Autore: Matteo Malaisi

  • I Used to Be Funny

    I Used to Be Funny

    I Used to Be Funny: Why So Serious?

    Sam (Rachel Sennott) è una cabarettista emergente di discreto successo. Vive con i suoi due migliori amici, Paige (Sabrina Jalees) e Philip (Caleb Hearon), anche loro comici, che si esibiscono a turno sul palcoscenico di Toronto. La sua carriera sembra andare alla grande, ma ha bisogno di un’attività secondaria, quindi accetta un lavoro da nanny e inizia a badare a Brooke (Olga Petsa), una ragazzina di 11 anni emotivamente intelligente e perspicace, in crisi per la malattia terminale della madre, che è costretta a rimanere in ospedale lontana da sua figlia.

    Queste sono le premesse di I Used to Be Funny, primo debutto cinematografico del regista Ally Panwik, capace di esplorare le relazioni, i sentimenti, i traumi degli esseri umani, affrontando temi delicati come la violenza sessuale, la depressione e la solitudine. Il tema del trauma, in particolare, è affrontato in maniera molto sottile, con leggerezza, senza ingigantire mai i colpi di scena più tragici. Il risultato è una perfetta combinazione di commedia e pathos che riflette accuratamente sugli istanti di vita più orribili, come quello che Sam ha attraversato.

    Nel film di Panwik la comicità viene usata come una luce guida per uscire dall’oscurità, senza mai trattare i drammi con un tono troppo cupo, grazie anche a una buona prova da parte di tutto il cast, con una menzione speciale alla protagonista: la bravissima Rachel Sennott è in grado di restituire un’espressività tragica tanto quanto comica (l’attrice vanta di esperienze di Stand-up Comedy nella vita reale).

    Gli eventi del film vengono messi in moto da qualcosa di terribile accaduto a Sam, ma non otteniamo mai il quadro completo delle vicende fino all’ultima mezz’ora. Non è l’evento in sé che è fondamentale, bensì le conseguenze che ne scaturiscono, e le persone che vengono coinvolte e travolte. Il film è anche un profondo e tenero sguardo nei confronti dell’amicizia vista come enorme fonte di sostegno. Brooke ha bisogno di Sam e Sam ha bisogno del conforto di Brooke e dei suoi migliori amici.

    I Used to Be Funny sembra rispondere perfettamente alle forme di intrattenimento che maggiormente vengono apprezzate dal pubblico contemporaneo: è una commedia drammatica, sulle persone comuni a cui accadono cose tragiche nella loro vita quotidiana. E lo spettatore assiste al tentativo di superamento delle stesse. Il film, in maniera intelligente, crea interesse partendo da una semplice domanda: perché Sam non è più divertente come una volta? Allora ecco che la storia prende piede: vediamo inizialmente una comica su un palcoscenico che strappa risate e applausi. Ma, avvicinandoci sempre di più, attraverso il linguaggio del cinema arriveremo a conoscere tutto il suo dramma. D’altronde, come diceva il grande Charlie Chaplin: «La vita è una tragedia se vista in primo piano, ma è una commedia se vista in campo lungo».

    A cura di Matteo Malaisi

     

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  • Green Border

    Green Border

    Green border: confini di speranza

    La regista Agnieszka Holland torna dietro la macchina da presa dopo svariati anni per realizzare un film di natura socio-politica,mostrando tutte le dinamiche celate dietro ai flussi migratori e alla fuga dei migranti intenti a varcare i confini tra uno stato e l’altro.

    Nelle insidiose foreste paludose che costituiscono il cosiddetto “confine verde” tra Bielorussia e Polonia, i rifugiati provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa che cercano di raggiungere l’Unione Europea si trovano intrappolati in una crisi geopolitica cinicamente architettata dal dittatore bielorusso AljaksandrLukašėnko. Nel tentativo di provocare le Istituzioni Europee, i rifugiati sono attirati al confine dalla propaganda, che promette un facile passaggio verso l’UE. In questa guerra sommersa raccontata nel film si intrecciano le vite di una famiglia siriana, di una giovane guardia di frontiera e di un’attivista di recente formazione. 

