Autore: Matteo Malaisi

  • Huesera

    Huesera

    Huesera: l’orrore della maternità

    L’esordio alla regia di Michelle Garza Cervera pone al centro della storia Valeria, una ragazza che scopre di essere rimasta incinta ed è tormentata dalla consapevolezza di non possedere alcun istinto materno. Il suo conflitto psicologico viene esplicitato da una messinscena da incubo. Valeria, infatti, subisce spesso delle pene corporali da un’entità sinistra e nascono in lei i dubbi sulla volontà di diventare madre, sull’amore per il suo partner e sul desiderio di ottemperare ai doveri familiari.

    Il film di Garza Cervera è un body horror, in cui forse si sarebbe potuto osare di più, ambientato a Città del Messico, che, secondo i commenti della regista, si presenta come «un luogo pieno di contrasti e contraddizioni». Inserito coerentemente nel contesto del folklore messicano, Huesera mostra l’incoerenza legata ai falsi ideali di felicità, in primis a quello sentirsi obbligati a instaurare rapporti coniugali con l’unico fine di “metter su famiglia”. Questa prigione emotiva e sentimentale di Valeria dà vita ai fantasmi sempre vivi nell’abisso dell’animo umano, capaci di logorarci fisicamente e psicologicamente, sfociando in esternazioni fulminee in grado di fare terra bruciata intorno a noi, come nella scena in cui, in preda a una crisi, Valeria incendia la culla di legno costruita da lei stessa per la figlia.

    I momenti che la ragazza trascorre con i suoi familiari, apparentemente armoniosi e luminosi, sono motivo di soffocamento e di buio interiore, al contrario dei momenti cupi e terrificanti che provocano in Valeria un certo senso di libertà, a tal punto da riesumare desideri di un amore omossessuale represso e la sua volontà di andare a studiare all’università. Michelle Garza Cervera condensa queste tematiche racchiudendole nel profondo terrore della maternità; tema che è stato trattato anche in Rosmary’s Baby di Roman Polanski ed Eraserhead di David Lynch (in quel caso, terrore della paternità).

    Huesera urla al mondo la necessità di porre attenzione nei confronti della società tradizionalista che impone alle nuove generazioni valori non più condivisi; società troppo spesso attaccate avidamente alle proprie ideologie, non sempre legittime o etiche (come la Storia ci insegna), con il pericolo di creare maggiore incomunicabilità e conflitti generazionali.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Lumina

    Lumina

    Lumina: la concreta luce delle immagini

    Una ragazza vaga solitaria tra paesaggi incontaminati e rovine di una città fantasma con la
    stupefacente capacità di riattivare dispositivi elettronici come vecchie tv, radio, lampadine. Quando
    troverà lo smartphone appartenuto a un ragazzo di nome Leonardo, ossessionato dall’idea di filmare
    tanti episodi della sua vita di coppia, Arianna scoprirà l’amore.

    Samuele Sestieri dirige il suo secondo lungometraggio con una padronanza notevole del mezzo
    cinematografico, proponendo, nel panorama italiano, un film sperimentale molto vicino al genere
    fantascientifico, il quale è pressoché assente nel cinema del nostro paese. Lumina è qualcosa di più
    che un film etichettabile: è un sentimento, un continuo flusso di emozioni stimolate dalle stesse
    immagini di grande impatto, potenti e molto evocative.

    In una delle prime scene, Arianna si adagia tra le rovine di una chiesa abbandonata. La macchina da
    presa indugia sui volti degli affreschi sbiaditi e logorati dal tempo, come se si volesse comunicare il
    pericolo della scomparsa dell’arte, della bellezza e, soprattutto, la perdita della memoria: la
    memoria storica e quella personale, poiché viviamo nell’epoca del caotico susseguirsi di fatti e di
    informazioni che, inevitabilmente, dimentichiamo subito. Da ciò deriva anche l’ossessione
    contemporanea di archiviare compulsivamente ogni cosa delle nostre vite (come fa Leonardo, che
    filma la sua relazione). Per dare valore a quelle immagini veicolate dallo schermo di un telefono c’è
    naturalmente bisogno di uno sguardo nuovo, puro e significativo: lo sguardo di Arianna, che dà
    nuova vita alle immagini. Arianna è la luce stessa del cinema che ci permette di osservare la realtà
    da prospettive diverse, più lucide (attraverso storie e personaggi, infatti, comprendiamo di più noi
    stessi) e, al contempo, meno lucide, come ci suggeriscono le sequenze allucinatorie del film. Perché
    la verità è che non abbiamo bisogno di vedere fisicamente le immagini, ma abbiamo la necessità di
    sentircele cucite addosso e di percepirne il peso concreto sulla nostra pelle. E, di pari passo, in
    Lumina, il sonoro si fa carne, amalgamandosi perfettamente alle immagini e creando un vero e
    proprio concerto audiovisivo.

