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  • Okja

    Okja

    Okja: l’incomunicabilità di due mondi

    Okja è un film di fantascienza, ma è quanto di più realistico si possa immaginare: in un futuro imprecisato, in un pianeta stremato dall’uomo e dalle sue scelte, per far fronte alle richieste di produzione vengono creati in laboratorio dei super maiali. Ad occuparsene è la multinazionale Mirando, ora guidata da Nancy Mirando, infantile e folle, interpretata perfettamente da Tilda Swinton. I super maiali vengono mandati ad allevatori diversi sparsi per il mondo, tra cui il nonno di Mija, giovane protagonista di questa avventura. Ognuno di loro avrà il compito di allevare il maiale che gli è stato affidato per dieci anni provando a vincere il concorso,  ma, scaduto il vincolo temporale, diventeranno tutti carne da macello.

    Okja cresce quindi nelle montagne della Corea del Sud insieme a Mija e al nonno. Capiamo subito che non è un animale qualunque e che ha stretto con Mija un rapporto speciale. Tra le due c’è un legame forte, quello tra una bambina e una creatura dall’aspetto mostruoso e dall’intelligenza umana. Sequenze luminose, sgargianti, significative sia visivamente che emotivamente accompagnano gli occhi per tutta la visione della pellicola, mantenendo viva l’attenzione dello spettatore in un sapiente gioco di musiche ed effetti sonori. Significativa, tra le scene iniziali, la sequenza in cui Mija rischia la vita cadendo da una burrone: la bambina viene salvata da una coraggiosa e intelligentissima azione di Okja, in un coinvolgente climax tensivo. La missione di salvataggio che Mija intraprende per riportare Okja sulle montagne è segnata da imprevisti e incomprensioni, rappresentando soprattutto lo scontro tra due mondi agli antipodi, simbolicamente esemplificato dal bilinguismo del film. L’incomunicabilità tra due mondi diventa così il tema chiave: c’è il linguaggio delle montagne, di Okja e di Mija, e c’è il linguaggio della città, del profitto, delle multinazionali. Due lingue, due posizioni, due mondi completamente  opposti che non parlano tra loro e sembrano non avere punti in comune. L’incapacità di capirsi e la volontà di non farlo è un tema scottante (e anche molto attuale) che passa con forza coerentemente tanto dal piano narrativo, quando le parole di Mija vengono tradotte male di proposito, tanto da quello simbolico.

    Infine, al termine dell’avventura, è Mija stessa a fare un passo verso di noi e parlare nella nostra lingua (l’inglese), a scendere a patti con la necessità di colmare quel vuoto ed è così, quindi, che Bong Joon-ho ci lascia: con l’amaro in bocca, o meglio, con una triste consapevolezza. Infatti, anche se la “favola moderna” finisce bene e Mija e Okja tornando sulle montagne insieme, la missione è riuscita grazie ad un compromesso: Mija ha pagato in oro Okja per riportarla a casa e il Fronte di Liberazione Animali non è riuscito a dare il colpo di grazia alla Mirando. Gli altri maiali sono rimasti nel recinto, uniti ad Okja in un grido di dolore straziante.

    A cura di Agnese Graziani

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  • Gli spietati (Unforgiven)

    Gli spietati (Unforgiven)

    Gli spietati: lo spettacolare tramonto del genere western

    La prima volta che Clint Eastwood incontrò Sergio Leone, l’attore era solo un belloccio che aveva interpretato qualche soap opera da riposo pomeridiano e il regista era nei guai, perché non trovava finanziamenti per i film che voleva fare. Appena arrivato a Cinecittà, Leone si avvicinò all’attore e lo squadrò per cinque minuti, in silenzio assoluto. Poi si girò verso la troupe e ordinò: “Portatemi un poncho… metteteglielo addosso… prendete anche una barba… scusa Clint, eh… portateme anche ‘n cappello… da damerino… ecco…”, poi si immobilizzò e riprese a guardarlo, per altri cinque minuti. Alla fine, tirò fuori dal taschino un sigaro, un toscanello, e lo ficcò in bocca all’attore, che ribatté: “No, no, Sergio… I don’t smoke…”. Leone, serafico, indicando il sigaro, rispose: “A Clint… che famo? Lasciamo a casa il protagonista?”.

