Autore: Andrea Valmori

  • Hitman

    Hitman

    Hit Man: fare centro con l’ironia

    Nel 2020 Favolacce dei Fratelli D’Innocenzo si apriva con un’affermazione relativa alla trama divenuta nel tempo tanto iconica quanto difficile da comprendere: «Ispirata a una storia vera che è stata ispirata a una storia falsa, la quale non è molto ispirata». Dovendo approcciarsi a Hit Man di Richard Linklater, il gioco in apparenza è lo stesso, anche se la base di partenza di quest’ultimo, oltre che essere reale, è in realtà molto più che ispirata.

    L’autore della cosiddetta trilogia del Before e di Boyhood (2014) decide di raccontare infatti la storia di Gary Johnson (Glen Powell, anche co-sceneggiatore), un professore universitario diventato hit man. Il termine anglofono fa riferimento a quella specifica categoria di poliziotti in borghese che si fingono sicari professionisti al fine di far cadere in una forma di autodenuncia i malcapitati e malintenzionati committenti. Gary nella vita fa però appunto tutt’altro: insegna psicologia e questa occasione fortuita gli dà modo, a suo dire, di sperimentare sul campo alcune nozioni che fino a quel punto erano rimaste solo sulla carta stampata dei libri di testo.

    Hit Man è un’opera unica nel suo genere, che va dalla commedia brillante, grazie soprattutto alla qualità nella scrittura dei dialoghi, a quella dell’equivoco con tonalità grottesche, prossime forse al cinema dei fratelli Coen. Gary Johnson viene eletto a marionetta multiforme capace di trasformarsi in maniera camaleontica in più persone e in continua evoluzione e interscambio tra le parti interiori di sé stesso (i più volti citati Ego, Es, Super Io). La regia di Linklater si immerge completamente nella storia, diventando a tratti mimetica e nascosta come l’identità del protagonista. A sorprendere più di tutto è infatti la capacità di dirigere Glen Powell in coppia con Adria Arjona, entrambi senza dubbio alla migliore performance della loro carriera.

    Il risultato è un film riuscitissimo, calibrato tra ironia sottile e bieca comicità in ogni suo singolo aspetto. Il disvelamento finale che parte della trama è stata totalmente inventata trasforma il tributo al recentemente scomparso ma realmente esistito Gary Johnson ancora più esilarante. Dopo l’ottima accoglienza riservata al semi-autobiografico Apollo 10 e mezzo, la speranza è che anche Hit Man possa fare centro nel cuore dei più cinefili e non solo.

    A cura di Andrea Valmori

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  • Memory

    Memory

    Memorie di famiglia

    Dopo aver presentato in concorso alla Mostra del Cinema i suoi precedenti lavori Nuevo orden (2020) e Sundown (2021), il regista messicano Michel Franco chiude la tripletta veneziana con Memory (2023). Il film, ambientato in una grande città degli Stati Uniti, ha al suo centro il personaggio di Sylvia (Jessica Chastain), un’assistente sociale che vive con la figlia. Il titolo, dalle molteplici valenze, sembra però richiamare direttamente al co-protagonista, Saul (Peter Sarsgaard), ex-compagno di liceo conosciuto in maniera fortuita a una festa di ritrovo tra studenti. 

    Saul soffre infatti di demenza e spaventa in un primo momento Sylvia pedinandola fino a casa. I fraintendimenti (soprattutto legati al passato) si risolvono fortunatamente in maniera positiva: è Sylvia infatti ad essere caduta in errore a causa di ricordi resi confusi dall’abuso di alcol che ha segnato la sua adolescenza. Gli strascichi della dipendenza passata si ripercuotono sul presente con un rapporto molto restrittivo sulla figlia e un legame compromesso con la madre e la sorella. Nonostante le reciproche difficoltà, i due decidono comunque di continuare a trascorrere del tempo assieme ma gli ostacoli da superare sembrano essere molteplici. 