    È interessante l’approccio quasi documentaristico che la registaintende adottare: non c’è troppo pathos o una costruzione approfondita dei personaggi, poiché è funzionale per uno sguardo d’insieme senza schieramenti netti. Poi, però, con il passare dei minuti Green border perde della sua efficacia proprio per alcuni passaggi troppo retorici: il soldato che chiede 50 euro in cambio di una bottiglia d’acqua, il migrante che viene morso da un cane e altre scene che rischiano di rovinare un’opera riuscita e che in ogni caso riesce a farci riflettere su questi temi delicatissimi e difficili da portare sul grande schermo con rigoso stile.

    Nonostante il coraggio di Agnieszka Holland di mettere in scena questa critica contro le autorità, Green border ha delle lacune dal punto di vista formale, in primis per una fotografia in bianco e nero poco convincente. Nella sua tragicità Green border è un film sulla speranza, poiché vengono mostrate tante violenze e sofferenze quanto atti di incommensurabile solidarietà da parte di uomini che vogliono agire per il bene, anche a costo di infrangere le leggi (gli attivisti che si prendono cura dei migranti; le famiglie che li ospitano; il soldato che lascia passare inosservato un camion in cui è nascosta una famiglia in fuga). Leggi promulgate da Stati e dittatori che vogliono avere il potere e la supremazia, rifiutando di vedere il dolore dei popoli che subiscono guerre, che vivono nella povertà e nella fame.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • The Killer

    The Killer

    The Killer: l’assassino silenzioso

    Un killer efferato e metodico (Michael Fassbender) fallisce clamorosamente mancando l’obiettivo di una missione a Parigi. Il cliente sconosciuto che gli ha affidato il compito invia dei sicari per metterlo fuori dai giochi.

    David Fincher, a tre anni di distanza dal meraviglioso Mank, torna dietro la macchina da presa realizzando un film prodotto da Netflix e ispirato all’omonima graphic novel francese del 1998 di Alexis Nolent. In The Killer siamo costantemente dentro la testa del protagonista e sentiamo tutti i suoi pensieri grazie al supporto della voce fuori campo, gestita in maniera magistrale e frutto di una sceneggiatura brillantissima scritta da Andrew Kevin Walker, già noto per aver lavorato con Fincher per il capolavoro irraggiungibile di Seven (1997).

    Malgrado non raggiunga l’apice della filmografia di uno dei migliori registi viventi, The Killer è un film solidissimo, con un altissimo livello di suspense da perdere il fiato, alimentato da una messinscena, tra varie location sparse per il globo, perfetta e funzionale. L’assassino è un uomo tormentato e ha una filosofia di vita che spesso viene smentita dagli eventi che subisce, mentre la sua calma spaventosa e la sua meticolosità si dimostrano, in realtà, tanto un vantaggio quanto una forma di debolezza, poiché è evidente quanto l’ordine mentale del personaggio sia il riflesso di un caos interiore che lo angoscia profondamente.

    Il silente killer agisce senza proferire troppe parole e senza empatia nei confronti di nessuno, poiché l’uomo è bellicoso per natura e, quindi, da eliminare e da tenere a distanza. Emblematica la scena in cui egli osserva un bambino giocare con una pistola giocattolo. Rivolgendosi allo spettatore attraverso il voice over, il sicario confessa che non riesce a comprendere come si possa pensare che l’uomo sia fondamentalmente buono per natura.

    Ma chi è il vero nemico che l’assassino combatte? Il capitalismo. Lo si capisce bene quando, nella prima scena, Michael Fassbender, che si trova in un appartamento abbandonato di fronte a un sontuoso hotel di Parigi e attende con una pazienza straziante la sua prossima vittima, rivela perfettamente la piega che prenderà il film: una scalata sociale per la sopravvivenza e per la vendetta che culmina, non a caso, in un attico di lusso.

    L’individuo solitario è costretto continuamente a fuggire e a rincorrere i suoi nemici per riuscire forse a raggiungere uno status di sicurezza apparente in un mondo globalizzato in cui tutti siamo raggiungibili e tenuti sotto scacco da coloro che detengono il potere. Per non parlare del geniale lavoro di product placement, non soltanto efficace dal punto di vista produttivo ma perfettamente coerente con il contenuto del film. Sono presenti, infatti, riferimenti a tante delle major globali, da McDonalds ad Amazon, da FedEx a Hertz.

