Autore: Alessandro Benedetti

  • Bright Star

    Bright Star

    John Keats, poeta di un amore sconfinato

    Le verdi e rigogliose campagne londinesi sono la culla della fiorente borghesia inglese di inizio Ottocento. Fanny, indipendente e dal carattere schietto, a tratti impertinente, è la primogenita della famiglia Brawne Lindon, ricca casata rimasta orfana del capostipite. La passione per la moda la accompagna alla scoperta dell’arte del cucito e gli abiti che confeziona, ricama ed indossa sono il biglietto da visita della sua creatività.

    L’incontro che stravolge la vita di Fanny avviene tramite il facoltoso Charles Brown ed il suo amico e protetto, il giovane letterato – in quel momento ancora sconosciuto – John Keats. Quest’ultimo, orfano di entrambi i genitori, deve provvedere al fratello minore gravemente malato di tisi. Il ragazzo, che oggi ricordiamo come un affermato poeta e paroliere, al momento dell’incontro con Fanny non gode di alcuna fama, vive senza alcuna rendita e dipende in tutto e per tutto dall’amico Brown, individuo dalla personalità ruvida e spigolosa. Il carattere forte e autoritario di Charles si scontra inevitabilmente con quello di Fanny, sfociando in una profonda tensione, alimentato dall’orgoglio della ragazza. Nessun attrito personale può, però, in alcun modo frenare il profondo attaccamento che entrambi nutrono per il giovane e tormentato John.

    Jane Campion vuole raccontare la vera storia d’amore, intensa e travagliata, tra John Keats e la sua amata e musa ispiratrice Fanny Brawne, cercando in ogni modo di rievocare la passione, lo spirito, il romanticismo e la dolenzia delle opere del grande poeta inglese. Non si può in alcun modo contestare la trama, fedele rappresentazione della testimonianza storica, al contrario si deve riconoscere alla regista neozelandese il grande merito di esser riuscita a raccontare il rapporto tra i due giovani rifuggendo dal rischio di annoiare visti i melensi presupposti che un dramma di questo tipo inevitabilmente porta con sé.

    Seppure il ritmo narrativo sia piacevole e apprezzabile, al contrario, dal punto di vista formale e strutturale, la regista ha abusato di un repertorio stereotipato che alterna tentativi di rendere algidi gli ambienti nei quali quest’amore contrastato nasce e si sviluppa a momenti dove si sfocia in una sorta di frenato barocchismo. Un film riuscito, moderno e ardito nella fotografia ma ancorato ad uno stile sfarzoso e inutilmente ingessato nella narrazione. Interessante e avvincente più per la sua natura biografica che non cinematografica, Bright Star appare come un compito ben svolto e sicuramente godibile, seppur lontano dall’insuperato Lezioni di piano.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Picnic ad Hanging Rock (Picnic at Hanging Rock)

    Picnic ad Hanging Rock (Picnic at Hanging Rock)

    La natura, madre e matrigna, di un mondo artefatto

    Un collegio di sole donne, come non siamo più abituati a conoscere da tempo, custodisce l’amore, il dolore e la speranza di un gruppo di giovani dell’aristocrazia australiana, protagoniste di una realtà a noi distante per valori, idee e abitudini, ma che trasporta la fantasia a una torrida estate di fine Ottocento.

    l collegio vittoriano di Appleyard è la casa delle studentesse che animano la campagna di Melbourne. Una mattina d’estate si trasforma nell’occasione per un picnic sugli scogli dell’Oceano, il gruppo roccioso di Hanging Rock. Quella che all’apparenza sembra definirsi una perfetta giornata di sole si trasforma all’improvviso nell’alba di una tragedia. Miranda, Marion, Irma ed Edith si allontanano dal gruppo, spinte dall’audacia di giovani adolescenti, per esplorare i panorami del litorale australiano. Il tramonto segna l’orario di ritorno al collegio, ma soltanto Edith troverà la strada di casa. Priva di memoria, impaurita e spaesata allerta il gruppo, che nel momento stesso si rende consapevole di un’altra scomparsa, quella della professoressa di matematica.