    I due si saranno parlati direttamente una quindicina di volte al massimo: Leone non sapeva l’inglese ed Eastwood non sapeva l’italiano. Insieme hanno girato tre film: Per un pugno di dollariPer qualche dollaro in più e Il buono, il brutto e il cattivo, cioè quella che sarebbe passata alla storia come la Trilogia del dollaro. In tutti e tre, Clint Eastwood recita nel ruolo del protagonista: uno spietato cacciatore di taglie, cinico e antieroico, che ammazza a sangue freddo. Leone, per prendere in giro il suo attore, diceva: “Clint Eastwood ha due espressioni: con il cappello e senza il cappello”. Partito da perfetto sconosciuto, quando tornò in patria, Eastwood fu accolto da una pazzesca fama popolare: tutti i bambini, per carnevale, indossavano un cappello, un poncho e aggrottavano la fronte, fingendosi l’Uomo senza nome.

    Poi Leone cambiò tema: dal western cinico passò ad un cinema diverso, più intimo. Non c’era più spazio per Clint Eastwood nei nuovi lavori del regista italiano. Clint tornò in America, si divertì per tutti gli anni ’70, ma la critica iniziò piano piano a pungerlo: effettivamente, ciò che diceva su di lui Leone era vero. Per usare un eufemismo, l’espressività non abbondava nel giovane attore. Timidamente, nella sua camera, iniziò a scrivere la sceneggiatura di un film western. Ogni tanto si fermava, la rileggeva, ma non lo convinceva. La chiuse in un cassetto della scrivania e la lasciò lì. Passarono gli anni e Eastwood, nonostante i tanti lavori fatti, continuava a vivere della fama proveniente dagli Spaghetti western di Leone. L’attore impiegò il suo tempo con la saga Dirty Harry, che ruotava attorno alle avventure dell’agente Harry Callaghan. La serie di film ebbe tantissimo successo, ma fu più volte stroncata dalla critica.

    Il 30 aprile 1989, a Roma, morì Sergio Leone, a causa di un arresto cardiocircolatorio. Eastwood e Leone, dopo Il buono, il brutto e il cattivo, si erano visti sporadicamente. Non avevano litigato, avevano solo preso strade differenti. L’attore, quel giorno, sentì qualcosa dentro, qualcosa che ribolliva, che si infiammava… Tornò a casa e quella sceneggiatura scritta tanti anni prima iniziò a chiamarlo. La rilesse, ne modificò qualche parte e, consumato dal desiderio di omaggiare il vecchio amico, decise di produrre, dirigere e interpretare quel film. Il titolo era Gli spietati.

    Nella pellicola, Eastwood impersona William “Will” Munny, un vecchio fuorilegge che giunge nel villaggio di Big Whiskey, accompagnato da altri due banditi, per uccidere due uomini con una taglia sulla testa. A dire il vero, la taglia non è ufficiale, anzi. I due uomini avevano sfregiato una prostituta e le altre donne del bordello si erano accordate per pagare mille dollari a chi li avrebbe uccisi. D’altra parte, lo sceriffo della città, dal buffo nome Little Bill Daggett, aveva stabilito una ricompensa in denaro che i due avrebbero dovuto pagare al gestore del bordello ed era fermamente convinto ad evitare qualsiasi altro tipo di risarcimento. Munny si ripromette di non uccidere per tutto il film, a causa delle terribili esperienze del passato. Tuttavia, in una notte piovosa e tenebrosa, un ritrovato Eastwood spalanca le porte del saloon in cui si trova lo sceriffo, reo di aver torturato e ammazzato uno dei suoi due complici, e uccide tutti i presenti.

    Clint dimostrò così, forse per la prima volta, le sue abilità d’attore e sceneggiatore, portando sullo schermo un film molto intimo, in cui il protagonista non è solo una maschera, ma un uomo con grandi conflitti interiori. Munny, infatti, combatte con l’alcool, con il ricordo della moglie morta e con il tentativo di dimostrarsi un uomo diverso. Eastwood ripropose il genere western, che ormai era morto e sepolto, e lo portò ai massimi livelli, ottenendo ben nove candidature all’Oscar. Per il genere segnò un incredibile tramonto; per l’attore un grandissimo passo avanti nella carriera da regista. Qual è in fin dei conti la morale del film? Forse che, nonostante i numerosi tentativi, si resta sempre ciò che si è. Non si cambia, nella vita. Una visione, del resto, molto cinica e nichilista, proprio come piaceva a Leone.