    Dal punto di vista dell’interpretazione, infine, l’intero film regge grazie a un magnifico Michael Fassbender, guidato da un ottimo regista. La regia di David Fincher è infatti straordinaria tanto nelle scene di action (la lotta con “il mostro” nell’appartamento è di puro godimento) quanto nei dialoghi tra i personaggi (di grande qualità quello tra il protagonista e Tilda Swinton). The Killer riesce perfettamente ad esaltare il contrasto tra il silenzio di un uomo incapace di comunicare con gli altri e una mente colma di un fiume di parole solitarie.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Povere creature! (Poor Things)

    Povere creature! (Poor Things)

    Povere creature! La fiaba di Bella

    La giovane Bella (Emma Stone) viene riportata in vita dal carismatico scienziato Dr. Godwin Baxter (Willem Dafoe) grazie a un esperimento tanto geniale quanto folle. Costretta a una vita di reclusione nella splendida villa del suo “God”, creatore, troverà il modo di partire all’avventura, alla scoperta del mondo, in compagnia dell’affascinante avvocato Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo).

    Povere creature! rende chiaro fin dai primi minuti le intenzioni e la cifra stilistica del suo autore. Nella scena di apertura viene mostrata una figura umana che cammina per le scale di una villa: non è mai visibile per intero, l’inquadratura taglia la sagoma del corpo, come a voler sottolineare un’umanità̀ spezzata e scomposta, che fatica a mettere insieme i pezzi per costruire un futuro più umano. Anche altri indizi sono riconducibili al tema della frammentarietà e della menomazione dei corpi: il volto sfigurato di Godwin e gli strambi animali che scorrazzano per le mura della villa, come la gallina con la testa da maiale, uno dei “animali domestici” del dottore.

    Yorgos Lanthimos, regista greco noto per i suoi film controversi, realizza un’opera davvero eccellente e impeccabile da tanti punti di vista, confezionando una pellicola in cui distopia, manipolazione del corpo e della mente sono nuovamente i temi forti che già avevano contraddistinto il suo cinema. Per esempio, seppur la costrizione iniziale del Dr. Godwin ricordi moltissimo l’imposizione paterna presente in Dogtooth, il pragmatico scienziato si dimostra, al contrario, un padre amorevole e consapevole dell’importanza di conferire il libero arbitrio a Bella.

    Lanthimos sceglie di adattare l’omonimo romanzo dello scrittore e artista visivo scozzese Alasdair Gray, che presenta palesiriferimenti all’opera di Mary Shelly, dando vita a una Frankenstein al femminile; una fiaba gotica grottesca dalle scenografie e dai costumi strabilianti. Tutto il design di Povere creature! crea infatti un’atmosfera dal fortissimo impatto visivo, alimentato da un’eccellente direzione della fotografia e dalla rappresentazione di un mondo esterno ai limiti della distopia.

    È straordinario vedere l’evoluzione del personaggio di Bella, a partire dai primi passi, verso una presa di coscienza della sua esistenza, dalla stretta sorveglianza messa in atto dall’assistente del Dr. Godwin, Max, che finirà per innamorarsi di lei, fino alla sua emancipazione in giro per il mondo, dove la ragazza scoprirà,attraverso le sue burrascose esperienze di vita, tutti i sentimenti e la complessità dell’animo umano. Una prova attoriale straordinaria da parte di tutto il cast, con una menzione speciale proprio per Emma Stone.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Dogman

    Dogman

    Dogman: la rivincita dei deboli

    Douglas (Caleb Landry Jones) è un giovane che nasconde un passato colmo di dolore e sofferenze. Costretto su una sedia a rotelle, a causa di una menomazione fisica, si ritrova a vivere circondato dai suoi amati cani che per sua opinione hanno un solo difetto: «Si fidano troppo degli esseri umani».

