Autore: Matteo Malaisi

  • Enemy

    Io sono il mio nemico!

    Adam Bell (Jake Gyllenhaal) è un professore di storia di Toronto che conduce una vita monotona e ripetitiva. La ruota della vita si inceppa quando scopre che un attore in un film che gli hanno caldamente consigliato è spaventosamente uguale a lui. Non si tratta di una semplice somiglianza: è un sosia. Il grande topic del film di Villeneuve è il tema del doppio. Il professore, infatti, viene sconvolto dall’idea che un essere umano possa apparire identico a lui. La concreta esistenza di un sosia implica uno scombussolamento interiore per vari motivi: è realmente spaventosa l’idea di vedere fisicamente un tuo doppio nuotare nella confusione dell’esistenza, poiché ci rende consapevoli di quanto la nostra personalità possa spezzettarsi fino all’annientamento dell’identità. Ho un fratello gemello? Sto vivendo nel mondo reale o nella finzione? Sono queste un po’ le preoccupazioni che si innescano a causa di un’evidenza carnale di un doppelgänger. Il film, tratto dal romanzo L’uomo duplicato di José Saramago, si fa sempre più ambiguo ed enigmatico fino ai minuti finali senza nessun calo di tensione, mantenendo il grado di adrenalina sempre elevato.

    Ma come lo si può interpretare Enemy? È un sogno? Un’esplosione della schizofrenia del protagonista? Certamente nelle nostre fantasie accade spesso di desiderare di essere qualcun altro. Desiderare un’altra vita, un’altra professione, un’amante che non sia incinta perché non ci sentiamo pronti per adempiere al dovere della paternità. Chi dei due sosia ha “creato” inconsciamente un altro al di fuori di sé stesso è proprio l’attore e non il professore Adam Bell.

    Il film presenta una figura simbolica importantissima a cui è doveroso sottoporre la nostra attenzione. Si vedranno degli aracnidi comparire all’interno di Enemy. Indicativamente c’è un ragno nell’incipit, un ragno nella parte centrale e nei minuti finali. Il protagonista a un certo punto sembra avere una visione: un ragno gigante che cammina sulla città di Toronto. Quest’ultima immagine di delirio non è altro che una bellissima citazione a una scultura magnifica di Louise Bourgeois, Maman, situata nella città spagnola di Bilbao. Si tratta di una gigantesca statua in bronzo, alta dieci metri e larga altrettanto, raffigurante un enorme ragno.  Maman è il grande omaggio alla maternità, al mondo femminile, «il ragno è un’ode a mia madre, lei era la mia migliore amica»: dichiarò la famosa scultrice. Un’iconografia stupenda, poiché l’installazione restituisce un forte senso di protezione piuttosto che di ribrezzo nei confronti dell’animale a otto zampe. Non a caso, anche nel film di Villeneuve il ragno è riconducibile all’universo femminile.

    La splendida fotografia color seppia, alimentata da una scenografia spoglia e ambientazioni cupe, rispecchia alla perfezione la psiche del protagonista, il monocromatismo del film è adatto alla monotonia della sua vita. Il punto forte, però, è proprio Jake Gyllenhaal: la conferma di un talento con pochi eguali all’interno del panorama contemporaneo. Uno degli attori più incisivi della sua generazione che ci dona un’interpretazione spaventosa, complicatissima e incredibilmente empatica.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Enemy

    Enemy

    Io sono il mio nemico!

    Adam Bell (Jake Gyllenhaal) è un professore di storia di Toronto che conduce una vita monotona e ripetitiva. La ruota della vita si inceppa quando scopre che un attore in un film che gli hanno caldamente consigliato è spaventosamente uguale a lui. Non si tratta di una semplice somiglianza: è un sosia. Il grande topic del film di Villeneuve è il tema del doppio. Il professore, infatti, viene sconvolto dall’idea che un essere umano possa apparire identico a lui. La concreta esistenza di un sosia implica uno scombussolamento interiore per vari motivi: è realmente spaventosa l’idea di vedere fisicamente un tuo doppio nuotare nella confusione dell’esistenza, poiché ci rende consapevoli di quanto la nostra personalità possa spezzettarsi fino all’annientamento dell’identità. Ho un fratello gemello? Sto vivendo nel mondo reale o nella finzione? Sono queste un po’ le preoccupazioni che si innescano a causa di un’evidenza carnale di un doppelgänger. Il film, tratto dal romanzo L’uomo duplicato di José Saramago, si fa sempre più ambiguo ed enigmatico fino ai minuti finali senza nessun calo di tensione, mantenendo il grado di adrenalina sempre elevato.

