Categoria: Recensioni

  • El Conde

    El Conde

    Pinochet: dittatore, fascista e vampiro

    Senza la sua arrogante divisa sembra quasi irriconoscibile. Eppure è proprio Augusto Pinochet, il militare che nel 1973 rovesciò il governo presieduto da Salvador Allende in Chile. È invecchiato: alcune macchie gli segnano il volto; indossa una tuta sportiva e calza un paio di Nike. Vive reietto ai confini della sua terra, in una casa fatiscente con le assi del pavimento divelte e le pareti decorate tristemente. È una monade solitaria che condivide l’esilio con una moglie egoista e un servo poco devoto. Ogni tanto incontra i suoi cinque figli, dissoluti opportunisti a caccia di un’eredità forse inesistente. A questo microcosmo fatto di individualismo e sofferenze, va aggiunta anche un’ambigua suora-esorcista, reclutata da una delle figlie del generale per scacciare il demonio dal corpo del padre.

    Sì, perché oltre ad essere un dittatore criminale e fascista, il Pinochet di Pablo Larraín è pure un vampiro succhia-sangue, celebre creatura del folklore slavo che divenne popolare soprattutto durante il corso del Settecento. Non a caso il Pinochet del regista muove i suoi primi passi proprio durante la Rivoluzione francese, attraversa due secoli e arriva fino al Cile degli anni Settanta. Ora in preda a una crisi esistenziale, il vampiro-dittatore sembra intenzionato ad abbandonare il privilegio della vita eterna: resterà fedele ai propri intenti?

    Il Pinochet di El Conde è una creatura della notte che abita gli incubi dei cileni ed è ancora in grado di divorarne i cuori: «I vampiri non muoiono, non scompaiono, e nemmeno i crimini e le ruberie di un dittatore che non ha mai affrontato la giustizia» – ha affermato il regista, già autore di Tony Manero (2008), Post Mortem (2010) e No – I giorni dell’arcobaleno (2012). E tuttavia, mostrando per la prima volta la brutale impunità che Pinochet rappresenta, il generale viene finalmente messo sotto processo. Con la sua operazione dissacrante, Larraín si inserisce nel solco della tradizione cinematografica della satira che, da Il grande dittatore in avanti, trova nella commedia nera lo strumento migliore per denunciare la follia del potere. E il generale non è l’unico ad essere colpito dagli strali affilati del regista, che mietono vittime anche altrove, dai protagonisti di un certo conservatorismo politico ai membri di una chiesa arraffona e amorale. Per non parlare del gustosissimo coup de théâtre della pellicola, ennesima stilettata ben assestata, che è bene non rivelare a chi non ha ancora visto il film.

    Uscito a cinquant’anni esatti dal golpe con cui Pinochet prese il potere, El Conde è una dark comedy in bianco e nero allucinata e grottesca; un giusto monito – come ricorda il regista – «del perché la storia debba necessariamente ripetersi, per ricordarci quanto le cose possono diventare pericolose».

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Dogman

    Dogman

    Dogman: la rivincita dei deboli

    Douglas (Caleb Landry Jones) è un giovane che nasconde un passato colmo di dolore e sofferenze. Costretto su una sedia a rotelle, a causa di una menomazione fisica, si ritrova a vivere circondato dai suoi amati cani che per sua opinione hanno un solo difetto: «Si fidano troppo degli esseri umani».

    Luc Bresson, dopo anni di scivoloni artistici, riesce a restituire l’audacia delle opere degli anni ’90, come il suo gangster movie Léon (1994), e una quadra stilistica più efficace e ben congegnata rispetto ai precedenti, realizzando un film mainstream che ha tutte le carte in regola per un buon successo di pubblico. La costruzione narrativa ricca di flashback regge e tiene incollato lo spettatore allo schermo. A partire dal suo arresto, di cui i motivi verranno svelati solo nel finale, scopriamo il passato di Douglas attraverso i colloqui con una psichiatra con cui entra in empatia, proprio perché sono due personaggi che hanno qualcosa di fondamentale in comune: il dolore.

    È proprio questo il grande tema che vuole affrontare Dogman: la rivincita dei deboli che hanno sofferto e che dal dolore trovano la forza per redimersi e per elevarsi moralmente come figli di Dio. La parabola cristologica, infatti, oltre che nel finale, viene resa evidente nella scena straziante in cui Douglas bambino, rinchiuso dal padre nella gabbia dei cani, legge al contrario uno striscione e ribalta la scritta “In the name of God” in “In the name of Dog”. D’altronde, il film si apre con una citazione emblematica: «Ovunque ci sia un infelice, Dio gli invia un cane».