    Viene quasi spontaneo e naturale percepire un riverbero lynchiano nel cinema di Sestieri, dati i
    numerosi cortocircuiti, le sequenze allucinatorie e il modo in cui spesso la macchina da presa
    indugia su pertugi oscuri che diventano il passaggio verso altre dimensioni spaziali e temporali, pur
    rimanendo stilisticamente e contenutisticamente coerente a sé stesso, senza che il citazionismo sfoci
    nella mera celebrazione di un grande autore come David Lynch.

    Lumina si configura dunque come una prova autoriale davvero degna di nota, che fa ben sperare per
    un nuovo cinema personale e creativo nel nostro paese. Nel film di Sestieri, con la splendida
    fotografia di Andrea Sorini e lo strepitoso lavoro di montaggio di Fabio Bobbio, c’è tanto anche del
    suo stesso autore: le reali immagini d’archivio con i suoi genitori conferiscono al film una vena
    documentaristica, enfatizzata anche dalla presenza dell’attrice Carlotta Velda Mei, compagna di vita
    di Sestieri, perfettamente calata nella parte.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Blonde

    Blonde

    Blonde: una stella cadente sul cielo di Hollywood

    Le stelle sono destinate a brillare in un cielo nero di solitudine; brillano sole, distanti. La luce delle stelle arriva sulla terra molto tempo dopo. La stella che vediamo potrebbe essere già morta. È questa forse un po’ la storia della grandissima Marilyn Monroe, nome d’arte di un’anima tenera e gentile, battezzata Norma Jeane.

    Blonde è un film struggente di una stella che si spegne; una stella cadente che si schianta sul tetto di Hollywood provocando un boato disturbante, seguito da un fuoco che comincia ad ardere lo spettatore (come ci viene suggerito probabilmente dall’incendio nei primi minuti del film). Sono queste un po’ le palpabili sensazioni veicolate da Blonde.

    Andrew Dominik dà vita a un progetto ambiziosissimo. Il regista aveva già dato la prova del suo immenso talento con lo splendido film de L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (2007), il quale diede modo al monumentale Brad Pitt (ora produttore di Blonde) di restituire quella che in tanti conclamano come l’interpretazione migliore della sua carriera. Anche in questo caso, il regista sceglie un grande topic coerente con la sopracitata pellicola: la fragilità umana.

    Sarebbe un terribile errore confondere Blonde con un film biografico da prendere alla lettera: Blonde è una sorta di favola Black, un miscuglio di realtà e finzione perfettamente coese grazie alla regia consapevole, esteticamente rigorosa e splendidamente eccessiva di Dominik. Norma cresce con una madre psicopatica e alcolista e un padre assente, ed è chiaro come questo quadretto familiare distruttivo sia il più grande dolore che si porterà dietro fino alla fine dei suoi giorni. L’architettura stilistica messa in scena è un sublime esempio di padronanza estrema del mezzo cinematografico, da non confondere con mero auto-esibizionismo.

    Norma non era un sex symbol; Marilyn Monroe forse sì: costretta dall’industria del cinema e presa in considerazione per fare la parte della bionda sexy, oggetto del desiderio di tutti. Quello che Norma rivedeva sul grande schermo di un cinema era tutto fuorché sé stessa. Un cinema che per lei non era finzione, era pura falsità: due cose ben diverse. È incredibilmente evidente come Blonde riproduca la mefistofelica mercificazione dell’arte; l’atroce sopruso di un corpo; la demoniaca procedura dell’industria del business che rende un’attrice merce e prodotto a disposizione di chi è disposto a pagare caro. Sublime la scena in cui Norma, seduta sulle poltrone di un cinema durante la premiere di un suo film, piange, mentre il pubblico sfoggia un sorriso ebete: non si riconosce nell’immagine di sé stessa, in quell’immagine falsa e costruita che piano piano divorerà la sua vera anima fragile.

    In maniera più sottile, ma pur sempre violenta, anche Cass Chaplin approfitterà di lei, della sua bellezza e della sua voglia d’amore, inducendola a spogliarsi e ad ammirarsi davanti allo specchio, facendo sentire colpevoli anche noi spettatori, testimoni di quel corpo stupendo: la superficiale buccia del nostro frutto più succoso che è la nostra anima. Clamorose le scene del ménage à trois che vengono espresse attraverso immagini destrutturate, allucinatorie, quasi liquide, così avvolgenti; in cui le immagini del letto in cui i tre si librano felici vengono sovrapposte a quelle di una cascata voluminosa, dove l’acqua che sfocia diventa simbolo dell’estremo godimento.

    Impressionante il disagio, lo strazio esistenziale di un’anima usurpata della sua gentilezza, della sua voglia di amare, d’affetto mancato, in primis dall’infanzia; una perpetua bambina eternamente alla ricerca di un suo “Daddy”, figura paterna che ricerca ovunque, anche nei suoi partner. Non esiste distrazione che il divismo, il successo e il denaro possano realmente dare per sostituire una mancanza, un dolore recondito, il bisogno urlato d’amore. Norma subisce la condanna dei padri quasi come una tragedia greca eschiliana: lei che non è stata voluta dal padre è destinata a non metter alla luce un figlio dopo i plurimi aborti spontanei e naturali.