    Se Sundown tematizzava, forse in maniera sin troppo didascalica, una piaga grave come la depressione legata a una malattia terminale, Memory lavora senza dubbio in maniera rispettosa e attenta tanto nel presentare la demenza di una persona relativamente giovane quanto nel delineare il percorso di riabilitazione (anche psicologico) legato all’alcolismo di una madre. Franco è abile a intessere i fili di una vicenda lineare che si dispiega progressivamente, lasciando scena dopo scena allo spettatore il compito di rimettere i tasselli irrisolti al loro posto. 

    Il personaggio di Sylvia è eccessivamente drammatico: madre precoce di un padre ignoto, o volutamente mai menzionato, deve affrontare tanto la dipendenza da alcol, con gli strascichi che si porta con sé, quanto la risoluzione del rapporto con la propria famiglia, che risulta fortemente compromesso dagli abusi subiti dentro e al di fuori delle mura domestiche in età scolare. Con premesse così problematiche a cui si aggiunge il vissuto di Saul, l’impressione complessiva sull’opera è sì positiva ma forse un poco edulcorata. Oltre alle buone performance attoriali, Memory si segnala come un ottimo film sulle famiglie disfunzionali e sulla normalizzazione attraverso il racconto di malattie diffuse di cui si sente la necessità di parlare. 

    A cura di Andrea Valmori

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  • Kobieta Z…

    Kobieta Z…

    Kobieta z non solo la storia di una donna 

    Alla Mostra del Cinema di Venezia anche quest’anno ha trovato fortunatamente posto in Concorso un film sulla disforia di genere. Se infatti la 79esima edizione aveva applaudito Monica di Andrea Pallaoro, il pubblico dell’80esima è rimasto catturato dalla complessa operazione dietro Kobieta z… dei registi polacchi Michał Englert e Małgorzata Szumowska.

    Kobieta z… non si limita tuttavia ad essere una storia personale, come quella raccontata da Pallaoro, o un’opera sensoriale, come Body of Mine, un’installazione di Venice Immersive che permette di sperimentare corpi diversi dai nostri. Il film di Englert e Szumowska è qualcosa di enorme, capace di andare dal privato al collettivo, dalla storia di una persona alla Storia di paese cattolico e per larga parte bigotto come la Polonia rappresentata. Si parte dall’infanzia, si passa all’adolescenza ma si inizia ad approfondire Aniela Wesoły, protagonista della pellicola, nella piena maturità, quando è già padre per due volte ed è sempre più consapevole del proprio stato. 

    Vediamo infatti Wesoły crescere, sposarsi e avere figli. La sua vita è ordinaria e integerrima, passata interamente nel piccolo paese in cui è nato, vicino ai genitori e al fratello. Colpisce subito la padronanza del mezzo tecnico che utilizza movimenti di macchina ora frenetici ora inesistenti, si diverte a manipolare il tempo diegetico e decide di ricorrere a un formato retrò facendo gridare a un cinema dalla grande qualità estetica.

    Il passare dei decenni e il cambiare dei costumi provocano in Aniela/Andrzej una lenta ma progressiva presa di coscienza: è donna, lo è sempre stata. La grandezza del film non è infatti legata solo alla capacità di raccontare in maniera estremamente realistica e delicata una tematica scomoda (soprattutto in Polonia) come la disforia di genere, ma soprattutto di averlo fatto senza rinunciare a raccontare come l’evolversi della storia personale vada di pari passo con la Storia dello Stato. 

    Dal comunismo alla caduta del muro, dall’uscita di film come Pretty Woman e La vita segreta di Veronica all’elezione a pontefice di Giovanni Paolo II, la storia individuale e la storia collettiva si mescolano in maniera mirabile e incisiva, lanciando anche una forte stoccata di denuncia nel finale. Vale la pena allora riproporre l’immagine con cui si apre il film (e che torna più volte): il ponte, metafora potente di un viaggio lungo un’intera vita alla ricerca di sé stessi, della transizione verso il genere a cui ci si sente di appartenere a discapito di quanto la natura ha stabilito.

