Autore: Agnese Graziani

  • Cine-Racconti: Il Traditore

    Cine-Racconti: Il Traditore

    Un viaggio alla scoperta de Il Traditore: il Cine-racconto della 1DAFM

    Cine Racconti è questo il titolo del progetto a cui noi alunni della 1DAFM dell’Istituto Compagnoni di Lugo, tra il novembre e il dicembre del 2023, abbiamo dedicato tutte le seconde e terze ore dei nostri giovedì mattina. In classe, insieme a noi, c’erano la professoressa di Italiano Martina Vullo e l’esperta Agnese Graziani dell’associazione Filmeeting, che ci hanno guidato in un viaggio alla scoperta del mondo del cinema. Un viaggio bellissimo che si è concluso con la visione di un film, del quale abbiamo deciso di realizzare una recensione. Ci auguriamo che apprezziate il nostro lavoro da critici, ma se così non fosse, vi invitiamo a contattare il Polo tecnico per eventuali lamentele sulla brevità di certi percorsi che non durano mai abbastanza!

    Il Traditore è un film del 2019 in cui il regista Marco Bellocchio racconta la storia di Tommaso Buscetta: primo pentito della storia della mafia italiana. Se l’intero film ruota attorno alle vicende di questo personaggio, soprannominato “il boss dei due mondi” per via della vita divisa tra la Sicilia e il Brasile, quella che Bellocchio ci restituisce è una panoramica molto più ampia, fotografando in maniera fedele le dinamiche intercorse tra i due principali clan mafiosi (corleonese e palermitano) in lotta fra loro per il potere, nella Sicilia degli anni ’80 e ’90.

    È una fotografia vivida e inquietante, come quella che, in una delle prime scene del film, gli esponenti dei due clan si fanno scattare durante la festa di Santa Rosalia. Una foto che non manca di didascalie precise, come quelle che accompagnano sullo schermo i volti ipocriti di persone che si abbracciano, nascondendo le pistole da utilizzare se necessario contro i vicini, nelle tasche dei propri abiti eleganti. Presenti all’appello nomi noti e meno noti, fra i quali spiccano quelli del boss Totò Riina, di Salvatore Contorno (secondo pentito mafioso, interpretato da Luigi Lo Cascio) e ancora quelli di Benedetto e Antonio Buscetta. I primi spari non tardano certo ad arrivare: annunciati dal gioco visivo di numeri che scorrono (a indicare le vittime assassinate) e accompagnati dal suono di una lancetta, quasi a sottolineare l’inesorabilità del destino a cui le vittime stanno per andare incontro. Ad ogni numero un ticchettio e ad ogni ticchettio nuovo sangue versato. Sangue a cui si mescola quello dei figli dello stesso Buscetta, il quale, una volta scoperto all’interno della casa in cui latita in Brasile, complice la rabbia per la morte dei suoi figli e per il “tradimento” di chi avrebbe dovuto proteggerli, decide finalmente di collaborare.

    Osservando questo personaggio serio, taciturno e fermo nelle proprie idee, alle prese con l’interrogatorio attuato dal giudice Giovanni Falcone, ci interroghiamo inevitabilmente sul senso del titolo del film: il tradimento è quello del pentito che, testimoniando, rinnega il sistema di cui faceva parte? O a tradire è la nuova mafia di ambiente corleonese che ha rinunciato ad ogni codice d’onore, che tocca bambini e donne, tradisce gli amici e nella quale il protagonista non si riconosce più?

    Le domande nello spettatore si mescolano all’inquietudine e alla sorpresa generata da scene molto forti. Sono significative quelle che riguardano il Maxiprocesso: uno degli eventi più importanti della recente storia italiana, che ha contribuito alla condanna di tantissimi mafiosi. Nella ricostruzione scenografica dell’aula bunker hanno luogo situazioni estreme: c’è un imputato che si sveste, un altro – Salvatore Ercolano – che si cuce la bocca; donne che gridano e uomini deliranti si mescolano in un teatro di provocazioni a fronte delle quali il giudice risponde sempre mantenendo una certa pacatezza. È stato impressionante per noi vedere in classe le registrazioni di quel Maxiprocesso e renderci conto di come gli eventi che abbiamo osservato nel film non provengano dalla fantasia di un regista, ma siano accaduti veramente.

