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    Principessa Mononoke (Mononoke-hime)

    Principessa Mononoke: l’equilibrio in Miyazaki

    Giappone, periodo Muromachi (ca. 1300 – 1600). Disegni e ambientazioni sorprendentemente affascinanti. Guerra e violenza. Natura al centro. Odio come motore delle azioni. Emancipazione femminile. Chi conosce il cinema di Miyazaki, noterà senz’altro in questo elenco qualche elemento che stona rispetto alla produzione classica del regista giapponese: odio, guerra e violenza non sono certo le tematiche che gli abbiamo visto trattare nel veicolare i suoi messaggi. Al centro della pellicola vi è lo scontro fra uomo e natura, la spietatezza dell’uomo nei confronti di essa, la totale noncuranza verso il luogo in cui vive. Non è un caso che le vicende siano ambientate nel periodo Muromachi; sono questi, infatti, gli anni in cui in Giappone inizia il progresso tecnico, l’uomo inizia ad utilizzare massicciamente il ferro e questo lo fa sentire onnipotente, fa nascere in lui la presunzione di possedere il mondo. È dunque questo il periodo in cui, dopo millenni di pacifica convivenza, l’uomo e la natura si scontrano ferocemente e l’equilibrio che si era instaurato si perde definitivamente.

    È l’odio il motore di tutte le azioni di questo film. Il protagonista Ashitaka (che è maschio, altro elemento di distacco rispetto alla produzione classica di Miyazaki che tende a preferire protagoniste femminili), dopo aver protetto il suo villaggio da un terribile dio maligno, viene maledetto da quest’ultimo e perciò esiliato dalle sue terre, alla ricerca di una possibile redenzione dal suo destino di morte certa. La maledizione che gli è scagliata è quella dell’odio e del rancore; durante il viaggio deve cercare di guardare con le pupille non velate da odio il mondo che lo circonda. Questo dunque il ruolo del protagonista: opporsi a questo sentimento dilaniante, incarnare l’equilibrio. Durante il suo viaggio incontra infatti la guerra tra gli abitanti della Città del ferro, capeggiata dalla signora Eboshi, e le divinità che abitano la foresta tra cui la Principessa Mononoke, letteralmente tradotta Principessa Spettro. Abbandonata da piccola nella foresta, viene trovata da Mono, la dea-lupo, e allevata da lei come una figlia tanto che non solo dimenticherà di essere umana, ma arriverà addirittura ad odiare profondamente la sua specie. Lo scontro vede la sua parte più tetra nel consumarsi della sanguinosa battaglia finale: non c’è una risoluzione, un classico happy ending. È un finale complesso, che presenta sia la speranza sia la tragedia: il dio-bestia, il dio-natura muore, ma morendo fa sì che la foresta risorga dalle ceneri della guerra.

    La complessità dell’operazione non si limita però al solo finale. Primo fra tutti, il personaggio della signora Eboshi. La sua entrata in scena ci mostra una donna forte e spietata, che senza riserve dà il comando ai suoi uomini di uccidere due cuccioli di lupo. Nel momento in cui torna al villaggio, la Città del ferro, viene accolta come un’eroina, trattata come un vero e proprio capo del popolo, amata e stimata da esso. Il regista ci accompagna per gradi alla scoperta di questa donna alla quale impariamo a voler bene poco alla volta. Scopriamo che il suo villaggio è rifugio di tanti emarginati, lebbrosi, malati: le persone che nessuno vuole. Scopriamo che nel suo villaggio le donne sono al pari degli uomini: lavorano nell’acciaieria e possono liberamente parlare ed essere prese in considerazione, è la portatrice dei valori del femminismo, rappresenta in un certo senso lo sviluppo umanitaristico della società. Allo stesso tempo non la vediamo mai clemente nei confronti di chi si interpone tra lei e il suo odio verso gli dei che abitano le foresta. Non è la protettrice della natura né garante dell’equilibrio tra l’uomo ed essa. La sua caratterizzazione è complessa tanto quanto la sua relazione con gli altri personaggi e con la storia del film: non capiamo da che parte dobbiamo stare, per chi fare il tifo. La contrapposizione tra lei, la Principessa e la natura è continua e macabra, e i buoni sembrano non esistere, così come i cattivi: abbiamo il dovere di proteggere la natura, ma allo stesso tempo dare rifugio agli emarginati. Ognuno dei personaggi fa il bene in un senso e il male nell’altro: Ashitaka, invece, che si colloca al centro tra i due schieramenti, impersonifica l’equilibrio. L’equilibrio tra il bene e il male, l’equilibrio che  è anche incertezza e l’equilibrio tra uomo e natura che è necessario, nonché doveroso, per la sopravvivenza del nostro pianeta. Tutta la nostra vita ruota attorno all’equilibrio che pian piano andiamo a costruire nei giorni e negli anni e Miyazaki lo sa, rendendolo splendidamente visibile in questa pellicola.

