Autore: Mattia Rizzi

  • Enzo Jannacci – Vengo anch’io

    Enzo Jannacci – Vengo anch’io

    Enzo Jannacci: «E allora sarà ancora bello»

    «Jannacci, arrenditi! Sei circondato! Vieni fuori dall’edificio e rientra nel sistema!». Enzo Jannacci – Vengo anch’io, presentato Fuori Concorso al Festival di Venezia, inizia con una canzone perfetta per descrivere un irregolare come il cantautore milanese.

    È difficile infatti condensare in un film la vita, l’identità e la personalità di uno degli autori più originali della musica italiana. Dopo essersi diplomato al conservatorio e aver preso la laurea in medicina, Jannacci entra presto in contatto con i giovani protagonisti della nuova scena milanese. Nel 1958 fonda con l’amico Giorgio Gaber il duo I corsari: nella foto di lancio della Dischi Ricordi sono secchi e allampanati, bellissimi nei loro vent’anni. Il debutto da solista arriva nel 1964 e il suo primo album ha un titolo programmatico: La Milano di Enzo Jannacci. La topografia, la gente e la lingua milanese, infatti, costituiranno spesso l’ossatura delle canzoni del cantautore: che fosse la Milano distrutta dalla guerra o quella marginale di Lambrate, la Milano popolare delle case di ringhiera o quella scintillante dei locali notturni, il capoluogo lombardo è stato centrale nella produzione comico-artistica del cantante.

    Il documentario di Giorgio Verdelli – come dichiara lo stesso regista – «non è una biografia di Enzo Jannacci, ma un’esplorazione del suo mondo», fatto di amici, allievi e colleghi, che lo ricordano ancora con tenerezza e affetto. Gli aneddoti si rincorrono l’uno dopo l’altro e ciascuno restituisce un’idea diversa del cantautore proteiforme: Roberto Vecchioni, tra i sedili in legno di un tram, lo definisce l’unico grande genio musicale italiano; Paolo Rossi, dietro un tavolo di un’osteria dell’Ortica, lo ricorda come un padre e un fratello. È inevitabile, però, che le parole più commosse siano quelle del figlio Paolo, a cui mancano la voce del papà, che faceva vibrare le anime, e la possibilità di poter sorridere con lui dei guai della vita.

    Improvvisatore jazz, genio imprevedibile, lucido anticipatore dei nostri tempi, Enzo Jannacci sta stretto dentro qualsiasi definizione gli si dia: buffone dissacrante come Fo, poeta colto come Conte o interprete poliedrico come Gaber? Una risposta definitiva non può e non deve esserci. Ciò che resta sono le esibizioni irripetibili, la teatrale presenza scenica e l’ironia stralunata, il tutto dietro la montatura spessa dei suoi occhiali da vista.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Origin

    Origin

    Compassione, cura e solidarietà: la lezione di Isabel Wilkerson

    «Un mondo senza le caste renderebbe tutti liberi». Si chiude così Caste: The Origins of Our Discontents, il libro di Isabel Wilkerson dedicato al sistema discriminatorio su cui da secoli si regge la nostra società. Origin di Ava Du Vernay ripercorre la genesi del volume, seguendo le tappe del processo intellettuale che si cela dietro la scrittura di un’opera diventata un caso editoriale.

    Dopo aver perso prima il marito e poi la madre, Isabel trova la forza per dedicarsi a un nuovo progetto: un libro che indaghi il rapporto tra il razzismo americano, il totalitarismo nazista e il sistema di caste indiane. Sebbene amici e colleghi siano perplessi e non riescano a trovare il filo-rosso che lega questi temi, l’intento della scrittrice è chiaro: dimostrare che dietro a crimini apparentemente riconducibili all’odio razziale si cela in realtà una stratificazione sociale gerarchica da cui derivano le discriminazioni nei confronti di gruppi considerati inferiori.

    Ricostruzione documentaria, realizzazione di interviste e indagini sul campo sono le tappe necessarie per confezionare un’opera che non ha la pretesa di risolvere il problema messo in luce, quanto la speranza di fornire alcuni strumenti per affrontarlo correttamente. Wilkerson individua infatti otto pilastri che sorreggono il sistema delle caste, dall’endogamia alla disumanizzazione dell’individuo, e indica una strada da percorrere per imparare a riconoscerli.

