Autore: Emma Onesti

  • Todo el silencio

    Todo el silencio

    Todo el silencio

    In Italia sono sette milioni le persone con problemi di udito (il 12% della popolazione) e circa centomila quelle, tra udenti e non udenti, che conoscono e utilizzano la LIS (Lingua dei Segni Italiana). In altri Paesi le proporzioni possono variare, ma le criticità e le incongruenze comunicative tra chi presenta un deficit sensoriale come la sordità e il resto della popolazione restano un problema diffuso.

    Nell’opera prima Todo el Silencio del regista messicano Diego Del Rio, questa questione è il perno su cui ruota la vicenda di Miriam (Adriana Llabres), attrice di teatro e insegnante di LIS in una scuola, che scopre di essere vicina alla totale perdita dell’udito come sua madre prima di lei. Il film affronta in modo delicato e sincero il tema della diversità, mettendo in scena differenti sfumature di una condizione che viene spesso rappresentata con stereotipi e generalizzazioni. La società esterna è un ambiente ancora e spesso ostile verso chi presenta delle diversità, dei deficit o disfunzioni, ma esistono luoghi sicuri, accessibili e positivi dove ritrovare una possibile agency e rappresentanza (un locale e discoteca pensato per chi ha problemi di udito, un’opera teatrale recitata in LIS di cui Manuel è protagonista).

    Un ultimo aspetto riguarda proprio il ruolo del teatro che diventa metafora del cambiamento di vita a cui Miriam è destinata: in un confronto con il suo amico Manuel, la donna afferma che per lei il teatro è solo parola, voce, e di conseguenza ascolto. Lui, sorridendo, le dice che è un modo troppo rigido di pensare al teatro e che lei sta per entrare in un nuovo mondo e deve iniziare a pensare diversamente, con schemi e abitudini differenti. Lei, in lacrime, conclude dicendogli che non vuole entrare in un nuovo mondo, perché quello che conosce è quello che le piace. Questa fatica, questa difficoltà dell’accettazione di un cambiamento imposto, è ciò che esprime la fragile umanità di un film la cui distanza è ben calibrata, giusta, e sorprendente.

    A cura di Emma Onesti

     

    Leggi tutto: Todo el silencio
  • C’eravamo tanto amati

    C’eravamo tanto amati

    C’eravamo tanto amati: a volte ritornano

    «Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano» cantava Venditti in una delle sue canzoni più famose che, se volessimo renderla ideale manifesto del film di Scola del 1974, potrebbe intitolarsi invece Amici sempre. C’eravamo tanto amati non è, infatti, una storia
    d’amore tra due personaggi, ma una storia d’amicizia e di rimpianti, un inno all’Italia che cambia dopo la guerra e una pura celebrazione del cinema come possibilità di salvezza.

    Ci sono Antonio, Gianni e Nicola, tre amici ex-partigiani ed estremamente diversi tra loro, e c’èLuciana, indecisa tra tre possibilità, tre futuri alternativi con ognuno di essi. È difficile scrivere qualcosa di nuovo su un capolavoro così significativo e rappresentativo della storia del cinema italiano, sul quale si sono espressi innumerevoli critici e testate specializzate. Guardare oggi, però, nel 2023, un film del genere fa quasi lo stesso effetto di ascoltare la canzone di Venditti sopracitata: una nostalgia per qualcosa che non si è vissuto, un misto di tristezza e desiderio per i tempi andati, il mistero e la resa verso qualcosa che non tornerà.

    Gli stessi personaggi provano continuamente questi sentimenti, mentre li guardiamo invecchiare e farsi cambiare dalle circostanze e dalla società: confessano i loro pensieri e passioni nascoste in un tempo sospeso, come nell’opera teatrale Strano interludio a cui assistiamo all’inizio, si rifugiano in set cinematografici reali o immaginari, “lasciano o raddoppiano” quotidianamente con Mike Bongiorno in sottofondo, si ritrovano dopo anni solo per poi lasciarsi di nuovo.

    Il finale è infatti la parte più sorprendente del racconto, lo scontro definitivo con la realtà che si cercava di allontanare. Una sera Gianni e Nicola rincontrano dopo 25 anni Luciana, ora sposata con Antonio, fuori da una scuola elementare dove tante famiglie si sono riunite per protestare chiedendo il diritto all’istruzione (non più il cinema come scuola, ma la scuola reale, quella vera).
    Qui Gianni confessa alla donna, senza alcun tempo sospeso né silenzio drammatico né illuminazione teatrale, di non aver mai smesso di amarla in tutti gli anni che hanno trascorso lontani.