    A cura di Agnese Graziani

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    Scoprire lo spazio per ritrovare sé stessi

    Ellie Arroway è una bambina di nove anni, fin da piccola accesa dalla passione per la comunicazione via radio, interesse che le viene tramandato dal padre, Ted, che con il suo hobby colma il silenzio lasciato dalla scomparsa della moglie. Improvvisamente Ted viene colto da un malore ed Ellie, nonostante il disperato tentativo di salvarlo, deve arrendersi ad una seconda prematura tragedia. Questo trauma ingiusto la spinge a rifiutare con forza l’idea di Dio, iniziando di contro a dedicarsi con convinzione e determinazione allo studio della scienza, in particolare alle stelle ed alle forme di vita che le popolano. Lo spazio incontaminato comunica con Elly più di quanto non faccia lei stessa, nascosta dietro a domande ed enigmi indecifrabili, curiosa di scoprire il mondo ma, ancor di più, ciò che di inesplorato circonda il mondo. La fame di risposte, la curiosità e la voglia di viaggiare spingono Ellie oltre i confini dell’ignoto, in un viaggio spirituale alla ricerca di una risposta.

    Il prologo iniziale del film, un profondo e struggente racconto dell’infanzia di Ellie, lascia spazio nella narrazione a tre tempi ben definiti: l’inizio dell’ascolto dello spazio galattico; l’arrivo del messaggio della stella Vega ed infine il lancio dell’astronave. Un racconto strutturato e preciso, chiaro nella narrazione e capace di raccontare una storia complessa con dovizia di particolari, senza mai intaccare la solidità del costrutto narrativo. Un’opera pienamente riuscita a Zemeckis sotto ogni punto di vista, una confezione artistica impeccabile in un racconto avvolgente e dinamico. Concepire un film di fantascienza innovativo negli anni ’90 sarebbe stato difficile solo per l’immaginazione necessaria, saperlo poi realizzare creando ancora oggi un forte senso di stupore è un risultato sorprendente (caratteristica comune solo ai grandi, grandissimi registi).

    Ancora una volta scienza e religione si incontrano e si scontrano, ognuna delle due affila le armi per una battaglia ideologica che si esaurisce in sé stessa. Non è, come sempre, la verità a voler prediligere uno dei due metodi di ricerca ma l’unione delle due a fornire risposte concrete per gli occhi e per l’anima, per lo spirito calcolatore di Ellie e l’inguaribile amore. La soluzione proposta è che il sentimento religioso, se fondato su una fede schietta e senza etichette, non contraddice la scienza, se cresciuta irrobustita sulla libertà e sull’autocritica. Il finale della pellicola restituisce – come facilmente prevedibile – un sentimento di totale ottimismo, cieca speranza verso una scienza capace di dare risposte alle domande dell’anima. Un film riuscito, precursore nel tempo di un genere cinematografico sempre più in espansione e sempre più alla ricerca di interpreti validi.

    A cura di Alessandro Benedetti

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