Categoria: Recensioni

  • Una terra promessa (Bastarden)

    Una terra promessa (Bastarden)

    Bastarden: l’epopea di una terra promessa

    Alla mostra del cinema di Venezia Nikolaj Arcel, per la sua prima volta al Lido, si presenta in concorso con l’adattamento cinematografico del romanzo Kaptajnen og Ann Barbara, scritto da Ida Jesse (2020).

    Mads Mikkelsen torna in scena nei panni dell’ex capitano Ludvig Kahlen che, nel 1755, si prefigge l’obiettivo di bonificare la temuta e arida brughiera danese per fondare una colonia in nome del re Frederik V ed ottenere il titolo nobiliare che tanto desidera. Una missione apparentemente impossibile per cui verrà schernito dalla maggior parte dei consiglieri di corte, i quali la approveranno solo perché non richiede finanziamenti. Kahlen si ritrova quindi solo nell’impresa e, come se non bastasse, il crudele feudatario di zona Frederik de Schinkel crede che quelle terre gli appartengano.

    La narrazione, che risulta semplice, lineare e talvolta scontata, segue i canoni del genere western: l’eroe, il cattivo, una terra da conquistare, un popolo avverso (in questo caso i barbari) ed una figura femminile forte (Ann Barbara, interpretata da Amanda Collin). Ogni personaggio in scena è ben caratterizzato; il regista ci mostra l’eroe come un uomo coraggioso e determinato, freddo e quasi inespressivo, interessato esclusivamente ai propri interessi e scopi personali. Un protagonista con cui inizialmente si fa fatica ad empatizzare, perché la sua arroganza prevale su ogni suo pregio, ma che siamo comunque in grado di apprezzare per la sua umanità.

    Nikolaj non vuole mostrarci un eroe invincibile ma un uomo che, seppur d’onore, è disposto a tutto per ottenere il suo titolo nobiliare. Un uomo che vuole ordine e disciplina ma che spesso si imbatte nel caos, grazie a cui impara, finalmente, ad abbandonarsi alle emozioni, aiutato anche dai personaggi femminili presenti nell’ambiente domestico. Il villain, invece, è il classico ragazzino viziato, figlio di un ricco nobile e abituato ad ottenere tutto ciò che vuole con qualsiasi mezzo abbia a disposizione. Non conosce nemmeno la fatica e il sacrificio, perché la fortuna che eredita comodamente era già stata conquistata dal padre.

    Mads Mikkelsen si rivela per l’ennesima volta un attore straordinario, capace di far trasparire, tramite un semplice sguardo, le emozioni di un protagonista adiaforo. Al suo fianco non si può non notare la magistrale interpretazione di Amanda Collin, che porta in scena un personaggio femminile deciso, materno e vendicativo. A fianco degli eccezionali

    Ricco di tematiche ancora purtroppo attuali, Bastarden si rivela un film sì dai toni classici, duro e crudele, ma da cui è difficile distogliere lo sguardo.

     

    A cura di Sarah Vaia

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  • The Killer

    The Killer

    The Killer: l’assassino silenzioso

    Un killer efferato e metodico (Michael Fassbender) fallisce clamorosamente mancando l’obiettivo di una missione a Parigi. Il cliente sconosciuto che gli ha affidato il compito invia dei sicari per metterlo fuori dai giochi.

    David Fincher, a tre anni di distanza dal meraviglioso Mank, torna dietro la macchina da presa realizzando un film prodotto da Netflix e ispirato all’omonima graphic novel francese del 1998 di Alexis Nolent. In The Killer siamo costantemente dentro la testa del protagonista e sentiamo tutti i suoi pensieri grazie al supporto della voce fuori campo, gestita in maniera magistrale e frutto di una sceneggiatura brillantissima scritta da Andrew Kevin Walker, già noto per aver lavorato con Fincher per il capolavoro irraggiungibile di Seven (1997).