    Pur mantenendo sempre un andamento lineare, Origin si sposta nello spazio e nel tempo e mescola la storia personale di Isabel alle vicende degli intellettuali e degli statisti che, prima di lei, si sono occupati del sistema delle caste. Aunjanue Ellis-Taylor consegna al pubblico una solida interpretazione della giornalista, restituendo un’immagine dignitosa e convincente della vincitrice del premio Pulitzer. Il risultato è un film sì un po’ retorico, con picchi molto didascalici soprattutto nel finale, e tuttavia dall’intento nobile: apprendere i valori della compassione, della cura e della solidarietà per uscire «dai solchi consumati della routine» e scardinare così la gerarchia castale.

    A cura di Mattia Rizzi

     

     

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  • Enea

    Enea

    Castellitto, «che fretta c’era?»

    Tre cellulari, due sigarette elettroniche e le airpods sempre nelle orecchie. Enea (Pietro Castellitto) si presenta così, come un imprenditore sicuro di sé, coi capelli pettinati all’indietro e le giacche indossate sopra le tute. Figlio di un affermato psicoterapeuta (Sergio Castellitto) e di una stimata conduttrice televisiva (Chiara Noschese), possiede un ristorante di sushi, insegna tennis in un ricco club romano e si innamora della bella Eva (Benedetta Porcaroli). Il suo amico di sempre è Valentino (Giorgio Quarzo Guarascio), eccentrico aviatore figlio di una madre depressa e di un padre al quarto matrimonio.

    Enea è «un gangster movie senza la parte gangster. Una storia di genere senza il genere» – per dirla con le parole dello stesso Pietro Castellitto, che del film è regista, sceneggiatore e protagonista. Il secondo lungometraggio del giovane autore romano racconta una storia d’amicizia. Enea e Valentino sono i figli di una Roma opulenta e vacua. «Mossi dal mistero della giovinezza» (o forse solo dalla noia), i due amici sono alla ricerca di un qualcosa che dia una scossa alle loro vite patinate. Stanchi infatti delle feste sorrentiniane di cui sono organizzatori o protagonisti, Enea e Valentino iniziano a spacciare droga. Non lo fanno per guadagnare soldi o per ottenere potere ma «per testare il cuore, per capire fino a che punto ci si possa sentire vivi oggi».

    Castellitto mette in scena il dramma dei giovani adulti, insoddisfatti di una vita non all’altezza delle loro aspettative e alla continua ricerca di stimoli, e lo fa raccontando la crisi e le nevrosi delle famiglie borghesi, incapaci di comunicare i propri sentimenti e prigioniere di esistenze da cui vorrebbero evadere. Tra l’ipocrisia con cui conducono le proprie vite e le vere difficoltà che non riescono quasi mai a raccontarsi a voce alta, i personaggi del film cercano il proprio posto in un mondo cinico e volgare; un paese di canzonette, tra Lu Colombo e Loretta Goggi, la cui splendida Maledetta primavera chiude il film con una nota dolceamara.

    Sorretto da dialoghi spesso dozzinali e farciti da una filosofia spicciola, Enea è un film che strizza l’occhio a qualche maestro ma cerca di proseguire lungo una strada autonoma, talvolta perdendo di vista la meta. Mescolando generi e modelli, il regista realizza infatti un prodotto ambizioso che pecca però di presunzione e non sembra completamente riuscito. Resta solo la pia illusione che, in realtà, Castellitto ci stia prendendo tutti in giro.

    A cura di Mattia Rizzi

     

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  • Evil Does Not Exist (Aku wa sonzai shinai)

    Evil Does Not Exist (Aku wa sonzai shinai)

    Un equilibrio precario

    Il ditino di Hana indica le piante della foresta innevata. La bambina è sulle spalle del papà Takumi e cerca di identificare gli alberi che ha attorno. Il tenero esercizio di botanica fotografa bene il rapporto tra padre e figlia, costruito su una silenziosa complicità fatta di poche parole. Dialoghi ridotti e ben calibrati scandiscono anche la prima parte di Evil Does Not Exist, l’ultimo film di Ryusuke Hamaguchi, che inizia e procede lento, accompagnato dai suoni del bosco.