    Ana de Armas restituisce una prova attoriale senza precedenti: di rado capita di riuscire come d’incanto a riportare in vita non soltanto un personaggio esistito, ma soprattutto un’esistenza così tangibile e reale, al punto che sarà difficile, nel momento in cui ci capiterà di veder un film interpretato dalla vera Marilyn Monroe, non rivedere un po’ Ana de Armas.

    Blonde è un film che ha diviso molto pubblico e critica. C’è chi grida al capolavoro e chi lo definisce un film misogino che spiattella tutta la sofferenza di una star alle prese con una società maschilista. È quasi insostenibile rimanere accanto a Marilyn per tre ore senza soffrire, senza rimanere abbagliati e impotenti di fronte a una fragilità che doveva essere preservata. È difficile non rimanere ammaliati e stupefatti da una tale sensibilità completamente dimenticata, invisibile. Come se il bel corpo, quell’arma letale che fu il suo successo e la sua condanna, divenne per Norma il velo denso che nascondeva il suo legittimo bisogno di essere una persona normale.

    A cura di Matteo Malaisi

     

     

     

     

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  • La sottile linea rossa (The Thin Red Line)

    La sottile linea rossa (The Thin Red Line)

    La sottile linea rossa: la crudele natura degli uomini

    «C’è una sottile linea rossa che separa il sano dal pazzo. C’è una sottile linea rossa che separa il paradiso dall’inferno, la vita dalla morte. C’è una sottile linea rossa che separa il bene dal male, la pace dalla guerra. O meglio, c’era una sottile linea rossa ed ora non c’è più». Questo è uno dei passi chiave de La sottile linea rossa, romanzo di James Jones, da cui Terrence Malick trae il soggetto per realizzarne un capolavoro del genere war movie che quest’anno compie ben 24 anni.

    Dopo essere stato assente dalla scena per due decadi, il regista statunitense racconta il tragico evento della celebre battaglia di Guadalcanal, un’isola nel Pacifico, durante la Seconda Guerra Mondiale. Non scorre molto tempo prima di accorgersi della portata colossale di un film che, seppur non esibisca spari ed esplosioni nei primi 40 minuti, getta immediatamente le basi per permettere allo spettatore di penetrare nei polifonici flussi di coscienza di soldati in guerra contro il mondo esterno e, soprattutto, con il proprio mondo interiore. Terrence Malick rende fisica e palpabile una materia astratta come quella della filosofia attraverso dialoghi profondi e voice over, immagini potentissime valorizzate da una splendida fotografia e grazie al supporto delle musiche di Hans Zimmer. La guerra diventa il pretesto per far ragionare l’uomo sulla complessità dell’esistenza, come se soltanto dall’orrore riuscisse a estrapolare la parte più recondita di sé stesso, quella più autentica e più spaventosa; la dimensione bellica, però, rende ancor più sottile la soglia che divide la realtà fenomenica tenuta in equilibrio dalle contraddizioni e dalle opposizioni: vita/morte, bene/male, amore/odio, lucidità/follia.

    È la natura stessa che conferisce suggerimenti legati al senso dell’esistenza: è una realtà forgiata su crudeli contrasti. Viene mostrata come una divinità superiore, un’entità che tutto regola e tutto controlla con indifferenza e senza giudizio. Una natura spietata la quale, tuttavia, a differenza della guerra capace soltanto di distruggere, continua a generare vita dal seme della morte (come ci viene suggerito nell’epilogo): un eterno circolo e un flusso infinito di vita che si perpetuano nonostante i logoranti capricci degli esseri umani.

    Sono gli stessi uomini che agiscono in contrasto alle proprie idee. Attraverso il voice over scopriamo i pensieri che attanagliano il tenente colonnello Tall (Nick Nolte): pensieri profondi, umani, fondamentalmente buoni, sebbene il ruolo imposto dalla divisa (dalla società) lo costringe ad agire da tirannico, da uomo spietato, bramoso di morte pur di raggiungere un obiettivo ordinatogli dai superiori.

    Durante il sensazionale incipit, lo spettatore viene inglobato nella natura selvaggia, dove il soldato Witt (Jim Caviezel), raccolto su sé stesso in cerca di solide risposte esistenziali, passeggia tra le sabbie di un paradiso terrestre abitato dai nativi, come se l’uomo sapesse già dove trovare la soluzione per una vita felice, pervasa di pace e benessere, in armonia con gli altri e con la divina natura. Eppure, ci dimentichiamo della soluzione e la società ci riporta a combattere guerre e battaglie che non ci riguardano, ma a cui ci obbediamo. Witt viene presto ritrovato dal sergente maggiore Welsh (Sean Penn) e messo in arresto su una nave per il trasporto delle truppe. Nel frattempo, il soldato Jack Bell (Ben Chaplin) trova conforto nel ricordo di sua moglie («L’amore… da dove proviene? Chi ha acceso questa fiamma in noi? Nessuna guerra può spegnerla, conquistarla. Ero prigioniero, mi hai liberato.»)