    Malgrado non raggiunga l’apice della filmografia di uno dei migliori registi viventi, The Killer è un film solidissimo, con un altissimo livello di suspense da perdere il fiato, alimentato da una messinscena, tra varie location sparse per il globo, perfetta e funzionale. L’assassino è un uomo tormentato e ha una filosofia di vita che spesso viene smentita dagli eventi che subisce, mentre la sua calma spaventosa e la sua meticolosità si dimostrano, in realtà, tanto un vantaggio quanto una forma di debolezza, poiché è evidente quanto l’ordine mentale del personaggio sia il riflesso di un caos interiore che lo angoscia profondamente.

    Il silente killer agisce senza proferire troppe parole e senza empatia nei confronti di nessuno, poiché l’uomo è bellicoso per natura e, quindi, da eliminare e da tenere a distanza. Emblematica la scena in cui egli osserva un bambino giocare con una pistola giocattolo. Rivolgendosi allo spettatore attraverso il voice over, il sicario confessa che non riesce a comprendere come si possa pensare che l’uomo sia fondamentalmente buono per natura.

    Ma chi è il vero nemico che l’assassino combatte? Il capitalismo. Lo si capisce bene quando, nella prima scena, Michael Fassbender, che si trova in un appartamento abbandonato di fronte a un sontuoso hotel di Parigi e attende con una pazienza straziante la sua prossima vittima, rivela perfettamente la piega che prenderà il film: una scalata sociale per la sopravvivenza e per la vendetta che culmina, non a caso, in un attico di lusso.

    L’individuo solitario è costretto continuamente a fuggire e a rincorrere i suoi nemici per riuscire forse a raggiungere uno status di sicurezza apparente in un mondo globalizzato in cui tutti siamo raggiungibili e tenuti sotto scacco da coloro che detengono il potere. Per non parlare del geniale lavoro di product placement, non soltanto efficace dal punto di vista produttivo ma perfettamente coerente con il contenuto del film. Sono presenti, infatti, riferimenti a tante delle major globali, da McDonalds ad Amazon, da FedEx a Hertz.

    Dal punto di vista dell’interpretazione, infine, l’intero film regge grazie a un magnifico Michael Fassbender, guidato da un ottimo regista. La regia di David Fincher è infatti straordinaria tanto nelle scene di action (la lotta con “il mostro” nell’appartamento è di puro godimento) quanto nei dialoghi tra i personaggi (di grande qualità quello tra il protagonista e Tilda Swinton). The Killer riesce perfettamente ad esaltare il contrasto tra il silenzio di un uomo incapace di comunicare con gli altri e una mente colma di un fiume di parole solitarie.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Ferrari

    Ferrari

    Enzo Ferrari: l’uomo

    Nel secondo dopoguerra il mito di alcune famiglie imprenditoriali italiane si impose con forza nell’immaginario del paese. Tra i protagonisti più popolari della nuova “nobiltà borghese” vi fu sicuramente Enzo Ferrari, a cui è dedicato l’ultimo film di Michael Mann, che racconta un momento cruciale della vita del Commendatore.

    Siamo nella Modena del 1957. A un solo anno dalla morte del figlio Dino, il fondatore della casa automobilistica (Adam Driver) è costretto ad affrontare anche le difficoltà economiche della propria azienda. Vincere la Mille Miglia, celebre corsa su strada, potrebbe restituire importanza al marchio Ferrari, attirando nuovi partner finanziari. Ma lo scintillio delle vetture non brilla abbastanza da celare anche la crisi personale che investe la famiglia di Enzo. Il matrimonio tra lui e la moglie Laura (Penélope Cruz) è funestato dai lutti e dalle relazioni extra-coniugali dell’Ingegnere, da una delle quali, durante la guerra, era nato un figlio che attendeva di essere riconosciuto come legittimo.

    Enzo Biagi scrisse che per Ferrari «esistevano solo il rumore delle sue macchine e il silenzio delle sue riflessioni»: un’idea che è resa bene nel film, dove gli assordanti rombi delle vetture da corsa, i cui suoni sono stati registrati utilizzando dei veicoli identici a quelli dell’epoca, si alternano alle poche e calibrate parole del Commendatore. Cinico self-made man che chiede ai suoi piloti una dedizione mortale (correre in macchina è «una passione letale e una gioia terribile»), Ferrari è messo in scena con le sue umane debolezze, algidamente celate in pubblico e rivelate solo nel privato. Luogo topico, in questo senso, è il mausoleo di famiglia, che diventa lo spazio del dolore più intimo e della confessione più sincera ma che Enzo e la moglie non frequentano mai insieme. In una città di provincia come Modena, pubblico e privato si mescolano di continuo e a pagarne le conseguenze è soprattutto Laura, passionale mater dolorosa straziata dalla morte del figlio.