    L’opera di Peter Weir ripercorre le vicende dell’omonimo romanzo della scrittrice australiana Joan Lindsay. Le pagine del racconto attingono dalla realtà stessa, cercando giustizia in quello che fu un misterioso incidente di inizio Novecento, la scomparsa di un gruppo di studentesse in gita sulla cima d’una montagna. L’origine drammatica della storia e la successiva trasposizione letteraria prima e cinematografica poi hanno da sempre avvolto questa vicenda in un’aura di angoscia e mistero difficile da affievolire. Quella di Weir è una regia folgorante, indizio di un talento destinato a lasciare il segno nella storia del cinema. Il lavoro dietro Picnic ad Hanging Rock vale il biglietto per Hollywood, che lo accoglie oggi fra i più meritevoli registi del secolo, celebrato per pellicole come L’attimo fuggente The Truman Show.

    Lo sguardo artistico di Weir è da sempre affascinato più dalle atmosfere che dai caratteri, capace di attirare lo spettatore con pathos e tensione crescente, arricchito da virtuosismi estetici di un incanto che lascia senza fiato. La narrazione non richiede spiegazioni, dettagli o chiarezza nell’ordine degli eventi, perché, come un quadro neorealista, confonde trame e confini, fa perdere punti di riferimento per restituire allo spettatore il protagonismo nell’interpretazione del contenuto.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Once (Una volta)

    Once (Una volta)

    Quando tutto è in bilico, occorre trovare qualcuno che ci sostenga

    Un’insolita cornice nebbiosa accoglie lo spettatore in una Dublino di vent’anni fa, protagonista di un’Irlanda laboriosa e sincera, erede di una tradizione di uomini e donne dalle vite semplici ma ricche di speranza. Un giovane cantautore cerca di preservare la sua dignità fra un lavoro diurno – quello di addetto alla riparazione di aspirapolveri usati – e la ricerca appassionata di pubblico nelle strade irlandesi che anima armato della sua chitarra melodica.

    Le grigie giornate dei protagonisti, il cui nome rimane a noi segreto, si incrociano fra le strade della città. Lui alla disperata ricerca di trasformare la propria musica in realtà, lei – atterrata dalla Repubblica Ceca – alla ricerca di qualcuno a cui aggrapparsi, una persona il cui sguardo la guidi. (Cancellato dopo i due punti)

    Il loro incontro è spigoloso, ruvido, la distanza aumenta alimentata dal difficile carattere di lui e, d’altra parte, dalla paura di rimanere, ancora una volta, tradita. L’attrazione che li ha portati a conoscersi fra le strade di Dublino diviene calamita nel momento in cui scoprono di condividere la stessa passione, la stessa naturale dote innata: la musica. Lui musicista di chitarra acustica, lei pianista dalle dita vellutate. Questa loro passione li trascinerà a unire ed intrecciare le proprie vite alla continua ricerca di ciò che amano.

    La pellicola racconta due storie diverse: da un lato quella dei protagonisti, melensa ed a tratti troppo lenta, déjà-vu di un cinema sperimentale, ormai troppo riflessivo per il pubblico contemporaneo; dall’altro affascina forse di più il percorso produttivo che ha condotto il film dall’ideazione alle sale. Il budget per la realizzazione è estremamente povero, finanziato in parte dalla commissione culturale irlandese ed in parte dal regista stesso. Gli attori, o per meglio dire i protagonisti, non sono affatto attori, bensì musicisti professionisti prestati al mondo del cinema proprio per cercare un realismo ed una verità concreta, senza però lapidare i miseri finanziamenti raccolti.

    Questa commistione di eventi fiabeschi non vede però un lieto fine: la protagonista, vittima della propria inesperienza, non viene considerata all’altezza del ruolo al punto da costringere Cillian Murphy – inizialmente selezionato per il ruolo di protagonista – ad abbandonare il progetto in quanto sfiduciato dalla prova attoriale della sua compagna. La fiducia riposta in questa pellicola, però, ripaga. Nel 2007 Once ottiene un Oscar per la miglior canzone (Falling Slowly) e riesce così nell’impresa di sconfiggere Golia, l’industria dello spettacolo hollywoodiana che tutto può.

    Ogni cosa rimane in bilico in questa sussurrata love story girata come cinema verità. Difficilmente una storia d’amore contemporanea potrebbe essere raccontata in modo più autentico, delicato e semplice di come avviene in Once.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Prisoners

    Prisoners

    Prisoners: spingersi al limite per la verità

    L’amore incondizionato e disperato di un padre per la propria figlia è più forte di qualsiasi limite, minaccia o pericolo. Keller Dover (Hugh Jackman) è un genitore amorevole e responsabile, falegname nella rigida e rurale Pennsylvania. Il giorno del ringraziamento si trasforma, per le famiglie Dover e Birch, inaspettatamente, in una tragedia che abbandona le famiglie nella disperazione: le loro figlie spariscono nell’indifferenza totale. Fino a che punto è disposto a rischiare per mantener fede alla promessa di proteggerla contro i mali del mondo?

