Autore: Sofia Quadrelli

  • Still Life

    Still Life

    Se tutti fossimo come John May probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore

    «Il film è un film sulla vita, sul valore della vita degli altri, sull’importanza di essere coinvolti nella via degli altri, sull’importanza di aprire la propria vita, la nostra vita, agli altri» ha detto Pasolini in un’intervista. Probabilmente nessun’altra descrizione sarebbe più appropriata ed esaustiva di quella che lo stesso regista offre, ma forse è possibile riassumere queste righe con una parola: empatiaStill Life è infatti un film sull’importanza dell’empatia e su come essa riempia la nostra vita con qualcosa di puro e immateriale, facendoci dimenticare per una volta di non essere soli in questo mondo.

    Still life è un’espressione inglese che significa «natura morta» ed è proprio così che potremmo descrivere la vita di John May: già morta ancora prima di essere realmente vissutaMay è un impiegato comunale che vive le sue giornate avvolto da una nuvola di rigore e abitualità. La fotografia grigia che talvolta raggiunge i toni dell’asettico e la macchina da presa che si muove tanto lentamente quanto la vita del protagonista ci permettono di cogliere ogni dettaglio della sua vita, un po’ come se fossimo seduti su una panchina e ammirassimo in silenzio i passanti di una città. John May è un uomo buono, ma è anche profondamente solo, e il regista fa emergere questa condizione di solitudine attraverso i quadri Il viandante sul mare di nebbia (Friedrich) e L’assenzio (Degas). Anche i pasti che il protagonista consuma denotando la sua solitudine: una mela, un pesce appena pescato, un pasticcio di carne e una scatoletta di tonno; nello schermo non sembra esserci posto per troppi elementi insieme, e, idealmente, per più cuori che battono. Come il viandante nel dipinto di Friedrich, May è immerso nella solitudine in modo che niente e nessuno possa disturbare la quiete che lo circonda, forse non rendendosi veramente conto della sua situazione. May è un uomo solo, ma non è estraniato: la sua lentezza, pacatezza e benevolenza arrivano dritti nel cuore dello spettatore che, commosso, riesce a creare un legame emotivo con il protagonista.

    La precisione e la cura che il nostro protagonista pone nel suo lavoro non sono però apprezzate dalla società della superficialità, che, con grande indifferenza, priva May dell’unica cosa che riempie le sue giornate: il lavoro. Forse però proprio grazie al licenziamento egli scopre che esiste «ancora una vita» da poter vivere (altro traducente dell’espressione still life). Di quanto la vita sia preziosa, John May è ben consapevole; ma lui, che per anni non ha fatto altro che ricostruire in rispettoso silenzio l’identità di molti, omaggiando volti e storie che oramai erano stati dimenticati ancora prima della loro fine terrena, forse non ha mai vissuto veramente la sua vita. Probabilmente egli ha sempre cercato di riempire la sua esistenza occupandosi di quella degli altri; passava ore a cercare qualsiasi informazione che potesse essere utile a dare dignità a quelle vite ormai spezzate e facendo in modo che non fossero sole almeno durante l’ultimo commiato. Dopo il licenziamento, però, egli scopre che forse l’unica vita cui non ha ancora reso omaggio è proprio la sua. E così May parte, ricerca, muta, sperimenta, in una parola vive. Lo schermo quindi si riempie, i colori si fanno piano piano largo sulla scena e l’empatia del signor May entra nel cuore di altri protagonisti.

    In un’intervista Pasolini racconta di quanto sia potente ed efficace adottare una tecnica di ripresa lenta, che sia così in grado di cogliere particolari e sensazioni della vita di tutti i giorni, perché è solo così che può rimanere nella mente dello spettatore. Ma quest’opera rimane impressa anche grazie alla fantastica interpretazione di Eddie Marsan, attore che quando recita non pensa mai al sé come attore quanto più al personaggio che rappresenta, una sorta di «attore-non attore». In questo film Eddie Marsan è proprio questo; è un uomo qualsiasi, buono, con lo sguardo velato da una certa malinconia e solo, ma da un punto di vista puramente fisico, non spirituale, perché la vita gli ha deciso di donare un bene prezioso, ossia l’empatia.

    A cura di Sofia Quadrelli

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  • Carne Trémula

    Carne Trémula

    Carne trémula: un’esasperazione della passione umana?