    Frutto di un attento lavoro di ricostruzione durato anni, Ferrari porta a Venezia i temi già cari al regista (la famiglia e i motori) ma lo fa con un lungo strascico di polemiche, legate sia alla mescidanza linguistica dei dialoghi (che risulta fastidiosa in realtà solo per noi italofoni) sia alla scelta di affidare ruoli di protagonisti della storia italiana a interpreti stranieri. È giusto – si è chiesto qualcuno – che gli attori americani interpretino personaggi italiani in grandi produzioni estere? A prescindere da mere questioni di nazionalismo cinematografico, varrebbe piuttosto la pena riflettere sulla domanda posta da Andrea Iervolino, uno dei produttori di Ferrari: perché il cinema italiano, dopo una grande stagione passata, non è più stato in grado di creare uno star system riconoscibile nel mondo?

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Adagio

    Adagio

    Adagio: storia di riscatto e redenzione

    Adagio è una pellicola che trasuda lo spirito di una Roma che non si conosce abbastanza, quella periferica e malfamata, dove la criminalità è all’ordine del giorno. Stefano Sollima porta avanti il filone cinematografico romano tipico della poetica del regista, che richiama il genere poliziesco degli anni ’70 e che lo rende immediatamente riconoscibile al pubblico. Ripercorrendo la linea tracciata con Suburra e con la serie Romanzo criminale, Sollima, questa volta, si spinge maggiormente nella costruzione di un racconto che non metta in luce i personaggi criminali come meri delinquenti incalliti ma che si riveli intimo e amaro, con esseri umani – padri e figli – impegnati a fare i conti con le proprie ferite, e che alla fine sono ancora capaci di riscattarsi e redimersi.

    Il protagonista è Manuel (Gianmarco Franchini), un ragazzo di sedici anni che convive e si prende cura dell’anziano padre (Toni Servillo). La vita precaria di Manuel cambia irreversibilmente quando rimane vittima di un ricatto da parte di tre poliziotti corrotti. Da quel momento, infatti, l’adolescente è costretto a intraprendere un percorso che lo porterà a scoprire una verità sprezzante sul mondo e su chi da sempre lo circonda. Ciononostante, questa esperienza si rivelerà essere, per il protagonista, loccasione per crescere. Manuel, per fuggire ai poliziotti, chiederà aiuto a Paulniuman (Valerio Mastandrea) e al Cammello (un irriconoscibile Pierfrancesco Favino), due vecchie conoscenze del padre ed ex membri temibili, anche se ormai vecchi e sciupati, della Banda della Magliana. Questo fatale incontro si rivelerà salvifico per entrambe le parti, anche se in modi diametralmente opposti. In uno scenario sovrastato da alti palazzi grigi e affollati e da un’afa estiva asfissiante (che Sollima restituisce a noi spettatori in maniera tangibile), dove sembra dominare solo violenza e perdizione, sopravvive ancora una possibilità, anche per i ‘‘dannati’’, di riscattare e preservare la propria umanità.

    Sollima in questo film accentua il simbolismo: i continui blackout che attraversano la città – su cui si concentra la cinepresa – sembrano voler dar tregua e respiro alla violenza dilagante, così come l’incendio apocalittico che apre il film e che vediamo avanzare nella Città Eterna, portando con sé le sue proprietà rigeneratrici. In chiusura del film, una pioggia di cenere cade sulla città e chiude circolarmente la narrazione, lasciando presagire a una rinascita, come la fenice, a una possibilità per tutti i personaggi di cambiare il corso della propria esistenza, lentamente, senza fretta, adagio. Nonostante il film risulti tecnicamente imperfetto e talvolta ridondante di simbolismi, si apprezza il fatto che il regista Stefano Sollima abbia voluto tingere per la prima volta il genere noir, suo marchio di fabbrica, di una sfumatura più intima, sentimentale, dove il discorso generazionale si intreccia a quello personale, di formazione e di riscatto umano.