    Ma lei, invecchiata e disillusa, lei che voleva fare l’attrice sul set de La dolce vita, non crede più ai grandi amori, alle storie immaginarie, alle favole del cinematografo; gli dice che sono cose passate, che è spostata con dei figli ora. Alla fine di tutto, soltanto Gianni, che può permetterselo, si tuffa nella piscina della sua villa da milionario e può continuare a vivere nel passato perché il presente non gli crea problemi, mentre tutti gli altri si allontanano in un boh collettivo, una conclusione ambigua, semplice ma aperta verso il futuro.

    A cura di Emma Onesti

    Leggi tutto: C’eravamo tanto amati
  • Gli spiriti dell’isola

    Gli spiriti dell’isola

    Gli spiriti dell’isola ci parlano di noi

    Giunto al suo quarto lungometraggio, Martin McDonagh torna nella terra dei suoi padri, l’Irlanda, per un omaggio ironico e grottesco ambientato nelle lande desolate e magiche del Paese. I protagonisti (Farrel e Gleeson) non sono più i colleghi assassini che si nascondono tra le strade acciottolate di Bruges come nell’opera prima del regista (In Bruges – La coscienza dell’assassino, 2008), ma sono due abitanti dell’isola immaginaria ma non troppo di Inisherin, amici di lunga data e poi all’improvviso non più.

    Uno dei due (Colm/Gleeson), infatti, rifiuta categoricamente l’amicizia e la vicinanza dell’altro (Pàdraic/Farrel) definendolo noioso e inutile, preferendo dedicare la sua vecchiaia alla composizione di musica folk per il violino. Questa richiesta risulta totalmente infondata all’amico che cerca in ogni modo di recuperare il rapporto, anche quando l’altro lo minaccia di tagliarsi un dito ogni volta che proverà a rivolgergli la parola. Così accade: una serie vicende ridicole e insensate porteranno a tragedie ben più grandi e alla costruzione di una favola dark e satirica basata sul teatro dell’assurdo.

    Il titolo originale The banshees of Inisherin fa riferimento a delle creature fantastiche appartenenti al folklore irlandese: spiriti di donne che presagiscono la morte di un membro di una famiglia a cui sono legate. Nel film esse sono incarnate dalla signora McCormack, un’anziana abitante del villaggio che osserva e conosce tutti. È lei a preannunciare la tragedia imminente e a compiacersi delle disfatte altrui.

    Ci troviamo in un luogo sperduto, un’isola nell’isola, nell’aprile 1923 durante la guerra civile irlandese, e fin da subito la fine dell’amicizia tra i due protagonisti diventa il pettegolezzo più discusso. Essa si trasforma in una guerra personale di cui l’intero paesino segue le vicende: accadimenti che non hanno una morale né una motivazione o un significato, ma sono semplicemente dettati da una scelta specifica di un solo personaggio che sente il peso del tempo e dell’inutilità della vita.

    Colm decide infatti di sfruttare gli anni che gli rimangono per comporre musica, pur sapendo che senza dita non potrà più farlo. È soltanto desiderio di cambiamento, di essere ricordato oppure voglia di adrenalina? Gli altri personaggi ne subiscono gli effetti, a partire dalla sorella di Pàdraic che sceglie di lasciare l’isola per iniziare a lavorare. L’unico che sembra non esserne influenzato se non passivamente è proprio Pàdraic che viene definito da tutti come un “brav’uomo”, uno di quelli che si rivolge agli animali quando è triste. Fino a quando il suo asinello muore e smette di esserlo, dando fuoco alla casa di Colm con l’intenzione di protrarre questo dissidio, come fosse una metafora della guerra civile che si intravede all’orizzonte.

    A cura di Emma Onesti

    Leggi tutto: Gli spiriti dell’isola
  • Monica

    Monica

    Monica: identità di un corpo

    Una cornice in 4:3 si apre su un volto in una cabina abbronzante; un viso illuminato che ci intriga dal primo istante: di lei, di Monica, non sapremo quasi niente durante tutto il film, ma diverrà parte della nostra famiglia.