    Ma come lo si può interpretare Enemy? È un sogno? Un’esplosione della schizofrenia del protagonista? Certamente nelle nostre fantasie accade spesso di desiderare di essere qualcun altro. Desiderare un’altra vita, un’altra professione, un’amante che non sia incinta perché non ci sentiamo pronti per adempiere al dovere della paternità. Chi dei due sosia ha “creato” inconsciamente un altro al di fuori di sé stesso è proprio l’attore e non il professore Adam Bell.

    Il film presenta una figura simbolica importantissima a cui è doveroso sottoporre la nostra attenzione. Si vedranno degli aracnidi comparire all’interno di Enemy. Indicativamente c’è un ragno nell’incipit, un ragno nella parte centrale e nei minuti finali. Il protagonista a un certo punto sembra avere una visione: un ragno gigante che cammina sulla città di Toronto. Quest’ultima immagine di delirio non è altro che una bellissima citazione a una scultura magnifica di Louise Bourgeois, Maman, situata nella città spagnola di Bilbao. Si tratta di una gigantesca statua in bronzo, alta dieci metri e larga altrettanto, raffigurante un enorme ragno.  Maman è il grande omaggio alla maternità, al mondo femminile, «il ragno è un’ode a mia madre, lei era la mia migliore amica»: dichiarò la famosa scultrice. Un’iconografia stupenda, poiché l’installazione restituisce un forte senso di protezione piuttosto che di ribrezzo nei confronti dell’animale a otto zampe. Non a caso, anche nel film di Villeneuve il ragno è riconducibile all’universo femminile.

    La splendida fotografia color seppia, alimentata da una scenografia spoglia e ambientazioni cupe, rispecchia alla perfezione la psiche del protagonista, il monocromatismo del film è adatto alla monotonia della sua vita. Il punto forte, però, è proprio Jake Gyllenhaal: la conferma di un talento con pochi eguali all’interno del panorama contemporaneo. Uno degli attori più incisivi della sua generazione che ci dona un’interpretazione spaventosa, complicatissima e incredibilmente empatica.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Annientamento (Annihilation)

    Annientamento (Annihilation)

    Annientamento: destinati all’autodistruzione!

    Un potente bagliore misterioso generato da un faro è il fulcro di quella che gli scienziati chiamano Area X. La biologa Lena (Natalie Portman) aspetta con ansia il marito Kane (Oscar Isaac) di ritorno dalla spedizione militare all’interno della zona sconosciuta: è l’unico sopravvissuto ma cade presto in preda a convulsioni causate da emorragie interne. Il soldato viene ricoverato nell’ospedale militare per comprendere le cause del suo malessere. Dopo un incontro con la dottoressa Ventress (Jennifer Jason Leigh), Lena decide di far parte di una nuova missione all’interno di quel luogo avvolto da un alone di ambiguità. È un evento religioso? Un’invasione aliena? Un’altra dimensione?

    Al suo secondo lungometraggio, Alex Garland si spinge oltre rispetto a Ex Machina, incentrato sul rapporto uomo/macchina, poiché Annientamento è un’opera ambiziosa che ruota attorno alla relazione tra uomo e natura, di come l’uomo si senta spesso superiore ad essa, convinto di poterla esaminare in tutte le sue sfaccettature attraverso la scienza. Lo spettatore, in realtà, col passare dei minuti intuisce quanto i personaggi si sentano sempre più impotenti, spaesati e confusi all’interno di una rigogliosa foresta: la natura di quel luogo annulla ogni pretesa umana legata all’ossessione della conoscenza, della comprensione, della verità. Il bagliore che si dipana nell’aria sembra rendere la natura in grado di rimescolare le cellule, trasformare geneticamente corpi umani, flora e fauna.

