– Eminenza, io non sono felice. –

– Perché dovrebbe essere felice? Il suo compito non è questo. Chi le ha detto che si viene al mondo per essere felici? –

Il dialogo appena riportato racchiude il vero messaggio dell’opera.

Il personaggio che pronuncia la prima battuta è il protagonista stesso, Guido Anselmi, un regista in procinto di girare il suo prossimo lungometraggio: tutta la sua troupe (produttori, tecnici, attori) è pronta a iniziare con entusiasmo e curiosità. C’è solo un piccolo problema: il film in questione non esiste, o meglio, il regista non ha ancora una trama precisa in mente se non un’accozzaglia di idee confuse. È un film di fantascienza? È un racconto autobiografico? È un’opera sulla religione cattolica? La crisi creativa di Guido viene rappresentata anche attraverso sogni sul suo passato e fantasie tipicamente maschili: infatti, quale uomo non desidera essere servito e riverito da belle donne? Tra realtà e immaginazione il regista dovrà affrontare una volta per tutte i suoi dubbi e le sue paure.

Giudicare un’opera come non è affatto semplice. Il regista è Federico Fellini, un nome noto per chiunque, anche per chi non ha mai visto un suo lavoro. È sicuramente il suo film più complesso per le varie interpretazioni che ciascuno può ricavare. È una celebrazione del cinema? Un elogio alla libertà creativa? Un bilancio finale del regista sulla propria vita? Il protagonista stesso, interpretato da Marcello Mastroianni, è un enigma, sicuramente non un modello di virtù: è indifferente ai problemi altrui, tradisce la propria moglie negando anche l’evidenza, maltratta persino la sua amante. È mosso da un unico desiderio, rivelato nella scena citata all’inizio della recensione: non cerca veramente una storia per il suo film, ma qualcosa che dia un senso alla sua vita.

Questo bisogno di dare ordine al suo disordine (parola-chiave presente nella stessa opera) lo rende più umano, più simile a noi spettatori di qualsiasi età. Chi non ha mai avuto un momento di crisi? Il protagonista non troverà la felicità nella religione o nel cinema, ma in qualche modo riuscirà a superare il suo tormento esistenziale. Come? Bisogna arrivare alla fine del film per scoprirlo. Tra i vari personaggi secondari che ruotano attorno al regista, a mio avviso spiccano le donne: dalla moglie all’amante, dall’amica alla madre defunta, tutte lo amano e tutte soffrono per colpa sua; ognuna, a modo suo, fungerà da guida per Guido (perdonate il banale gioco di parole), fino ad arrivare al cameo di Claudia Cardinale nel ruolo di se stessa. L’attrice sarà un vero e proprio deus ex machina in una delle scene più memorabili.

Il film ha ricevuto un Oscar come miglior film straniero e per i costumi, ma non sono questi i dettagli da analizzare: piuttosto si comprende quanto Fellini sia stato un vero modello ispiratore per i registi del cinema contemporaneo. Per esempio osservando le lunghe scene senza dialoghi, l’uso abile della colonna sonora curata da Nino Rota, la presenza di personaggi stravaganti, è impossibile non pensare a Paolo Sorrentino. È sicuramente un’opera che ha segnato una svolta nel cinema italiano; il ritmo lento e le diverse scene enigmatiche da decifrare potrebbero scoraggiare lo spettatore moderno abituato a film più dinamici. Tuttavia, se si continua la visione, il finale con il suo messaggio sul senso della vita ripagherà lo sforzo.

Paola Lombardi