    Il primo Editing ammontava a circa 6 ore, pertanto il regista dal cut definitivo dovette escludere attori del calibro di Viggo Mortensen, Mickey Rourke e Gary Oldman. Inoltre, il cast vanta della partecipazione di molti volti noti che ricoprono ruoli “minori”, se non addirittura brevi camei: Adrien Brody, John Cusack, John Travolta, George Clooney; professionisti capaci di regalare interpretazioni memorabili anche in pochi minuti. Vince l’Orso d’oro a Berlino e riceve ben 7 nomination agli Oscar senza riuscire a portarsi a casa neanche una statuetta. Quell’anno trionfa un altro film sulla Seconda Guerra Mondiale, Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg: un film più mainstream, più accessibile e fortemente patriottico dove si pone molta enfasi sull’eroismo dei soldati.

    Quella di Malick, invece, è un’opera antibellica che racconta il disumano orrore della guerra proprio attraverso gli ultimi bagliori di umanità (emblematica la rinuncia del capitano Staros di eseguire gli ordini del colonnello per non mandare inutilmente al macello i suoi soldati) di personaggi in cerca di redenzione, dominati spesso dalla paura, in bilico tra la vita e la morte, esseri fragili che crollano nel delirio e nella follia. Azzeccatissimo, in questo senso, il simbolismo veicolato dai soldati a bordo di imbarcazioni ondulanti dirette verso l’isola: metafora poetica della vita degli uomini in balìa dell’imprevedibilità dell’esistenza.

    La messinscena virtuosissima e di forte impatto raggiunge l’apice durante la conquista dell’avamposto giapponese, dove ci si rende conto che, specchiandosi nelle sofferenze del proprio nemico, riecheggia il medesimo dolore. Il nemico non è mai demonizzato, bensì anch’esso è una vittima dominata da due grandi entità superiori all’individuo: natura e società.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • The Elephant Man

    The Elephant Man

    The Elephant Man: il cuore gentile di un “Freak”

    Un uomo deforme affetto dalla sindrome di Proteo, causa di vistose deformità fisiche, viene sfruttato come fenomeno da baraccone in un circo dall’avido Bytes, che lo battezza come “L’uomo elefante”. Quando il dottor Treves (Anthony Hopkins) sarà costretto a visitarlo, a seguito di complicazioni respiratorie, si accorgerà di essere di fronte ad un autentico essere umano, dotato di grande intelletto e di una struggente sensibilità.

    David Lynch, alle prese con la sua seconda opera, si adagia sulla biografia di John Merrick (John Hart) con estremo rispetto, mostrando tutta la potenza delle immagini per disegnare una parabola umana che condanna i pregiudizi e le malvagità dell’uomo. Le dimensioni oniriche, care al regista, seppur meno presenti rispetto al resto della sua filmografia, sono cariche di una potenza narrativa che guarda con ammirazione al cinema di Bergman, così come l’universo circense non può che ricordare il cinema di Fellini (entrambi i maestri sono dichiaratamente un suo punto di riferimento artistico). Probabilmente, la scelta di accantonare la messa in scena delle dimensioni oniriche è dettata dalla volontà di raccontare la dolorosa realtà che vive Merrick: un incubo perenne da cui non ci si può svegliare.

    Il film pone delle domande precise e smuove l’animo dello spettatore invitandolo a fare i conti con sé stesso, poiché i temi del pregiudizio, delle apparenze e della scelta tra essere buoni o cattivi sono sempre di fronte agli occhi del pubblico. Entriamo in perfetta simbiosi con il dottor Treves, quando dubita del fatto che possa realmente aver aiutato John Merrick, oppure, al contrario, abbia accentuato la sua condizione di “Freak” (“scherzo della natura”) sotto una luce ancora più accecante, dinanzi alla comunità scientifica e non solo.

    The Elephant Man è ambientato a Londra nella seconda metà dell’Ottocento, girato in pellicola 35mm e in un bianco e nero strepitoso, perfettamente coerente con il racconto di una società industriale incolore, grigia, nebulosa, amorale e brutale. Infatti, la presenza dei suoni striduli dei macchinari da lavoro e le canne fumanti dei camini che rilasciano una nube nera, tossica, che si dipana nell’aria, sono un sottile simbolismo da decifrare come provocazione rivolta a una società fortemente propensa al progresso economico e industriale, incapace però di progredire dal punto di vista umano. Dunque, quella di Lynch è una critica sociale risonante la quale provoca un’onda d’urto che colpisce anche la società attuale: l’avanzamento tecnologico, perciò, non è sempre sintomo di positività o di benessere, bensì distruzione dell’etica e della morale, in quanto le istituzioni accantonano sempre di più i diritti e le esigenze degli esseri umani.