    La sua, di famiglia, che l’aveva esclusa e rifiutata anni prima, la ricontatta invece quando il cancro al cervello della madre diventa terminale, presentandola a quest’ultima, che non la riconosce, come una nuova badante. Assistiamo al graduale avvicinamento tra i corpi dei personaggi, attraverso silenzi e sguardi significativi.

    I primi piani dell’attrice Trace Lysette sono come dipinti fiamminghi che indugiano su ogni linea del viso, sulle curve di un corpo sensuale e denso, che si muove e respira in uno spazio in cui viene da noi continuamente guardato. Percepiamo tutta la distanza tra passato e presente, il non detto tra Monica e una madre che non si riconosce più, che non è più autosufficiente e non ha mai voluto affrontare le problematiche familiari.

    Il film è il terzo capitolo di una trilogia a cui Andrea Pallaoro ha dato inizio con Medeas (2013) e poi Hannah (2017), anch’essi presentati a Venezia. Monica, un altro nome femminile, un’altra età della donna, una nuova ricerca dell’individualità, rappresenta un ulteriore strato dell’identità: l’identità di genere. L’esperienza trans viene infatti raccontata con delicatezza e sensibilità, con un meccanismo di sottrazione i cui vuoti sono colmati dalla presenza fisica continua della protagonista: i riflessi di luce sui capelli rossi, la schiena e il collo tatuati, le mani nervose, le labbra rosse, la pelle tesa e abbronzata sono elementi onnipresenti in ogni inquadratura. Questa frammentazione contribuisce inoltre ad enfatizzare l’opposizione e la distanza tra la plasticità del corpo di Monica e la fragilità di quello di sua madre, due figure che si incontrano lentamente nel silenzio, a letto e nella vasca da bagno, avvicinandosi lentamente.

    La regia lavora quindi su una distillazione della verità, che ridimensiona e nasconde il tema lgbt presentandoci un ritratto psicologico di una donna e della sua famiglia, affrontato con pudore privo di giudizio. Il ciclo si chiude con il nipote di Monica, Brody, che canta l’inno degli Stati Uniti ad un evento scolastico. Lei lo guarda, riconoscendosi in lui, riconoscendo sé stessa e il percorso iniziato quando aveva forse la sua età: ora è felice di essere dov’è, con l’America tutt’intorno, in cui finalmente ha un posto proprio.

    A cura di Emma Onesti

    Leggi tutto: Monica
  • Please baby please

    Please baby please

    Please baby please: un angolo di strada pieno di fantasie

    Terzo lungometraggio della regista Amanda Kramer, Please baby please è un compendio delle fantasie sessuali di una coppia sposata che vive nei bassifondi di una metropoli dove la notte regna sovrana. Tra le strade fumose e illuminate dai neon di questa simil Gotham, infatti, gli sposini Arthur e Suze, dopo essersi ritrovati testimoni dell’omicidio di un’altra coppia come loro ad opera di una gang criminale, diventano preda di un irrefrenabile desiderio di esplorare la propria sessualità e identità di genere. Le scenografie surreali e artificiose ospitano, da quel momento in poi, personaggi queer che si confrontano continuamente su cosa significhi essere e sentirsi uomini o donne negli anni Cinquanta in America.

    I sentimenti e la psicologia dei personaggi vengono rappresentati con illuminazione e inquadrature evocative, dove tutto appare astratto, ad eccezione dei rifiuti di carta sparsi per le strade, unica nota materica della messa in scena. Suze esplora lentamente il suo machismo represso mentre Arthur si infatua di Teddy, il boss della gang. Colpisce l’interpretazione animalesca di Andrea Riseborough, che diventa quasi ipnotica nei suoi movimenti ritmici e sensuali, in danze genderless con una sigaretta in bocca che non accende mai.

    L’apparizione di Demi Moore nei panni di una vamp misteriosa, inoltre, funge da epifania per il personaggio di Suze, che si ritrova in un teatrino onirico di sex toys e fantasie nascoste e che inizia a rifiutare il ruolo di moglie per preferire quello di donna. L’immaginario queer diviene assoluto protagonista del film, che mescola erotismo, ironia, balletti e violenza gratuita in un tripudio di colori e forme anni Cinquanta: una drag queencon lustrini fucsia sulle palpebre canta una canzone d’amore a qualcuno in una cabina telefonica, un cinema a luci rosse che mostra filmati per il piacere omosessuale viene invaso da poliziotti in borghese, una coppia gay di poeti beat recita i propri versi per pochi amici intellettualoidi…

    Please baby please è un saggio teatrale sul piacere inespresso e sull’esplorazione della propria sessualità e fluidità di genere, che si presenta come un anti-musical costruito su citazioni cinematografiche e riflessioni sempre attuali. Un pacchetto rosa shocking di intrattenimento e sociologia: «un angolo di strada pieno di fantasie».