    Luc Bresson, dopo anni di scivoloni artistici, riesce a restituire l’audacia delle opere degli anni ’90, come il suo gangster movie Léon (1994), e una quadra stilistica più efficace e ben congegnata rispetto ai precedenti, realizzando un film mainstream che ha tutte le carte in regola per un buon successo di pubblico. La costruzione narrativa ricca di flashback regge e tiene incollato lo spettatore allo schermo. A partire dal suo arresto, di cui i motivi verranno svelati solo nel finale, scopriamo il passato di Douglas attraverso i colloqui con una psichiatra con cui entra in empatia, proprio perché sono due personaggi che hanno qualcosa di fondamentale in comune: il dolore.

    È proprio questo il grande tema che vuole affrontare Dogman: la rivincita dei deboli che hanno sofferto e che dal dolore trovano la forza per redimersi e per elevarsi moralmente come figli di Dio. La parabola cristologica, infatti, oltre che nel finale, viene resa evidente nella scena straziante in cui Douglas bambino, rinchiuso dal padre nella gabbia dei cani, legge al contrario uno striscione e ribalta la scritta “In the name of God” in “In the name of Dog”. D’altronde, il film si apre con una citazione emblematica: «Ovunque ci sia un infelice, Dio gli invia un cane».

    Nonostante alcune esagerazioni di troppo legate alla messinscena delle violenze subite da Douglas da parte di un padre violento e brutale, stile e contenuto del film contribuiscono a restituire un’atmosfera dark spettacolare che non può non farci pensare a Joker di Todd Philips. Perciò, anche Dogman emoziona e ci fa empatizzare con il suo eccellente protagonista: un (anti)eroe che deve farsi giustizia da solo, infrangendo la legge, malgrado la sua enorme sensibilità, l’estremo desiderio di sentirsi amato e la voglia di affermare la propria identità.

    La prova di Caleb Landry Jones è davvero impressionante, profondissima e toccante. Douglas esibisce travestimenti da drag queen, scoprendo sé stesso grazie alla passione per il teatro e per la musica (la colonna sonora di Éric Serra merita una lodevole menzione) e trovando finalmente un posto di rilievo su un palcoscenico da cui esprimersi pienamente.

    Dogman vuole farci riflettere ancora, in maniera intelligente e mai banale, sull’importanza vitale dell’arte, sul potere immenso che essa porta con sé, capace di mostrare il riflesso migliore della nostra immagine.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Per niente al mondo

    Per niente al mondo

    Il crollo di uno chef

    Per niente al mondo è un film sorprendente. Ricco di suspense e adrenalina, tiene incollato lo spettatore dal primo minuto fino all’ultimo colpo di scena. Il regista Ciro D’Emilio racconta la storia di Bernardo, chef proprietario di un ristorante che va a gonfie vele, padre di Giuditta e circondato da due cari amici che frequenta spesso. Un giorno, però, la polizia bussa alla porta con un mandato d’arresto e Bernardo viene accusato di essere la mente di una banda di rapinatori. Che cosa si è disposti a fare per riavere indietro la propria vita?

    Sull’orlo del successo, Bernardo è pronto a rinnovare il suo ristorante spendendo uningente somma di denaro. Ammirando il plastico della struttura insieme alla figlia, le dice che la sensazione che dovrà avere quando ci entrerà non dovrà «essere quella di entrare in un ristorante ma in un teatro». «Sei tu l’attore principale?» – le chiede Giuditta. «Certo» – risponde il padresenza esitare. Questo dialogo, come i tanti ben scritti all’interno del film, è un po’ il fulcro della vicenda, poiché racconta perfettamente il sentimento legato alla ricerca frenetica del successo. Vogliamo essere a tutti i costi i protagonisti della nostra vita e siamo disposti a fare di tutto per avere riconoscenza da parte di chi ci circonda. Per niente al mondo racconta infatti dell’ossessione di essere i numeri uno; l’incubo dell’uomo moderno che ha il timore di diventare un nulla, un nessuno. Peccato, però, che ci dimentichiamo quanto la vita non riservi certezze o sicurezze assolute, bensì insidie che prima o poi bussano alla porta di tutti.

    Ambientato in un Veneto che racconta una società votata al progresso, al successo e al denaro, Per niente al mondo si erge sulla storia di un mito che crolla, il mito di noi stessi: è impossibile infatti costruire la propria vita contando solo sulle proprie potenzialità; ci costruiamo un piedistallo fatto di sabbia pronto crollare all’arrivo dell’alta marea.