    «Non sono un animale, sono un essere umano!»: urlerà “l’uomo elefante” in faccia a un gruppo di persone che lo braccano all’interno di una stazione ferroviaria. L’aspetto fisico di Merrick, però, passerà presto in secondo piano, poiché la sua volontà di affermarsi come uomo, facendosi spazio tra una massa che lo denigra, è la dimostrazione di un vero e proprio atto eroico che gli permetterà di godere delle cose semplici della vita, quelle essenziali per sentirsi felice: l’affetto di un amico, il bacio di una donna, l’arte e il teatro.

    D’altronde, si dice che un grande autore faccia un film unico per tutta la vita. David Lynch mostra la visione di un mondo in bilico tra il bene e il male, le due forze che regolano le nostre esistenze, da cui non possiamo sottrarci, un mondo che il più delle volte distoglie il nostro sguardo dall’unica spinta vitale in grado di elevarci: l’amore universale. I personaggi di Lynch sono alla ricerca dell’amore autentico che ci permette di raggiungere una pienezza emotiva, proprio perché non esiste uno status sentimentale in grado di soddisfarci quanto la consapevolezza di amare profondamente e di sentirsi amati.

    Il film ha ricevuto otto nomination ai premi Oscar senza riuscire a vincerne nemmeno uno. Questo giudizio di critica non priva però The Elephant Man di tutta la sua mastodontica magnificenza, poiché David Lynch, tra i registi più ammirati della settima arte, realizza uno dei film più memorabili della storia del cinema.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Il sale delle lacrime (Le sel des larmes)

    Il sale delle lacrime (Le sel des larmes)

    Il sale delle lacrime: l’amore giovane

    Il regista Philippe Garrel, tornando su un tema a lui caro e senza risultare ridondante, sceglie di raccontare ancora nel suo cinema la tematica dell’amore giovanile. Le passioni della giovinezza presenti ne Il sale delle lacrime offrono infatti la possibilità di riflettere in merito ai rapporti relazionali (d’amore e non solo) della contemporaneità.

    Luc si reca a Parigi per sostenere un esame di ammissione con lo scopo di entrare in un’accademia di falegnameria piuttosto rinomata. Alla fermata dell’autobus incontra una ragazza, Djemila, e la convince a uscire la sera stessa. Dai loro sguardi si scorge l’improvviso ardore nato tra i due. Luc deve però tornare presto al suo paese, dove lavora in una bottega con suo padre, e le promette che si sarebbero rivisti presto. Sulla strada per casa si imbatte in Geneviève, una vecchia fiamma, e inizia con lei una storia d’amore che implicherà una brusca decisione nella sua vita.

    Nella società di oggi è facile venire travolti da uno stile di vita ad alta velocità, in cui ci si ritrova immersi più o meno inconsapevolmente. Tutto è estremamente rapido: il consumo dei beni usa e getta, i bombardamenti di informazioni in circolazione cui siamo sottoposti e persino la durata effimera dei nostri rapporti. Sebbene il film non metta a fuoco nello specifico una vita all’insegna del consumismo, Luc appare pervaso da una certa frenesia che gli impedisce di assaporare quel senso dell’attesa. Egli è privato della pazienza necessaria per consolidare le relazioni umane, specialmente quando si tratta di una storia d’amore.

    Vivendo inoltre in un mondo in cui tutto si trasforma velocemente, si tende a cambiare, con la stessa facilità, anche ciò che non funziona. Al primo problema si passa oltre, si cercano nuovi inizi, nuove persone, nuovi amori. Luc, per esempio, trova conforto nella ritrovata Geneviève, sensuale e vorace, perfetta per colmare le mancanze riscontrate con Djemila, che è invece timida e insicura. Perciò è evidente come l’immaturità delle passioni giovanili porti all’incomprensione di cosa sia il vero amore, in quanto, spesso, si preferisce vivere le relazioni fuggendo dalle difficoltà per ritrovare un certo benessere egoistico.

    Girato in bianco e nero per accentuare contenutisticamente una mancata presenza di colore all’interno dei rapporti umani, Il sale delle lacrime risulta un film godibile soltanto a tratti, nonostante i dialoghi siano realistici e ben scritti. In una scena di ballo, una delle più azzeccate del film, Luc balla sfrenato con una ragazza svelando tutta la sua indole passionale e carnale nei confronti della donna. Essa lo induce a provare forti emozioni positive e, al contempo, è in grado di infondere dubbi esistenziali, incertezze e incomprensioni.