    Nonostante alcune esagerazioni di troppo legate alla messinscena delle violenze subite da Douglas da parte di un padre violento e brutale, stile e contenuto del film contribuiscono a restituire un’atmosfera dark spettacolare che non può non farci pensare a Joker di Todd Philips. Perciò, anche Dogman emoziona e ci fa empatizzare con il suo eccellente protagonista: un (anti)eroe che deve farsi giustizia da solo, infrangendo la legge, malgrado la sua enorme sensibilità, l’estremo desiderio di sentirsi amato e la voglia di affermare la propria identità.

    La prova di Caleb Landry Jones è davvero impressionante, profondissima e toccante. Douglas esibisce travestimenti da drag queen, scoprendo sé stesso grazie alla passione per il teatro e per la musica (la colonna sonora di Éric Serra merita una lodevole menzione) e trovando finalmente un posto di rilievo su un palcoscenico da cui esprimersi pienamente.

    Dogman vuole farci riflettere ancora, in maniera intelligente e mai banale, sull’importanza vitale dell’arte, sul potere immenso che essa porta con sé, capace di mostrare il riflesso migliore della nostra immagine.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Comandante

    Comandante

    Ai comandi

    Ad aprire l’ottantesima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia non è stato il film scelto e inizialmente comunicato Challengers di Luca Guadagnino. L’affermazione precedente è ai più nota, anche per via della tematica scottante dello sciopero oltreoceano di attori e sceneggiatori, ed è però premessa inevitabile di una riflessione che deve essere politica, come d’altra parte politica è la scelta del sostituto, ovvero Comandante di Edoardo De Angelis.

    Il film, con protagonista Pierfrancesco Favino, ricostruisce l’azione di Salvatore Todaro, capitano di corvetta della Regia Marina, che il 16 ottobre 1940 si trovava ai comandi del sommergibile Comandante Cappellini. La missione dell’imbarcazione diventa repentinamente prima affondare, al largo dell’Atlantico, il piroscafo mercantile belga Kabalo, che aveva aperto il fuoco su di loro; salvo poi decidere di recuperare con fatica i sopravvissuti ripescati in acqua.

    De Angelis scrive e dirige una vicenda scelta accuratamente per eroicizzare (più che storicizzare) la figura di Todaro e, più in generale, una parte minima della Marina italiana durante la Seconda Guerra Mondiale e sotto il governo fascista. L’immagine che apre il film presenta l’inquadratura sulle gambe di un uomo che sta precipitando in mare, la citazione visiva va all’onirica apertura di Fellini in 8 e mezzo e tuttavia non produce più di una suggestione. Nella prima parte del film conosciamo infatti in maniera abbastanza serrata presente, passato e futuro (attraverso presagi sibillini) del Comandante, tra donne, ferro e vestiti di alta sartoria. Il prosieguo si focalizza invece sul Kabalo e le conseguenze politiche e morali dietro al suo affondamento.

    Se il comparto tecnico (in particolare il sonoro) convince e resta credibile nonostante un uso insistito in regia della sfuocatura per coprire la limitatezza di mezzi disponibili per gli effetti digitali, convince molto meno la sceneggiatura che non lascia spazi di riflessione ed abusa dell’espediente del voice over. La scelta di raccontare la storia di Todaro e l’esempio di umanità che il suo gesto rappresenta è di certo lodevole, ma l’operazione condotta tradisce in più punti la sua apparente bontà di scopi.

    Assistere alla narrazione bonaria e leggera dell’attacco, anche se legittimo, di matrice fascista a una nave battente bandiera belga, condendo l’accaduto con rimandi all’italianità, alla superiorità della cucina nostrana e ad elementi di folclore come l’immancabile mandolino, stride con una vicenda decisamente cupa e drammatica, al di là della bandiera di appartenenza. In passato film come Joyeux Noël di Christian Carion erano sicuramente riusciti ad elevarsi sopra le Nazioni in guerra andando a riscoprire l’uomo dietro il soldato, ma Comandante, per temi e tempi di uscita, sembra davvero giocare sul filo del rasoio.

    L’opera artistica è sempre difendibile, la strumentalizzazione velata dell’umanità di una vicenda storica no. Allo spettatore il compito di discernere l’una e l’altra dimensione, ricordando che, in questo caso più che mai, occorre sottolineare che il cinema in quanto arte è legato indissolubilmente ai tempi che lo hanno generato.