    Madrid, gennaio 1970: sotto un cielo che si sta per avviare alla transizione democratica con la fine della dittatura franchista, la capitale spagnola mette al mondo Viktor, il cui animo palpitante e la cui carne viva ricordano quella di chi aveva partecipato alla guerriglia antifranchista. Viktor, così come Helena, David, Clara e Sancho, è figlio di Madrid, e giocando con la personificazione della città come «madre» dei suoi abitanti si capisce perché la carne dei  protagonisti sia «trémula», quindi fremente: le loro vite travagliate si intrecciano in un groviglio di sentimenti, animate da passioni vissute all’ennesima potenza; allo stesso modo la capitale, sul finire del regime franchista, si prepara a diventare nuovamente vibrante, mostrando i primi cambiamenti verso una società consumistica.

    Siamo esseri umani e, in quanto tali, siamo dotati di un cuore che batte al ritmo dei nostri sentimenti. Siamo fatti di passioni ed emozioni, ma questa pellicola di Almodóvar, ispirata liberamente al romanzo di Ruth Rendell «Live Flesh» (1986), fornisce una visione molto più cruda e infuocata di questa condizione, sfiorando spesso il limite dell’esasperazione. Tuttavia, il limite non viene mai valicato: Almodóvar si ferma prima e sapientemente offre uno squarcio lucido su dolorose realtà ancora oggi troppo attuali. Questo lo spettatore lo percepisce e, come in un vortice, è rapito dalle emozioni dei protagonisti, magistralmente interpretate da un cast di ottimi attori; il tutto su musiche spagnoleggianti che accompagnano le scene come le cornici di magnifici dipinti. La passione, tema centrale di questa pellicola, è percepibile attraverso il colore rosso che domina le scene, da sempre associato all’amore bramoso e ardente; a ciò si aggiungono i dialoghi istintivi e privi di filtri dei personaggi, il linguaggio non verbale dei corpi e le inquadrature estremamente fisiche. Questa passione, che quasi perfora lo schermo come una forza incontrollabile e irrefrenabile, è però sapientemente bilanciata. Innanzitutto, la pellicola inquadra due diversi tipi di passione, ossia la passione ossessiva e la passione amorosa. Lo spettatore coglie questa distinzione e non si lascia ingannare dalle forti emozioni provate dagli attori. Inoltre, il papabile erotismo che si crea tra giochi di sguardi e avvicinamento di corpi durante alcune scene non sfocia mai nell’esaltazione del sesso, e quindi della passione, fine a sé stesso; al contrario, delinea alcune condizioni umane. È il caso, ad esempio, dell’unione fisica di due corpi che condividono un amore puro e che cela la speranza di una nuova vita, in contrapposizione a relazioni tossiche, ossessioni amorose e atti violenti nei confronti della donna (commessi nel film come «scusanti» di una passione amorosa incontrollabile). Tutto avviene con uno sguardo lucido su Madrid, spezzata in due realtà contrapposte che si fondono insieme grazie alla passione dei suoi abitanti. La città non fa mai da sfondo, bensì è parte integrante e vibrante del film stesso. L’equilibrio risiede quindi nel fatto che questi temi sono percepiti dallo spettatore senza esser offuscati da una mera «passione impetuosa» fine a sé stessa. L’ipotesi di una critica all’«esagerazione» deve quindi essere rigettata, gli eccessi possono e devono essere letti come omaggio del regista al cinema grottesco di Luis Buñuel.

    Siamo esseri umani e, in quanto tali, siamo portati talvolta a ripetere i medesimi errori. Il dolore, la sofferenza e la morte rimangono ciò che di più inevitabile possa esserci nelle nostre vite, ma come ci insegna Almodóvar alla fine della pellicola la vita è sicuramente la passione più irrefrenabile. Nella scena conclusiva, che assume le vesti di un messaggio di speranza rivolto a una nazione intera, una frase che delinea una rinascita rispetto ai tempi passati interrompe il vento impetuoso di passioni-ossessioni che ha soffiato nel corso del film: «Guarda il marciapiede, qua fuori è pieno di gente. Quando sono nato io non c’era un’anima per strada. La gente stava rintanata in casa, se la faceva sotto dalla paura. Per fortuna figlio mio è da tanto tempo che in Spagna non abbiamo più paura».

    -A cura di Sofia Quadrelli

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  • Se mi lasci ti cancello                                                        (Eternal Sunshine of the Spotless Mind)

    Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind)

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    Eternal Sunshine of the Spotless Mind e quell’imperdonabile errore di traduzione

    Avete mai avuto l’impressione di trovarvi davanti a una persona dall’aspetto banale, prevedibile, che però riesce a smentire la vostra percezione dopo una bella chiacchierata? Ecco, la stessa sensazione la proverete guardando Eternal Sunshine of the Spotless Mind; peccato che la profondità del film non traspaia dal titolo italiano Se mi lasci ti cancello.