    A cura di Emma Onesti

    Leggi tutto: Please baby please
  • Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (Moonrise Kingdom)

    Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (Moonrise Kingdom)

    Come diventare il re del mondo a dodici anni

    A Summer’s End, in una casa rossa, vive una famiglia disfunzionale come tante. Suzy, la figlia maggiore, è una ragazzina solitaria e intraprendente che osserva il mondo attraverso le lenti di un binocolo, con uno sguardo ravvicinato ma fisicamente distante. Dall’altra parte (dell’isola) c’è Sam, che fa parte dei Khaki scout del campo estivo, e che, dalla morte dei suoi genitori, è passato in affido da una famiglia all’altra.

    I due sono amici di penna e programmano una fuga d’amore per stare insieme e liberarsi dallo squilibrato mondo degli adulti che li circonda e di cui a volte ricalcano goffamente i drammi esistenziali. Wes Anderson dirige così dei raffinatissimi teatrini di figurine molto umane, in una malinconica favola ambientata negli anni Sessanta e girata in Super 16mm che restituisce la magia dell’avere dodici anni e la voglia di ribellarsi, un po’ come cantava Françoise Hardy in Le Temps de L’amour:

    On se dit qu’à vingt ans / On est les rois du monde” (Si dice che a vent’anni si è il re del mondo).

    La palette e lo stile sono inconfondibilmente andersoniani, accompagnati da una punta di grottesco che fa capolino di tanto in tanto tra i colori pastello e la nostalgia. Ogni personaggio è legato a un simbolo o a una sfumatura, dagli scarabei-orecchini che Sam regala a Suzy alle maschere animalesche o all’uso del binocolo come superpotere: questo strumento consente infatti di avvicinarsi a qualcosa da cui si è o ci si sente lontani, esclusi, a qualcosa che allo stesso tempo sentiamo il bisogno di spiare.

    Il binocolo è il filtro con il quale Suzy fa esperienza della realtà, del mondo degli adulti da cui è irrimediabilmente attratta e che cerca contemporaneamente di allontanare, rifugiandosi nei libri fantasy rubati alla biblioteca comunale “solo per avere un segreto da custodire”. Un ironico e romantico omaggio alla fiaba di Peter Pan, orfano dodicenne esploratore dell’Isola Che Non C’è che mostra a Wendy tutte le meraviglie e le libertà dell’infanzia, che ritroviamo, come sempre, nel grande cinema.

    A cura di Emma Onesti 

    Leggi tutto: Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (Moonrise Kingdom)
  • Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon)

    Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon)

    Il mondo in uno sguardo

    Una soggettiva confusa ci trapianta fin dai primi istanti nel corpo di Jean-Dominique Bauby al momento del risveglio in ospedale dopo un ictus. Siamo gli unici a poterlo sentire parlare e pensare, come fossimo anche noi, come lui, vittime della sindrome locked-in e come se la macchina da presa stessa fosse ingabbiata in una visione limitata e asfissiante, un cineocchio svuotato delle sue possibilità, disabile.

    Il corpo del protagonista si trasforma pian piano in un tempio dell’immaginazione e della memoria, in una mappa per costruire la sua biografia, un racconto che diverrà un libro, che diverrà un film. Una storia vera. L’occhio sinistro di Jean-Dominique sarà d’ora in avanti la sua unica forma di espressione, di linguaggio, e il solo mezzo di interazione tra l’infinitezza della sua interiorità e il mondo circostante.

    Attraverso l’intreccio di volti che ci guardano da vicino, luoghi di un passato non nostro e una voce narrante introspettiva e paziente, veniamo guidati nel “viaggio immobile” dell’ex caporedattore di Elle, in un film che a tratti ritorna sceneggiatura. Le parole sostituiscono le azioni, il corpo in cui c’eravamo incarnati esce da sé stesso per vagare dov’è già stato o dove non potrà mai andare.