    A cura di Margherita Benati

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  • Finalmente l’alba

    Finalmente l’alba

    Saverio Costanzo e la sua notte di eccessi

    Esterno, notte: siete persi tra gli studi di Cinecittà e vi imbattete in una feroce leonessa rinchiusa in una gabbia. Pochi secondi dopo, una macchina si accosta accanto a voi: a bordo, due famosi attori di Hollywood e un gallerista americano trapiantato in Italia da diversi anni vi propongono di accompagnarvi a casa. Accettate l’invito?

    Inizia così l’avventura di Mimosa, giovane popolana promessa ad un poliziotto di cui era innamorata l’estate prima, ma che ora non è più così sicura di voler sposare. Il suo futuro è però ormai certo agli occhi dei genitori, e a Mimosa non resta che sognare di incontrare le star dei film che guarda con la madre e la sorella Iris. All’uscita di un cinema, dopo aver visto un film con Alida Valli, un ragazzo le chiama: Iris è molto bella, è così bella che potrebbe lavorare nello spettacolo. Si occuperà lui di trovarle una parte, basta che la ragazza si trovi a Cinecittà qualche giorno dopo. Mimosa potrà accompagnarla, ma alla fine sarà lei la vera protagonista di un’avventura lunga un sogno.

    Semplice e pacata, Mimosa rimane abbagliata dalla guida della sua avventura, Josephine Esperanto. Enigmatica ed irraggiungibile, Josephine (Lily James) incarna tutto ciò che Mimosa non è: il mondo del cinema è il suo regno, che domina con grazia e fascino. È facile essere attratti dalla magnetica personalità dell’attrice, che ricorda neanche tanto vagamente la Liz Taylor di Cleopatra; ben più difficile è prenderne le distanze, infatuati da una figura così lontana dalla gente comune. Arduo, ma necessario, come ricorderà più avanti Alida Valli (Alba Rohrwacher) alla ragazza: il mondo dello spettacolo, in apparenza perfetto, fagocita ed annienta rapidamente chi non è accorto.

    Per una notte, tuttavia, Mimosa può scappare dalla sua realtà per tuffarsi tra gli eccessi della Roma mondana degli anni ’50, e lo farà sotto le mentite spoglie di una fittizia poetessa svedese, ispirando con la sua purezza cuori saturi di vizi ed al contempo scoprendo meglio sé stessa.

    Saverio Costanzo, dopo quasi dieci anni di lontananza ed il successo della serie L’amica Geniale, si riavvicina ai lungometraggi con Finalmente l’alba, che in origine doveva trattare dell’omicidio irrisolto di Wilma Montesi, giovane aspirante attrice trovata annegata nel 1953 su una spiaggia nei pressi di Roma. «Poi, come accade spesso scrivendo, l’idea iniziale è cambiata e piuttosto che far morire un’innocente ne ho cercato il riscatto», spiega lo stesso regista: «Mi piace infatti pensare che Finalmente l’alba sia un film sul riscatto dei semplici, degli ingenui, di chi è ancora capace di guardare il mondo con stupore. La protagonista Mimosa è un foglio bianco, su cui ognuno dei personaggi in cui s’imbatte scrive la sua storia, senza paura di essere giudicato».

    Con una mossa alla Tarantino, Costanzo riscrive in parte una storia dando una nuova dignità alla semplicità del popolo. Seppur con qualche somiglianza di troppo al recentissimo Babylon, Saverio ci consegna uno scorcio della grandiosità dello showbiz degli anni d’oro del cinema italiano e cerca di darne una sua versione dedicandola al padre Maurizio, scomparso da poco.

    Wilma Montesi resta sempre sullo sfondo, come monito per Mimosa e per lo spettatore, che vengono rapiti da un mondo a cui non potranno mai appartenere fino in fondo. Una notte di caos, una notte di eccessi è lecita, ma, finalmente, l’alba ci riporta alle nostre vite mortali.