    La pellicola diretta da Denis Villeneuve – e sceneggiata impeccabilmente da Aaron Guzikowski – sfida le più profonde paure umane, affrontando il dramma del rapimento, del dolore per la morte, l’angoscia dell’abbandono. Gli inquietanti e devastanti scenari del film aprono una dolorosa ferita nell’emotività dello spettatore, incalzato dal ritmo spettrale del film, fiducioso nel ritrovamento di Anna e angosciato dal comportamento di Keller, capace di tutto pur di ritrovare la propria figlia, persino di barattare la vita di un ostaggio pur di ottenere informazioni preziose.

    Il risultato del lavoro di Villeneuve è coraggioso, ben riuscito e capace di accompagnare per ore lo spettatore in una disperata ricerca in cui persino noi ci sentiamo detective. La sensazione di impotenza e la straziante disperazione delle vittime traspare dalla prova attoriale, superata a pieni voti, di Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal, abituati a vestire i panni di protagonisti dall’animo tenebroso. Ma è soprattutto la performance del primo a stupire, spinta al limite nel folle rapporto con l’ostaggio, con un Paul Dano reso progressivamente irriconoscibile dalle percosse.

    La disumana violenza del film non lascia spazio ad alcuna interpretazione di speranza e ottimismo, ma è comunque capace di trovare una chiusura positiva in quella che è una tragedia umana ed emotiva. Una lezione schietta e realistica, priva di filtri buonisti, che restituisce una radiografia schiacciante e angosciante del maligno che serpeggia. E proprio qui troviamo la coerenza del film: nella rinuncia al lieto fine denso di speranza, difficilmente conciliabile con le reali inquietudini che ognuno di noi prova nei confronti della paura.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • The Town

    The Town

    La solitudine non è una scelta, il riscatto è un obbligo

    La vita dei protagonisti si svolge nella tenebrosa periferia di Boston, in particolare nel quartiere di Charlestown, sobborgo malfamato e casa di chi ha avuto un duro scontro con la vita. È il caso di Doug, condannato da amicizie sbagliate e l’eredità di un padre criminale. La malavita di strada appare non solo come l’unica soluzione ma come l’unico spiraglio in grado di regalargli speranza. Sono i caveaux delle banche la sfida preferita da Doug e la sua banda, che con esperienza riescono a ripulire senza destare alcun sospetto. Fino a quando non è l’amore a scoprire le carte sul tavolo. Quella che era la vittima della rapina perfetta, testimone del furto, diventa immediatamente un chiodo fisso, difficile dimenticarsene e impossibile da avvicinare. Senza neanche volerlo, però, la coscienza sporca di Doug gli cambierà la vita dentro ad una lavanderia.

    La città come luogo di scontri tra legalità e delinquenza si conferma ancora una volta come un topos del cinema a stelle e strisce. Questa volta a trasporre sullo schermo questo scenario è Ben Affleck, dopo una carriera trascorsa come attore, ora alla seconda prova di regista. Il film è sicuramente gradevole, la trama è facilmente intuibile. Si può dire che Affleck, allo stesso tempo protagonista della pellicola, sfrutti la tradizione aderendo ai codici artistici del genere, senza ricercare in alcun modo un’ostentata originalità. È allo stesso tempo il pregio, come il peggior difetto, del film e del regista stesso: una prova scolastica, classica e deludente dal punto di vista dei colpi di scena. Sicuramente Ben Affleck brilla qui più come attore che come regista, facendo diversi passi indietro rispetto all’esordio Gone Baby Gone.