    La quiete della prova attoriale di Mathieu Amalric è quindi accompagnata da soggettive sfocate dalle lacrime o da inquadrature volutamente tagliate male per rappresentare visivamente l’impossibilità di muovere la testa di un uomo che vediamo a malapena e di cui seguiamo soprattutto il rapporto con alcune figure femminili, reali o immaginarie che siano: l’ex moglie, le infermiere, la nuova compagna, l’imperatrice Eugenia…

    Lo aiutano a esprimersi, a comunicare, a scrivere e a diventare una versione moderna del personaggio di Noirtier de Il Conte di Montecristo, descritto da Dumas come «un cadavere con degli occhi vivi». L’assenza stessa del corpo è ciò che ci fa maggiormente percepire la fisicità di questo film, scandito da un montaggio ritmico ed efficace nel restituire l’universo interiore di Jean-Dominique con una forma cinematografica autoriflessiva e quasi sensoriale.

    Lo scafandro esiliato negli abissi, senz’aria, sprofonderebbe in un deserto sommerso se non riuscisse a tramutarsi in farfalla, seppur di breve vita, grazie all’arte e ai ricordi. La malattia diviene luce e liberazione attraverso il gesto creativo della scrittura e alla fine possiamo percepire anche noi in lontananza il battito di ali di quella farfalla come la pulsazione di un cuore ancora vivo; una dichiarazione d’amore alle parole che rimangono dopo di noi.

    A cura di Emma Onesti

    Leggi tutto: Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon)
  • Marie Antoinette

    Marie Antoinette

    Marie Antoinette: We want candy

    La palette color pastello di Sofia Coppola ci introduce in un mondo dove Kirsten Dunst è la Maria Antonietta dei nostri giorni, che, appena arrivata dall’Austria alla corte di Francia, viene descritta come una bambina a cui piace lo strudel. Ed eccoci subito a Versailles, il luogo dei riti, dello sfarzo e dello spettacolo in cui questo coming of age prende forma e si estingue come la reggia stessa, che ospitò gli ultimi sovrani dell’ancien régime prima della Rivoluzione.

    Quasi vent’anni di storia sono racchiusi nei colorati pasticcini dei vassoi delle dame, nei fiumi di champagne delle feste infinite e nel volto di porcellana della regina degli scandali. Ma c’è di più (o di meno): il film diventa presto un prodotto ibrido tra il genere storico e il teen movie con indizi anacronistici che sorprendono e deliziano lo spettatore più attento (un paio di converse, la musica pop…). Il personaggio viene così destoricizzato, reso specchio delle insicurezze e dei desideri di ogni ragazza adolescente di questi tempi (festeggiare il diciottesimo fino all’alba, ad esempio).

    Maria Antonietta vive in un mondo tutto suo, nella totale alienazione esistenziale che fa parte della crescita e che la regia trova il modo di esprimere con delicatezza. La maternità e la maturazione della regina, nella seconda parte del film, corrispondono poi anche ad un cambio del suo gusto: in un abito bianco passeggia in giardino, circondata dalla natura e in compagnia della propria bambina. Niente eccentriche o bizzarre pettinature.

    Siamo dunque lontani dalle messe in scena della corte, ma forse il paesaggio ora ci ricorda il set di uno shooting di Vogue. La magnifica fotografia di Lance Acord (Lost in translation, Adaptation, Being John Malkovich) illumina gli interni decorati e gli esterni soleggiati fluttuando sugli eventi e traendone immagini patinate e artefatte. Il film, girato nel 2006, prelude infatti ad un tipo di estetica instagrammabile: le stories di un gruppo di amici che gioca a “Chi sono?”, le nuove esperienze, la musica over che accompagna gli avvenimenti come in un videoclip.

    Ed infine la crisi, la Rivoluzione di cui ci accorgiamo solo quando sfonda la soglia della reggia con la sua folla inferocita. L’età contemporanea ha inizio, la regina fa un inchino: i tempi delle feste sono finiti. I sovrani si sorridono a bordo della carrozza che li condurrà al patibolo, lei pronuncia il suo addio e la camera nuziale è in frantumi. Ma nel nostro immaginario Maria Antonietta sguazza ancora come una mosca nello champagne.

    A cura di Emma Onesti

    Leggi tutto: Marie Antoinette
  • Mine vaganti

    Mine vaganti

    Mine vaganti: di che pasta sei fatto?