    E la realtà è un elemento che nel film ritorna anche attraverso degli spezzoni video che rappresentano estratti di vita reale incastonati dentro al film: è il caso della scena di Buscetta che canta Historia de un amor (brano usato come leitmotiv all’interno della pellicola) e che costituisce solo uno degli espedienti che ci portano a percepire quello di Buscetta come un personaggio umano. Interessante è il racconto di una storia che il collaboratore di giustizia condivide con Falcone per rendere conto dei valori antichi della mafia che non toccava gli innocenti. La storia narra di un uomo che Buscetta stesso avrebbe dovuto uccidere e che è riuscito ad evitare la pallottola a lui destinata, facendosi scudo attraverso il figlio che aveva sempre portato con sé. Se questa storia sembra ribadire i principi di una mafia che non tocca gli innocenti, è interessante che il film si concluda con una scena in flashback che mostra Buscetta nell’atto di ammazzare l’uomo di cui raccontava a Falcone: scena che sembra voler ammonire sul fatto che, nonostante il suo contributo da pentito, quest’uomo rimane un mafioso che ha ucciso delle persone e che quindi va di certo lodato per il suo aiuto fondamentale, ma non mitizzato.

    Noi della 1DAFM suggeriamo la visione de Il Traditore agli appassionati del genere, ma anche a chi, attraverso un film ben fatto e appassionante, desideri ripercorrere un pezzo di storia del nostro paese. Per un maggiore tuffo all’interno del film e del nostro lavoro, raccomandiamo di ascoltare inoltre l’intervista a Rosario Palazzolo: attore del cast nel ruolo di De Gennaro, oltre che regista teatrale e autore teatrale e letterario, che ha condiviso con noi il proprio vissuto all’interno del set, dando valore aggiunto al percorso fatto in questi mesi.

    A cura della classe 1D AFM coordinati dalla prof.ssa Martina Vullo

     

     

    Leggi tutto: Cine-Racconti: Il Traditore
  • Blue Bayou

    Blue Bayou

    Che cosa significa casa?

    Antonio è un uomo di origini coreane che è stato adottato e vive nella città di New Orleans da quando è bambino. Ha alle spalle un passato pesante, fatto di violenze e di soprusi anche da parte di chi avrebbe dovuto proteggerlo: ciò lo ha costretto più volte a commettere reati per i quali ancora oggi paga le conseguenze. Nonostante questo, l’amore per Kathy e per la figlia di lei, che lui ha deciso di accogliere come se fosse sua, lo salva dal peggio: Antonio è adesso un uomo innamorato di sua moglie, ora incinta, e di sua figlia. La sua felicità, per quanto precaria e appesa al filo delle aspettative e del denaro, c’è ed è reale.

    La situazione precipita quando Antonio fa a botte con un collega poliziotto di Ace, l’ex di Kathy e padre biologico di sua figlia: dopo questo episodio viene arrestato ma, per via delle sue origini, non viene trattato come tutti gli altri. L’atteggiamento discriminatorio delle persone che si relazionano con Antonio è evidente sin dalle prime sequenze del film, ed è una denuncia più che mai chiara. Questo elemento rimane sempre presente fino a raggiungere il suo culmine proprio nella scena dell’arresto, quando Antonio viene immediatamente trasferito in custodia presso il centro per l’Immigrazione e il Controllo doganale: secondo un qualche cavillo burocratico non meglio identificato, nonostante sia stato portato in America dalla Corea all’età di tre anni e sia sposato con una cittadina americana, Antonio si ritrova improvvisamente a doversi confrontare con il pericolo dell’improvvisa deportazione dall’unico Paese che ha sempre considerato la sua casa. Così come Jessie, la figlia di Kathy, chiama Antonio papà, nonostante questo non sia biologicamente suo padre, così Antonio chiama New Orleans casa, nonostante questa non sia tecnicamente la sua casa.