    A cura di Andrea Valmori

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  • Brado

    Brado

    Dopo un lungo periodo di lontananza, il giovane Tommaso si ritrova ad aiutare il padre Renato con il ranch di famiglia e con un cavallo indomabile che l’uomo vuole trasformare in un campione di crosscountry. I due intraprendono un vero percorso a ostacoli nel tentativo di affrontare i vecchi rancori e ritrovare quel legame che li ha uniti in passato.

    Brado è il terzo film da regista di Kim Rossi Stuart, adattato dalsuo racconto La lotta. Come nel suo esordio, Anche libero va bene(2005), troviamo al centro della narrazione un complicatorapporto tra padre e figlio, i quali portano di nuovo i nomi di Renato e Tommaso; ritornano persino i personaggi della sfuggente Stefania, sempre interpretata da Barbara Bobuľová, e della sorella di Tommaso, Viola. Ma vi è unulteriore caratteristica ricorrente: anche in questo film il regista, pur mettendo in scena ambientazioni non comuni nel cinema italiano contemporaneo, non trova il coraggio di osare e di andare alla ricerca di una propria identità autoriale. Ciò non vuol dire, tuttavia, che la pellicola non sia curata nel contenuto. È soprattutto la caratterizzazione dei due protagonisti a colpire, due facce opposte ma complementari della stessa medaglia, messe ora in contrasto ora a confronto, o addirittura scambiate di ruolo (è Tommaso a rimproverare a Renato di rincorrere sogni impossibili, al contrario di lui che ha un lavoro stabile e redditizio nonostante gli manchi letteralmente un terreno solido su cui poggiare i piedi). Benchéfungano da piacevole accompagnamento alla fotografia, le musiche non sono particolarmente memorabili, ma il loro mancato contributo non impedisce al film di emozionare attraverso un buonlavoro di introspezione e un finale che, per quanto prevedibile, risulta genuino nella sua costruzione, anche grazie a una buona performance da parte del giovane Saul Nanni. Presentato alla Festa del Cinema di Roma.

    A cura di Melissa Marsili

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  • Mission

    Mission

    Mission: la nascita del cult nel cinema contemporaneo

    Nessun regista nella storia della settima arte si è mai seduto dietro alla macchina da presa pensando di voler girare un cult. Nascono all’improvviso, magari sorprendendo gli autori stessi, spesso senza apparente ragione. Ognuno è un caso a sé stante: alcuni entrano nella cultura popolare per una citazione (They live, BladeRunner), altri per un risvolto di trama, spesso un colpo di scena (Psycho, Se7en) oppure semplicemente perché sono geneticamente pop (Pulp fiction, Il grande Lebowski). Le ragioniper cui un film diventa fenomeno di massa sono, come anticipato, praticamente illimitate, perciò non avrebbe senso elencarle; tuttavia, è doveroso segnalare che non tutte sono banali come lo possono essere una performance particolarmente sorprendente o una scena degna di nota: Mission, eccezionalmente, passa alla storia per la musica. S’intenda, non che sia il solo nella banda dei cult con melodie memorabili, ma è tra i pochi passati alla storia unicamente per quella.

    Seconda fatica di Roland Joffé, vincitore della Palma d’oro al festival di Cannes del 1986, Mission racconta la fittizia (ma ispirata da eventi reali) vicenda di un gruppo di gesuiti che, con l’aiuto della popolazione Guaranì, fonda una missione a cavallo del confine tra Regno di Spagna e di Portogallo, in Sudamerica. Le vicende della neonata comunità si intrecciano con la parabola di redenzione di capitan Mendoza, colpevole di fratricidio e per questo caduto in disgrazia, e con gli intrighi politici delle corti europee, dove Spagna e Portogallo, firmatari del trattato di Madrid (1750), si alleano per scacciare i gesuiti dalle terre del Nuovo Mondo, chiedendo anche l’aiuto del Vaticano.

    Serve poco alla pellicola per presentare il suo punto forte: a pochi minuti dall’inizio, Padre Gabriel (Jeremy Irons) si siede in mezzo alla giungla popolata da indigeni ed estrae il suo flauto; Ennio Morricone non era certo noto per sbagliare spesso, ma raramente ha raggiunto picchi come quelli della melodia cardine del film di Joffé. Il film scorre accompagnato dalle magnifiche note del compositore capitolino, fino a chiuderne la scena finale, in aperto contrasto con le immagini di guerriglia mostrate su schermo. Tuttavia, finita la pellicola, risulta evidente che al netto della colonna sonora Mission non punta a dire più di tanto: è un dramma in costume con una buona fotografia e delle buone prestazioni attoriali da parte di De Niro e Irons; assodato il motivo per cui se ne parla come un cult, ossia lo straordinario accompagnamento musicale, una domanda lecita a questo punto potrebbe essere relativa al concetto stesso: come nasce un cult? Quand’è che un film si può considerare tale?