    A cura di Andrea Valmori

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  • The Beast

    The Beast

    The Beast: coincidenze tra piani paralleli

    Capita raramente di trovarsi davanti a un film-mondo, a una di quelle opere capaci di racchiudere tutto. L’ultima impresadi Bertrand Bonello rientra a pieno titolo in questa categoria, in un’operazione dall’equilibrio superbo, da un’attenzione al particolare (le singole inquadrature) e al generale (l’impianto complessivo del film) che fa gridare al capolavoro. 

    Poco meno di due ore e mezza per raccontare una storia d’amore eterna, lungo i secoli e le distanze: dalla Parigi dei Lumi alla Los Angeles contemporanea, per approdare oltre. The Beast è un’operazione ambiziosa che porta con sé la scelta di mescolare molti generi tra loro (fantascienza, film in costume, thriller, horror), pur restando uniti sotto l’egida dalla linea sentimentale, che sparisce e poi riaffiora, simmetrica e antitetica alla dimensione dell’incubo. 

    Bonello apre con il personaggio di Léa Seydoux all’interno di uno studio completamente tappezzato dal verde del green screen. Sentiamo le indicazioni del regista che le spiega cosa dovrà fare, come dovrà comportarsi e spaventarsi in vista dell’arrivo de “la Bestia”. Quest’ultima aleggia per tutto il film come uno spettro, lasciando aperta la porta a diverse interpretazioni. Se da un lato infatti è chiaramente riconoscibile la figura di un animale che torna in maniera ricorrente, dall’altro è sicuramente possibile sovrapporre l’epiteto a uno dei due personaggi. 

    La storia d’amore che si perpetua lungo il tempo, arriva a un punto di svolta solo nel presente di narrazione, che è il 2044. In una città dai confini non definiti, la protagonista cerca lavoro e nel farlo è costretta a sottoporsi a un test-cura per domare i propri sentimenti sempre più irrequieti.

    La presenza di Seydoux, unita alle scelte estetiche di messa in scena per la realizzazione di interni ed esterni, riesce a costruire uno spazio urbano credibile e sospeso tra Cronenberg e Villeneuve (il film per altro è una coproduzione tra Francia e Canada). Parlando di suggestioni, impossibile non citare David Lynch che viene omaggiato più o meno esplicitamente (i tendaggi rossi, le apparizioni premonitrici, il playback), ma che è certamente presentissimo per atmosfere e momenti di maggior acme sul fronte del esoterismo.

    Il paragone forse più lusinghiero e per certi versi spiazzante può però andare anche a Stanley Kubrick. Bonello decide infatti, sulle tracce della filmografia del regista statunitense, di andare dal film in costume all’horror. L’opera è certamente distante dall’idea di cinema di Kubrick e tuttavia la presenza insistita di un barman più volte presente tra silenzi e intensi sguardi non poteva che rimandare a quello iconico dell’Overlook Hotel. Anche la costruzione dell’immagine d’altra parte guarda agli esempi più alti del contemporaneo, cercando di collocarsi sempre più in terreni ibridi ed incerti e avviandosi come stile ad alcune soluzioni adottate ad esempio dall’ultimo Jordan Peele

    The Beast ha però anche un epilogo e la scelta non poteva che essere ancora una volta stupefacente. Bonello prende le redini di regia e musiche e trova tra i produttori esecutivi l’aiuto dell’ormai ritirato Xavier Dolan. Così come il più giovane collega era stato attento all’innovazione sul campo formale (utilizzando il formato cinematografico a fini diegetici), così l’opera non si chiude come da prassi con i titoli di coda, bensì lasciando campeggiare un QR code. Il risultato si colloca a metà tra l’irriverenza di non potere utilizzare i dispositivi in un luogo come la sala e la sacrosanta decisione di abbracciare il contemporaneo strizzando l’occhio al nuovo spettatore, indolente nell’abbracciare il progresso a maggior ragione se comodo oltre che inedito. 