    «Luc era preoccupato dall’idea che l’amore potesse non esistere», rivela una voce fuori campo. «Se avesse chiesto a sé stesso se conosceva il vero amore, si sarebbe sentito obbligato a dire di no». La frase racchiude tutto il sentimento e il senso de Il sale delle lacrime: amore, desiderio, dolore.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Old Henry

    Old Henry

    Old Henry: il ritorno di una leggenda del Far West

    Il western, malgrado non sia più un genere mainstream come lo era stato in passato, non smette di regalarci film emozionanti e molto validi. Genere sul viale del tramonto, rimane perfettamente adatto a rivelare la natura dell’America e del popolo americano, di ieri e di oggi. Genere edificante del cinema statunitense, è capace di rappresentare l’indole della sua gente – come ha puntualizzato l’attore Tim Blake Nelson durante un’intervista: «Noi americani siamo individualisti per natura, desiderosi di voltar le spalle alla legge».

    La storia di Henry (interpretato da Tim Blake Nelson, noto per le sue collaborazioni con i fratelli Coen) è quella di un padre che, insieme al figlio e al cognato, dedica la sua vita alla gestione di un ranch per ottemperare ai suoi doveri di contadino. È un vedovo e un padre di famiglia che nasconde un passato misterioso. Non vuole più fare i conti con i pericoli del mondo esterno, preferendo invece il controllo dello spazio limitato attorno al suo ranch, circondato da meravigliose distese di campi di grano.

    Quando padre e figlio vedono all’orizzonte un cavallo bianco senza padrone pensano si tratti di un brutto segno. Henry trova un uomo svenuto, in fin di vita, e una borsa piena di soldi; vorrebbe lasciare stare, ma è una persona cambiata e non può lasciare morire un uomo. Un presunto sceriffo, capo spietato di una banda di rapinatori, e i suoi aguzzini sono sulle tracce di quella borsa. Per Henry e suo figlio Wyatt sarà l’inizio di una catena di pericoli da affrontare.

    È evidente che, per quanto il film abbia uno sviluppo tendenzialmente classico e tradizionale, esso si ponga come un western atipico, centrato sulla chiusura, piuttosto che sull’apertura, verso la scoperta di nuovi orizzonti. Proprio per questo motivo, la messinscena semplicissima e spoglia presenta poche location e pochi volti, rispetto a ciò a cui i film di genere ci hanno abituato. Non per questo motivo la pellicola deluderà le aspettative dello spettatore, poiché le sequenze d’azione e le sparatorie, frutto di una buonissima prova registica di Potsy Ponciroli, sono girate in modo abile, in grado di elevare il grado di coinvolgimento, esibendo una violenza cruenta capace di intrattenere e di divertire.

    La regia sceglie volutamente di non mostrare campi lunghissimi per rimirare le sconfinate praterie, le valli, i deserti. Perché il contenuto che viene approfondito in Old Henry non tanto è la confusione spirituale di uomini che si ritrovano a vagare senza regole per immensi spazi “vuoti”, bensì il suo cuore risiede nel rapporto tra padre e figlio; i rapporti familiari che si svolgono all’interno delle mura di casa. Henry vuole proteggere suo figlio costringendolo a una reclusione insensata ma il male non può essere evitato. Il male non è un fenomeno distruttibile; è un fenomeno che bisogna essere in grado di combattere, in ogni occasione. Ci si può allontanare da esso, ma troverà sempre il modo di venirci a scovare.

    Il risultato di Old Henry è quello di un western crepuscolare e ben congeniato che attinge da personaggi noti nel vecchio West, come Billy the Kid. Henry nasconde un segreto a tutti, anche a suo figlio. Non si tratta di menzogne o di falsità, ma di aver raccontato soltanto una parte di verità. Un segreto come ce l’abbiamo tutti, un segreto che rappresenta la nostra intimità e il dolore profondo per ciò che si è commesso in passato: «Non credo nella redenzione, ma nel potere consolatorio di crescere un figlio», dirà il nostro protagonista esternando al pubblico tutto l’amore, la bellezza e il grande coraggio di diventare un genitore, padre di famiglia, malgrado questo mondo ostile e violento.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • La mosca (The Fly)

    La mosca (The Fly)

    La mosca: il ronzio fastidioso di un uomo ossessionato dal progresso

    La trasformazione del corpo è uno dei principi su cui si fonda il cinema di David Cronenberg. Il suo film La mosca è un capolavoro assoluto: è horror, è fantascienza ma probabilmente è anche un film sull’amore, un amore tragico che non riesce a consolidarsi a causa dei soliti egoismi tremendamente umani, del nostro ego spropositato, il quale tradisce ogni buon sentimento che vale la pena di essere vissuto più di ogni altra cosa!

    Al centro delle vicende troviamo Seth (Jeff Goldblum), un uomo ossessionato dall’idea di rincorrere il progresso tecnologico. La sua mente – ancor prima dell’incidente scatenante che trasformerà il suo corpo – andrà in contro a un cambiamento; una mente avvelenata dall’esigenza di dare vita a un’invenzione rivoluzionaria: il teletrasporto. Seth si innamora di una giornalista (Geena Davis), la quale inizialmente è incuriosita dalla scoperta del teletrasporto, su cui vorrebbe scrivere un articolo che le cambierebbe la vita in termini di carriera e di successo. Poi, in realtà, viene sedotta da quell’uomo, così affascinante e pieno di buoni propositi relazionali. Durante una serata come tante altre però, la rabbia e la gelosia mescolate all’ebbrezza dell’alcol portano Seth a commettere un terribile errore: sottoporsi personalmente al teletrasporto prima dei dovuti accertamenti. La conseguenza? Il suo corpo si trasformerà lentamente in una mosca gigante.