    Un approccio valido alla questione è quello di cercare un punto di contatto tra i cult della storia, che possa fungere auspicabilmente come soluzione o quantomeno da indizio per risponderci. Tuttavia, per trovarlo, dobbiamo alzarci dalle poltroncine foderate e reclinate, lasciare la nostra bibita ed i nostri popcorn ed uscire dalla sala. Un cult non nasce nella cellulosa prima e nei pixel poi, non è nel copione o negli attori, ma è in una cosa molto meno cinematografica, più mondana, più umana della nuova Babilonia di Hollywood: le chiacchiere. Il cult diventa tale solamente quandose ne parla, ma non nei salotti o sui giornali: ne deve parlare la gente. Si pensi a The Room (2003), diventato cult perché comicamente, caricaturalmente brutto: il chiacchiericcio su internet e sui forum è ciò che l’ha portato alla fama, non quello sui giornali. Ognuno è caratterizzato, meno per la bruttezza, da una storia simile. Basic Instinct ha la scena più rivista della storia, Drive fu oggetto di innumerevoli meme, Fantozzi è citabile in ogni situazione. La stessa sorte la condivide Mission, certo non snobbato dalla stampa (come accadde, per esempio, a Sergio Leone con Giù la testa) ma, pur vincendo un buon numero di premi, nemmeno innalzato a capolavoro; stona, ad oggi, la statuetta per la miglior colonna sonora a Round Midnight, di Bertrand Tavernier, mentre Morricone sedeva tra i membri dell’Accademy ad applaudire.

    Così allora abbiamo una risposta alla nostra domanda: il cult nasce dal passaparola, è un fenomeno di massa generato dalla condivisibilità di un’esperienza. Certe volte è più prevedibile di altre, ma è difficile per un regista o uno sceneggiatore sedersi davanti al suo computer o mettersi dietro alla macchina da presa con la volontà di fare un cult; tuttavia, sia questa la volontà di un qualche regista, egli saprà su cosa puntare: le chiacchiere.

    A cura di Francesco Colombo

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  • Oppenheimer

    Oppenheimer

    Il Prometeo del Novecento: Oppenheimer secondo Nolan

     

    Con la distruzione di Hiroshima e Nagasaki i fisici conobbero il peccato. È la frase epigrammatica con cui nel 1948 J. Robert Oppenheimer, padre della bomba atomica, commentò l’olocausto nucleare che cambiò per sempre il mondo.

    Come aveva già fatto in Dunkirk, con Oppenheimer Nolan sceglie di raccontare la grande Storia e lo fa attraverso un gruppo minimo di individui al cui vertice spicca il celebre fisico statunitense. Interpretato da un magistrale Cillian Murphy, Oppenheimer è una personalità sfaccettata, protagonista della comunità scientifica internazionale ma anche «donnaiolo, sospetto comunista, instabile, teatrale, egocentrico e nevrotico» – così lo descrive Leslie Groves, il comandante militare del noto Progetto Manhattan.

    Tra tormenti ed eccitazioni, allucinazioni e deliri, lo spettatore viene sin da subito proiettato nella mente del protagonista, in un’infinita reazione a catena scandita da un uso sapiente delle musiche: un plauso in tal senso va al lavoro di Ludwig Göransson e alle scelte di Nolan, che riesce a fare della parte sensoriale la grande protagonista della pellicola, ragionando sull’audiovisivo alla sua massima espressione (IMAX, pellicola 70 mm, Dolby Surround).

    Connotato da una forte marca autoriale e tematica, il cinema di Nolan ha visto in più occasioni punti di incontro tra biografia e narrazione di finzione. Anche Oppenheimer viene scelto dal regista come una delle tante figure su cui costruire un proprio doppelgänger. All’interno della pellicola assistiamo infatti al riproporsi di un rapporto di collaborazione-sudditanza con il fratello (The Prestige), alla riflessione sull’importanza della compagna nel successo della vita lavorativa (Inception), al tema della difficoltà dei genitori nel provare amore verso i figli (Interstellar). 