    A cura di Alessandro Randi

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  • The Town

    The Town

    La solitudine non è una scelta, il riscatto è un obbligo

    La vita dei protagonisti si svolge nella tenebrosa periferia di Boston, in particolare nel quartiere di Charlestown, sobborgo malfamato e casa di chi ha avuto un duro scontro con la vita. È il caso di Doug, condannato da amicizie sbagliate e l’eredità di un padre criminale. La malavita di strada appare non solo come l’unica soluzione ma come l’unico spiraglio in grado di regalargli speranza. Sono i caveaux delle banche la sfida preferita da Doug e la sua banda, che con esperienza riescono a ripulire senza destare alcun sospetto. Fino a quando non è l’amore a scoprire le carte sul tavolo. Quella che era la vittima della rapina perfetta, testimone del furto, diventa immediatamente un chiodo fisso, difficile dimenticarsene e impossibile da avvicinare. Senza neanche volerlo, però, la coscienza sporca di Doug gli cambierà la vita dentro ad una lavanderia.

    La città come luogo di scontri tra legalità e delinquenza si conferma ancora una volta come un topos del cinema a stelle e strisce. Questa volta a trasporre sullo schermo questo scenario è Ben Affleck, dopo una carriera trascorsa come attore, ora alla seconda prova di regista. Il film è sicuramente gradevole, la trama è facilmente intuibile. Si può dire che Affleck, allo stesso tempo protagonista della pellicola, sfrutti la tradizione aderendo ai codici artistici del genere, senza ricercare in alcun modo un’ostentata originalità. È allo stesso tempo il pregio, come il peggior difetto, del film e del regista stesso: una prova scolastica, classica e deludente dal punto di vista dei colpi di scena. Sicuramente Ben Affleck brilla qui più come attore che come regista, facendo diversi passi indietro rispetto all’esordio Gone Baby Gone.

    L’operazione The Town rimane comunque apprezzabile, capace di gestire un’ampia galleria di personaggi, storie e caratteristiche molto diverse tra loro, senza però forzarne i connotati: un cast che riesce a interpretare con merito un ventaglio di personaggi scontati e prevedibili. Rimane comunque di questo film l’epilogo denso di speranza e ottimismo. L’impossibilità di un’alternativa al marcio della società accompagna i protagonisti nella maggior parte del film; fare i conti con i padri e il quartiere rappresenta una scelta dalla quale non si torna più indietro, almeno fino a quando una piccola luce di speranza illumina il loro percorso.

    A cura di Alessandro Benedetti

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  • Easy Rider – Libertà e paura

    Easy Rider – Libertà e paura

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    Easy Rider: la difficoltà di essere liberi 

    Siamo onesti: tanti dei nostri comportamenti quotidiani derivano dal ’68; ne siamo i figli, che ci piaccia o meno. Ma non figli del ’68 italiano, che, come capita sempre in questo paese, fu fortemente politicizzato. Siamo figli del ’68 americano e inglese, dei Beatles e di Easy Rider. A noi oggi sembra normale vestirsi con la felpa e le sneakers; pensiamo che tutti alla nostra età lo abbiano fatto. Invece no, non è così. Fino al ’68 dai quindici anni in su ci si vestiva come i padri, con la giacca e la cravatta. Non esisteva l’adolescenza: o lavoravi o studiavi, non c’era tempo per oziare.

    A un certo punto, tutto cambiò: quattro ragazzi scapestrati di Liverpool resero il rock popolare e tutto il mondo iniziò a idolatrarli. I giovani uscirono dal ghetto famigliare e si riunirono, iniziando a viaggiare e divertirsi. E tutto ciò fu amplificato dall’America, il Paese più libero di tutti, che covava ancora il sogno americano. Prima ci fu Woodstock, poi On the Road di Kerouac e infine Easy Rider, che non poteva non essere un film indipendente.

