Autore: Mattia Rizzi

  • Buongiorno, notte

    Buongiorno, notte

    Buongiorno, notte: l’immaginazione non ha mai salvato nessuno

    «Gli uomini fanno molto meno di quello che potrebbero fare. Se si impegnassero al massimo delle loro possibilità il mondo sarebbe diverso. Invece ci sono alcuni che fanno sempre la stessa cosa e poi all’improvviso vogliono cambiare il mondo con un colpo di pistola, ma non si accorgono che la loro vita, quella di tutti i giorni, è lo zero assoluto». Sono le parole con cui Enzo, giovane col desiderio di diventare uno scrittore, dipinge i brigatisti alla sua amica Chiara, inconsapevole che la ragazza faccia parte proprio del gruppo terroristico che aveva appena rapito Aldo Moro.

    In effetti nessuno potrebbe pensare che Chiara, grigia impiegatuccia di un ministero, possa aver organizzato, insieme ad altri tre compagni, il sequestro del presidente della Democrazia Cristiana. Eppure, in seguito all’acquisto di una casa insieme a un marito fittizio, la donna veste i panni della carceriera di Moro, tenuto prigioniero dai brigatisti in un bunker dietro a una libreria di un finto studio.

    Marco Bellocchio ripercorre gli eventi del celebre rapimento che sconvolse la classe politica italiana alla fine degli anni Settanta e fu la svolta nella lotta contro il terrorismo armato. Il punto di vista è quello di una giovane ragazza, di cui viene analizzato il dubbio crescente che farà progressivamente crollare le sue certezze ideologiche. Mentre infatti Chiara continua a condurre la propria esistenza borghese inizia a chiedersi se la scelta di eliminare Moro sia giusta. La ragazza avrà solo un contatto col politico, poco prima della sua esecuzione, ma durante tutta la prigionia lo osserverà dallo spioncino sulla porta della sua cella, diaframma che si frappone fra lei e il simbolo di quello Stato che i brigatisti vogliono colpire. Dietro Moro, emaciato nel volto, brilla la stella della bandiera rossa dei terroristi.

    È la lettura di un libro a far vacillare le convinzioni di Chiara. Si tratta delle Lettere di condannati a morte della resistenza italiana, che suo padre, partigiano comunista, le leggeva da piccola. Centododici partigiani, catturati dai nazifascisti, sanno che a breve saranno giustiziati da un plotone d’esecuzione o uccisi dalle barbare torture cui erano sottoposti. Scrivono alle madri, ai padri, agli amati e ai figli le ultime lettere di congedo alla vita. Testimonianza preziosa di una stagione ancora viva nella memoria dell’Italia della fine degli anni Settanta, le Lettere dei condannati a morte sono la voce di uomini e di donne libere, consapevoli del dovere della libertà e del prezzo che essa comporta.

    Anche Aldo Moro, prigioniero a causa di un’altra ideologia deviata, oltre a rivolgersi invano ai potenti della politica italiana, scrive delle lettere dolcissime ai propri familiari e quando Chiara leggerà l’ultimo messaggio del presidente, indirizzato alla moglie, capirà di aver varcato la soglia e di essere diventata un’assassina. Peccato che il verdetto di Moro sia già stato deciso dai rappresentati della giustizia proletaria e che per lui non ci sia possibilità di salvezza. Almeno nel piano della realtà.

    Enzo, l’amico di Chiara già critico nei confronti dei brigatisti, aveva scritto infatti una sceneggiatura intitolata Buongiorno, notte, in cui una giovane terrorista partecipa a un sequestro ma progressivamente prova orrore davanti alla possibilità dell’omicidio politico e si infuria con sé stessa per essere stata così cieca. Chiara l’aveva giudicata assurda e inverosimile, commentando che l’immaginazione non aveva mai salvato nessuno e che la realtà è tutta un’altra cosa.