    Oppenheimer riesce però a porre anche una questione morale, legata al futuro dell’umanità. Fin dall’inizio del film, il fisico viene infatti accostato a un grande peccatore”, Prometeo, il cui mito persiste lungo tutta la tradizione occidentale, dalle sue origini pre-elleniche fino all’età moderna. Eschilo scrisse che l’unico torto di Prometeo fu quello di «agire in favore degli uomini»: egli infatti, spinto dalla sua philanthropía, si oppose alla volontà di Zeus e salvò la schiatta dei mortali. Oppenheimer, eroe moderno di cui ripercorriamo l’epopea, sembra invece ribaltare la prospettiva: anch’egli pecca di hybris ma si fa «Morte, il distruttore di mondi» e suggerisce così allo spettatore una riflessione sui limiti del progresso, sul rapporto tra scienza e politica e sui drammi del Novecento.

    Se già negli anni Sessanta, in piena guerra fredda e dopo i moniti degli studiosi, la società rifletteva sull’esistenza di una minaccia planetaria sempre meno controllata, oggi la situazione non sembra essere cambiata di molto e gli uomini proseguono pericolosamente lungo un crinale stretto e scivoloso.

    A cura di Mattia Rizzi e Andrea Valmori

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  • Barbie

    Barbie

    Un film di donne, fatto da una donna, per parlare alle donne

    Come lo spieghi a un uomo quell’enorme mondo di emozioni che si nasconde dietro a tutto quel rosa Barbie che riempie lo schermo? Come glielo spieghi, a un uomo, che quello che sta guardando non si può ridurre a un semplice film sull’empowerment femminile? Come glielo metti in testa, a un uomo, che non importa quanto sia femminista e devoto alla causa, perché l’universo di riferimento in cui è nato e cresciuto sarà sempre lontano anni luce dal nostro?

    È difficile raccontare Barbie, l’attesissimo film arrivato nelle sale lo scorso 20 luglio. È difficile perché difficile è raccontare quelle piccole cose che costellano la vita di ogni donna, dalla nascita all’età adulta; il rapporto di una figlia con la madre, tanto viscerale quanto ostile; i pensieri introiettati da tempo, talmente subdoli da infilarsi in qualunque angolo dimenticato della tua coscienza. Eppure, la regista Greta Gerwig riesce a mettere tutto quest’universo in pellicola, con una sensibilità tale da riuscire a risvegliare quella bambina interiore che avevamo dimenticato.

    È un viaggio per certi versi catartico, quello che Gerwig ci fa fare da Barbieland al mondo reale. E ce lo fa fare lentamente, prendendoci per mano e mostrandoci poco alla volta vecchi ricordi: ecco che compaiono gli ambienti scomponibili, che trasformavano un’ambulanza in una sala d’ospedale; le Barbie rovinate, quelle su cui ognuna di noi, in prima persona o a casa di amiche, aveva sfogato le proprie aspirazioni di parrucchiera, truccatrice, ginnasta. E poi i giochi con la mamma, la crescita, il momento in cui si mettono via le bambole perché «sono da bambina». Arriva l’adolescenza, l’odio verso la propria mamma, quel senso di inadeguatezza che ti fa odiare e rinnegare il modello di donna bionda e perfetta delle Barbie con cui giocavi da piccola. Quindi diventi donna, e scopri che ti senti a disagio a camminare in una strada piena di uomini che ti guardano; no, non ti guardano: ti bramano. E finisce che un po’ Barbie, un po’ bambola giocattolo nelle mani altrui, in quei momenti, ti ci senti.

    Il ribaltamento di prospettiva, da Barbieland al mondo reale, è limpido. Qui gli uomini sono ovunque: sulle banconote, nelle più alte cariche professionali, in televisione. Sono loro ad aver fatto la storia, a reggere i Paesi, a portare avanti il mondo. Le donne? Loro esistono in virtù degli uomini. È la legge del patriarcato, grazie a cui Ken, la cui esistenza a Barbieland si basava sull’esistenza di Barbie, ora riesce a dare un senso alla propria vita. Appunto, il ribaltamento è limpido. Talmente limpido che il suo stupore nel sentirsi rispettato, considerato, trattato alla pari, non solo lo capiamo bene, ma quasi empatizziamo.