    Peter Fonda, protagonista e produttore, deve aver litigato pesantemente con il padre Henry, divo di quella Hollywood che il figlio voleva distruggere. Tuttavia, ebbe la fortuna che il padre in quel momento fosse impegnato sul set di C’era una volta il west di Sergio Leone, il quale alla prima distrazione era pronto a urlargli in romanesco che doveva stare lì co’ ‘a capoccia. Il figlio collaborò così con il co-protagonista e co-sceneggiatore Dennis Hopper, che si piazzò dietro la macchina da presa. Scovò uno sconosciuto Jack Nicholson, che doveva ancora scoprire che quella che credeva essere sua madre era in realtà sua nonna e quella che credeva essere sua sorella era in realtà sua madre (aneddoto vero, sperando che i lettori non ci prendano per pazzi). In mezzo a quella confusione familiare, il giovane Jack scappò provando a diventare regista, ma Peter Fonda lo fece virare sulla professione di attore, scelta per cui non lo ringrazieremo mai abbastanza.

    Hollywood non capì assolutamente nulla, bigotta com’era in quel periodo, del film che Fonda e Hopper volevano realizzare. Anche perché la sceneggiatura che presentarono erano due fogli bianchi su cui erano disegnate delle motociclette e poco altro. Non c’era praticamente nessuna battuta, in quanto, nell’ottica di Peter e Dennis, gli attori dovevano improvvisare. La cosa più stupefacente del film, dal punto di vista tecnico, sono le inquadrature, che riprendono molto i videoclip dei Beatles. L’occhio del ’68 aveva, del resto, quel tipo di messa a fuoco, intorpidito dalla marijuana e dall’LSD. L’erba nel film viene totalmente sdoganata. Nelle opere precedenti, tutti i personaggi che fumavano uno spinello seguitavano a realizzare azioni criminose. Noi sappiamo, sessant’anni dopo, che non c’è rappresentazione più erronea dell’erba, la quale provoca calma e non violenza. I tre protagonisti di Easy Rider la fumarono veramente, facendosi tante di quelle risate che alla fine si decise di lasciarle nella pellicola. Verso la fine del film, si fa uso anche di LSD, mostrandoci in questo caso i deliri e le allucinazioni in prima persona, che poi avremmo rivisto in tanti altri casi come in Paura e delirio a Las Vegas.

    Ma il film ha un significato ancora più profondo. I due protagonisti credono così tanto in ciò che fanno e rappresentano da lasciarci la pelle. Vivono con un’idea della vita e la inseguono tutto il tempo, morendo per la libertà di essere diversi. Chi di noi, invece, oggi, avrebbe il coraggio di vivere e morire per quella libertà?

    A cura di Alessandro Randi[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

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  • The Blind Side

    The Blind Side

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    E se non fosse solo retorica?

    Prendere una famiglia americana bianca, repubblicana, benestante, affiatata. Aggiungere un ragazzo emarginato, solo, grande e grosso, con un passato pesante sulle spalle, un istinto protettivo fuori dal normale e uno spropositato talento per il football. Condire il tutto con una colonna sonora dolce ma non troppo, moderata, mai eccessiva, con i toni giusti al momento giusto. Si otterrà così il classico american dream.

    Il film racconta la storia vera di Michael Oher, un ragazzo che ha una madre dipendente da droghe e un padre scomparso, che cresce da solo nella parte malfamata di Memphis, finché un giorno viene presentato da un amico a una prestigiosa scuola della città. Viene ammesso, ma fatica ad integrarsi fino all’incontro con la signora Thuy, una Sandra Bullock da Oscar, e la sua famiglia, che deciderà di adottarlo. Di qui comincia la sua ascesa sportiva, scolastica e sociale che tra alti e bassi, ci porterà al fiabesco e vissero tutti felici e contenti. Insomma, questo film, a primo impatto, per quanto  piacevole da guardare, potrebbe sembrare una presentazione retorica della buona famiglia americana che agisce secondo giustizia. Guardando più a fondo, però, osservando i dettagli e facendo propria la storia, la domanda sorge immediatamente: e se questo film non fosse solo retorica?

