Tag: Robert De Niro

  • Il lato positivo (Silver Linings Playbook)

    Il lato positivo (Silver Linings Playbook)

    Questione di prospettiva  

    Psicofarmaci, terapia psichiatrica, ira incontrollata, cuore spezzato, sofferenza. Sono questi gli elementi, non propriamente positivi, che contraddistinguono Pat nelle prime sequenze del film. La confusione all’interno della mente di uno sconvolto Bradley Cooper è immediatamente avvertibile dalla colonna sonora aggressiva che scandisce movimenti di macchina veloci e spezzati. Lo stato d’animo di Tiffany, prematuramente vedova, è invece presentato dal non-colore con cui veste per tutta la prima parte del film: il nero. Una magistrale interpretazione di Jennifer Lawrence riesce a far capire inequivocabilmente come Tiffany sia delusa, amareggiata e arrabbiata per la perdita del marito. Il tema centrale esplicito è quindi la follia, in tutte le sue forme, e il modo in cui vengono presentati questi due personaggi ci aiuta ad entrare nelle loro menti, producendo un senso di straniamento di un’inaspettata piacevolezza.

    Quando Pat torna a casa, dopo otto mesi passati in un ospedale psichiatrico per aver pestato a sangue un uomo, in tanti hanno paura di lui e della sua follia aggressiva. Nelle sequenze in cui è rappresentata la diffidenza del convenzionalmente non-folle, Russell riesce silenziosamente ad insinuare una domanda, un dubbio, forse scontato o forse no: aldilà della follia stessa, come ci poniamo noi di fronte ad essa? Perché a ben pensarci, non è così semplice dare una risposta. Le malattie mentali sono pesanti, tolgono tutto e, soprattutto, tutti. Non è facile “essere buoni” con la follia. Lui e Tiffany sono folli, diversi e incompresi, nessuno vuole avere a che fare con loro perché è effettivamente molto difficile. Sono evitati dai più e chi non li evita li studia, come fossero cavie. La loro non-ordinarietà e intesa sembra suggerirci che solo tra folli ci si capisce, che non c’è altra via per rientrare in società se non guarire e normalizzarsi. Ed è qui che l’interrogativo viene lasciato aperto, lasciandoci liberi di riflettere, di non prendere posizione probabilmente per l’enorme complessità dell’argomento. Una questione con cui però è necessario fare i conti, perché per troppo tempo è rimasta un tabù.

    I due protagonisti, anche se a fasi alterne, hanno voglia di ripartire, di rinascere ed è l’amicizia il loro miglior psicofarmaco. Questa sarà scandita soprattutto dall’attività fisica: prima la corsa, poi il ballo, in un rapporto di odio amore continuo che rimarrà sempre nel tangibile, nel pratico e solo alla fine nelle (poche) belle parole e nei sentimenti. Un percorso di rinascita che trova la sua massima espressione nella prova finale di ballo, dove i due protagonisti non si esibiscono in un solo tipo di danza, ma nel tango, nel pop, lento e moderno, a simbolo proprio di ciò che è effettivamente stato il loro percorso insieme, tutto fuorché lineare. Contrariamente all’evidenza, Russell non vuole dirci di cercare sempre e comunque il lato positivo, ma piuttosto ci suggerisce di “dar retta ai segnali, cogliere il momento” qualunque esso sia. Fare della normalità follia e viceversa, filtrare i fatti attraverso i nostri occhi che possono essere folli, ma non bugiardi. Vivere, insomma, e poi vedere come va.

    A cura di Agnese Graziani

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  • Re per una notte (The King of Comedy)

    Re per una notte (The King of Comedy)

    Martin Scorsese e Re per una notte: storia di un precursore incompreso 

    Parlare di Re per una notte non è semplice. Proviamo ad andare con ordine, partendo naturalmente da alcune doverose premesse.