    A cura di Claudia Maria Baschiera

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  • The Beast

    The Beast

    The Beast: coincidenze tra piani paralleli

    Capita raramente di trovarsi davanti a un film-mondo, a una di quelle opere capaci di racchiudere tutto. L’ultima impresadi Bertrand Bonello rientra a pieno titolo in questa categoria, in un’operazione dall’equilibrio superbo, da un’attenzione al particolare (le singole inquadrature) e al generale (l’impianto complessivo del film) che fa gridare al capolavoro. 

    Poco meno di due ore e mezza per raccontare una storia d’amore eterna, lungo i secoli e le distanze: dalla Parigi dei Lumi alla Los Angeles contemporanea, per approdare oltre. The Beast è un’operazione ambiziosa che porta con sé la scelta di mescolare molti generi tra loro (fantascienza, film in costume, thriller, horror), pur restando uniti sotto l’egida dalla linea sentimentale, che sparisce e poi riaffiora, simmetrica e antitetica alla dimensione dell’incubo. 

    Bonello apre con il personaggio di Léa Seydoux all’interno di uno studio completamente tappezzato dal verde del green screen. Sentiamo le indicazioni del regista che le spiega cosa dovrà fare, come dovrà comportarsi e spaventarsi in vista dell’arrivo de “la Bestia”. Quest’ultima aleggia per tutto il film come uno spettro, lasciando aperta la porta a diverse interpretazioni. Se da un lato infatti è chiaramente riconoscibile la figura di un animale che torna in maniera ricorrente, dall’altro è sicuramente possibile sovrapporre l’epiteto a uno dei due personaggi. 

    La storia d’amore che si perpetua lungo il tempo, arriva a un punto di svolta solo nel presente di narrazione, che è il 2044. In una città dai confini non definiti, la protagonista cerca lavoro e nel farlo è costretta a sottoporsi a un test-cura per domare i propri sentimenti sempre più irrequieti.

    La presenza di Seydoux, unita alle scelte estetiche di messa in scena per la realizzazione di interni ed esterni, riesce a costruire uno spazio urbano credibile e sospeso tra Cronenberg e Villeneuve (il film per altro è una coproduzione tra Francia e Canada). Parlando di suggestioni, impossibile non citare David Lynch che viene omaggiato più o meno esplicitamente (i tendaggi rossi, le apparizioni premonitrici, il playback), ma che è certamente presentissimo per atmosfere e momenti di maggior acme sul fronte del esoterismo.

    Il paragone forse più lusinghiero e per certi versi spiazzante può però andare anche a Stanley Kubrick. Bonello decide infatti, sulle tracce della filmografia del regista statunitense, di andare dal film in costume all’horror. L’opera è certamente distante dall’idea di cinema di Kubrick e tuttavia la presenza insistita di un barman più volte presente tra silenzi e intensi sguardi non poteva che rimandare a quello iconico dell’Overlook Hotel. Anche la costruzione dell’immagine d’altra parte guarda agli esempi più alti del contemporaneo, cercando di collocarsi sempre più in terreni ibridi ed incerti e avviandosi come stile ad alcune soluzioni adottate ad esempio dall’ultimo Jordan Peele

    The Beast ha però anche un epilogo e la scelta non poteva che essere ancora una volta stupefacente. Bonello prende le redini di regia e musiche e trova tra i produttori esecutivi l’aiuto dell’ormai ritirato Xavier Dolan. Così come il più giovane collega era stato attento all’innovazione sul campo formale (utilizzando il formato cinematografico a fini diegetici), così l’opera non si chiude come da prassi con i titoli di coda, bensì lasciando campeggiare un QR code. Il risultato si colloca a metà tra l’irriverenza di non potere utilizzare i dispositivi in un luogo come la sala e la sacrosanta decisione di abbracciare il contemporaneo strizzando l’occhio al nuovo spettatore, indolente nell’abbracciare il progresso a maggior ragione se comodo oltre che inedito. 

    A cura di Andrea Valmori

     

     

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  • Povere creature! (Poor Things)

    Povere creature! (Poor Things)

    Povere creature! La fiaba di Bella

    La giovane Bella (Emma Stone) viene riportata in vita dal carismatico scienziato Dr. Godwin Baxter (Willem Dafoe) grazie a un esperimento tanto geniale quanto folle. Costretta a una vita di reclusione nella splendida villa del suo “God”, creatore, troverà il modo di partire all’avventura, alla scoperta del mondo, in compagnia dell’affascinante avvocato Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo).