    Il dubbio nasce principalmente da due sequenze. La prima arriva a metà del film, nel momento in cui la signora Thuy si reca dalla madre di Michael per conoscere meglio la sua storia e per chiederle di poter adottare suo figlio. Si consuma in questa occasione un confronto, a tratti straziante, tra la madre biologica, che non c’è mai stata, e la madre adottiva, che in così poco tempo è riuscita a dare a Michael tutto ciò che, probabilmente, sua madre non sarebbe riuscita a dargli in una vita intera. La sequenza è significativa perché evidenzia chiaramente lo scontro tra le volontà e le possibilità di una donna che diventa madre, tra l’agio e il degrado delle due situazioni opposte. Infatti, ciò che le due donne hanno in comune, oltre all’amore per Michael, è il dolore: l’una nel riconoscersi inadatta a svolgere il ruolo di madre, l’altra nel sentirsi ladra di un figlio non biologicamente suo. Il dialogo, poi, non si risolve in modo chiaro, tutt’altro. Questa pellicola dunque, lascia allo spettatore, in modo assolutamente non retorico, un interrogativo cruciale: che cosa significa essere madre?

    La seconda sequenza, vera punta di diamante del film, è quella che ci sveglia da qualsiasi torpore retorico. Siamo nelle sequenze conclusive, una serie di immagini accompagna la voce di Sandra Bullock che riassume in pochi secondi la storia di un altro ragazzo afroamericano, cresciuto insieme a Michael, talentuoso negli sport proprio come lui, ma che a differenza sua non è riuscito ad emergere dalla periferia ed è rimasto ucciso durante una sparatoria in una lotta di quartiere. Una fine tragica, una giovane vita sprecata: “Quel ragazzo poteva essere chiunque, poteva essere Michael. Ma non è stato così”, commenta il personaggio di Sandra Bullock. Raccontandoci questa storia in appendice, Hancock ci ricorda che Michael Oher è un’eccezione: solitamente, i ragazzi delle periferie non trovano infatti una famiglia benestante che li accolga, finendo a giocare a football a livello nazionale, al contrario, da quella periferia non si muovono e spesso è proprio l’ambiente stesso a ucciderli. Il regista sceglie quindi di mostrarci come sia crudele la vita con alcuni, come agisca senza pietà verso chi non può difendersi. Poi però finisce dicendo, semplicemente, che per Michael Oher non è stato così. Facciamo nostro quel non è stato così. È come se ci stesse chiedendoper un attimo, di smettere di pensare a cosa c’è di brutto, perché questo è sfortunatamente sotto gli occhi di tutti, e di concentrarsi invece su Michael Oher, ogni tanto, sul suo essere eccezione, sul fatto che per lui non è stato così.

    A cura di Agnese Graziani[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

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  • Diamanti grezzi (Uncut gems)

    Diamanti grezzi (Uncut gems)

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    Ci spaventa scoprire le nostre debolezze quanto ci affascina avventurarci in quelle altrui

    Howard Ratner è un gioielliere ebreo, padrone di un modesto e angusto negozio di Manhattan, impegnato a districarsi funambolicamente fra la vita quotidiana di padre di famiglia e quella notturna di adultero scommettitore. Il suo lavoro, a tratti patetico e umiliante, non è altro che un tentativo disperato di far galleggiare le sue speranze. I debitori lo inseguono, la famiglia lo ripudia, l’unica donna che sembra amarlo nonostante la sua disperazione si rivela in realtà un’incauta arrivista pronta a scommettere su un futuro più promettente non appena ne ha l’occasione. Ogni tentativo di riscatto di Howard si riversa su di lui costringendolo ad un’umiliante auto-commiserazione.

    Quello che Pascoli definisce nido familiare si trasforma per Howard nella sua più claustrofobica trappola, un’arena di scontri, paura e dolore. La sua stessa famiglia, in cui coltiva le origini ebraiche e dove cerca aiuto e conforto, non è altro che il suo primo spietato nemico. La partita, però, cambia allo scadere quando Kevin Garnett, stella NBA, entra nel suo negozio ed inizia a rimescolare le carte della sua vita. Un opale proveniente dall’Etiopia innesca una catena di bugie, tradimenti, inganni e truffe. Howard è consapevole di non aver più nulla da perdere ed è pronto a scommettere qualunque cosa pur di avere un’occasione di riscatto, persino la sua vita.

    I fratelli registi Josh e Benny Safdie raccontano in modo adrenalinico la vita di un uomo ridicolo, le patetiche tormenta di un avaro di tutto e pronto a nulla, incastrando ogni frammento della narrazione in un caotico e perfetto turbinio di avvenimenti. La fotografia del film è densa di colore, satura di tensione e buia come il dolore interiore del protagonista. Il montaggio è avvincente, veloce e dinamico, come se la vita di Howard fosse un documentario a cui hanno cancellato ogni frammento noioso. Impossibile distrarsi, avvolti dal ritmo asmatico delle riprese. Come su un campo da basket sono i secondi a fare la differenza ed ogni sequenza è una corsa contro il tempo, una sfida fra Howard ed il destino.