    Ciò che Justin Cohn vuole silenziosamente urlare nelle sequenze di questo film è il diritto fondamentale di ogni uomo di avere una casa, intesa come luogo, fisico e non, in cui la relazione autentica fa crescere ed è basata sull’amore: quello di Kathy e Jessie per Antonio, quello di Antonio per loro e per la patria che ora gli viene negata. La narrazione è scandita e accompagnata da immagini mozzafiato degli splendidi paesaggi di New Orleans, in netto contrasto con le sequenze spente e buie dei luoghi dove questo diritto fondamentale viene negato dalla burocrazia e dall’indifferenza.

    A cura di Agnese Graziani

    Leggi tutto: Blue Bayou
  • Rock the Kasbah

    Rock the Kasbah

    Quale altro?

    Quale può essere l’ultima occasione per Richie Lenz, un manager decaduto – e forse mai decollato – ad un passo dal fallimento definitivo? Levinson se la immagina così: un tour in Afghanistan con l’ultima cliente. Il viaggio parte in modo disastroso: un aereo di ultima classe sovraffollato, un benvenuto sotto le bombe. La sua star non regge e, dopo avergli rubato soldi e documenti, scappa a Dubai lasciandolo solo e disarmato. È così dunque che Richie è costretto ad arrangiarsi: trovare un modo per tornare indietro, dei soldi per sopravvivere e un tetto sotto cui stare. In questa mission sarà aiutato da un taxista appassionato alla cultura degli Stati Uniti e da una prostituta che vive in una roulotte: una compagnia improbabile ma fedele.

    Sin dalle premesse, questa pellicola provoca la nostra coscienza e gli stereotipi di cui, volenti o nolenti, è pieno il nostro immaginario. Ad esempio, il titolo del film, tratto da una battuta di Richie nelle prime sequenze della pellicola, è decisamente indicativo: la Kasbah non ha nulla a che fare con l’Afghanistan, bensì è un elemento che, come gli fa notare sua figlia, appartiene alla tradizione del nord Africa. Se in un primo momento la scena può suscitare il riso, poco dopo viene da chiedersi in quanti di noi spettatori sapessero effettivamente che la Kasbah non fa parte della cultura afghana: la risposta potrebbe essere scomoda nell’era dell’all-inclusive. Perché viene da pensare che ciò che è diverso da noi alla fine sia tutto uguale; che non ci siano sfumature, che per noi occidentali ciò che non è “nostro” sia solamente “non-nostro”: in che senso e per quali ragioni, non ci interessa più di tanto.

    E allora ci sono i militari americani “buoni” che proteggono i civili; i militari afghani che sparano senza senso, parlano una lingua incomprensibile a noi occidentali, odiano Broadway; gli occidentali che sanno solo parlare; i trafficanti di armi che agiscono per il “bene”; le donne afghane velate e proprietà del padre o del marito contrapposte alla prostituta americana buona e libera dagli schemi del Paese; il militare americano apparentemente senza pietà ma con la passione per la scrittura. Quanti stereotipi? Quanti luoghi comuni?

    Forse il regista, rappresentandoli tutti sul grande schermo in maniera quasi irreale – sono tutti personaggi costruiti palesemente su un modello, non su una personalità – vuole mandare un messaggio in un modo nuovo: ci mostra esattamente quello che ci aspettiamo di vedere, in una narrazione chiaramente parziale ed esterna di un mondo che nella cultura occidentale è considerato un’unica cosa, non degna di approfondimento, solo altro da noi, solo diverso. Ma tutte queste aspettative incredibilmente soddisfatte alla fine potrebbero lasciarci un interrogativo: quale altro è nascosto nel diverso che ci viene incontro?

    A cura di Agnese Graziani

    Leggi tutto: Rock the Kasbah
  • Cosa sarà

    Cosa sarà

    Gioco di sguardi

    Drasticamente piombato in una vita diversa. Precipitosamente chiamato a fare i conti con sé stesso. Inevitabilmente obbligato a cambiare sguardo sulla realtà che lo circonda. Sono queste le fasi che attraversa Bruno Salvati, regista di professione, quando scopre di essere malato: ha un tumore al sangue e senza trapianto ha il tempo contato.