    I nostri protagonisti si muovono all’interno di ambienti cupi, tendenzialmente freddi, amplificati espressivamente da una splendida fotografia e da una messinscena azzeccatissima nella sua estrema semplicità. Il climax sale e cresce vertiginosamente, come un decollo aereo, affrontando le varie tappe della mutazione del corpo corporale di Seth sostenuta da un trucco di un livello notevolissimo per l’epoca, a tal punto da aggiudicarsi il premio Oscar.

    La mosca è una sorta di metamorfosi kafkiana, poiché lo spettatore non si distacca emotivamente da Seth, non lo ripudia e non lo condanna, anzi ne prova un’immensa e struggente pietà. Come nel racconto di Kafka, Seth si arrampica sulle pareti fino al soffitto cercando vie di fuga, prendendo consapevolezza di un cambiamento irreversibile. La sua coscienza si indebolisce sempre più a causa di quello che ha perso nella sua vita umana: l’amore e il sentirsi amati. Quello di Cronenberg non è un film soltanto sulla perdita del corpo, bensì sulla perdita dell’uomo, della sua identità formata da materia e anima. L’anima distrutta da un mondo confusionario dove l’a-moralità della società porta al perseguimento di uno stile di vita illusorio. L’ideale contemporaneo di voler raggiungere a tutti i costi il successo, la convinzione di avere le stesse possibilità di un Dio e, infine, l’idea di volersi sostituire a Dio portano l’individuo a una dolorosa auto-distruzione.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Ed Wood

    Ed Wood

    Ed Wood: l’arte è per tutti!

    Tim Burton racconta la storia di Edward D. Wood Jr., considerato il peggior regista della storia del cinema. Il suo Ed Wood è a tutti gli effetti uno straordinario omaggio alla settima arte, alla voglia di fare cinema esprimendo totalmente sé stessi con convinzione, dedizione e passione.

    Edward D. Wood Jr sbarca a Hollywood pieno di sogni e di tante idee da realizzare ma si ritrova presto a dover fronteggiare l’ardua ricerca di finanziatori disposti a produrre i suoi film. Johnny Depp, alter-ego del regista californiano, veste meravigliosamente i panni di un estroverso sognatore alla ricerca del successo addentrandosi tra le spaventose, inquietanti e orrorifiche mura che circondano gli Studios della Paramount.

    Il film si colloca perfettamente nella filmografia di Tim Burton, che si avvale sempre di uno stile gothic-horror. In Ed Wood, però, trova spazio un contenuto piuttosto profondo rispetto ad altre sue opere: il vero horror, sembra volerci dire il regista, è la nuda e cruda realtà che ci circonda. Una realtà colma di uomini abbietti e approfittatori che contrastano ogni forma di diversità, in cui l’arte viene spesso sottomessa dall’industria; una realtà piena di uomini fragili che soffrono la solitudine e che sfogano il dolore nell’abuso di droghe.

    Una realtà davvero inquietante, dove però non dobbiamo dimenticare che il conflitto esistenziale degli esseri umani consiste proprio nell’affrontare con dignità le iniquità della vita. Infatti, il nostro Ed si sente liberissimo di manifestare la propria diversità: è un eterosessuale a cui piace indossare anche abiti femminili (emblematica la scena in cui, mostrandosi vestito da donna, provoca uno shock alla sua compagna rivelando la sua nuova sceneggiatura autobiografica,).

    D’altronde non si lascia nemmeno abbattere dai “no” dei produttori, bensì continua a trovare soluzioni per convincerli a finanziare i suoi film, girando oltretutto con pochissimi mezzi e con effetti speciali raffazzonati. Fino ad arrivare all’incontro con Bela Lugosi, una star considerata decadente e perduta, interprete del celebre conte Dracula. Edward scorge in lui un conservato bagliore di energia ancora inespressa: l’attore ha ancora molto da offrire al pubblico nonostante debba convivere con la solitudine, la noia, la perdita di un amore, la dipendenza dalle droghe e tutti gli orrori della vita reale. Splendide le scene in cui lo strepitoso Bela Lugosi si cala nella parte recitando i copioni scritti da Ed e con voce profonda fa tremare lo spettatore il quale, muto e a bocca aperta, non può far altro che stupirsi della sua intensità emozionale.

    Tim Burton racconta il peggior regista della storia del cinema e lo fa con un film tecnicamente impeccabile, soprattutto per la splendida fotografia in bianco e nero. Edward D. Wood Jr produceva Z movie (a basso budget e di dubbio spessore artistico) e Tim Burton coglie questo spunto narrativo per farne un film di seria A riuscendo benissimo nell’intento di dare valore a questo contrasto. Johnny Depp e un cast in stato di grazia contribuiscono a donarci un film perfetto, in cui tutti i comparti tecnici funzionano a meraviglia.