    È a questo punto che il monologo sulla difficoltà di essere donna pronunciato da Gloria, interpretata da America Ferrera, colpisce diretto, spogliandosi di tutta quella retorica che in altri contesti si sarebbe invece impossessata delle stesse parole. «You’re supposed to stay pretty for men, but not so pretty that you tempt them too much or that you threaten other women because you’re supposed to be a part of the sisterhood». Femminile sì, ma non troppo sexy altrimenti provochi. Se sei troppo bella poi, finisci per intimidire le altre donne, e non va bene, perché le donne si devono supportare tra di loro. Però devi comunque farti vedere e risaltare, ma ricordati di essere grata per essere dove
    sei e avere quello che hai («But always stand out and always be grateful»). Attenzione però, non devi dimenticarti mai che sei in un sistema sbagliato, patriarcale. Quindi trova un modo per far notare questa distorsione, ma allo stesso tempo sii sempre grata per essere dove sei («But never forget that the system is rigged. So find a way to acknowledge that but also always be grateful»).

    Ad ascoltare le parole è “Barbie stereotipo”, la Barbie per eccellenza, quella con cui ogni bambina ha giocato. La Barbie che abbiamo imparato a immaginare con quell’idea di perfezione, ma che in quel preciso momento del film è tutt’altro che perfetta; anzi, proprio in quella sua perfezione apparente si nasconde un’esistenza vuota e perciò imperfetta. Un dramma esistenziale che rende la bambola paradossalmente umana. E quando pensiamo di aver visto ormai tutto, ecco che compare Ruth Handler, la creatrice di Barbie: una mamma, che arriva per aiutare la figlia a rialzarsi (il nome Barbie viene dal nome della figlia di Ruth, Barbara). Il tema madre-figlia era già stato disseminato nel corso della pellicola, ma è nelle battute finali che rivela tutto il suo potenziale, di fronte alla bambola che chiede alla sua creatrice il permesso di andare nel mondo reale. «We mothers stand still so our daughters can look back and see how far they have come». Le madri stanno ferme perché le figlie possano guardarsi indietro e vedere quanta strada hanno fatto. Donne, figlie, forse un giorno madri. La catarsi è completa. E poco importa se gli uomini vicino a noi sono perplessi, o non hanno capito appieno: è un film di donne, fatto da una donna, per parlare alle donne.

    Grazie Greta, grazie Barbie.
    Dal cuore di una donna, a nome di tutte le donne.

    A cura di Margherita Ceci

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  • Momo alla conquista del tempo

    Momo alla conquista del tempo

    Momo alla conquista del tempo: quando ogni minuto conta

    Già all’inizio del nuovo millennio erano evidenti i segni che il consumismo e il capitalismo stavano lasciando sulla nostra società, sempre più frenetica, sempre più stressata, sempre meno genuina. Non stupisce, quindi, che Momo alla conquista del tempo risulti così tristemente attuale. È sempre più radicata in noi la convinzione di dover utilizzare ogni minuto della nostra esistenza in un modo che la società ritenga produttivo, rinunciando a ciò che ci dona benessere interiore, come gli affetti, gli hobby e la semplice socializzazione, o addirittura ai bisogni primari del nostro corpo, tant’è che persino le otto ore ideali di sonno sono considerate una perdita di tempo prezioso, tempo che dovrebbe essere impiegato ad alimentare la sempre più vorace macchina dell’economia.

    La nostra specie è vittima del fumo velenoso diffuso dai Signori Grigi, esseri dalla carnagione cinerea (usciti direttamente da un quadro di Magritte, così come le rampe di scale che conducono alla dimora di Mastro Hora) che sopravvivono grazie al tempo rubato (quello che conta davvero, s’intende, quello che rende la vita degna di essere chiamata tale) e il cui unico scopo, di conseguenza, è convincere la gente a rinunciarvi, illudendola che in futuro le verrà restituito con gli interessi. Il tempo, insomma, è letteralmente denaro, e l’avidità dei Signori Grigi rispecchia perfettamente quella del sistema economico che governa il mondo. Nonostante vengano descritti come creature incorporee che possono assumere qualunque sembianza, questi ladri di tempo non sono altro che un nostro alter ego, ciò che siamo condannati a diventare sottomettendoci ciecamente alle logiche del capitalismo: semplici numeri su una roulette russa, privi d’identità, interscambiabili o addirittura eliminabili a seconda delle convenienze.