    A cura di Andrea Valmori

     

     

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  • Comandante

    Comandante

    Ai comandi

    Ad aprire l’ottantesima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia non è stato il film scelto e inizialmente comunicato Challengers di Luca Guadagnino. L’affermazione precedente è ai più nota, anche per via della tematica scottante dello sciopero oltreoceano di attori e sceneggiatori, ed è però premessa inevitabile di una riflessione che deve essere politica, come d’altra parte politica è la scelta del sostituto, ovvero Comandante di Edoardo De Angelis.

    Il film, con protagonista Pierfrancesco Favino, ricostruisce l’azione di Salvatore Todaro, capitano di corvetta della Regia Marina, che il 16 ottobre 1940 si trovava ai comandi del sommergibile Comandante Cappellini. La missione dell’imbarcazione diventa repentinamente prima affondare, al largo dell’Atlantico, il piroscafo mercantile belga Kabalo, che aveva aperto il fuoco su di loro; salvo poi decidere di recuperare con fatica i sopravvissuti ripescati in acqua.

    De Angelis scrive e dirige una vicenda scelta accuratamente per eroicizzare (più che storicizzare) la figura di Todaro e, più in generale, una parte minima della Marina italiana durante la Seconda Guerra Mondiale e sotto il governo fascista. L’immagine che apre il film presenta l’inquadratura sulle gambe di un uomo che sta precipitando in mare, la citazione visiva va all’onirica apertura di Fellini in 8 e mezzo e tuttavia non produce più di una suggestione. Nella prima parte del film conosciamo infatti in maniera abbastanza serrata presente, passato e futuro (attraverso presagi sibillini) del Comandante, tra donne, ferro e vestiti di alta sartoria. Il prosieguo si focalizza invece sul Kabalo e le conseguenze politiche e morali dietro al suo affondamento.

    Se il comparto tecnico (in particolare il sonoro) convince e resta credibile nonostante un uso insistito in regia della sfuocatura per coprire la limitatezza di mezzi disponibili per gli effetti digitali, convince molto meno la sceneggiatura che non lascia spazi di riflessione ed abusa dell’espediente del voice over. La scelta di raccontare la storia di Todaro e l’esempio di umanità che il suo gesto rappresenta è di certo lodevole, ma l’operazione condotta tradisce in più punti la sua apparente bontà di scopi.

    Assistere alla narrazione bonaria e leggera dell’attacco, anche se legittimo, di matrice fascista a una nave battente bandiera belga, condendo l’accaduto con rimandi all’italianità, alla superiorità della cucina nostrana e ad elementi di folclore come l’immancabile mandolino, stride con una vicenda decisamente cupa e drammatica, al di là della bandiera di appartenenza. In passato film come Joyeux Noël di Christian Carion erano sicuramente riusciti ad elevarsi sopra le Nazioni in guerra andando a riscoprire l’uomo dietro il soldato, ma Comandante, per temi e tempi di uscita, sembra davvero giocare sul filo del rasoio.

    L’opera artistica è sempre difendibile, la strumentalizzazione velata dell’umanità di una vicenda storica no. Allo spettatore il compito di discernere l’una e l’altra dimensione, ricordando che, in questo caso più che mai, occorre sottolineare che il cinema in quanto arte è legato indissolubilmente ai tempi che lo hanno generato.

    A cura di Andrea Valmori

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  • Nour

    Nour

    Una vicenda umana 

    Una bandiera italiana sfilacciata sventola con veemenza al vento, poi il calare della notte dove è la luce della luna a rivelare i corpi di chi sta lottando per la sopravvivenza e di chi purtroppo non ce l’ha fatta. Sono queste le immagini scelte da Maurizio Zaccaro per aprire Nour, alle quali fa seguito la voce inconfondibile di Sergio Castellitto: “Ho visto di tutto, qui, a Lampedusa”.