    Di certo l’immaginazione non è bastata a salvare Aldo Moro. Eppure Bellocchio si apre allo spazio della fantasia e, di fianco al binario della realtà, ne fa correre uno dell’utopia, in cui è bello e possibile immaginare che Moro, proprio grazie a un tardivo pentimento di Chiara, sia riuscito a fuggire dalla propria prigione e a far ritorno a casa. Lì, «volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli», avrebbe potuto baciare e accarezzare ancora una volta i suoi cari.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Po

    Po

    Po: l’alluvione del Polesine raccontata dai nostri nonni

    «Un documentario vero e non truccato». Queste le parole con cui Eugenio Montale accolse sul «Corriere della Sera» le Cronache dell’alluvione di Gian Antonio Cibotto. Il suo «libriccino autentico» aveva descritto con grande realismo il dramma dell’alluvione del Polesine. Un documentario vero e non truccato è anche quello che il regista Andrea Segre realizza per ripercorrere quella stessa tragedia, raccontata, a distanza di settant’anni, attraverso le testimonianze di chi l’ha vissuta in prima persona.

    A ricostruire gli eventi di quel 14 novembre 1951 sono i figli e le figlie dei pescatori e delle mondine di un Veneto rurale. Gli abitanti di una terra di miseria, in cui le case avevano i pavimenti di nuda terra, l’elettricità era ancora un lusso riservato a pochi e la sera ci si riuniva intorno al fuoco per sentire le storie dei propri vecchi. L’equilibrio precario di quel mondo contadino si ruppe in una giornata come le altre, quando i piatti iniziarono a tremare sulle tavole e l’acqua invase velocemente i campi. Il Po «aveva rotto». C’era chi tentava di mettere in salvo la propria famiglia; chi prendeva una barca per aiutare i vicini; chi si affidava al Signore e recitava disperato qualche preghiera. Una testimonianza straziante raccolta da Segre ripercorre l’episodio del camion dei soccorsi travolto dal fiume in piena. Nel cimitero in cui riposano le vittime, un segno della croce e un «ciao a tutti» strozzato sono il saluto pietoso di chi allora è sopravvissuto.

    Le storie dei testimoni si mescolano ai filmati d’epoca in bianco e nero. Il rumore dello scorrere delle acque si alterna ai canti tradizionali che le signore intonano per la telecamera. Segre cuce le varie dichiarazioni e prepara un affresco che restituisce un ritratto dolceamaro degli anni Cinquanta: la guerra era finita da non molto tempo e l’Italia era divisa tra bianchi e rossi. Ripensando alla tragedia inaspettata, le voci di chi racconta si rompono e gli occhi si riempiono ancora di lacrime. Per qualcuno, però, l’esercizio del ricordo è anche l’occasione per ripensare ai momenti della propria giovinezza: i primi amori, le fedi politiche e le nuove occasioni di lavoro.

    L’alluvione del Polesine colpì un paese che stava muovendo i primi passi verso un nuovo futuro di democrazia e di crescita. Le vittime furono più di un centinaio e la tragedia si trasformò presto anche in una storia di sradicamento: le terre rimasero allagate per mesi e i profughi furono oltre centomila. La solidarietà, nazionale e internazionale, non tardò però a presentarsi: molti si affrettarono infatti ad aiutare gli sfollati, che si erano riversati nelle terre vicine.

    Po è un documentario che raccoglie ricordi; un collettore di testimonianze private destinate altrimenti a perdersi nel tempo. Andrea Segre tutela queste storie con impegno e insegna, soprattutto a noi giovani, la bellezza e il dovere di fare memoria. 