    Il titolo Eternal Sunshine of the Spotless Mind è un verso del carme di Alexander Pope Eloisa to Abelard (1717) che ritroviamo all’interno del film:

    “How happy is the blameless vestal’s lot!
    The world forgetting, by the world forgot.
    Eternal sunshine of the spotless mind!
    Each pray’r accepted, and each wish resign’d.”

    La traduzione letterale del titolo, ovvero “Infinita letizia della mente candida”, è stata scartata dai distributori per un adattamento linguistico di dubbia efficacia. La soluzione italiana Se mi lasci ti cancello, infatti, garantisce sicuramente un’immediata comprensione della trama del film, ma non fornisce la chiave di lettura dello stesso. Anzi, questa scelta lo riduce alla classica commedia romantica dove lei incontra lui, lui incontra
    lei, i due si innamorano, e dopo un po’ la passione svanisce. Ma Eternal Sunshine of the Spotless Mind non è questo, è un’esplosione di emozioni che si susseguono in un ordine apparentemente illogico e che costringono lo spettatore a rimanere incollato allo schermo per non perderne il filo.

    Proviamo a concentrarci quindi sul titolo inglese e sulla sua traduzione letterale, ovvero “Infinita letizia della mente candida”. Qual è la prima cosa che si nota leggendolo? Probabilmente la leggerezza, l’impersonalità e l’armonia sonora delle parole che compongono il verso. Scelta casuale dello sceneggiatore? No di certo, perché è proprio qui che si cela il cuore del film e il senso della ricerca di Charlie Kaufman. L’infinita letizia
    della mente candida
    indica infatti la gioia che la mente dei protagonisti (e più in generale degli esseri umani) dovrebbe provare nell’essere “spotless”, letteralmente senza macchie, qui, metaforicamente, priva di ricordi. Il verso inglese fluttua all’interno del carme come qualcosa di etereo e sospeso nel tempo, qualcosa di libero, come la mente vorrebbe sentirsi. Bisogna però fare un passo ulteriore, soprattutto per capire il motivo, non casuale, del modo condizionale prima utilizzato. In contrapposizione al titolo, quasi rarefatto, vi sono infatti i ricordi vividi di Joel, che veloci sfrecciano nella sua mente e che tentano, almeno quelli positivi, di rimanere aggrappati non solo alla sua memoria, ma anche al suo cuore.

    Allontanandoci dal piano linguistico, cerchiamo di capire ora perché il titolo in italiano è troppo “materiale e concreto” analizzando il titolo originale. Esso offre due visioni opposte (ma forse anche complementari) sulla tematica del ricordo e, in particolare, sul ricordo di un amore. Da un lato Nietzsche, che nella sua opera
    Sull’utilità e il danno della storia per la vita parla della cosiddetta “malattia storica”, condizione per cui l’agire umano è inerte davanti a una mistificazione del passato e della storia. La soluzione proposta è l’oblio, ed è proprio quello che decidono di fare Joel e Clementine: dimenticare per sgravarsi dal peso dei ricordi, per riappropriarsi della propria vita e per vivere nel “qui e ora”. Dall’altro lato invece Bergson, che distingue la memoria dal ricordo. La memoria è la coscienza che custodisce tutto ciò che accade, è sostanzialmente il passato che ci segue in ogni momento del nostro agire. La memoria è strettamente legata al concetto di durata, perché abbraccia qualcosa di più ampio, ovvero la nostra intera esperienza personale non riducibile a un singolo istante. Il ricordo, d’altro canto, è la materializzazione di un’immagine fissa nella nostra memoria, è, in altre parole, un momento di quella durata (ovvero della memoria).