    Takumi e Hana vivono nel villaggio Mizubiki, un’isola felice nei pressi di Tokyo che sta però per andare incontro a un tentativo di gentrificazione. Un’agenzia di spettacolo ha infatti ottenuto dei fondi dal governo per costruire un glamping di lusso. Oltre ad essere in generale poco inclini all’idea, i cittadini credono soprattutto che la fossa settica della struttura possa inquinare le falde acquifere della zona, compromettendo l’acqua delle sorgenti. Il colloquio che i residenti hanno coi due referenti del progetto è disastroso: la riunione cittadina si trasforma in un verboso fiume di parole che interrompe i lunghi silenzi delle prime scene.

    Evil Does Not Exist riflette proprio sul delicato e complesso equilibrio tra uomo e natura, recuperando un argomento centrale in un paese di contraddizioni, diviso fra tradizione e progresso, come il Giappone. Hamaguchi invita anche alla riflessione su temi già propri della filmografia nipponica, dal complicato rapporto con la modernità alla stringente necessità di preservare la natura. Come ammonisce il sindaco del villaggio Mizubiki, infatti, mettere a rischio l’armonia tra l’uomo e il mondo naturale ha delle conseguenze funeste. Non a caso, forse, lungo il corso della pellicola, sono distribuiti alcuni segnali mortiferi e simbolici (rapaci in volo, carcasse di cervi, spine insanguinate) che sembrano presagire una tragedia prossima e inevitabile.

    Sorretto dalla eccellente colonna sonora di Eiko Ishibashi, già autrice delle musiche di Drive My Car, il regista premio Oscar racconta con intima attenzione un dramma comunitario caricato sulle spalle di un singolo uomo. Un finale di difficile interpretazione spiazza e lascia interdetto il pubblico, la cui attenzione è costantemente sollecitata. La sequenza di chiusura ci riporta infine a quella con cui si è aperto il film, restituendo un senso di circolarità e ciclicità, proprio come quello che regola la natura. Evil Does Not Exist ci congeda infatti come ci aveva accolto: con uno squarcio di cielo tra una cornice di rami che si allungano l’uno verso l’altro.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Ferrari

    Ferrari

    Enzo Ferrari: l’uomo

    Nel secondo dopoguerra il mito di alcune famiglie imprenditoriali italiane si impose con forza nell’immaginario del paese. Tra i protagonisti più popolari della nuova “nobiltà borghese” vi fu sicuramente Enzo Ferrari, a cui è dedicato l’ultimo film di Michael Mann, che racconta un momento cruciale della vita del Commendatore.

    Siamo nella Modena del 1957. A un solo anno dalla morte del figlio Dino, il fondatore della casa automobilistica (Adam Driver) è costretto ad affrontare anche le difficoltà economiche della propria azienda. Vincere la Mille Miglia, celebre corsa su strada, potrebbe restituire importanza al marchio Ferrari, attirando nuovi partner finanziari. Ma lo scintillio delle vetture non brilla abbastanza da celare anche la crisi personale che investe la famiglia di Enzo. Il matrimonio tra lui e la moglie Laura (Penélope Cruz) è funestato dai lutti e dalle relazioni extra-coniugali dell’Ingegnere, da una delle quali, durante la guerra, era nato un figlio che attendeva di essere riconosciuto come legittimo.

    Enzo Biagi scrisse che per Ferrari «esistevano solo il rumore delle sue macchine e il silenzio delle sue riflessioni»: un’idea che è resa bene nel film, dove gli assordanti rombi delle vetture da corsa, i cui suoni sono stati registrati utilizzando dei veicoli identici a quelli dell’epoca, si alternano alle poche e calibrate parole del Commendatore. Cinico self-made man che chiede ai suoi piloti una dedizione mortale (correre in macchina è «una passione letale e una gioia terribile»), Ferrari è messo in scena con le sue umane debolezze, algidamente celate in pubblico e rivelate solo nel privato. Luogo topico, in questo senso, è il mausoleo di famiglia, che diventa lo spazio del dolore più intimo e della confessione più sincera ma che Enzo e la moglie non frequentano mai insieme. In una città di provincia come Modena, pubblico e privato si mescolano di continuo e a pagarne le conseguenze è soprattutto Laura, passionale mater dolorosa straziata dalla morte del figlio.

