tempo libero, sono interamente dedicati allo studio dell’evoluzione biometrica dell’occhio. Lo studio dell’occhio umano ed animale ha un obiettivo ben preciso, ovvero dimostrare l’inesistenza di Dio grazie alla ricostruzione della catena evolutiva dell’occhio stesso. Un progetto ambizioso e coraggioso che, non appena sembra essere giunto al culmine, si scontra con imprevisti dolorosi. E se gli occhi raccontassero molto più dell’anima che dell’evoluzione? La morte e la nascita si intrecciano in un turbinio di sguardi, dove la ricerca di una risposta scientifica non colma la domanda spirituale ma illumina nuovi orizzonti.

    Il film propone, in un dialogo tra due mondi comunemente ritenuti inconciliabili, quello appartenente alla scienza, caratterizzato da regole, procedure e modelli che riconoscono la verità solo come frutto di un sapere calcolabile, e quello spirituale, guidato dall’istinto umano di ricercare nella realtà le risposte alle domande dell’anima, quesiti irrisolti e difficilmente misurabili. Mike Cahill riconcilia questi mondi in modo superbo, restituendo ad entrambe le indagini autorevolezza e fiducia, senza in alcun modo attaccarle o intaccarle ma facendole cooperare verso la ricerca di un’unica strada, quella del sapere.

    La pellicola è densa di emozione, pathos e sentimento, una storia drammatica che si ritorce nella continua tensione del momento. La fotografia brilla, come il film, di emozione e colore, accendendo il racconto in modo naturale e spontaneo, senza ricercare una declinazione stilistica che allontani dal racconto. Un film riuscito e interessante, capace di trasportare lo spettatore e la sua immaginazione generando una continua attenzione e passione.

    La trama porta con sé alcuni momenti irrisolti, alcuni passaggi poco chiari e forse prematuramente superati lasciando lo spettatore con il dubbio, l’insicurezza di cosa è stato e cosa avrebbe potuto essere. La narrazione corre veloce e dimentica di delineare i dettagli dei personaggi, ne trascura la storia per riportarne le emozioni. Un film vivace nonostante la sua natura drammatica, una vicenda inverosimile ma densa di speranza, un racconto tragico che apre le porte ad un nuovo modo di guardare la vita.

    A cura di Alessandro Benedetti

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    Contact

    Scoprire lo spazio per ritrovare sé stessi

    Ellie Arroway è una bambina di nove anni, fin da piccola accesa dalla passione per la comunicazione via radio, interesse che le viene tramandato dal padre, Ted, che con il suo hobby colma il silenzio lasciato dalla scomparsa della moglie. Improvvisamente Ted viene colto da un malore ed Ellie, nonostante il disperato tentativo di salvarlo, deve arrendersi ad una seconda prematura tragedia. Questo trauma ingiusto la spinge a rifiutare con forza l’idea di Dio, iniziando di contro a dedicarsi con convinzione e determinazione allo studio della scienza, in particolare alle stelle ed alle forme di vita che le popolano. Lo spazio incontaminato comunica con Elly più di quanto non faccia lei stessa, nascosta dietro a domande ed enigmi indecifrabili, curiosa di scoprire il mondo ma, ancor di più, ciò che di inesplorato circonda il mondo. La fame di risposte, la curiosità e la voglia di viaggiare spingono Ellie oltre i confini dell’ignoto, in un viaggio spirituale alla ricerca di una risposta.

    Il prologo iniziale del film, un profondo e struggente racconto dell’infanzia di Ellie, lascia spazio nella narrazione a tre tempi ben definiti: l’inizio dell’ascolto dello spazio galattico; l’arrivo del messaggio della stella Vega ed infine il lancio dell’astronave. Un racconto strutturato e preciso, chiaro nella narrazione e capace di raccontare una storia complessa con dovizia di particolari, senza mai intaccare la solidità del costrutto narrativo. Un’opera pienamente riuscita a Zemeckis sotto ogni punto di vista, una confezione artistica impeccabile in un racconto avvolgente e dinamico. Concepire un film di fantascienza innovativo negli anni ’90 sarebbe stato difficile solo per l’immaginazione necessaria, saperlo poi realizzare creando ancora oggi un forte senso di stupore è un risultato sorprendente (caratteristica comune solo ai grandi, grandissimi registi).

    Ancora una volta scienza e religione si incontrano e si scontrano, ognuna delle due affila le armi per una battaglia ideologica che si esaurisce in sé stessa. Non è, come sempre, la verità a voler prediligere uno dei due metodi di ricerca ma l’unione delle due a fornire risposte concrete per gli occhi e per l’anima, per lo spirito calcolatore di Ellie e l’inguaribile amore. La soluzione proposta è che il sentimento religioso, se fondato su una fede schietta e senza etichette, non contraddice la scienza, se cresciuta irrobustita sulla libertà e sull’autocritica. Il finale della pellicola restituisce – come facilmente prevedibile – un sentimento di totale ottimismo, cieca speranza verso una scienza capace di dare risposte alle domande dell’anima. Un film riuscito, precursore nel tempo di un genere cinematografico sempre più in espansione e sempre più alla ricerca di interpreti validi.

    A cura di Alessandro Benedetti

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