    Martin Scorsese nacque il 17 novembre 1942 nel Queens, da Luciano Charles Scorsese e Catherine Cappa, ormai piuttosto famosa nel mondo del cinema avendola, Martin, fatta recitare in tutti i suoi film più famosi. A causa di alcuni problemi affittuari, la famiglia si dovette spostare a Little Italy, il famosissimo quartiere newyorkese in cui si parla più italiano che inglese. Immaginatevi uno scenario simile a quello descritto ne Il Padrino – Parte II. Per stessa ammissione di Scorsese, infatti, il quartiere non lasciava molte possibilità di scalata sociale: «Quando si è stati allevati a Little Italy, che cosa diventare, se non gangster o prete? Ora, io non potevo essere né uno né l’altro».

    Robert De Niro nacque invece a Manhattan, il 17 agosto 1943, da Robert De Niro Sr., originario della provincia di Campobasso, e da Virginia Admiral, di origini irlandesi. Quando, a soli due anni, il giovane Robert assistette al divorzio dei genitori, si trasferì con la madre a Little Italy e la sua infanzia continuò non senza problemi.

    Ora, per emergere da queste situazioni, o si è un genio, o, tendenzialmente, si è spacciati. Per la fortuna (nostra e) di Scorsese, il regista appartiene alla prima categoria. Il che comporta, tuttavia, un altro ostacolo: essere eternamente incompresi. Non ci vuole molto per constatare che Scorsese non fu capito, almeno nella prima parte della sua carriera. Prendiamo alcuni dei suoi primi film: Taxi DriverNew York, New York e, alcuni anni dopo, Re per una notte.

    Al termine di New York, New York, un film molto ambizioso, con un De Niro giovanissimo, ma già vincitore di un Oscar, e con Liza Minnelli, Scorsese entrò pesantemente in depressione. Il regista iniziò ad abusare di stupefacenti e fu salvato, ma solo anni dopo, in primis da un intervento chirurgico che gli risistemò lo stomaco, messo a dura prova dalle droghe, in secundis da De Niro, che lo convinse a girare Toro Scatenato. Ora, dobbiamo immaginarci una persona, cresciuta a Little Italy, in mezzo alla criminalità (sia di quartiere sia organizzata), che, a venticinque anni, dopo essersi emancipato faticosamente, non viene compreso dal suo pubblico perché è un visionario, un avanguardista, un precursore.

    Arriviamo così a Re per una notte. C’è una frase, detta da Travis Bickle, protagonista di Taxi Driver, che delinea anche il protagonista del film dell’82: «La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo». Rupert Pupkin, aspirante comico, di divertente ha solo il nome. La pellicola ruota attorno a quest’uomo, probabilmente trentenne, che vive solo con la madre e si immagina i monologhi davanti a un teatro gremito che applaude per lui. Lo studio che si è creato in maniera ossessiva (nel senso patologico del termine), il suo passo e la sua insistenza quasi al limite del pedinamento. Poi, la sua immaginazione, che lo fa volare e uscire dalla realtà, ma che gli fa pronunciare una frase carica di dolore, quando il suo idolo, Jerry Langford (Jerry Lewis) gli chiede «come fai ad essere così bravo?» e Pupkin risponde: «Credo perché, guardando indietro la mia vita, penso alle cose terribili che mi sono accadute e allora le trasformo in qualcosa di comico».

    Da queste due citazioni, quella di Travis Bickle sulla solitudine e quella di Rupert Pupkin sull’infanzia, si può collegare la vita di Scorsese e le sue opere iniziali. Re per una notte fu un fiasco al botteghino, tanto che Scorsese dovette girare alcuni film successivi con produzioni indipendenti, visto che nessuno credeva più nel successo commerciale delle sue creazioni. È, in poche parole, lo stesso discorso che si ripete per tutte le grandi menti della storia. La psicologia quotidiana non era, del resto, ancora stata sdoganata nei film di successo; ci volle tempo per rendere Taxi Driver prima e Re per una notte poi, dei veri e propri cult.

    Ma se si andasse a chiedere cosa ne pensano Todd Phillips e Scott River, rispettivamente regista e sceneggiatore del Joker con Joaquin Phoenix uscito nel 2019, arrossendo, direbbero che senza Re per una notte quel film non sarebbe mai esistito. Se si domandasse a Steve Carrell come ha fatto a preparare il personaggio sociopatico del film Foxcatcher, risponderebbe, con il suo solito sarcasmo: «Basically, Travis Bickle and Rupert Pupkin».

    A cura di Alessandro Randi

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