    Adam Sandler riesce a vestire i panni del protagonista in modo naturale, quasi scontato, restituendo una rappresentazione accurata e fedele del personaggio, fisicamente balbettante, incerto su ogni movimento e indeciso per natura, marcato dai difetti fisici e umiliato dall’aspetto esteriore. Con una prova attoriale ineccepibile Sandler riesce a stimolare compassione ed empatia, come se anche noi, in fondo, fossimo Howard.

    E in fin dei conti siamo affascinati dal protagonista perché morbosamente affamati dal suo fallimento, da un’estasi che nasce dall’umiliazione, una compassione che si trasforma in celebrazione eroica riconosciuta a chi fa di tutto – ottenendo altro che l’insuccesso – per sopravvivere a sé stesso e ai propri demoni, ai propri tormenti e alle proprie tentazioni.

    A cura di Alessandro Benedetti

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    Ci spaventa scoprire le nostre debolezze quanto ci affascina avventurarci in quelle altrui

    Howard Ratner è un gioielliere ebreo, padrone di un modesto e angusto negozio di Manhattan, impegnato a districarsi funambolicamente fra la vita quotidiana di padre di famiglia e quella notturna di adultero scommettitore. Il suo lavoro, a tratti patetico e umiliante, non è altro che un tentativo disperato di far galleggiare le sue speranze. I debitori lo inseguono, la famiglia lo ripudia, l’unica donna che sembra amarlo nonostante la sua disperazione si rivela in realtà un’incauta arrivista pronta a scommettere su un futuro più promettente non appena ne ha l’occasione. Ogni tentativo di riscatto di Howard si riversa su di lui costringendolo ad un’umiliante auto-commiserazione.

    Quello che Pascoli definisce nido familiare si trasforma per Howard nella sua più claustrofobica trappola, un’arena di scontri, paura e dolore. La sua stessa famiglia, in cui coltiva le origini ebraiche e dove cerca aiuto e conforto, non è altro che il suo primo spietato nemico. La partita, però, cambia allo scadere quando Kevin Garnett, stella NBA, entra nel suo negozio ed inizia a rimescolare le carte della sua vita. Un opale proveniente dall’Etiopia innesca una catena di bugie, tradimenti, inganni e truffe. Howard è consapevole di non aver più nulla da perdere ed è pronto a scommettere qualunque cosa pur di avere un’occasione di riscatto, persino la sua vita.

    I fratelli registi Josh e Benny Safdie raccontano in modo adrenalinico la vita di un uomo ridicolo, le patetiche tormenta di un avaro di tutto e pronto a nulla, incastrando ogni frammento della narrazione in un caotico e perfetto turbinio di avvenimenti. La fotografia del film è densa di colore, satura di tensione e buia come il dolore interiore del protagonista. Il montaggio è avvincente, veloce e dinamico, come se la vita di Howard fosse un documentario a cui hanno cancellato ogni frammento noioso. Impossibile distrarsi, avvolti dal ritmo asmatico delle riprese. Come su un campo da basket sono i secondi a fare la differenza ed ogni sequenza è una corsa contro il tempo, una sfida fra Howard ed il destino.

    Adam Sandler riesce a vestire i panni del protagonista in modo naturale, quasi scontato, restituendo una rappresentazione accurata e fedele del personaggio, fisicamente balbettante, incerto su ogni movimento e indeciso per natura, marcato dai difetti fisici e umiliato dall’aspetto esteriore. Con una prova attoriale ineccepibile Sandler riesce a stimolare compassione ed empatia, come se anche noi, in fondo, fossimo Howard.

    E in fin dei conti siamo affascinati dal protagonista perché morbosamente affamati dal suo fallimento, da un’estasi che nasce dall’umiliazione, una compassione che si trasforma in celebrazione eroica riconosciuta a chi fa di tutto – ottenendo altro che l’insuccesso – per sopravvivere a sé stesso e ai propri demoni, ai propri tormenti e alle proprie tentazioni.

    A cura di Alessandro Benedetti

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