    La figura di Pietro Bartolo di nuovo, dopo Fuocoammare di Gianfranco Rosi, al centro di un lungometraggio che racconta Lampedusa, la sua isola in cui tanto crede. La sua missione, non tanto lavorativa ma più umanitaria, è quella di aiutare i tanti, troppi, migranti che ogni giorno “vivono per pagarsi la morte”, arrivando in Italia con la speranza di un futuro diverso. Tra le tantissime persone che passano, il medico incontra Nour, una ragazzina siriana reduce da un passato familiare complicato e in cerca della madre, rimasta nella terra d’origine. Il nome della piccola che significa “luce” dà il titolo al film, indicando la scelta di speranza e umanità che Zaccaro sceglie e che viene rafforzata dalla convincente performance di Linda Mresy, notata dal regista nel cortometraggio Bismillah diretto da Alessandro Grande nel 2018.

    Un film di grande sensibilità ed eccellente per la fotografia di Fabio Olmi, figlio di Ermanno (maestro e carissimo amico di Zaccaro) caratterizzata da lunghe e suggestive inquadrature e silenzi profondi che ci portano a immedesimarci tanto con il medico quanto con la giovane ragazza, condividendo con lei ansie e paure ma anche la grandissima forza di reagire. Quello che colpisce di più è forse però il fatto che Nour siano completamente assenti colpevolizzazioni o accanimenti: come confessa Bartolo, infatti, nessuno sa veramente con chi prendersela. Anche i personaggi negativi sono ritratti con rispetto e non viene mai assunta la posizione moralista che sarebbe stato sin troppo semplice assumere.

    Ed è proprio qui forse che il regista vuole arrivare, portando a riflettere sul fatto che, in fondo, siamo noi i primi a girarci dall’altra parte davanti a una richiesta d’aiuto. Nour non rifiuta o banalizza la complessità e l’intima drammaticità della storia che racconta preferendo una via delicata, tenue e dialettica nell’inoltrarsi in una delle frontiere, morali e fisiche, più calde della contemporaneità.

    A cura di Alice GiussaniAndrea Valmori

     

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  • The Mauritanian

    The Mauritanian

    The Mauritanian: fantasmi a stelle e strisce 

    Al tramonto un uomo cammina a piedi nudi su una spiaggia, mentre appaiono in primo piano barche variopinte e si alzano progressivamente suoni di tamburi. «Mauritania, novembre 2001, due mesi dopo l’11 settembre». È così che Kevin MacDonald decide di presentarci Mohamedou Ould Slahi (Tahar Rahim): una persona spensierata che vive felicemente con la propria famiglia. Sono gli attimi antecedenti al dramma, momenti di canti, balli e visite inaspettate. L’uomo saluta la madre con il sorriso e le rivolge un ultimo sguardo attraverso lo specchietto retrovisore, dallo stesso punto di vista scorgiamo subito dopo gli occhi dell’avvocatessa Nancy Hollander (Jodie Foster).

    Ci siamo spostati negli Stati Uniti ed è il febbraio del 2005, Mohamedou è detenuto nella prigione di Guantanamo da quattro anni in quanto persona collegata a Bin Laden, senza tuttavia essere mai stato formalmente accusato. La Hollander si interessa al caso dopo aver notato incongruenze troppo evidenti da poter passare inosservate e decide così di prendere le difese del «presunto reclutatore dell’11 settembre». Il caso appare spinoso, ma non riesce a comprendere come il governo statunitense possa aver violato per settecento prigionieri trattenuti a Cuba l’habeas corpus, ovvero il principio che tutela l’inviolabilità personale, una delle colonne portanti del diritto anglosassone. Sul fronte opposto siede però un avversario altrettanto determinato, il tenente colonnello Stuart Couch (Benedict Cumberbatch), desideroso di trovare giustizia per la morte dei colleghi rimasti uccisi durante gli attacchi.

    Dopo l’eccellente lavoro su documentari come One Day in September e Touching the Void, MacDonald decide di raccontare nuovamente una storia realmente accaduta nell’unica maniera in cui questa volta era possibile farlo e cioè attraverso un impianto realista e una puntuale attinenza alle fonti. La denuncia delle violenze che si sono protratte lungo quattordici anni di detenzione arriva direttamente dalla vittima che, con un libro di memorie (Guantanamo Diary, 2015), ha trovato il coraggio di consegnare alla pagina scritta il racconto di fatti al limite del credibile.