    Cosa rimane a un uomo malato, da poco separato e senza successo sul lavoro? In tanti forse risponderemmo: «niente», ma Bruni ci sfida. La sua risposta è un’altra e la urla forte e chiaro tra le sequenze di questo film: a quell’uomo rimangono gli sguardi. Lo sguardo penetrante della figlia, della dottoressa e della ex-moglie – unica parte del viso che può vedere a causa della mascherina – che lo tengono vivono durante la chemioterapia; lo sguardo rinnovato con cui lui guarda il padre e la madre ormai defunta; ma soprattutto lo sguardo con cui guarda sé stesso, che cambierà per sempre dalla diagnosi in avanti. Il percorso in cui Bruni ci accompagna è un intensissimo gioco di sguardi tra il protagonista e la sua vita: parzialmente autobiografica, la pellicola ci racconta di come alcuni eventi della vita – e a volte anche solo il continuare a vivere – facciano sì che il nostro modo di vedere le cose sia inevitabilmente trasformato. E che con questo cambi anche la nostra persona, e con lei tutta la nostra vita. È un percorso per guardare indietro, aprire gli occhi sul passato, ma anche e soprattutto sul presente: scoprire che «la sua testa è a forma di lampadina», che Roma è bella la mattina presto, che i suoi figli hanno varie allergie; scoprire che il cinema è davvero la sua passione e che, infondo, nessuno è perfetto, nemmeno lui.

    Senza saperlo (il film è stato finito di registrare nel dicembre 2019), Francesco Bruni ha centrato in pieno uno dei temi a noi più quotidiani in questo momento storico: per via delle mascherine anche noi, oggi, siamo costretti a vedere il mondo e le altre persone solo attraverso i loro sguardi, perché del loro viso non vediamo nient’altro. E in questa pellicola dunque ne capiamo l’importanza, il valore e tutte le sfaccettature, anche nelle situazioni più drammatiche e disperate. Ed è solo così che vedremo, assieme a Bruno, «cosa sarà».

    A cura di Agnese Graziani

    Leggi tutto: Cosa sarà
  • Pane e tulipani

    Pane e tulipani

    Cambiamento o emancipazione?

    Immergetevi per un attimo nell’atmosfera dell’Italia del 2000: tutto parla di cambiamento. Cambia secolo, cambia millennio, cambiano elettrodomestici e cambia modo di comunicare. Cambia tutto, tranne la vostra quotidianità.

    Rosalba è una donna di mezza età, moglie dell’infedele Mimmo e madre di due adolescenti. Vive a Pescara con la sua famiglia, frequenta da sempre lo stesso giro di amici e nella vita fa la casalinga. La monotonia e l’insoddisfazione, forse inconscia, della sua vita stanno per essere distrutte dal cambio millennio. Il vento del Ventunesimo secolo le toglierà il paraocchi di quella tradizione divenuta prigionia, allargando il suo sguardo non solo verso il mondo ma anche verso sé stessa, innescando uno scontro dolcemente feroce tra passato e futuro.

    A rendere possibile tutto questo è l’episodio che apre la pellicola: durante un tour inconfondibilmente italiano per i luoghi-simbolo del nostro Paese, Rosalba viene dimenticata in un autogrill dalla sua comitiva. Nonostante l’intimazione del marito a non muoversi, la donna decide di tornare a casa facendo autostop. È proprio nel dialogo (che lei non aveva mai avuto) con una estranea che si rende conto di quanto effettivamente la sua vita fosse bloccata: è spinta da questo pensiero che decide di visitare Venezia, giusto perché non l’ha mai vista, ed essere a casa l’indomani quando la sua famiglia sarà di ritorno.

    Ma l’arrivo in laguna innesca sentimenti nuovi per la donna, sentimenti veri e profondi e la voglia di emanciparsi dal suo ruolo così pesantemente circoscritto da altri. A Venezia Rosalba scoprirà l’amore, la vita e la dignità del lavoro. Scoprirà mentalità e mondi diversi e sarà lei a cambiare, profondamente e radicalmente. Tutti questi elementi, insieme, la renderanno una donna emancipata ed indipendente.

    Pane e tulipani si conferma come una commedia pluripremiata e apprezzata non solo in Italia, che con tenerezza e determinazione riesce ad essere attuale nonostante gli anni trascorsi, raccontandoci di tematiche senza tempo come il cambiamento e di tematiche ancora urgenti come l’emancipazione femminile. Il risultato di una regia e di un cast impeccabili è aver portato sul grande schermo un viaggio interiore denso, con cui tutti dobbiamo fare i conti se vogliamo davvero che la nostra esistenza collabori al percorso di quel mondo che vuole migliorare sempre un pochino, nella speranza che un giorno riusciremo a crescere i nostri figli a pane e tulipani.