    Ecco, quindi, il punto di svolta che permette di giustificare l’utilizzo del modo condizionale. Se è vero che il ricordo è solo un momento della memoria e può essere cancellato, in astratto, dalla catena dei ricordi, concedendo un presunto senso di libertà a Joel e Clementine, è altrettanto vero che questo non li farà mai sentire pienamente liberi. Infatti la memoria, e quindi l’insieme delle loro esperienze, non è altro che la loro identità, ciò che sono e ciò che hanno vissuto. Cosa rimane se la cancelliamo? Un vuoto incolmabile, rappresentato visivamente anche dai capelli blu di Clementine che simboleggiano tristezza e solitudine. Il
    colore blu, infatti, simboleggia melanconia fin dal XIV secolo, e in inglese si utilizza l’espressione I’m feeling blue quando qualcuno si sente depresso, triste o giù di corda, spesso senza sapere la vera ragione di questo stato d’animo. Ed è proprio così che si sentono Joel e Clementine dopo essersi sottoposti all’intervento: vuoti e tristi senza comprendere il perché. Il vuoto generato non potrà mai essere colmato dal senso di libertà che i due avrebbero voluto provare privandosi dei loro ricordi, perché la libertà piena è raggiungibile solo con la pienezza di sé e della propria identità, cosa che i due hanno cancellato eliminando i ricordi che compongono una parte della loro esperienza personale (e cioè la loro storia d’amore).

    Tutto quello che abbiamo ricavato finora dal titolo inglese non riusciamo a ricavarlo dal titolo italiano, che pone la questione in modo troppo semplicistico: Se mi lasci, ti cancello! In realtà, così semplice non è, e lo dimostra anche il momento stesso in cui Joel e Clementine si ritrovano. C’è infatti una forza molto più potente che sottostà a questo ritorno: la memoria del cuore. Molti potrebbero considerare ciò come la dimostrazione della debolezza dell’uomo, per il quale forse repetita non iuvant; altri, inguaribili romantici, potrebbero considerarlo come la forza più profonda che risiede nell’amore che due persone hanno provato. Il ricordo, seppure eliminato a livello celebrale, troverà sempre un posto nel cuore di chi, come Joel e Clementine, ha amato ardentemente, entrando nella più profonda connessione con un’altra anima, con la sua vera essenza, con la sua identità, che nessuna clinica come Lacuna Inc. potrà mai debellare.

    Ecco quindi il significato profondo del titolo originale: dimenticare per agire nel presente e al contempo non dimenticare chi siamo e cosa siamo stati per raggiungere la piena libertà; questo significa avere una “mente candida”.

    A cura di Sofia Quadrelli

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    Eternal Sunshine of the Spotless Mind e quell’imperdonabile errore di traduzione

    Avete mai avuto l’impressione di trovarvi davanti a una persona dall’aspetto banale, prevedibile, che però
    riesce a smentire la vostra percezione dopo una bella chiacchierata? Ecco, la stessa sensazione la proverete
    guardando Eternal Sunshine of the Spotless Mind; peccato che la profondità del film non traspaia dal titolo
    italiano Se mi lasci ti cancello.

    Il titolo Eternal Sunshine of the Spotless Mind è un verso del carme di Alexander Pope Eloisa to Abelard
    (1717) che ritroviamo all’interno del film:

    “How happy is the blameless vestal’s lot!
    The world forgetting, by the world forgot.
    Eternal sunshine of the spotless mind!
    Each pray’r accepted, and each wish resign’d.”

    La traduzione letterale del titolo, ovvero “Infinita letizia della mente candida”, è stata scartata dai distributori
    per un adattamento linguistico di dubbia efficacia. La soluzione italiana Se mi lasci ti cancello, infatti,
    garantisce sicuramente un’immediata comprensione della trama del film, ma non fornisce la chiave di lettura dello stesso. Anzi, questa scelta lo riduce alla classica commedia romantica dove lei incontra lui, lui incontra
    lei, i due si innamorano, e dopo un po’ la passione svanisce. Ma Eternal Sunshine of the Spotless Mind non è
    questo, è un’esplosione di emozioni che si susseguono in un ordine apparentemente illogico e che
    costringono lo spettatore a rimanere incollato allo schermo per non perderne il filo.

    Proviamo a concentrarci quindi sul titolo inglese e sulla sua traduzione letterale, ovvero “Infinita letizia della
    mente candida”. Qual è la prima cosa che si nota leggendolo? Probabilmente la leggerezza, l’impersonalità e
    l’armonia sonora delle parole che compongono il verso. Scelta casuale dello sceneggiatore? No di certo,
    perché è proprio qui che si cela il cuore del film e il senso della ricerca di Charlie Kaufman. L’infinita letizia
    della mente candida
    indica infatti la gioia che la mente dei protagonisti (e più in generale degli esseri umani)
    dovrebbe provare nell’essere “spotless”, letteralmente senza macchie, qui, metaforicamente, priva di ricordi.
    Il verso inglese fluttua all’interno del carme come qualcosa di etereo e sospeso nel tempo, qualcosa di libero,
    come la mente vorrebbe sentirsi. Bisogna però fare un passo ulteriore, soprattutto per capire il motivo, non
    casuale, del modo condizionale prima utilizzato. In contrapposizione al titolo, quasi rarefatto, vi sono infatti i
    ricordi vividi di Joel, che veloci sfrecciano nella sua mente e che tentano, almeno quelli positivi, di rimanere
    aggrappati non solo alla sua memoria, ma anche al suo cuore.