    Annientamento è tratto dal primo romanzo di Jeff VanderMeer che compone la trilogia dell’Area X, un film che può essere scomposto e suddiviso, proprio come le cellule che studia la nostra biologa Lena, in differenti generi cinematografici: dall’horror, al dramma, al thriller, sostenuto da una struttura a flashback in cui viene approfondita la relazione tra Lena e Kane. Un adattamento ben congeniato che rende Annientamento uno dei più interessanti titoli di fantascienza degli ultimi anni.

    Seppur il film si impegni a rinnovare il genere, non nasconde palesi riferimenti alla cinematografia di fantascienza del passato: la natura selvaggia ricorda l’incipit di Solaris e le ambientazioni di Stalker di Tarkovskij, la creatura animalesca trae spunto dalle opere dell’artista svizzero Giger (storico collaboratore agli effetti speciali di Alien di Ridley Scott).

    Opera intellettuale, filosofica e scientifica dove l’uomo si ritrova a fare i conti con il proprio corpo e la propria spiritualità. Materia e anima, scienza e filosofia, sono facce della stessa medaglia, si influenzano di continuo, poiché la psiche umana sembra andare nella stessa direzione rispetto alla componente materiale di cui siamo fatti («L’invecchiamento è un errore genetico» sussurra Lena a suo marito): così come il nostro corpo si distrugge anche la nostra psiche è sottomessa dagli impulsi primordiali di annientamento, di autodistruzione.

    Il concetto scientifico di sdoppiamento delle cellule come base della creazione di ogni forma materiale sulla terra si collega al tema del doppio, della crisi identitaria che si concretizza soprattutto nelle battute finali. Ed ecco che ogni cosa sembra perdere valore di fronte a tale visione nichilista che ritrae un’umanità ossessionata dalla ricerca di una verità che non esiste. Il genere fantascientifico ancora una volta si eleva a metafora per rivelare le profondità dell’individuo – dove personaggi esplorano luoghi ignoti orientati a svelare i propri universi interiori – destinato al conflitto con l’ambiente esterno, con gli altri e soprattutto con sé stesso.

    Magnifiche e suggestive le sequenze all’interno dell’ambiente inesplorato, un luogo immerso in una natura selvaggia, scontrosa, inquietante tanto quanto affascinante. Effetti speciali virtuosi e allucinatori, ma mai troppo invasivi. Intense e convincenti le prove di tutto il cast, con una menzione speciale alla dolente Natalie Portman.

    Il film lascia spazio a moltissime interpretazioni. A tratti potrebbe essere considerato un’opera incompleta che pecca di concretezza nel dare alcune risposte fondamentali. D’altro canto, Annientamento è da apprezzare così com’è: un’opera sospesa dove le domande e lo stato confusionale sono linfa vitale.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • This Must Be the Place

    This Must Be the Place

    This Must Be the Place: la solitudine edificante di Paolo Sorrentino 

    Paolo Sorrentino dà forma e dirige un personaggio magnifico come quello di Cheyenne (Sean Penn), una rock star in auge negli anni ’80, con il trucco sugli occhi e il rossetto sulle labbra, i capelli voluminosi e disordinati, e che sfoggia vestiti dark fin dai tempi in cui si esibiva sul palcoscenico. Trascorre le sue giornate nella sua grande villa di Dublino insieme alla moglie Jane (Frances McDormand) e all’amica Mary (Eve Hewson). Qualcosa, però, sembra scricchiolare nella vita di quest’essere vaneggiante, dubbioso, apatico che cammina come se fosse stanco di trascinare il peso del suo corpo (o il peso della sua anima?); scambia la noia con la depressione, la sua voce è fiacca, debole, monotona. Siamo così sicuri che questo personaggio sia stata una stella del rock in passato? Come faceva a cantare ardentemente se ora la sua voce risulta così incolore?

    La vita dell’ex rock-star prende una piega diversa quando viene a sapere che suo padre, con cui non parla da quasi trent’anni poiché «non gli voleva bene», sta per morire. È costretto a recarsi a New York, ma quando arriva in città, il suo vecchio è già morto. Veniamo quindi a conoscenza dell’origine ebraica di Cheyenne, del quale non sembra essere rimasta traccia; una traccia che suo padre, invece, porterà con sé per l’eternità: il marchio del numero identificativo ricevuto ad Auschwitz.