    A cura di Mattia Rizzi 

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  • La fattoria dei nostri sogni (The Biggest Little Farm)

    La fattoria dei nostri sogni (The Biggest Little Farm)

    The Biggest Little Farm: storia di un sogno

    John e Molly Chester coltivano pomodori sul terrazzino della loro casa a Santa Monica. Lui è un cameraman che gira il mondo per realizzare documentari sugli animali; lei una chef con un blog di cucina. Il loro sogno è quello di fondare una fattoria che sia completamente in armonia con la natura, e di certo qualche piantina in vaso non può soddisfare un desiderio così ambizioso. L’occasione giusta si presenta quando i due sono costretti a trasferirsi perché il loro cane Todd, che hanno appena accolto in casa, disturba l’intero vicinato con guaiti senza fine.

    Mossi dalla giusta dose di incoscienza e grazie al contributo non meglio definito di alcuni investitori, John e Molly possono finalmente dedicarsi al loro progetto. Sotto la guida di Alan York, esperto di agricoltura tradizionale, i due coniugi vogliono dar vita a una realtà che si svincoli dalle consuete monocolture e il cui obiettivo principale sia raggiungere il massimo livello di biodiversità, restituendo linfa a più di duecento ettari di terreno deserto. Perché ciò accada, bisogna piantare quasi un centinaio di diversi alberi da frutto e allevare decine e decine di volatili, di ovini e di suini. Se poi si riusciranno a bilanciare le necessità della fattoria con quelle della fauna selvatica, anche gli animali che un tempo popolavano quelle zone sarebbero potuti ritornare.

    Una primavera dopo l’altra, la fattoria di John e Molly sembra trasformarsi in un novello Eden. L’illusione di un paradiso restaurato svanisce però quando si scontra con la realtà. E anche le stesse intenzioni che avevano animato il progetto, una volta disilluse, non bastano più. Come le piaghe d’Egitto, una serie di calamità funesta la piccola realtà agricola: l’attacco dei coyote che fanno strage dei volatili; l’invasione delle lumache che banchettano con le foglie degli agrumi; l’infestazione di roditori che divorano le radici degli alberi. A ciò si sommano la morte di Alan, portato via da un cancro aggressivo, e la siccità che arde la California.

    John rinuncia all’idea che la sua fattoria dovesse auto-regolarsi quando spara al coyote che stermina le sue galline: con l’animale muore anche una parte di quelle convinzioni sul potere di un idealismo senza compromessi. Però è ancora valido l’insegnamento di Alan: ogni flagello può essere affrontato con una combinazione di osservazione e di creatività. Se i cani vengono addestrati per difendere non più solo gli ovini ma anche i volatili, per esempio, i coyote inizieranno a cacciare i roditori, di cui a loro volta si ciberanno anche i reintrodotti rapaci.

    Apricot Lane farms negli anni è diventata una realtà che attira turisti da ogni parte del mondo, coltiva oltre duecento varietà di vegetali e alleva ogni tipo di animale da cortile. John e Molly sono stati in grado di creare un intreccio vitale di complessità e di varietà, che ha avuto bisogno di tempo per assestarsi, ma che ora è il pilastro fondamentale su cui si regge la loro attività.

    Girato in otto anni, il documentario di Chester ha il pregio di raccontare una storia vera che commuove e coinvolge con i suoi chiaroscuri. Nonostante i toni edificanti e ottimistici, infatti, il film non scade quasi mai in un elogio bucolico acritico, mostrandoci anche le difficoltà di un’impresa che ha i tratti dell’utopia. La lezione più importante che possiamo cogliere è però quella di non trincerarsi dietro a idealismi senza compromessi. Non si può infatti vivere in piena armonia con la natura, ma bisogna collaborarci con un buon livello di «disarmonia sostenibile», così come hanno imparato, a loro spese, anche John e Molly.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Memory Box

    Memory Box

    Memory Box: una memoria dolorosa

    Montreal. Mentre una tempesta di neve infuria nelle strade, Alex e sua nonna Téta preparano degli involtini di foglie di vite per la cena di Natale, in attesa che arrivi Maia, la madre della ragazza. Qualche candela accesa illumina le stanze con una luce soffusa. «Gli uomini si giudicano dal modo in cui mangiano le foglie di vite» – commenta Téta – «chi ne trangugia due alla volta è un ingordo egoista che non rispetta il nostro impegno». Un cenone come tanti altri. Una famiglia come tante altre: un padre che ha lasciato la moglie e si è rifatto una vita altrove, una figlia adolescente e una mamma sola che faticano a trovare un giusto equilibrio nel loro rapporto.