    A cura di Agnese Graziani

    Leggi tutto: Pane e tulipani
  • Le cinque leggende (Rise of the Guardians)

    Le cinque leggende (Rise of the Guardians)

    Chi ha paura dell’uomo nero?

    Nord, Calmoniglio, Sandy e Dentolina sono i quattro Guardiani dell’infanzia: il loro compito è quello di vegliare su meraviglia, speranza, sogni e ricordi dei bambini. L’antagonista a questa missione è solo uno: Pitch, l’Uomo Nero, il simbolo della paura che spegne le luci, invade i cuori dei bambini, i loro sogni e desideri. Per questo motivo, l’Uomo sulla Luna, l’entità superiore da cui sono nati tutti i guardiani – incluso Pitch – elegge un nuovo guardiano per cercare di sconfiggerlo: Jack Frost, uno spirito con le sembianze di un ragazzino pallido e maldestro, invisibile agli occhi dei bambini e inconscio del suo passato.

    Jack è un protagonista profondamente tormentato dal fatto che nessuno creda in lui ed è ben lontano dal prototipo di eroe classico dal quale Dreamworks si distacca sin dai suoi albori con Z la formica. È interessante come Pitch e Jack siano accomunati dallo stesso disagio: quello di non essere creduti, a differenza delle altre leggende. Questo il fatal flow di Pitch che reagisce facendo ciò che è sua natura fare: seminare paura tra i bambini. Jack è invece molto riflessivo e sebbene all’inizio sembri non schierarsi alla fine deciderà di allearsi con i Guardiani e combattere contro l’Uomo Nero. Le reazioni dei due personaggi di fronte alla loro mancanza sono opposte: Jack mette il divertimento dei bambini davanti a se stesso, mentre Pitch non rinuncia a farsi credere come vero. Ed infatti è proprio qui che sta il punto di svolta della battaglia, così come confermato nelle ultime scene, quando un bambino, l’unico la cui luce era rimasta accesa, urla a Pitch: «Io credo che tu esista, ma non mi fai paura!».

    Peter Ramsey ci ha accompagnato in uno scontro tra i sentimenti dell’infanzia e la paura, in un’epoca in cui questo conflitto sta diventando tragicamente allegoria di qualcosa di reale: la paura e l’incertezza stanno davvero prendendo posto anche nei cuori dei bambini? Difficile trovare una risposta. Nel frattempo, in modo visivamente affascinante e con toni che oscillano tra il fanciullesco e il tragico, Le cinque leggende ci lascia nella certezza che, in pieno stile Dreamworks, il film parli di bambini agli adulti della loro forza e del vigore  delle loro speranze.

    A cura di Agnese Graziani

     

    Leggi tutto: Le cinque leggende (Rise of the Guardians)
  • La donna elettrica (Kona fer í stríð)

    La donna elettrica (Kona fer í stríð)

    Per un bene superiore

    L’Islanda contemporanea è una terra unica, inondata dal verde e dalla bellezza della sua morfologia naturale, ma anche sede di numerose fabbriche. Una gran vantaggio per il lavoro, una grave minaccia per il territorio che sta diventando terribilmente ordinario: l’emergenza è reale e incombente perché alcune industrie, dopo averne rovinato irrimediabilmente la bellezza, minano ora noi, la nostra salute e il futuro dei nostri figli in Islanda e non solo. A questo punto, senza dubbi, si può riconoscere un qualcosa di vagamente e tragicamente attuale in questo scenario: Erlingsson lo sa bene e lo porta sul grande schermo con una pellicola che fa degli sguardi e del corpo dell’eroina-ecoterrorista Halla il suo vero fulcro.

    Halla è una donna sulla cinquantina, direttrice di coro a Reykjavik e nel tempo libero sabotatrice dei fili elettrici che portano energia elettrica alle fabbriche siderurgiche islandesi. Da tempo le autorità cercano il responsabile di questi atti: è per questo che Halla agisce con estrema cautela, conosce perfettamente la sua terra e sa dove le insenature e le rocce possono nasconderla quando è in fuga. Perchè fare tutto questo? Il motivo è semplice: salvare la sua terra da una distruzione prossima.