    Inoltre, il padre stava facendo una ricerca su Aloise Lange (Heinz Lieven), ufficiale nazista che lo aveva umiliato nel periodo di prigionia nei campi di concentramento. A questo punto, Cheyenne decide di proseguire le indagini cominciando un profondo road trip negli Stati Uniti, durante il quale farà numerosi incontri che cambieranno per sempre il suo modo di affrontare la vita. L’America selvaggia diventa il pretesto per approfondire quel senso di infelicità e solitudine che logora l’anima del protagonista: i paesaggi desolati, silenziosi, sconfinati diventano una chiara metafora del vuoto di un’esistenza che spetta a noi riempire.

    «Ho il sospetto che la tristezza sia poco compatibile con la tristezza» sostiene Cheyenne all’inizio del viaggio, durante una conversazione con un tatuatore all’interno di un bar. Invece, è proprio grazie alla conoscenza di persone solitarie e malinconiche, con cui è possibile condividere paure e desideri, che il protagonista intravede la via della salvezza. È un’America antieroica, colma di individualità erranti, lontana dall’idea di persone alla ricerca sfrenata del raggiungimento dell’american dream (emblematica la scena in cui Cheyenne incontra l’inventore delle rotelle delle valigie).

    Un film che senza dubbio non si colloca sul podio della filmografia di Paolo Sorrentino, ma che ben rispecchia i pregi registici: evidente la cura dell’immagine e delle inquadrature, della colonna sonora di David Byrne e della bellezza di dialoghi poetici e profondi, fortemente esistenzialisti; anche il contenuto è inerente alle tematiche legate a personaggi afflitti da crisi identitarie a causa della mancanza di figure genitoriali (come nell’ultimo capolavoro autobiografico È stata la mano di Dio). Sean Penn dona poi un’interpretazione strabiliante di cui è difficile non innamorarsi, lavorando magistralmente sull’inflessione della voce, sulle movenze rallentate e sulle espressioni empatiche, confezionando una prova fisica degna di lode.

    Armato di pistola Cheyenne andrà a caccia del nazista per compiere l’ultimo (e forse l’unico) gesto d’amore nei confronti di un padre con cui non ha più intrattenuto rapporti. L’ex rock-star sparerà («to shoot» dall’inglese ha due significati: «sparare», «fotografare») con un’arma ancor più letale, più dolorosa, più efficacie, in grado di riportare sotto i riflettori l’importanza di preservare la memoria storica, poiché è proprio attraverso un cambiamento personale e individuale che si creano le basi per un futuro prospero.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • La terra dell’abbastanza

    La terra dell’abbastanza

    La terra dell’abbastanza: le giovani speranze divorate dal male

    Nel quartiere più malfamato di Roma, Tor Bella Monaca, Mirko (Matteo Olivetti) e Manolo (Andrea Carpenzano), amici d’infanzia, investono accidentalmente un uomo dileguandosi senza soccorrerlo. Questo tragico evento si rivela il passepartout che offre loro l’opportunità di entrare in rapporti stretti con il crimine organizzato.

    Il film dei fratelli D’Innocenzo è un riuscitissimo e trionfante esordio che permette di approdare con personalità nel panorama del cinema italiano contemporaneo, dove è evidente l’ottima capacità registica del duo in grado di avvolgere lo spettatore, sin dai primi minuti, che diventa presto un testimone compassionevole della tragicità dei suoi personaggi. Infatti, le sapienti scelte di stile sono efficaci tanto da alimentarne il contenuto drammatico: le inquadrature fisse mostrano gli ampi spazi del quartiere, specchio del sentimento dei due amici, tormentati dall’incertezza di un futuro carico di grandi responsabilità (nei minuti iniziali l’auto di Mirko ferma in un parcheggio appare minuscola al confronto con i palazzi del quartiere romano); la musica, a partire dalle malinconiche note jazz dell’incipit fino ai suoni elettronici disturbanti, restituisce le sfumature delle anime tormentate; la fotografia alterna sapientemente colori caldi e freddi in base alla situazione in cui ci si trova, senza tralasciare che tutto il comparto tecnico rende ben solida l’opera prima dei fratelli D’Innocenzo.