    Il comparto tecnico, dalla fotografia alla regia, dà vita a un lungometraggio di spessore, infoltito da ottime interpretazioni da parte di tutto il cast, con una menzione speciale a Guido Caprino nei panni del protagonista. Tra Flashback e Flashforward, infatti, impariamo a conoscerlo sempre di più: a partire dal periodo cruciale trascorso in carcere, dove incontra il suo compagno di cella Elia, passando per la passione come pilota di rally, fino al ritorno alla libertà (divenuta forse più opprimente delle giornate trascorse dietro le sbarre). Bernardo, un personaggio scorsesiano, solo e dannato, ci porterà nei meandri della sua anima e accompagnerà lo spettatore fino al profondo degli inferi.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Lo Squalo

    Lo Squalo

    Lo squalo: minaccia dagli abissi

    Lo squalo è il cinema. È tutto ciò che un’immagine deve saper creare nel pubblico: suggestione, suspense, emozione e capacità di consegnare agli spettatori le sensazioni intime che ognuno di noi può sentire. Il film di Spielberg diede vita all’era del Blockbuster, raggiungendo un box office di 476 milioni di dollari a fronte di un budget di 9 milioni.

    A ridosso della stagione balneare, la placida routine della cittadina costiera di Amity viene sconvolta dalle fameliche incursioni di uno squalo bianco gigante. Il capo della polizia locale (Roy Scheider), un giovane oceanografo (Richard Dreyfuss) e un vecchio marinaio (Robert Shaw) si incaricano di eliminare il mostro marino in una missione che metterà a repentaglio la loro stessa vita.

    Steven Spielberg entra di diritto nell’olimpo dei registi di Hollywood mostrando, nel suo terzo lungometraggio, tutto il suo spessore artistico: la padronanza del mezzo, la scelta delle inquadrature e dei movimenti di macchina sono opera di un genio che ha avuto anche la sua discreta fortuna. Del resto, citando Match Point di Woody Allen: «La fortuna conta più del talento». Infatti, le fattezze dello squalo meccanico non convincevano Spielberg, tanto da fargli pensare che il film non avrebbe mai avuto successo.

    Eppure il giovane Spielberg ci ha consegnato una grande lezione registica, realizzando un film così ben congeniato da poter essere inserito in qualsiasi manuale di storia del cinema come opera d’arte esemplare. Per essere più specifici, grazie allo splendido montaggio, alla fotografia, alle inquadrature soggettive dello squalo, che viene mostrato pochissimo, e alla sensazionale partitura musicale di John Williams è possibile godere di 120 minuti di adrenalina pura.

    Lo squalo, basato sull’omonimo romanzo di Peter Benchley, è capace di mostrare l’invisibile, l’insondabile e l’imperscrutabile, tanto che lo spettatore percepisce nell’intimo una presenza mastodontica, una minaccia incombente che arriva dal profondo degli abissi ma che non si riesce quasi mai a vedere. D’altronde, lo squalo può essere metafora delle nostre paure individuali, dell’eterna sfida uomo contro natura, dei pericoli che affliggono l’intera società e di molto altro ancora.

    In merito a quest’ultimo punto, è curioso rivedere Lo squalo in un’epoca post-pandemica, per analizzare al meglio le azioni e le reazioni che una società (o una comunità) intraprende conseguentemente al presentarsi di una minaccia: disinformazione da parte delle istituzioni,
    trascuranza del problema, panico collettivo per giungere tuttavia alla coesione e alla cooperatività.

    È vero che il primo ritrovamento della ragazza sbranata viene occultato dalle autorità perché è in
    arrivo la stagione estiva: il business è inattaccabile in una società capitalista come la nostra. Il secondo attacco, questa volta alla luce del giorno e visto da tutti i bagnanti sulla spiaggia, comincia però a provocare qualche timore, senza comunque fermare la volontà di guadagno degli avidi businessmen. I tre personaggi che in seguito iniziano l’epica caccia del mostro sembrano a loro volta archetipi delle virtù che la mente umana oppone al predominio dei propri istinti selvaggi: la razionalità e lo studio (l’oceanografo Hooper), il senso morale e l’obbedienza alle regole (il poliziotto Brody), la determinazione e l’esperienza (il pescatore Quint).