    La condizione di precarietà familiare è messa a soqquadro dall’arrivo di uno scatolone pieno di ricordi, consegnato proprio nella giornata di Natale. Proviene da Beirut e porta con sé un passato lontano che ha lasciato ferite mal rimarginate sulla pelle di Téta e di Maia, scappate dal loro paese a causa della guerra che lo aveva funestato negli anni Ottanta. Nonostante la madre vieti alla figlia di frugare tra i resti della propria storia, Alex inizia a ispezionare il contenuto della scatola e ci trova fotografie analogiche, audiocassette e diari che sua mamma aveva scritto per l’amica Liza, fuggita dal Libano ai tempi del conflitto per trasferirsi in Francia, e recentemente venuta a mancare.

    Ogni operazione di ricostruzione della memoria altrui comporta sempre un certo tasso di violenza e di invasività, eppure consente la meravigliosa possibilità di portare alla luce i ricordi di un passato altrimenti sepolto. I negativi delle fotografie prendono vita grazie alle registrazioni dei nastri e il film ci riporta indietro nel tempo e dall’altro capo del globo, nel Paese dei cedri: il paesaggio lunare di una capitale sventrata; la prima storia d’amore di Maia; suo padre, preside virtuoso spezzato dalla barbarie della guerra; il desiderio di voler vivere la propria giovinezza che si scontra con la cruda realtà. Muovendosi dal particolare di un microcosmo di una famiglia, il film racconta infatti il dramma universale di uno dei tanti conflitti che ha tormentato il Medio Oriente.

    Per quanto doloroso possa essere, per ricucire i fili della propria storia passata, bisogna prima districare le matasse di quelli del presente, imparando a condividere con le persone che amiamo ciò che abbiamo sepolto dentro di noi. Tuttavia, molto spesso, l’esito di tale procedimento è lontano dalla verità. Il vero si mescola infatti al falso, i ricordi si alterano e ognuno presenta una propria versione di quanto è successo. Anche questo, però, fa parte del processo di costruzione della propria memoria e dell’identità familiare, come hanno dimostrato con attenzione e senso della misura i due registi di Memory Box.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • L’età dell’innocenza (The Age of Innocence)

    L’età dell’innocenza (The Age of Innocence)

    L’età dell’innocenza: tra apparenza e tradizione

    Pendenti e bracciali, argenteria e ceramiche, sigari e piatti da portata: la cinepresa di Martin Scorsese indugia con piacere sui simboli di un mondo sfarzoso e opulento. È la New York degli anni Settanta del XIX secolo, sulle cui strade non sfrecciano ancora i taxi gialli ma solo le carrozze trainate dai cavalli. Archer Newland è una delle tante pedine in questo gioco di apparenze e di malelingue: figlio di una delle famiglie più facoltose, lavora come avvocato ed è fidanzato con May Welland, fatua ragazzina in attesa di sposarsi.

    Guidati dalla voce di una suadente narratrice (il film è tratto dall’omonimo romanzo di Edith Wharton), abbiamo il privilegio di varcare le porte delle case private in cui si organizzano balli e cene di gala. La società che ci viene presentata non è molto dissimile da quella vittoriana inglese: in un benessere economico dilagante tra le fasce più alte, esiste una totale discrepanza tra i valori di rispettabilità ostentati dai membri dell’élite e la loro vera natura, vacua e corrotta. Non sarà un caso che il profilo della signora Mingott, «imperatrice» e «matriarca di questo mondo», ricordi vagamente proprio quello della regina Vittoria.