    La terra dell’abbastanza non è solo un racconto sull’ascesa criminale di due ragazzi che si fanno ingoiare facilmente dal male e dal crimine, bensì un film sul rapporto tra genitori e figli, d’altro canto, la complessità delle relazioni familiari è il fil rouge presente anche nelle opere successive (Favolacce 2020, America Latina 2021). Se da un lato Mirko è premuroso nei confronti di sua madre, dall’altro Manolo subisce l’immaturità di un padre (interpretato da un’impeccabile Max Tortora inedito in un ruolo drammatico) che lo supporta nelle sue attività criminali piuttosto remunerative, siccome il denaro sembra essere l’unica soluzione al benessere fisico e psicologico garantito da una certa stabilità economiche. Non a caso per i protagonisti lo sperpero del denaro diventa il modo migliore per sfogarsi e per non pensare all’orrore delle proprie vite.

    Il film raffigura un’emozionante parabola discendente dell’essere umano che nuota faticosamente in un tempo e in uno spazio impossibile da controllare, anzi, la vita non è più un’opportunità per sperare e sognare ma viene dipinta come fenomeno straniante e confusionario. E quindi è meglio non pensare, agire istintivamente, accantonare relazioni affettive e abbandonare il sentimento. Peccato che l’uomo sia eternamente costretto a fare i conti con le proprie emozioni, possiamo essere bravi a reprimerle ma esse trovano sempre il modo di liberarsi, poiché siamo pur sempre fatti di sangue e sentimento.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • La morte e la fanciulla (Death and the Maiden)

    La morte e la fanciulla (Death and the Maiden)

    La morte e la fanciulla: un passato sepolto e dissotterrato

    In un paese imprecisato dell’America Latina, dove la dittatura è caduta da quindici anni, Paulina Escobar (Sigourney Weaver) riconosce nel Dottor Miranda (Ben Kingsley) l’aguzzino che la torturò brutalmente in passato. Con l’aiuto del marito (Stuart Wilson), la donna decide di recluderlo in casa costringendolo a confessare le sue colpe. Roman Polanski trae la sua opera dall’omonima pièce di Ariel Dorfman riuscendo nell’intento di realizzare un film claustrofobico, ambientato quasi interamente nella casa dei coniugi, in cui la tensione emotiva è sostenuta dall’oscura psicologia dei personaggi.

    Ancora una volta, nel cinema del regista polacco, l’ambiente domestico è teatro di quel perturbante freudiano in cui gli eventi traumatici della nostra vita avvengono proprio all’interno dei luoghi apparentemente sicuri e confortanti. Paulina è mossa da un desiderio di solitudine e isolamento, un sentimento suggestionato dall’immenso spazio deserto attorno alla residenza, dove si vede in lontananza soltanto un faro che lampeggia. Vive in uno stato di perpetuo terrore causato da un passato pieno di tormento, apparentemente impossibile da farsi scivolare addosso. Quando il marito Gerardo viene riportato a casa da un passante a causa di un problema con la macchina in panne, Paulina comincia a sospettare dell’uomo, giungendo all’amara conclusione, dato che, dopo aver trovato papabili indizi su quest’ultimo (tra cui una cassetta de La morte e la fanciulla di Schubert), esso sembrerebbe proprio coincidere con il vessatore capitatogli durante la prigionia; ed ecco che si presenta la perfetta occasione per un ribaltamento dei ruoli, dove le vittime diventano carnefici e la linea che divide giustizia e vendetta diventa un confine labile.

    Polanski sembra volerci mostrare l’impossibilità dell’essere umano di distaccarsi dalle sue ombre, un uomo costretto a convivere con il male e che consapevolmente infligge dolore fisico e psicologico. Un contenuto alimentato dalla splendida fotografia di Tonino Delli Colli: la flebile e ondulante luce calda, propagata dalle candele, riflette immediatamente l’ombra sagomata dei corpi dei personaggi, simbolo della dualità umana, di quanto siamo abili a fingere e a ingannare gli altri, eternamente in bilico tra il bene e il male.

