Tag: Christian Bale

  • Io non sono qui (I’m Not There)

    Io non sono qui (I’m Not There)

    Uno, nessuno e centomila

    Per chi ama e stima Bob Dylan, Io non sono qui è un film imprescindibile: non solo perché racconta la sua storia, ma perché lo fa sperimentando in una chiave assolutamente sorprendente.

    All’interno della pellicola i protagonisti sono sei ed ognuno di questi rappresenta un lato della personalità e della vita del cantautore. Il poeta (Arthur Rimbaud), il profeta (Jack Rollins/Padre John), il fuorilegge (Billy McCarthy), il falso (Woody Guthrie), il «martire del rock and roll» (Jude Quinn) e la “stella elettrica” (Robbie Clark). Ognuno di loro viene da contesti diversissimi, hanno storie  ed esperienze di vita agli antipodi, ideologie contrastanti. Todd Haynes riesce in un’operazione impossibile: radunare tutte le vite e le sfaccettature di Bob Dylan in un unico film, mettere in scena il caos, affrontare la vita del cantante di petto, senza coinvolgerlo mai direttamente, se non nella colonna sonora e nella sequenza finale. Ogni storia si intreccia poi all’altra senza un apparente filo logico: siamo sballotatti tra i decenni e le lotte sociali più diverse trasportati scena dopo scena in maneira travolgente. Anche i colori cambiano: alcune storie vengono fotografate in bianco e nero, altre a colori. Lo stile cambia. La storia di Jack Rollins è raccontata sotto forma di documentario, con le interviste a chi lo ha conosciuto; la storia di Arthur Rimbaud è un’intervista al poeta in persona, in cui parla di caos, di fatalismo e si trasforma in voce fuori campo sulle immagini di altre storie; poi si passa dal romantico sino a toccare il drammatico.

    Un mosaico che per le più disparate storie e forme può lasciare interdetto lo spettatore e, non neghiamolo, ad alcuni questa sensazione rimarrà sino alla fine della pellicola. Ma il film parla pur sempre di Bob Dylan e il regista ha scelto di raccontarlo nell’unico modo in cui si può parlare di lui, per frammenti, fotogrammi da ricostruire mettendo assieme i pezzi. Giungendo alla fine del film viene spontaneo chiedersi: chi era dunque Bob Dylan? La risposta probabilmente la si trova in tutti e sei i personaggi, ognuno come un pezzo in un momento diverso della sua vita, a tratti anche incoerentemente, ma è l’incoerenza stessa una delle chiavi per comprendere la portata dell’operazione. Non è un caso quindi che sia la sua musica il collante delle singole tessere, la sua musica come l’unica cosa vera, universale che sappiamo e ci rimane di lui. Perciò, anche se potrebbe sembrare scontato e certamente doveroso, questa scelte assume una forte importanza simbolica: le sue canzoni sono quelle e, al di là di tutto, quelle sono la sua eredità e il suo testamento, come magistralmente sintetizzato dalla performance dal vivo della sequenza finale.

    Dunque Todd Haynes ci accompagna alla scoperta del caos che ha sempre caratterizzato la vita del cantante di Duluth, con la sua musica lungo il percorso, dove le sue parole e il suo stile non restituiscono un’unità, bensì uno, nessuno e centomila.

    A cura di Agnese Graziani

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  • La Grande Scommessa (The Big Short)

    La Grande Scommessa (The Big Short)

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    La vera scommessa è mettere in discussione ciò che tutti danno per certo

    Dimenticate la finanza spumeggiante di Martin Scorsese in The Wolf of Wall Street, il realismo di
    Adam McKay lascia spazio a una visione concreta e precisa dell’atmosfera austera e noiosa che
    popola i grattacieli di New York. Il sistema bancario di Wall Street viene presentato senza scrupoli,
    lontano dall’ideale utopistico a cui Hollywood ci ha abituato negli anni. La grande scommessa
    restituisce con verità e cinismo una panoramica sulla routine ordinaria, caotica e arida del sistema
    bancario americano.

    Il film intreccia agilmente l’evolversi contemporaneo di due vicende, rispettando l’ordine
    cronologico degli eventi e senza appesantirli del documentarismo storico, al contrario la storia
    procede sempre con ritmo frizzante. Da un lato conosciamo Michael Burry, analista finanziario
    titolare di Scion Capitol, fondo di investimento specializzato nella vendita alla scoperta di bolle
    speculative. Dall’altro contemporaneamente, Charlie Geller e Jamie Shipley, giovani investitori
    affamati di opportunità, che, una volta scoperta la strategia di investimento, decidono di
    abbracciarla con convinzione. Ma non vi preoccupate: se la terminologia tecnica vi dovesse
    spaventare, in quanto poco avvincente e volutamente confusionaria, sarete felici di sapere che ad
    accompagnare la narrazione ci sarà, tra gli altri, Margot Robbie che, sorseggiando champagne in
    una vasca da bagno, commenta fuori campo i tecnicismi più aggrovigliati.

    La trasposizione cinematografica si ispira con fedeltà agli eventi reali, raccontando l’intuizione
    premonitrice di Michael Burry nello scommettere sul fallimento del sistema immobiliare americano,
    svelando una pagina nascosta della finanza statunitense. Se l’antologia cinematografica

    Hollywoodiana ci ha sempre presentato Wall Street come un lussuoso parco divertimenti in cui la
    fama e il successo sono una naturale conseguenza, La grande scommessa proietta sullo schermo
    un’analisi critica e umana delle persone, ancor prima degli eventi, scoprendone debolezze e vizi.
    Come in ogni scommessa ci si divide fra vinti e vincitori, se in questo caso Burry ed il suo fondo
    possono dirsi vincitori, sono i risparmiatori americani a dover scontare la pena di un sistema
    economico e sociale fallimentare. Non è quindi un caso che il più grande tormento di Michael Burry
    rifletta proprio su questo punto: “Ho la sensazione che tra qualche anno la gente dirà quello che
    dice sempre quando l’economia crolla. Daranno la colpa agli immigrati e alla povera gente”. L’etica
    dell’investimento diventa così la chiave di lettura del film che intende umanizzare la logica del
    profitto, accusando, seppur indirettamente, l’intero establishment bancario.

    Nonostante il cast stellare e le cinque nomination agli Oscar, La grande scommessa sembra
    continuare ad essere un film rivolto a una nicchia di appassionati ed interessati, colpevole
    probabilmente di tecnicismi indigesti al pubblico generalista. Un film che riesce comunque nel suo
    intento critico di raccontare un altro punto di vista, umano e sensibile, su un sistema economico
    arido e senza scrupoli, dove “fare i soldi non è come credevo che fosse, questo business uccide
    quella parte di vita che è essenziale, la parte che non ha niente a che vedere con gli affari”.

    A cura di Alessandro Benedetti

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