    Nella ragnatela di parentele intrecciate coi matrimoni si ha quasi l’impressione di soffocare. E la nuova preda dei pettegolezzi è la contessa Ellen Olenska. Fuggita da un matrimonio fallimentare con un conte polacco, la donna aveva trovato rifugio presso la famiglia di May, di cui era cugina. Archer sembra l’unico realmente interessato alla sorte di Ellen e a credere che non si meriti quel tipo di trattamento solo per la vita infelice che aveva trascorso in Europa. E se inizialmente l’avvocato metteva in discussione il conformismo della società solo in privato, sostenendo invece la famiglia e la tradizione in pubblico, alla fine anch’egli si sarebbe esposto sempre più per la donna che aveva risvegliato in lui sentimenti sopiti da tempo.

    Insofferenti entrambi a quel mondo in cui «la verità non era mai detta né pensata», Ellen e Archer si sfiorano di continuo ma non riescono mai a cogliere l’occasione giusta per svincolarsi dai propri ruoli e per decidere di vivere la loro relazione apertamente. Né l’uno né l’altra, più o meno consciamente, sono infatti in grado di accendere la miccia. Conformarsi alla tradizione e sposare May sarà per Archer la via più facile da percorrere, nonostante Ellen gli avesse dato «il primo scorcio di una vita vera».

    Una vita vera stritolata dalla “ragion di famiglia”, dalla tranquillità di una quotidianità domestica da sempre accarezzata, in cui non c’era spazio per il nuovo che scardina le vecchie abitudini e mette in discussione le proprie certezze. Qualcuno potrebbe comunque pensare che, a voler essere ottimisti, la resa di Archer non sia totale: rifugiandosi nel cantuccio della propria immaginazione, l’avvocato newyorkese continua a figurarsi la propria relazione con Ellen in maniera astratta, «come un amore immaginario» di un dipinto, rimpiangendo «la visione completa di tutto ciò che aveva perduto».

    A cura di Mattia Rizzi

     

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  • La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)

    La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)

    La città incantata: «La sparizione di Chihiro»

    Quando cala la notte le strade delle terme di Aburaya si popolano di ombre senza volto e di creature del folklore giapponese. Le luci delle lanterne rosse delle locande si accendono e il cuore a vapore del complesso dei bagni pubblici torna a pompare aria calda nelle arterie dello stabilimento. Di giorno invece questo luogo è deserto e assomiglia a un parco dei divertimenti abbandonato: così almeno lo avevano inteso la madre e il padre di Chihiro quando, nonostante i timori della figlia, vi si erano avventurati incautamente. Trascinati dal profumo di piatti fumanti, i due avevano consumato le pietanze destinate agli spiriti e, proprio come i compagni di Odisseo, si erano trasformati in porci grufolanti.

    Chihiro spera di svegliarsi presto dall’incubo in cui sembra essere rimasta da sola. Ad accompagnarla in questo viaggio di formazione che la attende ci sarà però il giovane Haku. Su suo consiglio la ragazza si reca dalla proprietaria delle terme, perché l’unico modo per sopravvivere nel mondo degli spiriti è trovarsi un lavoro. A capo di questa macchina capitalista c’è infatti la strega Yubaba, vecchia dalla testa sproporzionata e dal lungo naso adunco, da cui Chihiro ottiene un contratto: come in un rito di passaggio, però, la ragazza va incontro a una “morte” simbolica, spogliandosi del suo vecchio nome e prendendo quello nuovo di «Sen». Del resto, lungo tutto la pellicola, sono distribuiti elementi topici che suggeriscono il cambiamento cui andrà incontro la protagonista: il tunnel che attraversa la famiglia prima della metamorfosi dei genitori, il fiume che separa il mondo dei vivi da quello degli spiriti, il ponte di accesso allo stabilimento termale e una lunga ferrovia percorsa da un treno di sola andata.