    Frutto di un attento lavoro di ricostruzione durato anni, Ferrari porta a Venezia i temi già cari al regista (la famiglia e i motori) ma lo fa con un lungo strascico di polemiche, legate sia alla mescidanza linguistica dei dialoghi (che risulta fastidiosa in realtà solo per noi italofoni) sia alla scelta di affidare ruoli di protagonisti della storia italiana a interpreti stranieri. È giusto – si è chiesto qualcuno – che gli attori americani interpretino personaggi italiani in grandi produzioni estere? A prescindere da mere questioni di nazionalismo cinematografico, varrebbe piuttosto la pena riflettere sulla domanda posta da Andrea Iervolino, uno dei produttori di Ferrari: perché il cinema italiano, dopo una grande stagione passata, non è più stato in grado di creare uno star system riconoscibile nel mondo?

    A cura di Mattia Rizzi

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  • El Conde

    El Conde

    Pinochet: dittatore, fascista e vampiro

    Senza la sua arrogante divisa sembra quasi irriconoscibile. Eppure è proprio Augusto Pinochet, il militare che nel 1973 rovesciò il governo presieduto da Salvador Allende in Chile. È invecchiato: alcune macchie gli segnano il volto; indossa una tuta sportiva e calza un paio di Nike. Vive reietto ai confini della sua terra, in una casa fatiscente con le assi del pavimento divelte e le pareti decorate tristemente. È una monade solitaria che condivide l’esilio con una moglie egoista e un servo poco devoto. Ogni tanto incontra i suoi cinque figli, dissoluti opportunisti a caccia di un’eredità forse inesistente. A questo microcosmo fatto di individualismo e sofferenze, va aggiunta anche un’ambigua suora-esorcista, reclutata da una delle figlie del generale per scacciare il demonio dal corpo del padre.

    Sì, perché oltre ad essere un dittatore criminale e fascista, il Pinochet di Pablo Larraín è pure un vampiro succhia-sangue, celebre creatura del folklore slavo che divenne popolare soprattutto durante il corso del Settecento. Non a caso il Pinochet del regista muove i suoi primi passi proprio durante la Rivoluzione francese, attraversa due secoli e arriva fino al Cile degli anni Settanta. Ora in preda a una crisi esistenziale, il vampiro-dittatore sembra intenzionato ad abbandonare il privilegio della vita eterna: resterà fedele ai propri intenti?

    Il Pinochet di El Conde è una creatura della notte che abita gli incubi dei cileni ed è ancora in grado di divorarne i cuori: «I vampiri non muoiono, non scompaiono, e nemmeno i crimini e le ruberie di un dittatore che non ha mai affrontato la giustizia» – ha affermato il regista, già autore di Tony Manero (2008), Post Mortem (2010) e No – I giorni dell’arcobaleno (2012). E tuttavia, mostrando per la prima volta la brutale impunità che Pinochet rappresenta, il generale viene finalmente messo sotto processo. Con la sua operazione dissacrante, Larraín si inserisce nel solco della tradizione cinematografica della satira che, da Il grande dittatore in avanti, trova nella commedia nera lo strumento migliore per denunciare la follia del potere. E il generale non è l’unico ad essere colpito dagli strali affilati del regista, che mietono vittime anche altrove, dai protagonisti di un certo conservatorismo politico ai membri di una chiesa arraffona e amorale. Per non parlare del gustosissimo coup de théâtre della pellicola, ennesima stilettata ben assestata, che è bene non rivelare a chi non ha ancora visto il film.

    Uscito a cinquant’anni esatti dal golpe con cui Pinochet prese il potere, El Conde è una dark comedy in bianco e nero allucinata e grottesca; un giusto monito – come ricorda il regista – «del perché la storia debba necessariamente ripetersi, per ricordarci quanto le cose possono diventare pericolose».