    La morte e la fanciulla non è un’opera che vuole soltanto mostrare gli orrori delle conseguenze psicologiche inflitte dal potere tirannico, bensì una vera e propria parabola sulle dinamiche di coppia, in quanto il terzo incomodo funge da pretesto per indurre i coniugi a confrontarsi, a parlare e soprattutto ad ascoltarsi. Il marito pone i doveri di carriera al di sopra della coppia, causando dei punti di rottura con la moglie; oltretutto, Paulina e Gerardo hanno tentato evidentemente di seppellire emozioni e sentimenti, nascondono delle verità: l’assenza di comunicazione provoca fratture profonde nell’interiorità dei personaggi. La sceneggiatura di Rafael Yglesias e Ariel Dorfman è frutto di un risultato impeccabile, proprio per una struttura e una stesura di dialoghi dinamici e adrenalinici, interpretati da un cast in stato di grazia, con una menzione particolare per l’inarrestabile Ben Kingsley.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Vergine giurata

    Vergine giurata

    Vergine giurata: la femminilità perduta

    Hana vive tra le montagne del nord dell’Albania, dove vige una società patriarcale che priva le donne di ogni tipo di libertà: nasce proprietà del padre e diventa proprietà del marito. Decide quindi di sfuggire a queste imposizioni diventando «vergine giurata» e in seguito andando in Italia per ritrovare la sorella fuggita tempo prima. L’opera prima di Laura Bispuri, è tratta liberamente dal romanzo di Elvira Dones e racconta la storia del personaggio di un’eccellente Alba Rohrwacher attraverso un bilanciatissimo montaggio che alterna le immagini del presente a ciò che è stato il suo passato.

    Ma chi sono le vergini giurate? Tutti conosciamo il significato di vergine, ma per la maggior parte degli spettatori è quasi impossibile conoscere la reale connotazione culturale. Le «vergine giurata», la burrnesha, è colei che decide di diventare uomo, vestendosi come tale, rifiutando quindi di essere donna per accedere a tutti i privilegi degli uomini, facendo però un giuramento di castità, rinunciando al matrimonio e alla possibilità di metter su famiglia. Questi privilegi sono in realtà semplici atti quotidiani, come fumare, bere alcolici, in particolare il raki, una grappa tipica albanese, sparare con il fucile, trovarsi un lavoro e andare in giro per strada da sole. Ciò che per le persone comuni può risultare scontato, rappresenta per le giovani giurate una vera e propria conquista della libertà. Si tratta, dunque, di una consuetudine che ha origini molto antiche, derivanti dal Kanun, un codice di comportamento della tradizione di alcuni paesi dell’Albania. Il motivo che spinge le donne a prendere questa decisione drastica è spesso legato alla volontà di sfuggire ai matrimoni combinati e per poter affermare la propria autonomia. Le burrnesha diventavano tali dopo una cerimonia dinanzi agli anziani della comunità patriarcale, caratterizzata dalla vestizione e dal taglio dei capelli e dal giuramento di rimanere vergine per l’eternità.

    Vergine giurata è un film che risulta godibile, ma soprattutto interessante per offrire allo spettatore il privilegio di poter spiare una realtà molto lontana dalla nostra e pressoché sconosciuta. Agghiacciante dal punto di vista psicologico la scena del passaggio del proiettile: usanza che consiste nella consegna di un proiettile, da parte del pater familia alla figlia, destinato al futuro marito. Simbolo che dimostra come gli uomini abbiano pieno potere decisionale sulle sorti delle proprie mogli, a seconda del loro comportamento.

    La pellicola è ricca di metafore riconducibili alla condizione della donna, come le scene girate all’interno della piscina (non a caso è proprio in questo luogo che riscopre la sua femminilità), dove Hana si reca per guardare la nipote mentre pratica il nuoto sincronizzato: sport prettamente femminile che richiede un grande sforzo fisico, celato dietro al volto sempre sorridente delle nuotatrici. Inoltre, si tratta di uno sport che richiede una particolare abilità di apnea, metafora della condizione esistenziale di Hana ancora intrappolata e soffocata da un passato che la rende prigioniera. Il film trasmette, in maniera più sottile, non solo una riflessione sul trattamento disumano delle donne albanesi, bensì una delicata riflessione sulla condizione contemporanea della donna, spesso intrappolata da standard di bellezza imposti dalla società, canoni che costringono in qualche modo a soffocare la propria unicità e ad inseguire falsi modelli di femminilità.

    A cura di Matteo Malaisi

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