    Non ci sono cali di tensioni in un film come Lo squalo, in cui è presentissima la grande lezione hitchcockiana sulla gestione della suspense e sono presenti anche virtuosismi stilistici che omaggiano il grande maestro stimato da Spielberg, come l’effetto vertigo, in cui una carrellata
    all’indietro e uno zoom in avanti mostrano il volto terrorizzato di Brody, che assiste sulla spiaggia all’attacco dello squalo.

    Come in tutti i film di Spielberg, inoltre, è impossibile non ammirare scorci di meravigliosa commozione familiare in cui tutti noi possiamo ritrovare le nostre immagini più intime: papà Brody, seduto a tavola dopo cena, è impensierito dalla perturbante situazione. Beve un sorso d’acqua, porta le mani giunte al mento e poi si copre il volto. Il figlio Sean, seduto di fianco a lui, imita tutti i suoi movimenti. Brody non rinuncia a chiedergli un bacio. «Perché?» – domanda teneramente Sean. «Perché ne ho bisogno» – risponde il padre. Sullo sfondo dell’inquadratura, c’è la madre, in piedi, che è intenta a guardarli e completa un quadretto familiare di struggente tenerezza.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Lo Squalo

    Lo Squalo

    Lo squalo: minaccia dagli abissi

    Lo squalo è il cinema. È tutto ciò che un’immagine deve saper creare nel pubblico: suggestione, suspense, emozione e capacità di consegnare agli spettatori le sensazioni intime che ognuno di noi può sentire. Il film di Spielberg diede vita all’era del Blockbuster, raggiungendo un box office di 476 milioni di dollari a fronte di un budget di 9 milioni.

    A ridosso della stagione balneare, la placida routine della cittadina costiera di Amity viene sconvolta dalle fameliche incursioni di uno squalo bianco gigante. Il capo della polizia locale (Roy Scheider), un giovane oceanografo (Richard Dreyfuss) e un vecchio marinaio (Robert Shaw) si incaricano di eliminare il mostro marino in una missione che metterà a repentaglio la loro stessa vita.

    Steven Spielberg entra di diritto nell’olimpo dei registi di Hollywood mostrando, nel suo terzo lungometraggio, tutto il suo spessore artistico: la padronanza del mezzo, la scelta delle inquadrature e dei movimenti di macchina sono opera di un genio che ha avuto anche la sua discreta fortuna. Del resto, citando Match Point di Woody Allen: «La fortuna conta più del talento». Infatti, le fattezze dello squalo meccanico non convincevano Spielberg, tanto da fargli pensare che il film non avrebbe mai avuto successo.

    Eppure il giovane Spielberg ci ha consegnato una grande lezione registica, realizzando un film così ben congeniato da poter essere inserito in qualsiasi manuale di storia del cinema come opera d’arte esemplare. Per essere più specifici, grazie allo splendido montaggio, alla fotografia, alle inquadrature soggettive dello squalo, che viene mostrato pochissimo, e alla sensazionale partitura musicale di John Williams è possibile godere di 120 minuti di adrenalina pura.

    Lo squalo, basato sull’omonimo romanzo di Peter Benchley, è capace di mostrare l’invisibile, l’insondabile e l’imperscrutabile, tanto che lo spettatore percepisce nell’intimo una presenza mastodontica, una minaccia incombente che arriva dal profondo degli abissi ma che non si riesce quasi mai a vedere. D’altronde, lo squalo può essere metafora delle nostre paure individuali, dell’eterna sfida uomo contro natura, dei pericoli che affliggono l’intera società e di molto altro ancora.

    In merito a quest’ultimo punto, è curioso rivedere Lo squalo in un’epoca post-pandemica, per analizzare al meglio le azioni e le reazioni che una società (o una comunità) intraprende conseguentemente al presentarsi di una minaccia: disinformazione da parte delle istituzioni, trascuranza del problema, panico collettivo per giungere tuttavia alla coesione e alla cooperatività.