    Povere creature! rende chiaro fin dai primi minuti le intenzioni e la cifra stilistica del suo autore. Nella scena di apertura viene mostrata una figura umana che cammina per le scale di una villa: non è mai visibile per intero, l’inquadratura taglia la sagoma del corpo, come a voler sottolineare un’umanità̀ spezzata e scomposta, che fatica a mettere insieme i pezzi per costruire un futuro più umano. Anche altri indizi sono riconducibili al tema della frammentarietà e della menomazione dei corpi: il volto sfigurato di Godwin e gli strambi animali che scorrazzano per le mura della villa, come la gallina con la testa da maiale, uno dei “animali domestici” del dottore.

    Yorgos Lanthimos, regista greco noto per i suoi film controversi, realizza un’opera davvero eccellente e impeccabile da tanti punti di vista, confezionando una pellicola in cui distopia, manipolazione del corpo e della mente sono nuovamente i temi forti che già avevano contraddistinto il suo cinema. Per esempio, seppur la costrizione iniziale del Dr. Godwin ricordi moltissimo l’imposizione paterna presente in Dogtooth, il pragmatico scienziato si dimostra, al contrario, un padre amorevole e consapevole dell’importanza di conferire il libero arbitrio a Bella.

    Lanthimos sceglie di adattare l’omonimo romanzo dello scrittore e artista visivo scozzese Alasdair Gray, che presenta palesiriferimenti all’opera di Mary Shelly, dando vita a una Frankenstein al femminile; una fiaba gotica grottesca dalle scenografie e dai costumi strabilianti. Tutto il design di Povere creature! crea infatti un’atmosfera dal fortissimo impatto visivo, alimentato da un’eccellente direzione della fotografia e dalla rappresentazione di un mondo esterno ai limiti della distopia.

    È straordinario vedere l’evoluzione del personaggio di Bella, a partire dai primi passi, verso una presa di coscienza della sua esistenza, dalla stretta sorveglianza messa in atto dall’assistente del Dr. Godwin, Max, che finirà per innamorarsi di lei, fino alla sua emancipazione in giro per il mondo, dove la ragazza scoprirà,attraverso le sue burrascose esperienze di vita, tutti i sentimenti e la complessità dell’animo umano. Una prova attoriale straordinaria da parte di tutto il cast, con una menzione speciale proprio per Emma Stone.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • El Conde

    El Conde

    Pinochet: dittatore, fascista e vampiro

    Senza la sua arrogante divisa sembra quasi irriconoscibile. Eppure è proprio Augusto Pinochet, il militare che nel 1973 rovesciò il governo presieduto da Salvador Allende in Chile. È invecchiato: alcune macchie gli segnano il volto; indossa una tuta sportiva e calza un paio di Nike. Vive reietto ai confini della sua terra, in una casa fatiscente con le assi del pavimento divelte e le pareti decorate tristemente. È una monade solitaria che condivide l’esilio con una moglie egoista e un servo poco devoto. Ogni tanto incontra i suoi cinque figli, dissoluti opportunisti a caccia di un’eredità forse inesistente. A questo microcosmo fatto di individualismo e sofferenze, va aggiunta anche un’ambigua suora-esorcista, reclutata da una delle figlie del generale per scacciare il demonio dal corpo del padre.

    Sì, perché oltre ad essere un dittatore criminale e fascista, il Pinochet di Pablo Larraín è pure un vampiro succhia-sangue, celebre creatura del folklore slavo che divenne popolare soprattutto durante il corso del Settecento. Non a caso il Pinochet del regista muove i suoi primi passi proprio durante la Rivoluzione francese, attraversa due secoli e arriva fino al Cile degli anni Settanta. Ora in preda a una crisi esistenziale, il vampiro-dittatore sembra intenzionato ad abbandonare il privilegio della vita eterna: resterà fedele ai propri intenti?