    L’operazione The Town rimane comunque apprezzabile, capace di gestire un’ampia galleria di personaggi, storie e caratteristiche molto diverse tra loro, senza però forzarne i connotati: un cast che riesce a interpretare con merito un ventaglio di personaggi scontati e prevedibili. Rimane comunque di questo film l’epilogo denso di speranza e ottimismo. L’impossibilità di un’alternativa al marcio della società accompagna i protagonisti nella maggior parte del film; fare i conti con i padri e il quartiere rappresenta una scelta dalla quale non si torna più indietro, almeno fino a quando una piccola luce di speranza illumina il loro percorso.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Il socio (The Firm)

    Il socio (The Firm)

    La legge è uguale per tutti, ma non tutti siamo uguali

    Mitchell McDeere rappresenta il sogno americano: nato da una famiglia della quale preferisce dimenticarsi, si sta laureando in legge ad Harvard, brilla per intelligenza ed è corteggiato dai più importanti studi di avvocatura del paese, fino a quando non arriva un’offerta impossibile da rifiutare. Così, in accordo con la moglie Abby, decide di avviare la sua carriera in un prestigioso studio legale di Memphis.

    L’evolversi della sua vita non conosce ostacoli, almeno fino a quando un’ombra si proietta cupa sullo studio in cui lavora. Alcuni soci sono scomparsi in situazioni misteriose, inspiegabili, successivamente al ritrovamento di alcune parcelle e documenti che porrebbero lo studio in una posizione tanto scomoda quanto pericolosa. Mitch si trova dunque di fronte a un bivio, a una domanda tanto etica quanto professionale, che lo induce a un tormento interiore e che culmina con la scelta coraggiosa di indagare. Comincia così un’estenuante ricerca della verità che lo porterà ad incrinare il rapporto con la moglie Abby, ritrovare suo fratello e rischiare la sua vita.

    Tom Cruise ha conquistato il pubblico con una reputazione monumentale di tombeur de femmes, nomea che lo ha accompagnato nella sua carriera e che ancora oggi, al solo ricordo di Top Gun, rievoca un sentimento di adrenalina e fascino. Nel 1993 Pollack decide di scommettere su di lui per affidargli le chiavi del film, in un ruolo che maneggia con cura e assoluta fermezza, trovando una chiave di lettura del protagonista incredibilmente centrata ed equilibrata. Il volto angelico e l’aspetto pulito dell’attore sono il ritratto di Mitch e dei suoi giovani anni da studente universitario, senza mai nascondere la forza e la determinatezza di una personalità aggressiva, ferma e decisa. La regia ritma la storia con suspense ed azione, trasformando il romanzo di John Grisham in un film ancora oggi dinamico, avvincente e ben architettato. La colonna sonora, d’altra parte, cadenza il film e ne scandisce tempi e caratteristiche, trasformandosi in un narratore extradiegetico che accompagna con tensione l’evolversi della storia.

    Il socio è un’opera capace di affascinare, avvincere ed emozionare mescolando con cura il legal drama all’action adrenalinico. La paura si mescola così alla speranza interrogando lo spettatore sulle scelte del protagonista con il quale finisce per immedesimarsi. Etica e libertà sono il trofeo in palio, Mitch ne è consapevole ed è disposto ad ogni cosa per appropriarsene, combattendo con ogni mezzo affinché siano i suoi valori ad imporsi in un concerto di menzogne, cospirazioni e vendette. Denaro, potere e fama sono gli ingredienti perfetti per un concretato di ipocrisia al quale il giovane neolaureato cerca di rispondere seguendo però le proprie regole.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Diamanti grezzi (Uncut gems)

    Diamanti grezzi (Uncut gems)

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    Ci spaventa scoprire le nostre debolezze quanto ci affascina avventurarci in quelle altrui

    Howard Ratner è un gioielliere ebreo, padrone di un modesto e angusto negozio di Manhattan, impegnato a districarsi funambolicamente fra la vita quotidiana di padre di famiglia e quella notturna di adultero scommettitore. Il suo lavoro, a tratti patetico e umiliante, non è altro che un tentativo disperato di far galleggiare le sue speranze. I debitori lo inseguono, la famiglia lo ripudia, l’unica donna che sembra amarlo nonostante la sua disperazione si rivela in realtà un’incauta arrivista pronta a scommettere su un futuro più promettente non appena ne ha l’occasione. Ogni tentativo di riscatto di Howard si riversa su di lui costringendolo ad un’umiliante auto-commiserazione.