    Come Xavier Dolan, Wes Anderson e altri grandi cineasti d’oltreoceano, il regista ricorre al cambio di formato per proporre qualcosa di nuovo, sia sul fronte visivo che emozionale. Grazie infatti all’incalzante doppio filo su cui si muove la narrazione, dalle vicende giudiziarie ai ricordi scritti sulle lettere alla Hollander, il formato cambia e stringendosi porta lo spettatore a vivere con il protagonista il ricordo dei settanta lunghi giorni di tortura. Efficaci effetti distorsivi sono ottenuti attraverso suono e luce, cercando di riprodurre in maniera mimetica il dramma vissuto da Slahi, in cui i ripetuti abusi sessuali e le diverse forme di violenza psicologica sono solo alcuni dei tasselli che compongono un quadro realmente allarmante.

    La Mauritania dell’incipit e dell’explicit appare come il luogo della libertà, la casa in cui ritrovare la vita, di contro alla paradisiaca Guantanamo che ossimoricamente si trasforma in un inferno di bugie e depistaggi. Con audacia MacDonald racconta i settecento di Guantanamo attraverso Slahi, denunciando alcune delle più gravi ingiustizie perpetrate dal governo statunitense in anni recenti. Un cast in stato di grazia consente al film di inserirsi con forza e coerenza entro il filone di battaglie giudiziarie che, negli ultimi anni, sono passate dalla cronaca statunitense al grande schermo (nel 2020 Richard Jewell e Il processo ai Chicago 7) e che ci consentono di osservare la crescente sfiducia verso le istituzioni di una nazione in evidente crisi identitaria.

    A cura di Andrea Valmori 

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  • Il regno (El renio)

    Il regno (El renio)

    Il regno: la via media tra denuncia e invenzione  

    Dentro la vita di un influente vicesegretario regionale prossimo al salto verso la politica nazionale: questo il presupposto de Il regno, un viaggio all’interno del sistema partitico spagnolo attraverso un punto di vista privilegiato. Manuel López-Vidal ha tutto ciò che si potrebbe desiderare: una moglie e una figlia che gli vogliono bene, una carica importante e ben pagata, una solida e influente rete di amicizie. Alcune notizie circa il suo coinvolgimento in un giro di corruzione iniziano però a trapelare e i vertici del partito, in cerca di un capro espiatorio, danno il via a una corsa contro il tempo alla ricerca della verità.

    Rodrigo Sorogoyen decide di aprire la propria opera in maniera iconica con un breve ma incisivo longtake che ha la duplice funzione di farci entrare, in medias res, nel vortice di eventi che attende il protagonista (significativo in tal senso l’utilizzo della macchina a mano) e di riportarci alla mente alcuni grandi incipit senza stacchi di montaggio, su tutti L’infernale Quinlan di Orson Welles. Sembrano però essere due i rimandi specifici di questa prima lunga inquadratura: l’entrata nel ristorante attraverso la porta di servizio, passando per le cucine, ricorda il Martin Scorsese di Quei bravi ragazzi, mentre il passaggio di agenda tra commensali intenti a ridere e scherzare rimanda in maniera abbastanza evidente all’incipit de Le Iene di Quentin Tarantino. In entrambi i casi abbiamo a che fare con una banda criminale ma quelli che ci troviamo davanti non sono malavitosi, bensì i vertici di un partito politico. Anche il nemico appare subito, in televisione, e non può che essere un paladino della giustizia, un uomo senza macchia e quindi apparentemente privo di punti deboli.