    Il Pinochet di El Conde è una creatura della notte che abita gli incubi dei cileni ed è ancora in grado di divorarne i cuori: «I vampiri non muoiono, non scompaiono, e nemmeno i crimini e le ruberie di un dittatore che non ha mai affrontato la giustizia» – ha affermato il regista, già autore di Tony Manero (2008), Post Mortem (2010) e No – I giorni dell’arcobaleno (2012). E tuttavia, mostrando per la prima volta la brutale impunità che Pinochet rappresenta, il generale viene finalmente messo sotto processo. Con la sua operazione dissacrante, Larraín si inserisce nel solco della tradizione cinematografica della satira che, da Il grande dittatore in avanti, trova nella commedia nera lo strumento migliore per denunciare la follia del potere. E il generale non è l’unico ad essere colpito dagli strali affilati del regista, che mietono vittime anche altrove, dai protagonisti di un certo conservatorismo politico ai membri di una chiesa arraffona e amorale. Per non parlare del gustosissimo coup de théâtre della pellicola, ennesima stilettata ben assestata, che è bene non rivelare a chi non ha ancora visto il film.

    Uscito a cinquant’anni esatti dal golpe con cui Pinochet prese il potere, El Conde è una dark comedy in bianco e nero allucinata e grottesca; un giusto monito – come ricorda il regista – «del perché la storia debba necessariamente ripetersi, per ricordarci quanto le cose possono diventare pericolose».

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Dogman

    Dogman

    Dogman: la rivincita dei deboli

    Douglas (Caleb Landry Jones) è un giovane che nasconde un passato colmo di dolore e sofferenze. Costretto su una sedia a rotelle, a causa di una menomazione fisica, si ritrova a vivere circondato dai suoi amati cani che per sua opinione hanno un solo difetto: «Si fidano troppo degli esseri umani».

    Luc Bresson, dopo anni di scivoloni artistici, riesce a restituire l’audacia delle opere degli anni ’90, come il suo gangster movie Léon (1994), e una quadra stilistica più efficace e ben congegnata rispetto ai precedenti, realizzando un film mainstream che ha tutte le carte in regola per un buon successo di pubblico. La costruzione narrativa ricca di flashback regge e tiene incollato lo spettatore allo schermo. A partire dal suo arresto, di cui i motivi verranno svelati solo nel finale, scopriamo il passato di Douglas attraverso i colloqui con una psichiatra con cui entra in empatia, proprio perché sono due personaggi che hanno qualcosa di fondamentale in comune: il dolore.

    È proprio questo il grande tema che vuole affrontare Dogman: la rivincita dei deboli che hanno sofferto e che dal dolore trovano la forza per redimersi e per elevarsi moralmente come figli di Dio. La parabola cristologica, infatti, oltre che nel finale, viene resa evidente nella scena straziante in cui Douglas bambino, rinchiuso dal padre nella gabbia dei cani, legge al contrario uno striscione e ribalta la scritta “In the name of God” in “In the name of Dog”. D’altronde, il film si apre con una citazione emblematica: «Ovunque ci sia un infelice, Dio gli invia un cane».

    Nonostante alcune esagerazioni di troppo legate alla messinscena delle violenze subite da Douglas da parte di un padre violento e brutale, stile e contenuto del film contribuiscono a restituire un’atmosfera dark spettacolare che non può non farci pensare a Joker di Todd Philips. Perciò, anche Dogman emoziona e ci fa empatizzare con il suo eccellente protagonista: un (anti)eroe che deve farsi giustizia da solo, infrangendo la legge, malgrado la sua enorme sensibilità, l’estremo desiderio di sentirsi amato e la voglia di affermare la propria identità.

    La prova di Caleb Landry Jones è davvero impressionante, profondissima e toccante. Douglas esibisce travestimenti da drag queen, scoprendo sé stesso grazie alla passione per il teatro e per la musica (la colonna sonora di Éric Serra merita una lodevole menzione) e trovando finalmente un posto di rilievo su un palcoscenico da cui esprimersi pienamente.

    Dogman vuole farci riflettere ancora, in maniera intelligente e mai banale, sull’importanza vitale dell’arte, sul potere immenso che essa porta con sé, capace di mostrare il riflesso migliore della nostra immagine.

    A cura di Matteo Malaisi

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