    Una commedia familiare costruita su stereotipi in cui nessuno è davvero sé stesso; Mine vaganti di Özpetek (2010) racconta di una tradizionale famiglia leccese, proprietaria di un pastificio, che deve affrontare una tragedia: i due figli maschi sono entrambi omosessuali. Il bigottismo e il provincialismo sono però una barriera troppo grande e resistente perché questa notizia non desti scalpore e non stravolga tutte le dinamiche della casa.

    La vicenda dei due fratelli viene al contempo intrecciata con il passato del personaggio della nonna, forse unica presenza positiva del film. La vera domanda per lei non è «chi sei davvero?» ma «sei felice?» e, forse per questo, permane un alone di mistero intorno alla sua figura fino all’overdose di dolciumi che ci fa pensare: non si è felici solo onorando chi si è davvero?

    La regia tratteggia il ritratto di una famiglia che undici anni dopo ci appare ancora più disfunzionale e lontana dalla società contemporanea, ma che, letto come progressione della rappresentazione dell’omosessualità nel cinema italiano (attualmente in atto con film come Chiamami col tuo nome), compie enormi passi avanti. Özpetek, infatti, ha affrontato fin dalla sua opera prima Il bagno turco (1997) il tema in questione scardinandolo dai soliti canoni preimpostati. I suoi film raccontano spesso di famiglie che non sono quello che appaiono, costituite da personaggi contraddittori e molto umani.

    In Mine vaganti i cliché e i preconcetti sull’omosessualità coesistono con la demolizione degli stessi: le figure di Antonio e Tommaso, i due fratelli, diventano espressione di una rivendicazione di genere a tutti gli effetti che però non sempre sembra funzionare. La comicità e la leggerezza prendono più volte il sopravvento e allontanano lo spettatore dagli spunti di riflessione proposti. Rimane in fondo uno spaccato socioculturale dell’Italia di qualche anno fa, che oggi si inserisce in un tipo di cinema popolare un po’ invecchiato. Il messaggio, però, è chiaro: «È più faticoso stare zitti, che dire quello che si pensa». Allora diciamolo.

    A cura di Emma Onesti

    Leggi tutto: Mine vaganti
  • Atlantique

    Atlantique

    Atlantique: come onde di notte sulla spiaggia

    “Ada, a lei appartiene il futuro. Sono io Ada”.

    Si conclude così il primo lungometraggio della regista Mati Diop, di origini senegalesi e nipote di Djibril Diop Mambéty, uno dei maggiori esponenti del cinema africano. Atlantique è infatti un inno al futuro di chi resta quando gli altri emigrano verso l’Europa, spesso con esiti tragici.

    Il film affronta questa fondamentale tematica sociale e politica con delicatezza, introducendo anche elementi magici attraverso i quali viene restituito il senso di incompiutezza che attraversa tutta la vicenda: i ragazzi annegati in mare tornano infatti sotto forma di una maledizione che di notte si impossessa dei corpi delle loro ragazze rimaste a casa. Tra queste c’è Ada, promessa sposa di un uomo che non ama, carattere forte, profondamente legata a Souleiman, partito per cercare fortuna via mare.

    La loro impossibile storia d’amore diventa il pretesto per raccontare le conseguenze dell’emigrazione giovanile e della disuguaglianza sociale in un Senegal che è oggi in piena crisi democratica. La regia mescola quindi uno sguardo quasi documentaristico con suggestioni poetiche e fantastiche, che si distaccano dalla realtà, rendendo i sobborghi di Dakar dei luoghi abitati da fantasmi e presenze spettrali senza una meta, ma con la necessità di fuggire.  Ada resiste, cerca di farsi spazio in un mondo che ancora non la contempla e che lei non comprende fino in fondo.

    La sua storia è affrontata con uno sguardo personale e attraverso una fotografia emozionale che ben restituisce il senso di un altrove, una sospensione luminosa che circonda i personaggi e li rende evanescenti. La d.o.p. Claire Mathon (vincitrice del premio César per Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma) distingue infatti tra un giorno secco e oppressivo e una notte lirica e istintiva.

    Nella scena finale, dopo il compimento del desiderio, è di nuovo mattina e Ada si specchia ma in realtà non guarda sé stessa. Guarda noi e reclama il proprio spazio, il proprio futuro nel mondo. Ed ora è anche compito nostro ricambiare quello sguardo.

    A cura di Emma Onesti

    Leggi tutto: Atlantique