    Antonio de la Torre è fenomenale nel presentarci con la sola mimica facciale l’essenza di López-Vidal: è da sempre il braccio, non la mente del sistema di corruzione che tiene assieme i membri del partito. Il regno, questo il nome dell’organizzazione, dopotutto non è altro che una goccia nell’oceano di cupe relazioni del sistema e non sorprende che per coprire i pesci più grandi vengano sacrificati quelli più piccoli. La sua vita entra in crisi proprio per la perdita di prestigio, non per le accuse rivolte, ed emerge così subito una domanda che resta nascosta, ignorata: qual è il confine tra pubblico e privato? Nella farsa dell’interrogatorio interno al partito non trova risposta la domanda sulla politica, mentre è evidentissima quella sulla vita.

    Il turbinio caotico di ricerche, dialoghi, tradimenti, inseguimenti e scontri che tengono banco per i successivi novanta minuti altro non è che il tentativo fuori tempo massimo non di dimostrare la propria innocenza, quanto la colpevolezza dell’intera classe politica. Una corsa folle, resa incalzante da una regia e una colonna sonora equilibratissime, che mantiene la tensione sino alla resa dei conti, al punto di non ritorno. Dopo che l’uscita sul mercato del primo Iphone aveva aperto il film e i video amatoriali erano stati la nostra porta d’accesso alle vacanze dei membri del Regno, ecco che finiamo ad osservare il dietro le quinte di una diretta televisiva. La conduttrice è vestita in rosso, emblematica rappresentazione della voce del popolo, e l’intervista si trasforma ben presto in un attacco diretto, senza compromessi. La verità è lì davanti agli occhi degli interlocutori, documentata, eppure si torna indietro, alla domanda iniziale, e ci si chiede: come è stato possibile chiudere gli occhi? Come si è potuto lasciar correre per anni un sistema tanto esteso senza interrogarsi sulle conseguenze?

    Il regno gioca con lo spettatore consegnandogli un finale aperto, anzi interrotto. La Spagna è un paese con un bassissimo tasso di corruzione rispetto alla media europea, mentre le vicende raccontate riportano alla mente scandali di altri paesi (su tutti quello italiano di Mani pulite). Il finale resta aperto perché la risposta non spetta a questo film ed è tutta qui la grande invenzione di Sorogoyen: la denuncia è solo abbozzata, allo spettatore la libertà di prendere posizione.

    A cura di Andrea Valmori

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  • Bande de filles

    Bande de filles

    Bande de filles: tra ricerca identitaria e affermazione sociale

    Due squadre che si fronteggiano sotto i fari accecanti di uno stadio: scatti, contrasti e urla di gioia. Céline Sciamma apre il suo terzo lungometraggio con una partita di football americano, scelta curiosa visto che piombiamo poi immediatamente nella buia e inospitale banlieue parigina. Marieme vive con due sorelle più piccole e il fratello maggiore, figura ingombrante che tenta di sostituirsi all’assenza del padre. Costretta a sopravvivere in una realtà su più fronti opprimente, la ragazza cercherà in tutti i modi di integrarsi con un gruppo di coetanee dalla dubbia reputazione.

    Dalla luce al buio, dalla condivisione di un momento assolutamente positivo come lo sport a un drammatico ritorno tra le mura domestiche, la prima sequenza del film racchiude per intero il senso dell’operazione della Sciamma. Siamo sorpresi di vedere delle ragazze sotto le ingombranti divise da football americano, le vediamo felici e forti, un gruppo unito che si sgretola al fischio finale, dopo il quale le vediamo rientrare una alla volta tra le grigie palazzine del quartiere, sentendo solo un flebile e losco chiacchiericcio maschile.