    Così la non più bambina inizia un percorso di maturazione che si snoda tra la fatica del lavoro, come la pulizia delle vasche termali, e le tante azioni cortesi nei confronti dei «gentili ospiti», tra cui quel nume fluviale creduto un «dio putrido» poiché inquinato dagli uomini (ritorna così anche la materia ecologica, da sempre cara al regista). Ma il viaggio intrapreso dalla protagonista porta a una crescita condivisa anche con Haku: se infatti in virtù del suo aiuto Chihiro potrà riabbracciare i genitori e tornare nel mondo dei vivi, sarà invece grazie alla ragazza che Haku, anch’egli divinità tutelare di un fiume, potrà ritrovare il nome che gli era stato sottratto da Yubaba e riconquistare così la propria identità.

    Per noi spettatori occidentali la pellicola ha un fascino irresistibile: l’intensità onirica e la policromia dell’ambientazione, l’ottima colonna sonora del fedele Hisaishi e il raffinato gusto estetico di Miyazaki sono difficili da tradurre in parole. Così come è difficile spiegare a un fruitore non giapponese quello che è successo alla giovane Chihiro, «sparita» – come si legge nel titolo originale – poiché rapita dai kami della religione shintoista. Eppure il prodotto del regista dello Studio Ghibli, che vinse il premio Oscar come miglior film di animazione nel 2003, è ancora in grado emozionare tutti, confermandosi un capolavoro intimo e sofisticato.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Hitchcock/Truffaut

    Hitchcock/Truffaut

    François Truffaut racconta Alfred Hitchcock 

    Truffaut è seduto sulla destra. Hitchcock è in piedi sulla sinistra. Il primo ha la mano sul mento in atteggiamento pensoso e guarda il secondo con ammirazione. Il secondo getta la mano in avanti con fare esplicativo e guarda il primo dall’alto al basso. Sono disposti così i due registi nella fotografia scattata da Philippe Halsman usata per la locandina di Hitchcock/Truffaut, il documentario che ripercorre la genesi de Il cinema secondo Hitchcock, libro di Truffaut pubblicato nel 1966 ma frutto di una lunga conversazione con il cineasta britannico risalente a quattro anni prima.

    Nel 1962 Alfred Hitchcock aveva sessantatré anni ed era già il «Master of Suspense»; François Truffaut a quell’epoca aveva girato solo tre film eppure era già acclamato come critico e autore internazionale. Dopo un corteggiamento epistolare in cui il regista francese dichiarava tutta la sua stima al collega inglese, i due si incontrarono agli Universal Studios di Hollywood dove si rinchiusero per una settimana intera a parlare di cinema. Aneddoti gustosi snocciolati durante la conversazione, come quello sul lungo bacio tra Cary Grant e Ingrid Bergman in Notorious, sono solo alcuni degli elementi di un dialogo avrebbe cambiato la storia della critica cinematografica.

    Wes Anderson, David Fincher, Martin Scorsese e molti altri ci guidano attraverso un documentario che tra registrazioni d’epoca, scene dei film e chiacchierate intellettuali, non perde mai di vista il suo focus: raccontare il cinema a tutto tondo. Kent Jones mette quindi in fila uno dopo l’altro i grandi temi della poetica hitchcockiana: la suspense, il senso di colpa, l’uso dello spazio, la dimensione onirica, il rapporto con il pubblico. Il tutto sotto la lente di ingrandimento di Truffaut, il quale aveva trovato in Hitchcock un padre elettivo che lo aveva liberato come artista e a cui bisognava ora ricambiare il favore cancellandogli lo stigma di intrattenitore frivolo.