    Ma questi esseri esistono solo perché noi glielo permettiamo, come evidenzia Mastro Hora: è necessario quindi che qualcosa o qualcuno dissipi il fumo che annebbia le nostre menti. Ed è qui che entra in scena Momo. Allo spettatore è subito evidente che non si tratta di una bambina qualunque: viene dal nulla, non ha una famiglia e non ha una storia, possiede solo un cappotto arancione troppo grande per il suo corpicino e ha due grandi occhi azzurri che la distinguono dal resto dei personaggi. Lei, dolce e pura (e guidata emblematicamente da una tartaruga, un animale tanto lento quanto longevo), è la custode e l’incarnazione dei valori che ci rendono umani, nonché la più grande minaccia per i Signori Grigi, perché quando le persone le stanno accanto «cominciano a pensare con il cuore, non con la testa». Grazie a lei, ogni uomo si riprende il tempo che gli spetta per vivere dignitosamente e ritrova finalmente il piacere delle piccole cose, dalla partita a carte con gli amici alle chiacchiere con i clienti.

    Attraverso una metafora tanto trasparente quanto efficace, D’Alò dà vita ad una storia senza tempo, resa ancora più emozionante dalle musiche di Gianna Nannini, dai riferimenti pittorici e dai colori sgargianti che accentuano il tono fiabesco di cui è intinta.

    A cura di Melissa Marsili

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  • Fa’ la cosa giusta (Do the Right Thing)

    Fa’ la cosa giusta (Do the Right Thing)

    Se ti amo, ti amo, ma se ti odio…

    È il giorno più caldo dell’estate a Brooklyn. Questo non impedisce certo a Sal (Danny Aiello) di aprire la sua pizzeria, aiutato dai figli Pino e Vito, come fa tutti i giorni. Subito dopo arriva Mookie (Spike Lee). Il ragazzo consegna pizze a domicilio, destreggiandosi tra i vicoli del quartiere ed i suoi volti noti. Anzi. Tra un incontro e l’altro, una visita alla fidanzata (Rosie Perez) e una doccia rinfrescante, trova il tempo anche per consegnare pizze. Intanto, alla Sal’s Famous Pizzeria, Buggin Out (Giancarlo Esposito) ha qualcosa da ridire. La hall of fame del ristorante è tappezzata di celebrità italiane, nessun afroamericano. Il proprietario lo sbatte fuori. È solo un’altra evanescente lite in una pacifica giornata estiva di Brooklyn. La temperatura, però, continua a salire.

    Non sarebbe giusto parlare di Fa’ la cosa giusta iniziando dopo i titoli di testa. La stessa Rosie Perez balla per quasi cinque minuti sulle note di Fight the Power dei Public Enemy, aprendo in maniera più che esplicita il film. La colonna sonora, martellante e dirompente, ci accompagna anche per le strade di Brooklyn, attraverso le casse di Radio Raheem, il colosso di quartiere. Non è la sola musica ad allietare questa torrida giornata: il direttore della radio locale, Love Daddy (Samuel L. Jackson), veglia su tutta la popolazione dal suo studio. Sotto i suoi occhi il Sindaco, Mother Sister, Smiley, Jade e tutti gli altri continuano a vivere le loro vite, tutti i giorni allo stesso modo.

    Spike Lee crea un vero e proprio microcosmo. Un mondo dalle facce uniche, ma con i problemi di tutti gli altri. La pizza che costa troppo, la macchia sulle scarpe nuove, la birra preferita che non si trova più. Problemi di tutti i giorni, apparentemente sono solo queste le preoccupazioni del quartiere. Ed è così che lo stesso Buggin Out e il suo attivismo politico sembrano sopra le righe. Sal, seppur sia uno dei pochi bianchi del quartiere, è ormai un’istituzione. Si trova nel posto da tempo immemore, ha visto passare le generazioni e ha cresciuto i ragazzi con la sua pizza. Un mondo in equilibrio, proprio come Radio Raheem sembra ricordare nella sua parabola sul bene ed il male, storica citazione a La morte corre sul fiume.