    Le cose cambiano all’improvviso quando l’ufficio adozioni le comunica che la domanda fatta anni prima è andata a buon fine: diventerà madre di Nika, una bambina Ucraina. Si impone una scelta: non può essere ricercata dai servizi segreti dello Stato rischiando l’arresto e allo stesso tempo dare serenità a una bimba di cinque anni. Che fare dunque? Lo scontro tra interessi pubblici e privati è al centro del dialogo con la sorella, la decisione è presa: diventerà madre. Non prima, però, di aver scritto una dichiarazione, firmata La donna elettrica, in cui rivela di essere l’unica responsabile dei fatti allertando tutti i concittadini sul pericolo a cui stanno andando incontro ed ecco che, in una delle scene più potenti del film, lancia la dichiarazione dal tetto della sua scuola di canto, facendo piovere dall’alto il suo manifesto e la sua condanna.

    Con ironia e sapienza Benedikt Erlingsson ci accompagna alla scoperta di Halla e della sua missione: un sestetto musicale – fisicamente presente in scena – impersona e recita con impeccabile efficienza i suoi pensieri, le sue paure e le sue gioie. E questi ci lasciano inevitabilmente con l’amaro in bocca: va bene salvare il mondo, ma come? Qual è il bene per cui vale la pena lottare e rischiare e quali sono i limiti che non si possono valicare per raggiungerlo? O, per citare Battisti, come può uno scoglio arginare il mare? Tra i colori, i gesti e le parole di questa pellicola che senza prendersi troppo sul serio riesce a veicolare un importante messaggio, capiamo che forse il consiglio del regista è proprio quello di essere scogli: ognuno sia semplicemente lo scoglio che deve e vuole essere, senza riserve, senza paure e sapendo scendere a compromessi con la corrente che come sappiamo non si può controllare. E infatti, alla fine del film, vedremo il commovente incontro tra Halla e Nika, trale le acque di un’inondazione incapace di fermarle.

    A cura di Agnese Graziani

    Leggi tutto: La donna elettrica (Kona fer í stríð)
  • Alice e il sindaco (Alice et le maire)

    Alice e il sindaco (Alice et le maire)

    Diversamente

    Cosa possono fare insieme un convinto sindaco progressista senza idee ed una giovane brillante persa nei meandri della sua vita? In cosa la diversità portata al suo estremo è fonte di vera ricchezza?  Difficile da immaginare, ma Nicolas Pariser una risposta a questa domanda ce l’ha e la urla silenziosamente tra le sequenze di questa pellicola.

    Alice e il sindaco viaggiano su binari paralleli: i loro caratteri sono agli antipodi, le loro abitudini sono tutto fuor che simili e si trovano in punti della vita diametralmente opposti. Un giorno, nella Lione a noi coeva, in prossimità delle elezioni, i loro viaggi si incontrano: Paul Therneau, il sindaco, è in crisi perché non ha più idee. Ne avute per oltre trent’anni, sempre nuove, a volte addirittura troppe, ed ora il grande nulla incombe su di lui. Per un primo cittadino progressista non avere idee non è esattamente la più efficace delle strategie di campagna elettorale ed è proprio per questo che viene assunta Alice, il cui compito è esattamente quello di risvegliare l’inventiva del sindaco.