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Oppenheimer

    Oppenheimer

    Il Prometeo del Novecento: Oppenheimer secondo Nolan

     

    Con la distruzione di Hiroshima e Nagasaki i fisici conobbero il peccato. È la frase epigrammatica con cui nel 1948 J. Robert Oppenheimer, padre della bomba atomica, commentò l’olocausto nucleare che cambiò per sempre il mondo.

    Come aveva già fatto in Dunkirk, con Oppenheimer Nolan sceglie di raccontare la grande Storia e lo fa attraverso un gruppo minimo di individui al cui vertice spicca il celebre fisico statunitense. Interpretato da un magistrale Cillian Murphy, Oppenheimer è una personalità sfaccettata, protagonista della comunità scientifica internazionale ma anche «donnaiolo, sospetto comunista, instabile, teatrale, egocentrico e nevrotico» – così lo descrive Leslie Groves, il comandante militare del noto Progetto Manhattan.

    Tra tormenti ed eccitazioni, allucinazioni e deliri, lo spettatore viene sin da subito proiettato nella mente del protagonista, in un’infinita reazione a catena scandita da un uso sapiente delle musiche: un plauso in tal senso va al lavoro di Ludwig Göransson e alle scelte di Nolan, che riesce a fare della parte sensoriale la grande protagonista della pellicola, ragionando sull’audiovisivo alla sua massima espressione (IMAX, pellicola 70 mm, Dolby Surround).

    Connotato da una forte marca autoriale e tematica, il cinema di Nolan ha visto in più occasioni punti di incontro tra biografia e narrazione di finzione. Anche Oppenheimer viene scelto dal regista come una delle tante figure su cui costruire un proprio doppelgänger. All’interno della pellicola assistiamo infatti al riproporsi di un rapporto di collaborazione-sudditanza con il fratello (The Prestige), alla riflessione sull’importanza della compagna nel successo della vita lavorativa (Inception), al tema della difficoltà dei genitori nel provare amore verso i figli (Interstellar). 

    Oppenheimer riesce però a porre anche una questione morale, legata al futuro dell’umanità. Fin dall’inizio del film, il fisico viene infatti accostato a un grande peccatore”, Prometeo, il cui mito persiste lungo tutta la tradizione occidentale, dalle sue origini pre-elleniche fino all’età moderna. Eschilo scrisse che l’unico torto di Prometeo fu quello di «agire in favore degli uomini»: egli infatti, spinto dalla sua philanthropía, si oppose alla volontà di Zeus e salvò la schiatta dei mortali. Oppenheimer, eroe moderno di cui ripercorriamo l’epopea, sembra invece ribaltare la prospettiva: anch’egli pecca di hybris ma si fa «Morte, il distruttore di mondi» e suggerisce così allo spettatore una riflessione sui limiti del progresso, sul rapporto tra scienza e politica e sui drammi del Novecento.

    Se già negli anni Sessanta, in piena guerra fredda e dopo i moniti degli studiosi, la società rifletteva sull’esistenza di una minaccia planetaria sempre meno controllata, oggi la situazione non sembra essere cambiata di molto e gli uomini proseguono pericolosamente lungo un crinale stretto e scivoloso.

    A cura di Mattia Rizzi e Andrea Valmori

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  • Vacanze Romane

    Vacanze Romane

    Profumo di Vacanze Romane

    Promessa e nostalgia. Ecco i due poli entro cui oscilla la stagione dell’estate. La promessa del meritato tempo di riposo e la nostalgia dei giorni trascorsi veloci. L’attesa di un amore estivo e il rimpianto di una storia finita troppo in fretta. Tra promessa e nostalgia si collocano anche le vicende di Vacanze romane, commedia del 1953 che fotografa in bianco e nero un’Italia romantica e stereotipata, tra pizzicarole in grembiule e curati col cappello nero.