    Quello che Pascoli definisce nido familiare si trasforma per Howard nella sua più claustrofobica trappola, un’arena di scontri, paura e dolore. La sua stessa famiglia, in cui coltiva le origini ebraiche e dove cerca aiuto e conforto, non è altro che il suo primo spietato nemico. La partita, però, cambia allo scadere quando Kevin Garnett, stella NBA, entra nel suo negozio ed inizia a rimescolare le carte della sua vita. Un opale proveniente dall’Etiopia innesca una catena di bugie, tradimenti, inganni e truffe. Howard è consapevole di non aver più nulla da perdere ed è pronto a scommettere qualunque cosa pur di avere un’occasione di riscatto, persino la sua vita.

    I fratelli registi Josh e Benny Safdie raccontano in modo adrenalinico la vita di un uomo ridicolo, le patetiche tormenta di un avaro di tutto e pronto a nulla, incastrando ogni frammento della narrazione in un caotico e perfetto turbinio di avvenimenti. La fotografia del film è densa di colore, satura di tensione e buia come il dolore interiore del protagonista. Il montaggio è avvincente, veloce e dinamico, come se la vita di Howard fosse un documentario a cui hanno cancellato ogni frammento noioso. Impossibile distrarsi, avvolti dal ritmo asmatico delle riprese. Come su un campo da basket sono i secondi a fare la differenza ed ogni sequenza è una corsa contro il tempo, una sfida fra Howard ed il destino.

    Adam Sandler riesce a vestire i panni del protagonista in modo naturale, quasi scontato, restituendo una rappresentazione accurata e fedele del personaggio, fisicamente balbettante, incerto su ogni movimento e indeciso per natura, marcato dai difetti fisici e umiliato dall’aspetto esteriore. Con una prova attoriale ineccepibile Sandler riesce a stimolare compassione ed empatia, come se anche noi, in fondo, fossimo Howard.

    E in fin dei conti siamo affascinati dal protagonista perché morbosamente affamati dal suo fallimento, da un’estasi che nasce dall’umiliazione, una compassione che si trasforma in celebrazione eroica riconosciuta a chi fa di tutto – ottenendo altro che l’insuccesso – per sopravvivere a sé stesso e ai propri demoni, ai propri tormenti e alle proprie tentazioni.

    A cura di Alessandro Benedetti

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    Ci spaventa scoprire le nostre debolezze quanto ci affascina avventurarci in quelle altrui

    Howard Ratner è un gioielliere ebreo, padrone di un modesto e angusto negozio di Manhattan, impegnato a districarsi funambolicamente fra la vita quotidiana di padre di famiglia e quella notturna di adultero scommettitore. Il suo lavoro, a tratti patetico e umiliante, non è altro che un tentativo disperato di far galleggiare le sue speranze. I debitori lo inseguono, la famiglia lo ripudia, l’unica donna che sembra amarlo nonostante la sua disperazione si rivela in realtà un’incauta arrivista pronta a scommettere su un futuro più promettente non appena ne ha l’occasione. Ogni tentativo di riscatto di Howard si riversa su di lui costringendolo ad un’umiliante auto-commiserazione.

    Quello che Pascoli definisce nido familiare si trasforma per Howard nella sua più claustrofobica trappola, un’arena di scontri, paura e dolore. La sua stessa famiglia, in cui coltiva le origini ebraiche e dove cerca aiuto e conforto, non è altro che il suo primo spietato nemico. La partita, però, cambia allo scadere quando Kevin Garnett, stella NBA, entra nel suo negozio ed inizia a rimescolare le carte della sua vita. Un opale proveniente dall’Etiopia innesca una catena di bugie, tradimenti, inganni e truffe. Howard è consapevole di non aver più nulla da perdere ed è pronto a scommettere qualunque cosa pur di avere un’occasione di riscatto, persino la sua vita.

    I fratelli registi Josh e Benny Safdie raccontano in modo adrenalinico la vita di un uomo ridicolo, le patetiche tormenta di un avaro di tutto e pronto a nulla, incastrando ogni frammento della narrazione in un caotico e perfetto turbinio di avvenimenti. La fotografia del film è densa di colore, satura di tensione e buia come il dolore interiore del protagonista. Il montaggio è avvincente, veloce e dinamico, come se la vita di Howard fosse un documentario a cui hanno cancellato ogni frammento noioso. Impossibile distrarsi, avvolti dal ritmo asmatico delle riprese. Come su un campo da basket sono i secondi a fare la differenza ed ogni sequenza è una corsa contro il tempo, una sfida fra Howard ed il destino.