    È vero che il primo ritrovamento della ragazza sbranata viene occultato dalle autorità perché è in arrivo la stagione estiva: il business è inattaccabile in una società capitalista come la nostra. Ilsecondo attacco, questa volta alla luce del giorno e visto da tutti i bagnanti sulla spiaggia, comincia però a provocare qualche timore, senza comunque fermare la volontà di guadagno degli avidi businessmen. I tre personaggi che in seguito iniziano l’epica caccia del mostro sembrano a loro volta archetipi delle virtù che la mente umana oppone al predominio dei propri istinti selvaggi: la razionalità e lo studio (l’oceanografo Hooper), il senso morale e l’obbedienza alle regole (il poliziotto Brody), la determinazione e l’esperienza (il pescatore Quint).

    Non ci sono cali di tensioni in un film come Lo squalo, in cui è presentissima la grande lezione hitchcockiana sulla gestione della suspense e sono presenti anche virtuosismi stilistici che omaggiano il grande maestro stimato da Spielberg, come l’effetto vertigo, in cui una carrellata all’indietro e uno zoom in avanti mostrano il volto terrorizzato di Brody, che assiste sulla spiaggia all’attacco dello squalo.

    Come in tutti i film di Spielberg, inoltre, è impossibile non ammirare scorci di meravigliosa commozione familiare in cui tutti noi possiamo ritrovare le nostre immagini più intime: papà Brody, seduto a tavola dopo cena, è impensierito dalla perturbante situazione. Beve un sorso d’acqua, porta le mani giunte al mento e poi si copre il volto. Il figlio Sean, seduto di fianco a lui, imita tutti i suoi movimenti. Brody non rinuncia a chiedergli un bacio. «Perché?» – domanda teneramente Sean. «Perché ne ho bisogno» – risponde il padre. Sullo sfondo dell’inquadratura, c’è la madre, in piedi, che è intenta a guardarli e completa un quadretto familiare di struggente tenerezza.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • The Fabelmans

    The Fabelmans

    The Fabelmans: la vita fiabesca di Steven Spielberg

    Steven Spielberg riesce finalmente, dopo anni di travaglio, a restituirci l’opera più personale della sua intera filmografia, trasmettendo nuovamente agli spettatori di tutto il mondo, adulti e bambini, la bellezza del cinema e l’idea che esso sia un sogno magnifico di cui dobbiamo continuamente nutrirci. Perché il suo cinema, come è riassunto perfettamente in The Fabelmans, è stato proprio questo: l’occhio attraverso cui si possono cogliere nuove verità sulle nostre vite; verità spesso dolorose, ma pur sempre stimoli per apprendere, crescere e diventare grandi. Il suo cinema è una sensazionale fiaba che unisce il mondo dei grandi a quello dei più piccoli.

    Sam Fabelmans, all’età di sei anni, si siede su una poltrona di un cinema insieme ai suoi amorevoli genitori e rimane folgorato da un treno che travolge un’auto sui binari: l’inizio del cinema di Spielberg pare coincidere con quello tanto celebre per la Storia stessa del cinema. Sam cresce circondato dall’amore dell’affettuosa madre Mitzi (Michelle Williams), pianista di professione, da quello del padre Burt (Paul Dano), ingegnere elettronico, e da quello delle tre sorelle: la famiglia è un luogo tanto sicuro quanto perturbante, come verrà mostrato nel film. Qualcosa sembra incepparsi nei rapporti familiari e, proprio grazie ai filmati di famiglia, girati da Sam con una telecamera in 8mm e 16mm, il ragazzo scopre un presunto tradimento della madre con un amico dei suoi genitori.

    Nel frattempo, Sam cresce senza abbandonare la sua passione; gira i primi cortometraggi e incontra i primi amori: The Fabelmans, infatti, è un film sul cinema e sulla quotidianità della vita, realizzato con strepitosa capacità probabilmente dal miglior regista vivente. Nell’ottica di Spielberg, dunque, il cinema, è il mezzo perfetto per comprendere la realtà che ci circonda e comprendere sé stessi. Emblematica la scena in cui, dopo la proiezione del filmato dei giochi estivi, il “bullo” della scuola prende in disparte Sam per rimproverarlo di averlo dipinto come gli altri lo vedono, un macho, un maschio alfa senza fragilità, poiché si rende conto di quanto voglia respingere quella versione falsa di sé stesso, rivelando come ognuno di noi sia alla ricerca del benessere legato all’autenticità, alla verità, al riuscire a comunicare realmente chi siamo.