    Anna (Audrey Hepburn) è una giovane principessa in visita diplomatica a Roma. Insofferente al cerimoniale di corte e attratta dalla mondanità romana, la ragazza progetta una fuga dalla turris eburnea in cui è confinata. La Città Eterna le riserva un incontro con Joe (Gregory Peck), giornalista squattrinato che lavora per l’agenzia American News Service. I due trascorrono insieme una breve vacanza sotto il segno di una doppia bugia. Lei, infatti, per godersi una giornata lontana dal palazzo, non rivela la sua vera identità; lui, invece, perfettamente consapevole di chi ha davanti, spera di poter realizzare un’intervista con cui guadagnare una bella somma di denaro.

    La scoperta della città, luogo per eccellenza della modernità, si traduce per la principessa in una sorta rito di passaggio, ben simboleggiato dalla scelta di farsi tagliare i lunghi capelli. Sciolta finalmente dai lacci della vita cortese e in sella all’iconica Vespa, Anna sperimenta il brivido della libertà, partecipando perfino a una rissa su un dancing galleggiante ai piedi di Castelsantangelo. Accompagnata dall’affascinante Gregory Peck e dal divertente Eddie Albert, la giovane Audrey Hebpurn, poi consacrata a icona di eleganza senza tempo, è perfetta per interpretare il ruolo della principessa Anna, forse ispirato alla vita di Margaret, la sorella ribelle della regina Elisabetta.

    Tra un gelato in Piazza di Spagna e un bacio fradicio dopo un tuffo nel Tevere, Vacanze romane di William Wyler racconta una fiaba moderna dalle tinte romantiche, il cui finale lascia in bocca il sapore dolceamaro degli ultimi giorni estivi: Anna incontrerà Joe un’ultima volta a una conferenza stampa, dove la principessa si concederà un ultimo strappo istituzionale. Quando le chiedono quale città abbia apprezzato di più durante il suo viaggio diplomatico, la ragazza risponde che il ricordo di Roma non la abbandonerà mai. È infatti proprio la Città Eterna la vera protagonista di questa pellicola, cornice perfetta per una storia d’amore fugace e impossibile, divisa tra la nostalgia di quel che è stato e la promessa di ciò che forse non sarà mai più.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Tàr

    Tàr

    Lydia Tár: storia di una donna al vertice

    «Time is the thing. You cannot start without me». Le parole pronunciate da Lydia Tár, programmatiche e lapidarie, aiutano a inquadrare il personaggio: direttrice della prestigiosa Filarmonica di Berlino, Lydia Tár ha sfondato il soffitto di cristallo ma non è stata in grado di liberarsi dalle logiche di una società viziata. Affermata donna di potere, è perfettamente consapevole del peso che deriva dal ruolo che ricopre e dell’influenza che può esercitare sulle altre persone. L’ultimo lungometraggio di Todd Field ne ricostruisce con attenzione la parabola discendente, dal successo più scintillante fino ad un esilio miserevole e senza gloria.

    Lento e verboso nella prima parte, Tár prosegue in maniera sempre più coinvolgente, trascinando lo spettatore al ritmo di una melodia abilmente diretta da Lydia. Donna bifronte capace di crudeltà gratuite o di gesti amorevoli, la direttrice seduce infatti chiunque la circondi in pubblico. L’interpretazione magistrale di Cate Blanchett, su cui si regge l’intero film, ci regala un personaggio talmente completo e sfaccettato da sembrare reale e non solo immaginario. Piene di pathos le scene durante le quali l’attrice si scatena nella conduzione dell’orchestra, sequenze raffinate che aprono uno squarcio su un universo misterioso. Infatti, tra l’impiego della lingua tedesca, idioma con cui Tár si rivolge ai suoi musicisti, e i tecnicismi propri di una disciplina del genere, spesso si ha l’impressione di rimanere solo sulla soglia di un mondo a cui pochi possono accedere.

    Dalla cancel culture alle conseguenze della diffamazione online, Tár è un film che sfiora temi molto caldi e al centro del dibattito contemporaneo. Il cuore della pellicola, però, è la riflessione sul potere. Una volta al vertice, infatti, sfruttando la propria influenza carismatica e abusando della sua autorità, Lydia Tár si macchia degli stessi comportamenti deplorevoli solitamente messi in atto da uomini influenti. È evidente che parte del problema stia nella società fortemente patriarcale, fondata su logiche sbagliate e dannose per tutti; logiche che sono state introiettate dalla stessa Lydia, la quale, all’interno di una coppia omossessuale, si presenta come il «padre» di sua figlia. Ma il regista sembra invitarci ad approfondire anche un’altra questione, ossia il logorio che deriva dal potere in sé, indipendentemente da chi lo detiene. Accecati e avvelenati da esso, infatti, donne e uomini si approfittano di chi occupa posizioni inferiori e abusano di loro, spesso portandoli a compiere gesti estremi.