    L’ultima opera di Truffaut, che morì giovanissimo nel 1984, pochi anni dopo la dipartita di Hitchcock, fu proprio una versione aggiornata del suo libro sul regista. Il ritratto che regala ai suoi lettori è quello di un Alfred Hitchcock né star televisiva, né maestro della suspense, bensì l’Artista internazionale che scrisse con la telecamera.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Nightmare Before Christmas

    Nightmare Before Christmas

    Nightmare Before Christmas: un Natale da brividi

    Jack Skeletron ha organizzato un altro Halloween straordinario: un consesso di mostri cantanti lo ha incoronato ancora una volta re delle zucche. Eppure, nonostante i successi inanellati sembra ormai assuefatto a una routine fatta di strida e di terrore che non lo eccita più. Per questo motivo vaga senza meta in una foresta spettrale scortato dal suo cane Zero. Il suo cuore scheletrito tornerà a battere solo alla vista della policromia scintillante della Città del Natale, in cui capiterà quasi per caso e di cui si innamorerà perdutamente ricevendo così un nuovo stimolo. Jack decide infatti che quell’anno sarà la Città di Halloween ad occuparsi dell’organizzazione della festa del Natale.

    Dopo aver costretto «Babbo Na-chele» (Sandy Claws) a una vacanza forzata che assomiglia più a un sequestro, la popolazione mostruosa della Città di Halloween inizia a confezionare regali improbabili come cappelli di pipistrello o teste mozzate. Jack nel frattempo, così allampanato e filiforme, indossa barba bianca e abito rosso e si trasforma in un grottesco Babbo Natale che guida una slitta-cassa da morto trainata da renne tutt’ossa.

    Le buone intenzioni del re delle zucche si riveleranno però poco fruttuose e porteranno terrore e spavento nelle case dei bravi bambini, che arriveranno a sbarrare le porte e ad accendere i fuochi dei camini per evitare ulteriori intrusioni. Saranno solo la lungimiranza della dolce Sally e la buona volontà del vero Babbo Natale a salvare la mattina del 25 dicembre. E così, nello stesso giorno, anche la Città di Halloween si ricoprirà per la prima volta di un manto di neve bianchissima.

    Nightmare Before Christmas è un film in cui i rimandi si moltiplicano: Jack, che vuole “rubare” il Natale come il Grinch, si muove in un paesaggio dalle suggestioni gotiche degne del miglior espressionismo tedesco e ci consegna una morale di accettazione del diverso come ogni fiaba che si rispetti. L’inconfondibile stile di Tim Burton, una potente colonna sonora e l’impiego innovativo dell’animazione stop-motion sono gli ingredienti vincenti per una pellicola di culto che dopo quasi trent’anni continua a parlare ai piccoli di ieri e ai grandi di domani.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe (Buñuel en el laberinto de las tortugas)

    Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe (Buñuel en el laberinto de las tortugas)

    Nel labirinto delle tartarughe: Buñuel racconta Las Hurdas

    Sotto lo sguardo severo di suo padre e davanti a un giovane pubblico in fermento, il piccolo Luis aveva ideato un primo rudimentale film grazie a una lanterna magica: due viaggiatori di carta si avventuravano per «l’Isola sconosciuta» tra mantidi religiose gigantesche e aracnidi fuori misura. Quasi trent’anni dopo «il re del surrealismo» si sarebbe fatto anch’egli esploratore imprimendo sulla pellicola la miseria de Las Hurdas.

    Salvador Simó realizza un documentario d’animazione tratto dalla graphic novel Buñuel en el laberinto de las tortugas di Fermín Solís e racconta la storia del regista aragonese che ritrova lo slancio creativo dopo un forte periodo di crisi e gira Terra senza pane (1932) per raccontare la «realtà pura e nuda» dell’Estremadura. Accompagnato dall’amico Ramón Acín e dai due parigini Éli Lotar e Pierre Unik, Buñuel si immerge in una terra di desolazione indagata con spirito da antropologo. I quattro intellettuali coi nasi a punta e i maglioni a collo alto sembrano quasi stonare in questa cornice popolata da anime semplici, abbruttite dalla povertà e con il volto solcato da rughe profonde.

