L’occhio che uccide

Attraverso la macchina da presa del protagonista, Mark Lewis, ci trasforma negli unici testimoni dell’omicidio di una donna. Sempre seguendo l’obiettivo conosciamo un uomo timido e riservato che spera in un futuro da regista. La spigliatezza dell’inquilina Helen fa nascere in lui un interesse nuovo che va ben oltre le sue manie perverse che lo condannano fin dall’infanzia, segnata da un rapporto traumatico con il padre. Riuscirà la ragazza a interrompere la spirale di morte che Mark produce attorno a lui?

Il film britannico presenta il titolo originale “Peeping Tom” che significa guardone, deriva dalla leggenda dell’uomo Tom che guardò di nascosto la figura di Lady Godiva cavalcare nuda per le strade di Londra, rimanendo acciecato dalla sua tanta bellezza. La malsana perversione del protagonista non nasce in modo casuale, ma dalla sua personale esperienza di terrore vissuta nel rapporto traumatico col padre in epoca infantile.

Dai primi minuti del film veniamo come scoperti dal film stesso a guardare e a essere complici del primo omicidio compiuto da Mark e così viene introdotto il tema principale della pellicola: che rapporto abbiamo noi spettatori con ciò che ci viene mostrato al cinema?

Come nel celebre quadro di Degas “La scuola di danza” dove il pittore guarda la scena dal buco della serratura, così ci ritroviamo a guardare l’orrore della morte attraverso l’obiettivo della sua amata macchina da presa, utilizzata per documentare il vero e proprio sguardo della morte. Morte che ancora affascina il pubblico che, come la protagonista femminile, si chiede fino al punto più estremo come abbia provocato la morte delle vittime e come mai avessero uno sguardo di puro terrore. Questo interesse morboso non ha cessato di esistere, ma ha solamente cambiato forma per diventare più accettabile agli occhi di tutti; dai programmi televisivi che monetizzano i casi di cronaca nera attraverso un linguaggio dai dettagli più macabri, ai reality dove le scene più sensuali attirano un grande interesse; in questo modo ci riscopriamo nel ruolo di “voyeur”, preoccupati di dover assistere alla scena per affermarci come lontani da essa e perfino superiori, senza in realtà saperne fare a meno.

Il film scorre senza particolari incertezze per tutta la sua durata, grazie a una colonna sonora attinente all’ambiente buio e al clima di continua tensione. La ripresa è molto innovativa per le varie tecniche utilizzate e aiuta lo spettatore a entrare nel film a fianco del protagonista. Un film inizialmente disdegnato dalla critica inglese, diventa un cult 30 anni dopo la sua uscita e ancora stupisce per l’analisi dettagliata del profilo psicologico di un killer psicopatico che desiderava immortalare gli occhi del terrore… E tu sai qual è la cosa più spaventosa che ci sia al mondo?

Rachele Balbi