    Allo spettatore verranno i brividi per la bellezza inconfutabile di Ed Wood. Questa volta non ci sono fantasmi, cavalieri senza testa o spose cadavere, bensì l’uomo fragile. L’uomo con una smodata passione per il cinema, l’uomo che si dedica totalmente all’arte senza forse essere in grado di comporla in maniera esemplare. L’uomo a cui piace vestirsi da donna e che non ha paura di mostrare la bellezza della diversità, la sua vena di follia creativa, l’autenticità nel manifestare sempre sé stessi.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Enter the Void

    Enter the Void

    Enter the Void: nel tunnel di un’anima

    «Io voglio fare un film che dia alla gente che assumeva LSD le allucinazioni di quella droga, ma senza allucinazioni. Io non voglio somministrare realmente LSD, io voglio fabbricare l’effetto di quella droga»: così dichiarò in un’intervista un regista controverso come Alejandro Jodorowsky riassumendo la percezione che voleva trasmettere al suo pubblico. Un’idea di cinema che potrebbe essere paragonata anche al modus operandi di Gaspar Noé. Perché Enter the void è senza ombra di dubbio una delle esperienze cinematografiche più allucinatorie e psichedeliche prodotte finora.

    Oscar e sua sorella Linda vivono nell’abbagliante Tokyo, dove le luci a neon alimentano l’atmosfera stupefacente delle vicende che coinvolgono i personaggi. Oscar è uno spacciatore vittima dell’abuso di droga, Linda una spogliarellista in un night club. Una notte la polizia sta per incastrare Oscar, il quale viene tragicamente ferito da un colpo di pistola. Il suo spirito, a cavallo tra la vita e la morte, ripercorrerà vertiginosamente le tappe fondamentali della sua vita. Gaspar Noé, regista e sceneggiatore, esprime tutta la sua libertà artistica anche grazie a un oneroso budget che ha permesso notevoli virtuosismi e scelte stilistiche azzeccatissime per restituire un’esperienza estremamente sensoriale.

    Lo spettatore rimane letteralmente assuefatto da una proposta visiva che riproduce incredibilmente trip e viaggi mentali di un realismo surreale e di un surrealismo realistico. Sembrerebbe un paradosso, ma l’utilizzo preponderante della soggettiva e di numerosi piani sequenza permettono di definire questo film come cinema puramente sperimentale, totalmente immersivo, e soprattutto molto credibile per quanto riguarda il viaggio di un’anima incastrata in un limbo. Infatti, sono note le vicende legate alle interviste raccolte dallo stesso regista, in ascolto di persone rimaste in coma, le quali hanno raccontato di esperienze palpabili vissute nei meandri della propria mente prima del risveglio.

    In questo tunnel vorticoso, Oscar ripercorre insieme allo spettatore gli eventi più tragici e floridi della sua vita, legati alla perdita dei genitori in un incidente stradale, ma anche connessi all’amore eterno, indissolubile, sanguigno con sua sorella Linda, consolidatosi proprio grazie a questa sofferenza condivisa. Le tematiche che il regista vuole imprimere sul grande schermo si fanno, dunque, piuttosto chiare: l’amore e la morte. Una morte che sembra acquisire un senso ultimo grazie alle semplici, e mai banali, manifestazioni d’amore donate agli altri, malgrado un’esistenza oscura, sofferente, estremamente confusionaria. È inevitabile perdere la propria innocenza nel mondo dipinto da Gaspar Noé in cui l’uomo affoga nei propri peccati e spesso rimane incastrato nella morsa stringente della droga, destabilizzato da continui conflitti esistenziali.

    D’altronde anche nel suo ultimo film Vortex, presentato a Cannes nel 2021, con una straordinaria prova attoriale di Dario Argento, Noè rimarca l’idea della morte, di un ritorno al proprio passato da dove si fatica a fuggire, dal presente tragico, il tutto tenuto ben saldo da un amore che aleggia sempre nell’aria e che ci conferisce speranza. Per citare una battuta proprio di Vortex, «il cinema è come un sogno». A conferma del fatto che il suo è un cinema di corpi, dove lo spettatore sognante si immedesima perfettamente nei suoi personaggi, li incarna, sentendosi così incredibilmente attivo nell’esperienza visiva, grazie alla maestria di un regista discutibile ma indubbiamente capace di maneggiare il mezzo audiovisivo. Per questo motivo, non è tanto importante quanto Gaspar Noé divida la critica internazionale, bensì quanto i suoi film risultino sempre interessanti, estremi e coinvolgenti a tal punto da far fatica a distogliere lo sguardo dallo schermo. La verità, infatti, è che in pochi di voi vorranno risvegliarsi dai sogni di Gaspar Noé!

    A cura di Matteo Malaisi

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