    È un mondo fatto di violenza, dove la crudeltà nei confronti degli animali filmata da Buñuel trova continuità nel senso di morte che aleggia in questi villaggi dalle strade labirintiche e dai tetti che ricordano i gusci delle tartarughe. E questa ferocia non trova requie nemmeno nei sogni del regista, da cui emerge il rapporto conflittuale con la figura paterna, in ricerca di continua approvazione, e quello con Dalì, con cui sembra essere in una competizione senza fine.

    È un mondo fatto di violenza, la stessa che avremmo trovato di lì a poco anche nella guerra civile spagnola. Tra le tante vittime vi fu anche Ramón Acín, l’amico di Buñuel e produttore di Terra senza pane. Fu fucilato dalle milizie franchiste insieme alla moglie e il suo nome venne cancellato dal documentario per un’impietosa damnatio memoriae. Ramón aveva creduto in Buñuel e aveva finanziato la sua opera di denuncia sociale. Quando negli anni Sessanta il grande regista tornò a presentare il proprio documentario reintegrò il nome di Ramón e consegnò l’incasso alle sue due figlie. Quel vecchio debito che aveva nei confronti dell’amico fu in un certo senso saldato. E anche la sua memoria non sarebbe svanita fra quella degli innocenti caduti in guerra.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • We Are Young, We Are Strong

    We Are Young, We Are Strong

    We Are Young, We Are Strong: la tragedia dell’odio

    Rostock, Germania. In un paesaggio quasi lunare un giovane neonazista si è appena battuto con la polizia e mostra agli amici la propria ferita sul costato. È il 24 agosto 1992. La tensione in città ha raggiunto il suo acme: i cittadini tedeschi si dimostrano ormai intolleranti nei confronti dei richiedenti asilo che vivono nel Palazzo dei Girasoli.

    “We Are Young, We Are Strong” si snoda nel tempo tragico per eccellenza, una giornata, e racconta gli scontri di quell’anno da tre punti di vista in un climax vertiginoso. Stefan, un liceale senza sogni alla ricerca della propria identità; Martin, suo padre, un insipido politico della SPD che non riesce a prendere una posizione; Lien, una giovane vietnamita e il bersaglio simbolico e reale della furia di massa.

    Stefan indossa il giubbotto di pelle del suo amico Philip, che si è suicidato lasciando dietro di sé rabbia e domande senza risposta. Le stesse domande tormentano anche Stefan, che è molto meno estremista dell’amico Robbie e sembra annaspare in un fenomeno più grande di lui, a cui partecipa facendosi trascinare in una violenza sempre più feroce che troverà il suo sfogo nell’assedio al Palazzo dei girasoli. Martin invece, nonostante il ruolo politico che ricopre, non ha la forza per lasciare il segno. Solo tardivamente si renderà conto di chi realmente sia suo figlio e con altrettanto ritardo cercherà di agire quando la tragedia è ormai sul punto di essere consumata. Emblematica la scena in cui ascolta la musica classica con due cuffie che lo estraniano da un mondo che sta andando in fiamme.

    Terzo protagonista di questo dramma in bianco e nero è Lien, monade più o meno solitaria di una famiglia vietnamita di cui sembra la più decisa a voler restare in Germania, dove lavora e sta costruendo il proprio futuro. Quando le violenze neonaziste erano state rivolte contro i Sinti e i Rom, Lien sembrava tranquilla, perché credeva che quelle fossero le uniche vittime designate e che una volta cacciato il capro espiatorio la furia xenofoba si sarebbe placata.

    Non possono non venirci alla mente le parole pronunciate da Martin Niemöller (1892-1984), pastore luterano sopravvissuto al campo di sterminio di Dachau:

    «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto,perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».

    I fatti di Rostock si sono consumati quasi trent’anni fa ma le immagini della pellicola sono vergognosamente attuali. Una società civile non può lasciarsi risucchiare nei gorghi di una massa bestiale ma deve saper rispondere ai crimini d’odio condannandoli e non affidarsi a soluzioni estreme gonfiate dalla paura del diverso.

    A cura di Mattia Rizzi

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