    A sciogliere la glaciale tranquillità su cui germogliano le scaramucce di zona ci pensa il torrido caldo dell’estate, rivelando radici ben più profonde. Pino (John Turturro), vive all’ombra del padre, che riesce a stento a tenerne a bada l’esuberanza. È convinto di dover cambiare quartiere, è continuamente in rotta con Mookie, ed emana un razzismo latente. Un reticolato di odio si cela sotto l’asfalto rovente di New York. Italiani, neri, ispanici e asiatici si stringono vicendevolmente in una morsa ad effetto lento, ma irrefrenabile.
    L’intolleranza prolifera da ogni lato della strada e alla fine esce anche dai tombini. L’aria scanzonata ed esuberante di Buggin Out, che ha caratterizzato tutto il film, si fa grande sulle spalle del robusto Raheem. Uno dopo l’altro, tutti i personaggi cadono nel vortice dell’odio, finché non è più possibile capire chi abbia iniziato e chi abbia ragione. Con il buio della notte le facce uniche di Brooklyn si confondono a tal punto che in vista rimangono solo i problemi. Il microcosmo si rompe con l’arrivo della polizia. Le scaramucce sullo schermo diventano gli orrori della vita vera.
    L’equilibrio alla fine si spezza, ma non solo quello dei personaggi. La stessa messa in scena squarcia la patina caricaturale che ci ha accompagnato per questa giornata a Brooklyn, per rivelare il dramma del reale. Lee costruisce meticolosamente l’eruzione d’odio del finale, attraverso un cambio di registro atteso ma fulmineo e lacerante. Quindi tutti – escluso Sal – tornano alla propria vita, quasi dimentichi di quello che è appena successo. Ricacciano la propria intolleranza sotto le scarpe, in attesa che il caldo di una nuova estate torni a rivelarla.
    A cura di Alessandro Cricca

     

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  • Notte Fantasma

    Notte Fantasma

    Notte Fantasma: film di nicchia

    Avete presente quando, guardando un film, vi pervade la strana sensazione di aver già visto quel volto da qualche parte? Vi date di gomito con chi vi sta a fianco e gli dite: «Ma quello lì è quello di…?», e lui vi risponde: «Ma chi?». «Dai, quello lì… il protagonista… dov’è che l’ho già visto?», e trascorrete la successiva ora e mezza a rimuginare su tutto ciò che avete visto nella vostra vita, fino a quando… eureka! E vi alzate scattanti dal divano gridando: «Ecco chi è! È quello di Romanzo Criminale!». Ad alcuni capita anche al cinema, completamente dimentichi della presenza di altre cinquanta persone all’interno della sala. A essere oggetto del dibattito interiore dello spettatore, questa volta, è Edoardo Pesce, il cui nome probabilmente continua a risuonare anonimo, perciò, per farci capire, sfrutteremo un cliché: Edoardo Pesce a.k.a. uno dei due fratelli Buffoni della serie Romanzo Criminale.

    C’è un altro spunto che la serie qui sopra citata ci offre, prima di passare al film. È un racconto di Francesco Montanari, cioè il Libanese, che, in un’intervista ha parlato delle difficoltà avute dopo il successo di Romanzo Criminale. Nemmeno un provino per i successivi otto anni, perché tutti i produttori ritenevano impossibile scindere il suo volto da quello del boss della Banda. Ma, effettivamente, che fine hanno fatto gli altri? Vinicio Marchioni si è dato al teatro e solo dopo molti anni è tornato sul grande schermo; Alessandro Roja ha avuto più successo, è vero, ma nessun ruolo è paragonabile al Dandi; Daniela Virgilio? Non pervenuta. Marco Bocci? Non pervenuto. Così come tanti altri e tra questi tanti altri finisce, inesorabilmente, anche Edoardo Pesce.

    Il film inizia allo stesso modo di Sulla mia pelle. Si ha proprio la sensazione di trovarci di fronte ad una pellicola analoga e quindi si è un po’ delusi, perché appunto non è nulla di nuovo. Tuttavia, suona un po’ strano vedere un attore che ha interpretato un membro della Banda della Magliana in Romanzo Criminale e Giovanni Brusca ne Il Cacciatore fare il poliziotto. E infatti, il film si rivela totalmente diverso da quello su Stefano Cucchi. Diventa un vero e proprio thriller, in cui l’agente mostra sempre maggiori segni di squilibrio e quella che iniziava come una storia vera si trasforma rapidamente in un racconto da film. Edoardo Pesce ha un tempismo nelle battute eccezionale, da attore che proviene direttamente dalla strada e che conosce perfettamente il modo di dialogare di un romano. Il suo coprotagonista Yothin Clavenzani è ancora un po’ immaturo e manca in alcuni casi di espressività, ma è bravo a mostrare l’incertezza sul da farsi in alcune occasioni. La regia è innovativa, particolare per il cinema italiano: molti piani sequenza, molti frame sfocati, tanti primi piani, diversi dolly.

    Il film è, tutto sommato, una visione piacevole. Forse non vincerà a Cannes, però rimane qualcosa di particolare ed inesplorato nel panorama cinematografico italiano.

    A cura di Alessandro Randi

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