    Alice ha studiato Lettere ed inizia a scrivere per il sindaco alcune note di natura filosofica: è così che Paul vuole uscire da questa blocco, tramite la filosofia. Gli spettatori imparano a conoscerlo con e attraverso Alice: la prima impressione è quella di un uomo stanco e disinteressato al suo lavoro, ma a questo quadro superficiale si aggiungono poco alla volta tanti piccoli tasselli che formano un’immagine personale di Paul Therneau, prima che del sindaco di Lione. La presenza di Alice dà i frutti sperati, ormai il duo è inseparabile ed efficiente, la macchina municipale riparte. È in questo momento che spicca in la diversità di Alice non solo rispetto al sindaco, e si è già detto come, ma anche rispetto ai colleghi di pari grado: è diversa per la sua mentalità e la sua tranquillità in ogni momento; è diversa per i vestiti che porta. Il blu dei colleghi, quasi fosse una divisa o un simbolo, è in netto contrasto con le camicette colorate e i jeans che vediamo indossare da Alice per tutta la durata del film. Alice è insomma diversa e non ha paura di ammetterlo; ha idee diverse e le espone senza remore, spicca senza imporsi, parla senza urlare, scrive senza strafare. È brillante, come si diceva all’inizio, ma comunque spaesata, persa. Il rapporto con il sindaco, che sarà sempre professionalmente più stretto, la aiuterà a far luce sul suo futuro; la diversità di Alice lo aiuterà a far luce sulle sue idee. È un rapporto di simbiosi, di reciproco aiuto.

    Ma tornando sulla domanda posta all’inizio: in cosa la diversità è fonte di ricchezza? Come diceva John Stuart Mill, la diversità e la pluralità sono le basi della libertà. Ed è dalla libertà che nascono le idee. Perciò, è la diversità che nutre il pensiero di Paul, l’esperienza di Alice e le idee del mondo.

    A cura di Agnese Graziani

    Leggi tutto: Alice e il sindaco (Alice et le maire)
  • Good Bye, Lenin!

    Good Bye, Lenin!

    Oltre la Storia

    Immaginate di essere nati nella Germania dell’Est alla fine degli anni Sessanta: poco prima di voi è nato il Muro di Berlino con tutto quello che questo comporta. Contemporaneamente alla vostra venuta al mondo, lo scontro ideologico tra capitalismo e comunismo si è inasprito più che mai e finite per crescere in un clima di scontro e diffidenza. Tutto sommato, però, la cosa non vi sta così stretta: a mala pena ve ne accorgete, siete bambini, avete una bella famiglia, grandi sogni e speranze per il vostro futuro. Ma poi una dirompente crepa squarcia la vostra esistenza: vostro padre scappa con un’altra donna al di là del Muro, abbandonandovi ad Est con una madre depressa e una manciata di sogni infranti.

    È la storia Alex e si avvicina il fatidico ottobre 1989: passano gli anni, le giornate sono monotone, ma, ancora una volta, è riuscito a trovare un equilibrio in quella monotonia. Ciò che non sa è che nell’arco di qualche mese la sua vita verrà stravolta. La madre, che nel frattempo ha sposato la causa socialista con tutta sé stessa, viene colpita da un infarto ed entra in coma. Di lì a poco il Muro di Berlino cade, il socialismo viene sconfitto e il capitalismo invade ogni angolo della vita. Stanno crollando le certezze di una vita e il mondo in cui si è cresciuti, ma il 1989 sta anche per finire, un nuovo decennio è alle porte e tutto attorno urla, sbraita ed impone il cambiamento. Otto mesi dopo la nuova sfida: il risveglio inaspettato della madre.

    Alex non rimugina troppo sul da farsi, ha le idee chiare: fare di tutto per far credere alla donna che non sia cambiato nulla di significativo durante il suo letargo, se non piccole cose quali il suo fidanzamento e il cambio di partner della sorella. Il partito socialista ha continuato ad affermarsi indisturbato, non senza qualche novità (significativo che la coca-cola venga presentata come una bevanda sovietica con chiara ironia). Alex, dunque, con l’aiuto della fidanzata e della sorella, cerca in tutti i modi di tenere in vita per la madre la Repubblica Democratica Tedesca, con una tenerezza quasi disarmante: con l’arrivo del capitalismo è infatti impossibile trovare i prodotti che si mangiavano abitualmente, ma Alex si inventa qualsiasi stratagemma pur di camuffare i nuovi cibi con quelli vecchi arrivando a frugare nella spazzatura. Le strade, i muri, le case e i vestiti vengono radicalmente modificati dall’arrivo dell’occidente. Il castello di bugie regge fino a che la madre, un giorno, esce di casa trovandosi davanti una Belino completamente nuova, ma soprattutto è protagonista di una delle scene più iconiche del film: la statua di Lenin che fluttua nell’aria, che quasi sembra guardarla e tenderle la mano; il suo sguardo, anche se la voce non parla, urla Good bye, Lenin!.