    The Fabelmans è un viaggio emozionante e fiabesco che si immerge in un flusso di generi alterni, dalla commedia al melodramma fino ad arrivare al western, dato che la famiglia, a bordo di una station wagon, cavalca le strade da East verso West per far fronte all’esigenze lavorative del padre. Magnifica la scena dell’incontro tra Sam e John Ford (regista per eccellenza del genere western), interpretato magnificamente dal maestro David Lynch, che ci regala un siparietto divertentissimo da standing ovation.

    Splendida la fotografia di Janusz Kaminski e le musiche del sempre immenso John Williams. Impressionate l’interpretazione di Michelle Williams, non da meno quella di Paul Dano, anche se colui che sorprende più di tutti è il protagonista classe 2002 Gabriel LaBelle, che ha realmente imparato a girare in 8mm e 16mm.

    The Fabelmans è una lezione di cinema allo stato puro, poiché è comprensibile quanto in esso sia evidente la materia dell’invisibile, rappresentata maggiormente dalla sofferenza taciuta della madre: attraverso gli istanti filmati da Sam (Spielberg) è così chiaro il suo disagio interiore, indicibile, invisibile, insondabile, ma così percepibile e concreto grazie alla potenza rivelatrice delle immagini.

    A cura di Matteo Malaisi

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  • Pearl

    Pearl

    Pearl: fallimento e autodistruzione

    Ti West porta sul grande schermo Pearl, prequel del precedente X – A Sexy Horror Story, in cui racconta le origini di una ragazza che ha il sogno di diventare una star ma è costretta a vivere per motivi familiari in una fattoria. Pearl si immerge rapidamente in un immaginario ironico e grottesco, ambientato nell’America della Prima Guerra Mondiale, in cui la nostra protagonista (interpretata dalla bravissima Mia Goth, accreditata anche come sceneggiatrice e produttrice esecutiva) sprigiona tutta la sua rabbia repressa a ritmo di musica. Soffocata da questa realtà imprigionante, la ragazza vuole infatti a tutti i costi inseguire la strada del successo, spinta e motivata anche da un proiezionista, con cui passerà qualche momento intimo, che le mostrerà tutta la bellezza, la potenza e il potere del cinema.

    La madre di Pearl impartisce obblighi e doveri come se fosse una dittatrice, costretta a reprimere i suoi piaceri per prendersi cura del marito afflitto dalla febbre spagnola, ferendo, però, l’animo della ragazza e alimentando il fuoco che arde dentro di lei e che a un certo punto sarà pronta a diffondere. Il film, caratterizzato da citazione cinematografiche e a tratti divertente, non convince fino in fondo, anche per il prevedibile susseguirsi di omicidi a raffica, senza troppa suspense. Nella pellicola, tutto fluisce lasciando alle sue spalle un alone di indifferenza, riempito sì da una messinscena ben curata, pulita e piuttosto coerente con gli intenti del regista, ma pur sempre configurandosi come un film sottotono.

    Ti West delinea nuovamente, come già tanti maestri del cinema hanno fatto, il tema legato al perturbante freudiano, dove è evidente come le peggiori esperienze traumatiche avvengono proprio tra le quattro mura di casa. La cromia gioca un ruolo fondamentale nel contenuto del film: i colori pastello della fattoria, accesi e confortevoli per lo sguardo, rappresentano l’apparenza di una vita appagante. Immersi nella campagna, circondati da campi di grano e da animali simpatici, ci rendiamo presto conto di quanto dietro a tutto questo si annidi il dolore della costrizione di Pearl.

    Interessante, infine, anche lo spunto legato all’attesa logorante della ragazza che aspetta il ritorno del marito dalla Guerra Mondiale in Europa, per sottolineare come i conflitti vengano subiti indirettamente anche da chi non la combatte. Pearl, infatti, è costretta in una solitudine deleteria, sfiancante, una solitudine che si deve colmare con la vicinanza di chi si ama e di chi ci comprende davvero.

    A cura di Matteo Malaisi

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