    Adam Sandler riesce a vestire i panni del protagonista in modo naturale, quasi scontato, restituendo una rappresentazione accurata e fedele del personaggio, fisicamente balbettante, incerto su ogni movimento e indeciso per natura, marcato dai difetti fisici e umiliato dall’aspetto esteriore. Con una prova attoriale ineccepibile Sandler riesce a stimolare compassione ed empatia, come se anche noi, in fondo, fossimo Howard.

    E in fin dei conti siamo affascinati dal protagonista perché morbosamente affamati dal suo fallimento, da un’estasi che nasce dall’umiliazione, una compassione che si trasforma in celebrazione eroica riconosciuta a chi fa di tutto – ottenendo altro che l’insuccesso – per sopravvivere a sé stesso e ai propri demoni, ai propri tormenti e alle proprie tentazioni.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • La Grande Scommessa (The Big Short)

    La Grande Scommessa (The Big Short)

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    La vera scommessa è mettere in discussione ciò che tutti danno per certo

    Dimenticate la finanza spumeggiante di Martin Scorsese in The Wolf of Wall Street, il realismo di
    Adam McKay lascia spazio a una visione concreta e precisa dell’atmosfera austera e noiosa che
    popola i grattacieli di New York. Il sistema bancario di Wall Street viene presentato senza scrupoli,
    lontano dall’ideale utopistico a cui Hollywood ci ha abituato negli anni. La grande scommessa
    restituisce con verità e cinismo una panoramica sulla routine ordinaria, caotica e arida del sistema
    bancario americano.

    Il film intreccia agilmente l’evolversi contemporaneo di due vicende, rispettando l’ordine
    cronologico degli eventi e senza appesantirli del documentarismo storico, al contrario la storia
    procede sempre con ritmo frizzante. Da un lato conosciamo Michael Burry, analista finanziario
    titolare di Scion Capitol, fondo di investimento specializzato nella vendita alla scoperta di bolle
    speculative. Dall’altro contemporaneamente, Charlie Geller e Jamie Shipley, giovani investitori
    affamati di opportunità, che, una volta scoperta la strategia di investimento, decidono di
    abbracciarla con convinzione. Ma non vi preoccupate: se la terminologia tecnica vi dovesse
    spaventare, in quanto poco avvincente e volutamente confusionaria, sarete felici di sapere che ad
    accompagnare la narrazione ci sarà, tra gli altri, Margot Robbie che, sorseggiando champagne in
    una vasca da bagno, commenta fuori campo i tecnicismi più aggrovigliati.

    La trasposizione cinematografica si ispira con fedeltà agli eventi reali, raccontando l’intuizione
    premonitrice di Michael Burry nello scommettere sul fallimento del sistema immobiliare americano,
    svelando una pagina nascosta della finanza statunitense. Se l’antologia cinematografica

    Hollywoodiana ci ha sempre presentato Wall Street come un lussuoso parco divertimenti in cui la
    fama e il successo sono una naturale conseguenza, La grande scommessa proietta sullo schermo
    un’analisi critica e umana delle persone, ancor prima degli eventi, scoprendone debolezze e vizi.
    Come in ogni scommessa ci si divide fra vinti e vincitori, se in questo caso Burry ed il suo fondo
    possono dirsi vincitori, sono i risparmiatori americani a dover scontare la pena di un sistema
    economico e sociale fallimentare. Non è quindi un caso che il più grande tormento di Michael Burry
    rifletta proprio su questo punto: “Ho la sensazione che tra qualche anno la gente dirà quello che
    dice sempre quando l’economia crolla. Daranno la colpa agli immigrati e alla povera gente”. L’etica
    dell’investimento diventa così la chiave di lettura del film che intende umanizzare la logica del
    profitto, accusando, seppur indirettamente, l’intero establishment bancario.

    Nonostante il cast stellare e le cinque nomination agli Oscar, La grande scommessa sembra
    continuare ad essere un film rivolto a una nicchia di appassionati ed interessati, colpevole
    probabilmente di tecnicismi indigesti al pubblico generalista. Un film che riesce comunque nel suo
    intento critico di raccontare un altro punto di vista, umano e sensibile, su un sistema economico
    arido e senza scrupoli, dove “fare i soldi non è come credevo che fosse, questo business uccide
    quella parte di vita che è essenziale, la parte che non ha niente a che vedere con gli affari”.

    A cura di Alessandro Benedetti

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