    La discesa nell’abisso avviene per Marieme in concomitanza con i problemi scolastici: senza poter più studiare, con una famiglia in difficoltà e pochissimi amici, viene accolta da una “banda di ragazze”. Balli di gruppo, furti di vestiti, pranzi al fast food, l’estetica del film è da qui in avanti assolutamente vivace e pop. Come nei precedenti Naissance des pieuvres e Tomboy, è la colonna sonora a suggerircelo con la scelta chiara di puntare su una hit come Diamonds di Rihanna (da cui poi il discutibilissimo titolo italiano). Un’estetica che rappresenta il disperdersi dell’unità nella moltitudine, la necessità di omologarsi per poter essere accettati. In un primo momento, nell’ambito ancora protetto del quartiere, il cambio di costumi avviene nella direzione delle altre tre ragazze (ad un certo punto si incontra una ragazza che scopriamo essere “la quarta”, quasi la parola chiave fosse sostituibilità), poi però, lontano da casa, lasciata a sé stessa, l’immagine che vediamo è quella che ci si aspetta di vedere nella Parigi dei salotti mondani o quella dura e mascolina delle aree di spaccio.
    Il finale ci racconta una scelta di libertà, l’impossibilità di accettare il destino di essere possesso di qualcun altro, sia esso attraverso l’istituzione del matrimonio o le gerarchie del narcotraffico. Conosciamo la protagonista attraverso il rifiuto, attraverso la capacità di opporsi all’essere parte di un sistema. Un finale che resta aperto, da immaginare, ma che brilla nella possibilità di essere sé stessi anche se soli.
    A cura di Andrea Valmori

     

     

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  • Io sono Li

    Io sono Li

    Io sono Li: tra precarietà e poesia

    «Qu Yuan è il poeta più importante della tradizione antica cinese. Viene celebrato facendo galleggiare candele e lanterne sulle acque dei fiumi. Si dice che servano a proteggere la sua anima, che ancora vive in quelle acque».

    L’incipit scelto da Andrea Segre per Io sono Li anticipa un profondo ragionamento sulle tradizioni, le origini e la cultura locale minacciate dall’irrompere della modernità con il rischio di una perdita di punti di riferimento e la precarietà di non avere in mano il proprio futuro. Siamo nell’Italia del 2011 post crisi economica e da una caotica fabbrica tessile della Capitale, l’immigrata cinese Shun Li viene trasferita in una piccola osteria di Chioggia frequentata da pescatori.

    L’arrivo di Li a Chioggia è emblematico: Segre fotografa un cambiamento climatico improvviso, con un gioco tra luce e oscurità che sarà colonna simbolica portante all’interno del film. Dai vetri dell’autobus bagnati da gocce di pioggia, Li scorge la laguna veneta in perfetta sincronia con l’arrivo del sole, da Oriente, lasciandosi Roma e il suo grigiore alle spalle. Il trauma del trasferimento non è quindi legato alla nuova destinazione, ma alla drammatica precarietà in cui la protagonista è costretta a vivere.

    La denuncia del regista va verso un fenomeno poco noto e molto radicato all’interno della comunità cinese italiana: lo sfruttamento lavorativo per debito. In Italia Li si trova bene, lavora duramente non per sostentarsi ma per saldare il debito che ha verso la comunità. È una vita in attesa della «notizia», il via libera dei vertici all’arrivo regolare di suo figlio in Italia. È un’esistenza vacillante che riprede però speranza con il suo arrivo in Veneto, dove, nonostante la difficoltà nel lavorare in osteria, nel capire il dialetto e nel relazionarsi alla piccola e chiusa realtà dei pescatori, riesce a riportare alla memoria le sue origini.

    Due luoghi agli antipodi del globo vengono così uniti dalla memoria, dal ricordo dell’infanzia e del lavoro paterno. È a Chioggia che Li incontra anche un amico, non casualmente soprannominato il Poeta, anche lui immigrato e solo, l’unico ad avere la sensibilità di cercare di conoscere la protagonista e soprattutto di non vederla come qualcosa di transitorio. Il pericolo di una permanenza oltre il tempo concesso, di un legame che non può esistere è avvertito tanto dai cinesi quanto dagli italiani. Alla luce che risplende sui due protagonisti in laguna, si oppone l’oscurità e la nebbia delle piccole vie della città e delle imposizioni.

    L’accettazione della propria condizione permette a Li di vivere la vita che da sempre aveva desiderato, di riabbracciare suo figlio, ma il tempo non è stato con tutti tanto cortese.

    A cura di Andrea Valmori

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