    Becker riesce impeccabilmente a trasporre sul grande schermo il sentimento di straniamento e di disorientamento vissuto dagli abitanti della Germania dell’Est in quegli anni. Dobbiamo ricordarci, infatti, che la Storia è fatta di eventi e gli eventi sono fatti dalle persone e dalle relazioni tra di esse. Quello che fa la pellicola, dunque, è accompagnarci con delicatezza ed ironia a scoprire le sfaccettature, a tratti drammatiche, di questo evento, narrato sempre e solo come la vittoria del capitalismo o la vittoria dell’Occidente. Qui, invece, tocchiamo con mano ciò che questo ha significato per le persone, per la loro quotidianità, per chi stava di là di quel Muro.

    A cura di Agnese Graziani

    Leggi tutto: Good Bye, Lenin!
  • Io non sono qui (I’m Not There)

    Io non sono qui (I’m Not There)

    Uno, nessuno e centomila

    Per chi ama e stima Bob Dylan, Io non sono qui è un film imprescindibile: non solo perché racconta la sua storia, ma perché lo fa sperimentando in una chiave assolutamente sorprendente.

    All’interno della pellicola i protagonisti sono sei ed ognuno di questi rappresenta un lato della personalità e della vita del cantautore. Il poeta (Arthur Rimbaud), il profeta (Jack Rollins/Padre John), il fuorilegge (Billy McCarthy), il falso (Woody Guthrie), il «martire del rock and roll» (Jude Quinn) e la “stella elettrica” (Robbie Clark). Ognuno di loro viene da contesti diversissimi, hanno storie  ed esperienze di vita agli antipodi, ideologie contrastanti. Todd Haynes riesce in un’operazione impossibile: radunare tutte le vite e le sfaccettature di Bob Dylan in un unico film, mettere in scena il caos, affrontare la vita del cantante di petto, senza coinvolgerlo mai direttamente, se non nella colonna sonora e nella sequenza finale. Ogni storia si intreccia poi all’altra senza un apparente filo logico: siamo sballotatti tra i decenni e le lotte sociali più diverse trasportati scena dopo scena in maneira travolgente. Anche i colori cambiano: alcune storie vengono fotografate in bianco e nero, altre a colori. Lo stile cambia. La storia di Jack Rollins è raccontata sotto forma di documentario, con le interviste a chi lo ha conosciuto; la storia di Arthur Rimbaud è un’intervista al poeta in persona, in cui parla di caos, di fatalismo e si trasforma in voce fuori campo sulle immagini di altre storie; poi si passa dal romantico sino a toccare il drammatico.

    Un mosaico che per le più disparate storie e forme può lasciare interdetto lo spettatore e, non neghiamolo, ad alcuni questa sensazione rimarrà sino alla fine della pellicola. Ma il film parla pur sempre di Bob Dylan e il regista ha scelto di raccontarlo nell’unico modo in cui si può parlare di lui, per frammenti, fotogrammi da ricostruire mettendo assieme i pezzi. Giungendo alla fine del film viene spontaneo chiedersi: chi era dunque Bob Dylan? La risposta probabilmente la si trova in tutti e sei i personaggi, ognuno come un pezzo in un momento diverso della sua vita, a tratti anche incoerentemente, ma è l’incoerenza stessa una delle chiavi per comprendere la portata dell’operazione. Non è un caso quindi che sia la sua musica il collante delle singole tessere, la sua musica come l’unica cosa vera, universale che sappiamo e ci rimane di lui. Perciò, anche se potrebbe sembrare scontato e certamente doveroso, questa scelte assume una forte importanza simbolica: le sue canzoni sono quelle e, al di là di tutto, quelle sono la sua eredità e il suo testamento, come magistralmente sintetizzato dalla performance dal vivo della sequenza finale.

    Dunque Todd Haynes ci accompagna alla scoperta del caos che ha sempre caratterizzato la vita del cantante di Duluth, con la sua musica lungo il percorso, dove le sue parole e il suo stile non restituiscono un’unità, bensì uno, nessuno e centomila.

    A cura di Agnese Graziani

    Leggi tutto: Io non sono qui (I’m Not There)