    Allontanandoci dal piano linguistico, cerchiamo di capire ora perché il titolo in italiano è troppo “materiale e
    concreto” analizzando il titolo originale. Esso offre due visioni opposte (ma forse anche complementari)
    sulla tematica del ricordo e, in particolare, sul ricordo di un amore. Da un lato Nietzsche, che nella sua opera
    Sull’utilità e il danno della storia per la vita parla della cosiddetta “malattia storica”, condizione per cui
    l’agire umano è inerte davanti a una mistificazione del passato e della storia. La soluzione proposta è l’oblio,
    ed è proprio quello che decidono di fare Joel e Clementine: dimenticare per sgravarsi dal peso dei ricordi, per
    riappropriarsi della propria vita e per vivere nel “qui e ora”. Dall’altro lato invece Bergson, che distingue la
    memoria dal ricordo. La memoria è la coscienza che custodisce tutto ciò che accade, è sostanzialmente il
    passato che ci segue in ogni momento del nostro agire. La memoria è strettamente legata al concetto di
    durata, perché abbraccia qualcosa di più ampio, ovvero la nostra intera esperienza personale non riducibile a
    un singolo istante. Il ricordo, d’altro canto, è la materializzazione di un’immagine fissa nella nostra
    memoria, è, in altre parole, un momento di quella durata (ovvero della memoria).

    Ecco, quindi, il punto di svolta che permette di giustificare l’utilizzo del modo condizionale. Se è vero che il
    ricordo è solo un momento della memoria e può essere cancellato, in astratto, dalla catena dei ricordi,
    concedendo un presunto senso di libertà a Joel e Clementine, è altrettanto vero che questo non li farà mai
    sentire pienamente liberi. Infatti la memoria, e quindi l’insieme delle loro esperienze, non è altro che la loro
    identità, ciò che sono e ciò che hanno vissuto. Cosa rimane se la cancelliamo? Un vuoto incolmabile,
    rappresentato visivamente anche dai capelli blu di Clementine che simboleggiano tristezza e solitudine. Il
    colore blu, infatti, simboleggia melanconia fin dal XIV secolo, e in inglese si utilizza l’espressione I’m
    feeling blue
    quando qualcuno si sente depresso, triste o giù di corda, spesso senza sapere la vera ragione di
    questo stato d’animo. Ed è proprio così che si sentono Joel e Clementine dopo essersi sottoposti
    all’intervento: vuoti e tristi senza comprendere il perché. Il vuoto generato non potrà mai essere colmato dal
    senso di libertà che i due avrebbero voluto provare privandosi dei loro ricordi, perché la libertà piena è
    raggiungibile solo con la pienezza di sé e della propria identità, cosa che i due hanno cancellato eliminando i
    ricordi che compongono una parte della loro esperienza personale (e cioè la loro storia d’amore).

    Tutto quello che abbiamo ricavato finora dal titolo inglese non riusciamo a ricavarlo dal titolo italiano, che
    pone la questione in modo troppo semplicistico: Se mi lasci, ti cancello! In realtà, così semplice non è, e lo
    dimostra anche il momento stesso in cui Joel e Clementine si ritrovano. C’è infatti una forza molto più
    potente che sottostà a questo ritorno: la memoria del cuore. Molti potrebbero considerare ciò come la dimostrazione della debolezza dell’uomo, per il quale forse repetita non iuvant; altri, inguaribili romantici, potrebbero considerarlo come la forza più profonda che risiede nell’amore che due persone hanno provato. Il
    ricordo, seppure eliminato a livello celebrale, troverà sempre un posto nel cuore di chi, come Joel e
    Clementine, ha amato ardentemente, entrando nella più profonda connessione con un’altra anima, con la sua
    vera essenza, con la sua identità, che nessuna clinica come Lacuna Inc. potrà mai debellare.

    Ecco quindi il significato profondo del titolo originale: dimenticare per agire nel presente e al contempo non
    dimenticare chi siamo e cosa siamo stati per raggiungere la piena libertà; questo significa avere una “mente
    candida”.

    A cura di Sofia Quadrelli

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