    E poco importa se Lydia Tár è terribilmente brava in quello che fa, posseduta da quella manìa antica che si manifesta durante le sue esibizioni. Alla fine la pena da scontare arriva per tutti. Il cinismo delle azioni di Lydia non può restare impunito e la stessa direttrice sembra sviluppare anche un larvato senso di colpa. Chissà quanti spettatori alla fine del film, in virtù della sublime prova attoriale di Cate Blanchett, avranno provato empatia per una sì donna colpevole ma ormai relegata ai confini del mondo.

    A cura di Mattia Rizzi

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  • Sanctuary

    Sanctuary

    Sanctuary: in bilico tra verità e finzione

    Un caschetto biondo le nasconde la riccia chioma corvina. Rebecca, spudorata femme fatale, è una dominatrice di professione. Tra i suoi clienti c’è anche Hal, giovane rampollo di una ricca famiglia e prossimo amministratore delegato della catena d’alberghi del padre. Sanctuary, secondo lungometraggio di Zachary Wigon, esplora la torbida relazione tra i due e mette in scena un sofisticato gioco al massacro che oscilla tra ricatti calibrati e follia sregolata.

    Grazie al rapporto con Rebecca, Hal dà sfogo alle sue fantasie sessuali ed esplora i propri traumi irrisolti, in particolare quelli legati al complicato rapporto col padre, che, morendo, ha lasciato una cospicua eredità e un modello di uomo irraggiungibile. Le perversioni del ragazzo, però, si manifestano solo nell’intimità celata di una camera, laico sancta sanctorum di un tempio a cui può accedere solo una sacerdotessa dell’umiliazione come Rebecca.

    Sanctuary, infatti, è un film dagli spazi teatrali e le sue vicende si svolgono quasi esclusivamente nelle stanze di un hotel, le cui pareti color rosso pompeiano e ottanio sono bagnate dalla luce calda delle lampade. Lo stesso regista, consapevole del rischio che il film potesse risultare «uno spettacolo teatrale filmato», ha cercato di spingere al massimo le possibilità della videocamera verso l’espressionismo stilistico.

    Ma la componente teatrale di Sanctuary è forse riscontrabile anche in un altro aspetto del film, ossia quello che indaga il rapporto tra il vero e il falso. L’intreccio tra realtà e finzione, che sul palcoscenico si esplicita nella relazione tra «la materia reale» degli attori e «la materia di sogno» dei personaggi, costituisce la magia stessa del teatro. Se però a teatro è facile distinguere la prima dalla seconda, nel film di Zachary Wigon non si riesce a chiarire cosa sia recitato e cosa sia reale nella relazione tra Hal e Rebecca.

    Lui, infatti, è drammaturgo del suo stesso dolore, perché fornisce dei dettagliati copioni alla donna, la quale, con una discreta prova attoriale, indossa i panni di una mistress spietata che annichilisce il proprio schiavo e gli concede momenti di piacere solo in maniera centellinata. Lei, invece, che è in una posizione di potere solo durante le sessioni di dominazione, dapprima cerca di ribaltare i rapporti di forza con Hal ricattandolo, e poi gli confessa di aver persino lasciato il proprio ragazzo per dedicarsi solo a lui, nei confronti del quale è evidente che provi qualcosa che va oltre il mero aspetto lavorativo.

    Pur costringendo una vicenda turbolenta entro lo spazio angusto di una camera d’hotel, Sanctuary è un film che si diverte ad esplorare la strada percorribile tra gli estremi, dal lecito all’illecito, dalla verità alla finzione, dal potere alla sottomissione, e lo fa seducendo lo spettatore con una pellicola raffinata e coinvolgente.

    A cura di Mattia Rizzi

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